Visualizzazione post con etichetta Giovanna d'Arco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanna d'Arco. Mostra tutti i post

domenica 18 novembre 2018

Giovanna d'Arco. Il maggio delle fate

Giovanna d'Arco. Il maggio delle fate


Giovanna d''Arco 

Jeanne che tutti nel suo paese chiamavano e avrebbero continuato a chiamare Jeanette, era nata verso il 1412 - si dice convenzionalmente il giorno dell'Epifnia di quell'anno: ma la cronologia è incerta - nel villaggio di Domrémy dipendente dalla castellanìa di Voucouleurs (una decina di chilometri più a nord) nella balìa di Chaumont. Si era nel ducato di Bar, sulla riva sinistra della Mosa: in un territorio grande quanto un fazzoletto circondato da terre borgognone ma fedele al delfino, quel giovane e incerto principe Carlo di Valois. 

Un'area di frontiera la chiameremmo noi. E la parola per quanto non ancora troppo diffusa (si preferiva renderne il concetto ricorrendo all'antico termine <<marca>>, d'origine carolingia), esisteva già. La si era adottata in Francia durante il primo quarto del Trecento, ma era d'origine iberica e richiamava l'idea della line lungo la quale si affrontano due mondi e due civiltà diverse in Spagna, appunto, la cristiana e la musulmana. Il territorio compreso tra la Lorena e i Vosgi odierni era stato a lungo diviso e conteso: in pien IX secolo, esso faceva parte integrante della <<Lotaringia>>, quindi della parte orientale delle due regioni nelle qualisi era scisso il dominio di Carlo magno.  Ma il regno dei <<franchi occidentali>>, che era poi diventato la Francia capetingia, aveva pian piano spostato verso est, ampliandoli, i suoi confini: e nel 1301 un trattato fra l'imperatore romano - germanico Alberto I d'Asburgo e il re di Francia Filippo IV il Bello, aveva fissato il corso della Mosa come linea di confine tra il regno dii Francia e il ducato di Lorena, terra d'Impero. Come sempre si faceva con le aree di frontiera, i sovrani francesi avevano in un primo tempo ridotto al minimo la pressione fiscale e garantito ogni sorta di privilegi alle comunità entrate da poco stabilmente nella loro compagine: ma al tempo stesso ne avevano seminato il territorio di fortezze e di guarnigioni di frontiera. 

Il villaggio di Domrémy era solcato da un ruscello a nord del quale esso dipendeva direttamente dal dominio regio, a sud di signori di Buorlémont-Joinville, vassalli del Barrois, feudo diretto dalla corona tenuto prima dal cardinale di Bar e quindi da suo nipote Renato d'Angiò, genero ed erede di Carlo II duca di Lorena. Quelli di Domrémy, stavano dalla parte del delfino; ma la gente del vicino paese di Maxey, era <<borgognona>> e quelli dall'altra parte della Mosa, fideles del duca di Lorena, approfittavano di tutte le occasioni per sbocconcellare un pò di quelle terre contese. Neufchàteau a una decina di chilomentri da Domrémy, apparteneva al re: il quale però l'aveva concessa in feudo al duca di Lorena, nonostante questi fosse - ma la pratica era corrente - vassallo dell'imperatore. Il fulcro lealista della regione era la fortezza di Vaucouleurs, fedele al delfino e circondata dai suoi nemici. Nonostante la guerra che la devastava, tutta l'area era importante e potenzialmente prospera: là s'incrociavano la via mercantile che collegava Lione a Treviri con quella che univa Basilea alle città rese ricche e famose fin dai tre secoli prima grazie alle <<fiere di Champagne>>. 

Oggi non si hanno dubbi sul fatto che il toponimo della località di Domremy-la-Pucelle nei Vosgi, piacevole tappa sulla strada fra Parigi e Basilea, vada scritto senza l'accento acuto sulla <<e>>: ma la consuetudine ha i suoi diritti. Esso dipende da Dominus Remigius, ed è attestato almeno all'XI secolo; ma è forse più antico, dal momento che la tradizione di dare in Francia ai luoghi nomi di santi qualificati dall'epiteto Dominus avviata verso la fine del VI secolo, venne abbandonata verso il X, allorché prevalse quello di Sanctus. 

Domrémy era quindi un insediamento dedicato a san Remigio, l'evangelizzatore dei franchi che secondo la tradizione avrebbe consacrato Clodoveo re cristiano della sua gente ingendolo in Reims, col crisma contenuto in un'ampolla mracolosamente recaata dalla colomba dello Spirito Santo. In realtà a Reims, nel Natale del 496, Clodoveo era stato non consacrato re, bensì battezzato. Nel capoluogo della Champagne si era cominciato a consacrare i re dal 5 ottobre dell'816, quando vi fu unto e incoronato Ludovico il Pio figlio di Carlomagno. 

Giovanna, una dei cinque figli dei bons laboureurs - contadini, ma piuttosto piccolissimi proprietari - Jacques, il cui cognome si è tardivamente fissato nella forma <<d'Arc>> e Isabelle Romée era una ragazza come tante altre, che si distingueva d'altronde per il suo vivo senso religioso e per l'ingenua ma profonda devozione. Aveva tre fratelli maggiori - Jeacques, Pierre e Jean - e una sorella, Catherine, che sarebbe morta forse di parto nel 1428. La devozione dei genitori e probabilmente il loro imoegno nel pellegrinaggiol sembrano confermati da questi quattro nomi, che rimandano ai principali grandi santuari meta dei pellegrinaggi del tempo: Santiago de Compostela, legato al culto delle reliquie di San Giacomo, Roma, Gerusalemme, il Monte Sinai. 

Forse più nota per i pellegrinaggi fatti da lei stessa o dai membri della sua famiglia era la madre Isabelle detta Romée. Un cognome, questo, o piutosto un soprannome? <<Romei>>, erano in effetti chiamati i pellegrini che volgevano i loro passi verso Roma, alla volta dell'apostolo Pietro e della reliquia che custodiva l'effigie di Cristo, <<la Veronica>>. 
Jeacques non era comunque, s'è detto, proprio un povero contadino, come invece una leggenda romantica ha cercato di far credere. Doveva essere piuttosto agiato ed era circondato da rispetto, nel 1623 era stato decano di Domrémy talvolta aveva rappresentato il suo villaggio presso i signori del luogo. 

La ragazza accudiva alle faccende domestiche, sapeva filare e cucire (si sarebbe vantata di saperlo fare molto bene) e nei giorni di festa frequentava la chiesa. La conooscevano come una brava e tranquilla bambina: per quanto qualche testimonianza raccolta nei due processi del 1431 e del 1456 - dai quali ci poviene quasi tutto quel che sappiamo di lei - riferisca di una sua speciale propensione per le cose della fede, d'una sua qualche inclinazione un pò più ingenuamente devota rispetto alle coetanee, a una sua più intensa partecipazione ai sacramenti; conosceva comunque le principali preghiere, insegnatele dalla madre. Può darsi che in qualche modo fosse in contatto con gurppi affini ai <<begardi>>, o almeno così dissero di lei durante il processo di riabilitazione: che fosse una <<beghina>> era il parere registrato nel 1429 dal mercante veneziano Antonio Morosini, che nel suo <<giornale>> raccoglieva le notizie che provenivano da Bruges. 

Quel tempo e quelle terre erano piene comunnque di mistici e di <<devoti>> che vivevano il rapporto con Cristo e con la fede di un modo nuovo, intima, che rifuggiva dalla mediazione delle istituzioni ecclesiastiche e si traduceva in un'infinità di pratiche rituali private spesso numerose e ossessive ma anche - talvolta - in una vita di comunità laiche all'interno delle quali la tensione spirituale si esternava in termini quotidiani. Può darsi che anche i predicatori appartenenti agli Ordini mendicanti francescano e domenicano, che senza dubbio passavano spesso per le strade molto battute tra la Mosa e il Reno, abbiano influito su Giovanna. Ma per quel che si sa, la sua vita devota - probabilmente un pò più intensa di quella dei suoi coetanei - s'inquadrava comunque bene nei consueti usi parrocchiali. Il centro attorno al quale essa ruotava era la messa domenicale, grande momento di compartecipazione e di scambio durante il quale, a partire dal IV Concilio Lateranense del 1215, era invalsa la consuetudine di comunicarsi: ma la pratica della comunione frequente non era incoraggiata dalla Chiesa, che temeva un'eccessiva familiarità con i sacramenti e suggeriva piuttosto l'adorazione dell'ostia consacrata. 

Anche i pellegrinaggi facevano probabilmente parte dell'esperienza della giovane figlia di Jacques e d'Isabelle: non quelli più importanti, verso le grandi mète lontane, bensì - secondo una tendenza che nel XV secolo si andava diffondendo in tutta la Cristianità occidentale - quelli diretti a sedi vicine che erano sovente piccole cappelle o modesti oratori. Così Notre-Dame di Beaumont, non lontano da Domrémy. 
Non siamo insomma dinanzi a una consuetudine ecclesiale e devozionale debole e incolta: le comunità rurali del tempo erano animate da un sentimento religioso concreto, profondo, incentrato su un robusto senso del sacro che si esprimeva nel culto della regalità del Cristo, della Vergine, della realtà e del sacramento. L'immagine del Cristo Re, la memoria del vescovo evangelizzatore san Remigio, lo stesso clima della frontiera fra due monarchie dal forte contenuto sociale - la romano-germanica, e la francese, entrambe devote alla memoria di <<san>> Carlomagno - facevano sì che la gente di Domrémy e dintorni restasse ben ferma nella fedeltà a colui che riteneva il suo re; e gli adulti deò villaggio senza dubbio erano fieri - lo dessero o meno a vedere - dei loro ragazzi, che tornavano spesso a casa laceri e insanguinati per aver affrontato a sassate e a bastonate nella battaliolae (così frequenti nel medioevo) i ragazzi dei villaggi vicini, fedeli al duca di Borgogna e partigiani pertanto di Enrico VI, re di Francia e d'Inghilterra. 

Giovanna era immersa nella cultura tradizionale della sua comunità familiare e insediativa: una cultura fatta di proverbi, di espressioni consuete, di conoscenze tecniche e materiali, di credenze e di leggende. Talvolta, specie durante le feste e in primavera, si univa alle compagne e alle coetanee ai piedi d'un grande albero, forse un faggio, che la tradizione folklorica collegava alle fate e attorno al quale si danzava e si contava; il primo giorno di maggio - il mese dell'inizio del tens clar e dell'amore; il mese caro alle cavalcate e alla poesia cortese, ma sacro anche alla Vergine Maria - si appendevano ghirlande di fiori ai suoi rami. Era un omaggio ad antiche dimenticate divinità (delle quali comunque senza dubbio non si conservava se non una memoria vaga e fiabesca) o alla Madonna? Si trattava comunque della Calenda maja alla quale ai primi del Duecento il provenzale Rambaldo di Vaqueiras aveva dedicato una canzone bellissima; era il Calendimaggio celebrato un pò dappertutto nell'Europa del tempo. 

A Domrémy, presso <<l'albero delle fate>> c'era una fonte celebre per le sue proprietà taumaturiche; gli ammaliati di <<febbre>> venivano a berne l'acqua. E non lontano dall'abitato sorgeva un bosco, evidentemente di querci (detto, appunto, <<Bois Chenu>>: che potrebbe anche significare però <<bosco vecchio>>), che forse manteneva in qualche modo il ricordo della sacralità attribuita alle querci nelle tradizioni celtica e germanica. Nei racconti di fate, l'albero, la fontana e il bosco sono abitualmente collegati fra loro: e sono protagonisti d'una vicenda i cui tratti abbastanza semplici si ripetono, con qualche variante, in molte tradizini sparse nel continente eurasiatico. La fata appare sotto l'albero e presso la fontana, talvolta travestita da vecchia; di solito dona a un brav'uomo povero e meritevole un'inattesa fortuna, oppure predice un avvenire felice a un'onesta e brava ragazza. 


San Michele Arcangelo


Era un'adolescente più o meno tredicenne - un'età tuttavia in cui, nel Quattrocento, non si era più troppo bambine - la Giovanna che, nell'estate del 1425, cominciò a udire (proprio, sembra, nel <<Bois Chenu>>) delle <<voci>>, da lei prontamente attribuite all'arcangelo Michele e alle sante Margherita d'Antiochia e Caterina d'Alessandria. 
Che proprio a metà 1425 fosse l'arcangelo Michele a rivelarsi e a parlare della liberazione della Francia degli inglesi, non è cosa priva di signifcato. L'arcangelo guerriero era ormai il vero e proprio protettore della Francia, da quando il suo collega san Giorgio aveva scelto con tanta decisione la parte inglese (o gli inglesi avevano scelto lui: il che era in fondo lo stesso). Dal 1418, nella Francia settentrionale sottomessa tutta o quasi al re di Francia e d'Inghilterra, l'isoletta fortificata di Saint-Michel-au-Péril-de-la-Mer, tra Normandia e Bretagna; resisteva indomita mantenednosi fedele al delfino. 

Mont-Saint-Michel, luogo arcano di leggende folkloristiche legate forse alle tradizioni celtiche precristiane e visitato da un'apparizione dell'arcangelo che ai primi dell'VIII secolo si era rivelato a sant'Auberto vescovo di Avranches, era divenuto caro alla corona di Francia fin da quando, nel 1204, re Filippo II Augusto se n'era impadronito strappandolo agli inglesi. Luigi IX il Santo vi era giunto pellegrino  nel 1256, Filippo IV nel 1307, l'infelice Carlo VI nel 1393. Erano stati i sovrani di Francia a finanziare la splendida costruzione gotica che ancor oggi incorona lo scoglio: il santuario detto a buona ragione <<la Merveille>>, costituito da re piani sovrapposti simbolo dei tre ordini nei quali si scandiva la società cristiana, quelli che pregavano, quelli che combattevano e quelli che con il loro lavoro assicuravano la vita e la prosperità di tutti. I tre <<stati>> simbolizzati - si dicceva in Francia - dai tre ptali del regale fiordaliso, Il povero Carlo VI nutriva per l'arcangelo una vera devozione: aveva dato il suo nome alla figlia che gli era nata nel 1395 e anche a una delle porte di Parigi. Il culto di Michele era poi divenuto quasi esclusivo nel <<re di Bourges>>, quando i parigini l'avevano abbandonato e si poteva pensare quindi che anche il loro patrono, sa Dionigi, gli avesse voltato le spalle. 

Mont-Saint-Michel, dunque, resisteva. Ed era il simbolo d'una Francia che non s'arrendeva, che non si piegava alla logica del trattato di Troyes e al ritorno al di qua della Manica del potere dei re che governavano dall'altra parte del mare. Nel maggio del 1425 gli inglesi, spazientiti, avevano scatenato contro l'ostinata piazzaforte un'offensiva combianta per terra e per mare. Del resto, Mont-Saint-Michel non era propriamente un'sola: una sottile lingua di terraferma la collegava al continente, ma per molti giorni all'anno essa era sommmersa dall'alta marea. Sfruttando queste speciali caratteristiche del terreno, i difensori avevano tenuto duro nonostante l'assedio fosse ccndotto da uno dei più abili e temibili capi miltiari del tempo, William de la Pole conte di Suffolk. 

La notizia della resistenza della piazzaforte consacrata all'arcangelo si sparse rapidamente in tutta la Francia. Era ricordato che la valle della Mosa era all'incrocio fra itinerario di viaggio e di commercio intensamente frequentati: la strada tra Lione e Treviri, quindi fra corso del Rodano e corso del Reno, v'incrociava - come si è detto - qualla che da Basilea (e quindi dalla pianura padana) conduceva all'area delle <<fiere di Champagne>>, almeno dal XII secolo uno dei centri nevralgici del commercio europeo.  Di merrcanti in grado di recare in Barrois e in Lorena notizie della Bretagna e della Normandia ce n'erano parecchi. A meno che la storia della valorosa difesa dei francesi sotto l'egida dell'arcangelo non fosse stata recata a Domrémy da qualche devoto pellegrino. Nei dintorni del villaggio c'era difatti il santuario di Saint-Michel, una delle tappe dell'itinerario del pellegrinaggio michelita che da Mont-Saint-Michel attraverso la Val di Susa dominata dalla Sagra di San Michele giungeva fino all'altro haut lieu della devozione all'arcangelo, Monte Sant'Angelo, sul promontorio del Gargano in Puglia. 

Giovanna conosceva bene il santuario michelita sito non lungi dalla sua dimora; e non si esagera in ipotesi supponendo che le gesta dei difensori di Mont-Saint-Michel fossero giunte anche alle sue orecchie. Inoltre, i tredici anni sono quelli della pubertà: quelli in cuui le bambine - al contatto con la paura e la sorpresa delle prime perdite sanguigne - sentono, anche se ancora non capiscono, di star diventando ormai donne. E' un momento magico e delicato, bellissimo e terribile: oggi sappiamo che le tempeste ormonali in quelle poche settimane scatenate nei giovanissimi corpi possono produrre turbe quasi sempre solo passeggere, ma non sempre di entità lieve. Non è mancato chi ha posto quei turbamenti in rapporto con le <<voci>>. Fu appunto a tredici anni, secondo la tradizione consacrata dai Vangeli apocrifi, che Maria ricevette la venuta dell'arcangelo Gabriele. Molti sono i contatti fra Maria e Giovanna. Anche nella vita della ragazza del Barrois c'è un arcangelo: ma non quello dell'Annunzio. Giovanna incontra il principe celeste della Guerra, della Morte e della Giustizia. 


Santa Caterina d'Alessandria


Santa Margherita d'Antiochia 



Ma c'erano altri aspetti inquietanti, nelle <<voci>>. La primaa volta che le sentì fu nell'estate del 1425, nel giardino di casa: era mezzogiorno, un momento arcano e terribile della giornata, l'ora dei <<demoni meridiani>>. Giovanna era a digiuno, una condizione che senza dubbio favorrisce li stati emotivi, se non alterati, della coscienza. La voce, che era buona perché veniva da destra, dalla parte della chiesa vicina, ed era accompagnata da una forte e chiara luminosità, era appunto quella - Giovanna se ne sarebbe sempre detta sicura - dell'arcangelo Michele. Le parlarono più tardi Margherita d'Antiochia e Caterina d'Alessandria. Lasciamo ad altri le facili ipotesi che tali <<allucinazioni>> dipendessero da una disposizione psico-fisica o dalle tempeste ormonali collegate con la pubertà. L'attribuziione delle <<voci>> non a in sé niente d'eccezionale: di Michele s'è già detto: Margherita e Caterina erano due tra le sante più venerate in quell'epoca, e non solo nella Francia orientale. 

Le <<vooci>> che parlavano a Giovanna insistevano sulla necessità di adempiere la volontà di Dio, che imponeva la liberazione del suolo di Francia dall'invasore. La ragazza - che talora giungeva anche a vedere gli arcani interlocutori - ascoltava con timore e con commozione: conosceva già la guerra con le sue crudeltà aveva avuto esperienza nel suo stesso paese delle violenze e delle razzie perpetrate dalle bande di mercenari a caccia di bottino. Nel luglio del 1425 alcuni avventurieri borgognoni avevano razziato il bestiame della regione. Nel 1428 gli anglo-borgognoni si erano impadroniti di tutte le piazze della Mosa fedeli al delfino e nel luglio avevano assediato a Vaoucouleurs mentre la gente di Dommrémy era stata costretta a rifugiarsi poco lontano, a Neufchateau, i terra lorenese. Pare che soltanto lì la ragazzina fosse in qualche modo constretta a un più impegntivo lavoro, non più domestico ma pastorale: forse si trattò di badare a un modesto gregge. 

Le <<voci>> andavano facendosi più insistenti e perentorie: pretendevano che la povera fanciulla si facesse profeta di Dio al pari di quelli del Vecchio Testamento: le ordinavano di recarsi <<in Francia>> - vale a dire nelle terre controllate dal delfino - e le ripetevano che essa aveva ricevuto dal Signore la missione di liberare la città d'Orléans dall'assedio nel quale gli inglesi la stringevano fin dall'ottobre del 1428. Orléans, chiave del medio corso della Loira, sorgeva a nord del grande fiume, sulla sua riva destra: era pertanto una sentinella avanzata del <<re di Bourges>> un territorio denominato dal re di Francia e d'Inghilterra. Essa stava a guardia del ponte di pietra che univa le due sponde. 
La gente di Domrémy dovette cominciare presto ad accorgersi della ragazzina che forse non parlava, ma delle <<voci>> della quale chiacchieravano fin troppo parenti, amici e vicini. 

La Francia e l'Europa  del tempo erano assediate dalle <<profetesse>>: alcune - come Caterina da Siena e Brigida di Svezia - grandi sante, oltre al limite dell'eresia. Le sante si collegano sovente ai movimenti mendicanti: già, fra Due e Trecento, Margherita da Cortona , Angela da Foligno, Chiara da Montefalco e Dauphine de Sabron apparivano in un modo o nell'altro connesse con lo spiritismo francescano e con Ubertino da Casale; Catarina da Siena era ina <<mantellata>>, una terziaria domenicaana. 
Non era affatto raro che queste donne che pregavano e che profetavano pretendessero di trattare con i pontefici e con i potenti della terra. Una giovane di Parma, Orsolina Venerii, non aveva esitato, durante il periodo del cosiddetto <<grande scisma d'Occidente>>, a rivolgersi al papa residente in Avignone, Clemente VII domandandogli di rinunziare al suo ufficio in favore del suo collega e concorrente romano in modo da consentire il ritorno della Chiesa all'unità. Nel territorio di Albi - la regione della Linguadoca ai primi del Duecento famosa per la folta presenza degli eretici - la vedova Constance de Rebastens, che si definiva <<sposa del Cristo>>, narrava il contenuto delle rivelazioni da lui ricevute al suo confessore, che le trascriveva diligentemente  in occitano e in latino. La sua vocazione le era apparsa chiara a partire dal 1384, quando aveva cominciato una serie di colloqui con na voce rivelatasi quella del Signore. La missione di Constance si presentava come dotata d'una precisa valenza politica e patriottica: essa era decismente schierata a favore del papa romano contro quello avignonese e, quanto alle faccende occitane, si opponeva a Giovanni II duca d'Armagnac che sosteneva gli inglesi parteggiando invece per Gaston Phoebus conte di Foix e partigiano di Carlo VI, cui attribuiva il compito di por fine allo scisma e guidava una nuova crociata. Constance incappò nel tribunale dell'Inquisizione: le si parlò di pubblicare le sue rivelazioni e la s'imprigionò. Pochi anni più tardi, nel 1396, Jeanne-Marie de Maillé - vedova di un signore della regione della Loira chhe viveva come reclusa presso un convento francescano di Tours - prese a profetare il futuro avvento d'un papa che avrebbe vestito il rude saio del poverello d'Assisi e non mancò di chiedere e ottenere udiena a re Carlo VI né di giungere un paoi d'anni dopo fino a Parigi, dove rimproverò la regina Isabella di Baviera per la vita disordinata per il lusso sfrenato, mentre il popolo soffriva la fame. Alla regina Isabella si rivolse anche, con un messaggio per il papa d'Avignone che veniva invitato una volta di più ai disinteressi, la <<reclusa>> Marie Robine detta anche <<Maria la Guascona>>, essa stessa oggetto di rivelazioni raccolte in un libro. Marie era giunta nel 1389 ad Avignone da uno sperduto villaggio della regione dell'Auch, ai piedi dei Pirenei; dopo una miracolosa guarigione ottenuta grazie a un pellegrinaggio, visse d'elemosine presso la cinta del cimitero di Saint-Michel dell'antica capitale pontificia. <<La Guascona>> sosteneva di ricevere le visioni, il contenuto delle quali era riservato al papa e al re Carlo VI; ma, nel 1398, scrisse anche Isabella di Baviera e fu da questa ricevuta. Marie era latrice di perentori messaggi divisi: il re doveva cambiare vita, lavorare alla composizione dello scisma papale, moralizzare la sua corte: altrimenti i sudditi si sarebbero ribellati, fiumi di sangue sarebbro stati versati, Parigi sarebbe stata distrutta. 

Queste <<profetesse>> ebbero sorti differenti Jeanne-Marie de Maillé fu infatti canonizzata, ma un'altra visionaria, Catherine Sauve, sarebbe stata bruciata a Neufchateau nel 1417; da parte loro altre ispirate, come Catherine de la Rochelle e santa Colette de Corbie, avrebbero più tardi incontrato entrambe la ragazza di Domrémy. 

Di Giovanna e delle sue visioni fu dinque costretto a occuparsi alla fine dello stesso capitano della piazza di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt, che da pocco aveva a malapena respinto una parte offensiva borgognona e non aveva troppa voglia d'affrontare altri grattacapi. La ragazzina aveva già cercato di farsi ricevere una prima volta da lui nel maggio del 1428, quando si era recata a Vaoucouleurs col pretesto di venir a soggiornare qualche giorno presso uno zio che colà abitava. In quell'occasione, che fornì forse l'avvio alle chiacchiere del paese su Giovanna (che forse circolavano però già da tempo), il capitano si rifiutò di riceverla e di dar peso alle vociferazioni e alle polemiche: consigliò al familiare che accompagnava quella strana ragazzina dall'abito  scarlatto di riportarla indietro senza tante storie, curando con quattro schiaffi la malattia che la faceva parlar troppo di Dio e di liberazione... Ma in seguito, nel gennaio del 1429, Robert accettò di star a sentire la figlia di Jacques d'Arc, un uomo che egli conosceva e stimava. 

Il rude cappitano di Vaoucouleurs, anche se non si lasciò convincere, rimase per lo meno turbato dall'incontro e dal colloquio con l'ostinata ragazza che non faceva mai più mistero del compito assegnatole dal cielo: forse decise di sbarazzarsi d'una responsabilità che poteva diventar gravosa, forse pensò che non spettasse comunque a lui una decisione definitiva. Si affrettò a spedire a Nancy, ai suoi due signori feudali, quell'adolescente che parlava un pò troppo di <<voci>> e di visioni. 

Il principe angioino si trovò indietro dinanzi alla pospettiva d'occuparsi di quella faccenda di <<voci>> e di profezie: ma il capitano di Vaoucouleurs, frattanto, aveva forse avvertito il delfino e su sua autorizzazione deciso d'inviargli la giovane, che il parroco di Vaoucouleurs aveva provveduto di esorcizzare e che alcuni nobili dei dintorni d'aiutare e d'accompagnare. 
Dopo averle assegnato una piccola scorta, Robert lasciò che la ragazza indossasse abiti maschili più adatti al viaggio e partisse su un cavallo donatole dai suoi compaesani. Sapeva già cavalcare, quella sedicenne figlia di piccolissimi proprietari? Comunque imparò presto. Gli abiti maschili e l'addio ai congiunti e al fidanzato che la famiglia le aveva scelto furono il segno della rinunzia a una vita familiare e sessuale ordinaria, a un destino sereno di moglie e di madre. Seguiva un modello? Nella storia di santa Marrgherita c'è qualcosa di simile: la storia d'una donna che indossa abiti da uomo per poter vivere insieme con gente dell'altro sesso. 

Jacques d'Arc aveva sognato una volta che Giovanna abbandonava la casa paterna per seguire una torma di soldati. Era tutt'altro che strano, in quegli anni di violenza e di miseria, un tale destino: erano molte le piccole sciagurate che si davano a seguire una compagnia d'armati, spinte dal bisogno o perdute dietro a un miraggio d'amore e di gloria divenute ormai schiave della loro abiezione. Un sogno come quello di Jacques poteva aver un significato solo, e molto chiaro: ed egli soleva ripetere che, piuttostodi accettare una cosa del genere, avrebbe annagato la figlia con le sue stesse mani o avrebbe obbligsto uno dei fratelli a farlo in vece sua. In un certo senso, ora, le sue paure prendevano corpo: eppure l'incubo si avverva in modo ambiguo, che faceva  pensare in qualche modo lasciava ben sperare. Giovanna se ne andava di casa, sì, e in abiti da maschio, e accompagnata da gente d'arme: tutto sembrava onorevole, eppure una certa anbiguità aleggiava sugli eventi, sui colloqui col castellano di Vaucouleurs, sul viaggio di quella ragazzina che non avrebbe neppur dovuto saper stare in sella. Chi l'avrebbe difesa dagli imprevisti d'un viaggio invernale tra una scorta della quale non si sapeva quanto si potesse fidare e i rischi delle intemperie, delle belve della foresta, di fuorilegge, dei soldati, in un tempo di guerra civile endemica nel quale era così difficile distinguere tra un bandito e un uomo d'arme? E chi avrebbe tutelato lei e la sua famiglia dalle malelingue dei compaesani? Jacques non era un uomo qualunque, a Domrémy, aveva rivestito cariche di rappresentanza nella comunità, era un personaggio in vista. 

La piccola comitiva doveva percorrere quasi seicento chilometri, più della metà dei quali in territorio borgognone, per giungere al castello di Chinon, sulla sinistra della Loira, poche miglia a sud-est della confluenza  del grande fiume con la Vienne: là in quel monento, risiedeva Carlo di Valois. Il <<uo dolce delfino>>, lo chiamava Giovanna. 

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://allmadamevrath.tumblr.com/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath?tab=wX

lunedì 9 ottobre 2017

Giovanna d'Arco La Guerra dei Cent'anni

 La guerra dei Cent'Anni



L'avventura di Giovanna si consuma rapidamente, nei due anni compresi fra il e il  . Nata con ogni probabilità attorno al 1412, la Pulzella sale sul rogo a Rouen nel 1431, a meno di vent'anni. La sua brevissima vita si esaurisce tutta all'unterno di una delle fasi conclusive di quel lungo periodo di guerre e di disordini che ha interessato direttamente Francia e Inghilterra ma anche indirettamente (e in modo diverso) ha toccato anche le penisole iberica e italica. Un periodo al quale siamo orai abituati ad attribuire il nome di <<guerra dei Cent'anni>>, per quanto a dire il vero i suoi limiti cronologici siano un pò più ampi: 116 anni, dal 1337 al 1453.

Si tratta della <<crisi del Trecento>>, perpetuatasi in relatà anche nel secolo succesivo e, secondo alcuni, giunta a saldarsi attraverso ulteriori fasi e articolazioni alle due altre crisi che hanno contrassegnato l'Eurpa moderna: quella religiosa ed economica del cinquiecento, caratterizzata dala Riforma e dalla <<rivuluizione dei prezzi>>, e quella globale del Seicento, culminata nella peste del 1630 ed esauritasi solo verso la metà del secolo, con la fine d'un altro lungo conflitto europeo, la <<guerra dei Trent'anni>>.

Sin dai prmi del XIV secolo, si erano cominciati ad avere inverni più lunghi e rigidi e stagioni più piovose che incisero negativamente sui raccolti provocando carestie e di conseguenza debiliazioni nelle già provate strutture fisiche specie degli appartenenti ai ceti meno abbaienti, da generazioni abituati a un'alimentazione non solo scarsa, ma siprattutto a base di carboidrati, povera quindi tanto di grassi quanti di vitamine. Coseguenze di tutto ciò furono una più accentuata mortalità infantile, un generalizzato flettersi della <<speranza di vita>> e l'insorgere della caratteristica sequenza di carestie e di epidemie: quete ultime ebbero buon gioco nell'abbattersi su una popolazione fisiologicamente indebolita dalla scarsa e cattiva alimentazione. Dopo le <<febbri>> che reiterate influirono nel secondo decennio del secolo, accompagnate da un clima freddo e umido, la peste che dilagò per l'Europa fa 1347 e 1350 e infine - sia pur a irregolari intervalli - a partire dal 1380, si associò alla fame e alla guerra nel colpire pesantemente la popolazione europea e determinarne una netta regressione demografica. Era davvero il tempo dei Cavalieri dell'Apocalisse. 

Caratteristico dell'epoca, accanto al contrarsi delle popolazioni urbane - entro le cinte murarie cittadine, fino a tutto il Duecento piene come uova, si andarono allargando spazi tenuti a giardini, orti e perfino pascoli - , fu il fenomeno dei cosiddetti <<villaggi abbandonati>>, veri e propri insediamenti che la pressione demografica dei decenni precedenti aveva obbligato a impiantarsi in territori non sempre favorevoli (aree di alta collina o di fondovalle minacciate dalle paludi) ma che, appena la falce della morte ebbe diradtao gli abitanti, furono i primi a venire abbandonati. Il fenomeno, pesante in Franca e in Germania, lo fu molto meno tuttavia in Inghilterra.

Il momento più drammatico della <<crisi del Trecento>> fu la Peste Nera del 1347-1350. che però era stata originata e poi accompagnata e seguita da un complesso di concause che interagirono: climatiche (un generale raffreddamento dell'intero emisfero boreale e quindi un susseguirsi di cattive annate agricole, specie a partire, come s'è detto, dal secondo decennio del secolo), demografiche, socioeconomiche (il malesseere espresso specialmente dalle rivolte cittadine e contadine degli anni  Quaranta - Ottanta), politico-istituzionali, religiose (le eresie, lo scisma del 1378-1417).



La <<guerra dei Cent'Anni>>, fra 1337 e 1338, comportò come conseguenza indiretta ma quasi immediata il crack finanziaro delle grandi banche fiorentine dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaioli e di altri che avevano investito capitoli ingenti tanto in Francia quanto in Inghilterra. La causa immediata del conflitto fu il vuoto dinastico creatosi con la morte senza eredi maschi, il 1° febbraio 1328, del trentatreenne Carlo IV, ultimo re di Francia diretto discendente della dinastia capetingia. Egli si era sposato tre volte: la terza moglie, Giovanna d'Eveux, era allora incinta e partorì poco dopo una bambina.

L'assemblea dei baroni del regno decise pertanto di offrire la corona a un cugino germano del defunto re, Filippo, figlio di quel Carlo di Valois fratello di Filippo VI il Bello che aveva più volte tentato con poca fortuna la sorte, come candidato alla signoria di Firenze e addirittura alla corona imperiale. In tal modo Filippo di Valois divenne Filippo VI re di Francia

Nel 1066 il trono dell'ormai faticosamente unificata monarchia anglo-sassone era stato conquistato con l'appoggio pontificio da Guglielmo duca di Normandia, che era venuto così a trovarsi in una delicata per quanto all'epoca non inconsueta situazione: come re d'Inghilterra, in condizione paritaria con il sovrano di Francia, ma come duca di Normandia, feudo francese, era vassallo. La questione si era ulteriormente complicata con l'insediamento del 1154 sul trono d'Ingliterra di una nuova dinastia, quella dei Plantageneti duchi d'Angiò: il nuovo re Enrico II sposò Eleonora duchessa d'Acquitania, che era stata ripudiata da Luigi VII re di Francia, e in tal modo divenne a vario titolo signore di gran parte del territorio francese. Tra la fine del XII secolo e i primi del XIII, sotto il regno di Filippo II Agusto, la compagine francese si andò pian piano ricostituendo grazie a un'articolata politica dei trattati, di acquisizioni matrimoniali, di sistemazioni feudali, di colpi di mano, di vittorie militari come quella di Bouvines nel 1214. Grazie ai re francesi del Duecento, soprattutto a Luigi IX il Santo, l'influenza e la presenza politica inglesi furono ulteriormente ridotte. Nel 1329, allorché Edoardo III d'Inghilterra  - dopo aver protestato contro la scelta dell'aristocrazia francese che lo escludeva dal trono di Francia - si decise a rendere omaggio a Filippo VI per i suoi processi feudali al di qua della Manica, essi erano ridotti all'area sudoccidentale dell'antica Acquitania - Guascogna (cioè il ducato di Guienna tra la Gironda e i Pirenei) e al modesto territorio costiero del Ponthieu incuneato fra Normandia e Artois, a sud del canale della Manica.

Un'area d'attrito molto importante era quella fiamminga, caratterizzata da ricche e operose città in stretto rapporto con l'Inghilterra dalla quale le manifatture tessili di Fiandra importarono la materia prima, la lana. In seguito a un rinnovato tentativo dei comuni fiamminghi di liberarsi dalla seconda tutela del re di Francia, Filippo VI aveva ordinato e guidato una dura repressione: per tutta risposta i capi della ribellione di Fiandra avevano incoraggiato il re d'Inghilterra a reclamare i suoi diritti al trono francese troppo presto lasciati cadere. Così mentre Filippo nel 1338 dichiarava Edoardo decaduto in quanto vassallo infedele dai suoi feudi francesi, questi a sua volta rivendicava il trono francese con l'appoggio dei comuni fiamminghi che lo riconoscevano loro sovrano. 

Edoardo III aveva adottato come sua insegna una croce rossa su fondo d'argento. Si trattava di un simbolo che aveva già una lunga vita: alla terza crociata fra 1189 e 1192, aveva distinto i guerrieri - pellegrini francesi, e nel Duecento era stato usato soprattutto in Italia dalle milizie guelfe incoraggiate da inquisitori e predicatori popolari. Alla terza crociata gli inglesi si erano fregiati di una croce bianca, mentre la simbolica della lotta politica nella penisola italica del Duecento conobbe una croce rossa <<guelfa>> contrapposta all croce bianca <<ghibellina>>.

La croce rossa in campo d'argento era diventata per eccellenza il simbolo della <<guerra santa>> (fin dalla fine dell'Xi secolo una croce rossa cucita sugli abiti era il segno dei pellegrini armati diretti a Geusalemme): e per questo la si era sempre più spesso attribuita come arme araldica al più celebre santo guerriero dell' Occidente, san Giorgio; anche il cavaliere - santo per antonomasia - quel Galaad che nel romanzo mistico-cavallersco duecentesco detto Queste del Graal era rivestito di veri e propri caratteri cristici - portava uno scudo argenteo rosso crociato.

La guerra dei <<Cent'Anni>>; sul piano formale scoppiò come conflitto dinastico per la successione della corona francese, allorché Edoardo III rivendicò - non senza ritardo - i suoi diritti al trono che era stato fino al 1328 suo zio. Ma c'erano in realtà sul tappeto irrisolte questioni vassallatiche e la ricca posta costituita dall'egemonia sulla regione tra la Somme e la Schelda e le sue operose, opulente città.

Niente inoltre, nella Cristianità ocidentale, sembrava potersi paragonare in potenza e in bellezza alla fiera e scintillante cavalleria francese, espressione d'una ricca, superba nobiltà feudosignoriale. Ma le continue guerre ai confini del Galles e della Scozia avevano insegnato agli inglesi come si dovessero adottare le tecniche di combattimento ai terreni scabri, accidentati, disseminati di boschi e di macchie, che la pioggia rendeva sovente pesanti e fangosi. I cavalieri inglesi avevano imparato per tempo dunque a scendere dalle loro cavalcature e a combattere a piedi, usando le loro lunghe lance come picche. 

La superiorità militare inglese ben presto s'impose, sia per l'abilità con la quale Edoardo aveva saputSi o acquistarsi alleati - dai fiamminghi ai bretoni - , sia per l'eccezionale contributo guerriero fornito da forti, feroci, frugali montanari scozzesi e gallesi: fanterie coraggiose e intoccabili che a più riprese riuscirono a uiliare la superba cavalleria aristocratica francese. Ad essi si affiancavano gli arcieri inglesi e gallesi, i bowmen armati dei loro lunghi archi che dal Duecento erano il simbolo stesso della loro condizione di uomini liberi, yeomen e freeholders: contadini soggetti non alla giurisdizione baronale bensì a quella diretta del sovrano.

La freccia lunga era troppo sensibile al vento e aveva una capacità di penetrazione relativamente scarsa, mentre i verrettoni delle balestre erano precisi e penetravano a fondo: in cambio, però nel tempo necessario per un solo tiro di balestra, un arciere riusciva a scaricare cinque o sei volte la sua arma, senza contare la maggiore gittata degli archi rispetto alle balestre. Questi due fattori, combinati, furono uno degli elementi decisivi della superiorità inglese, alla quale contribuirono anche le prime aritiglierie a polvere, le <<bombarde>>.

A Courtray, nel 1302, il fiore della cavalleria di Francia fu umiliato dalle intrepide e feroci fanterie comunali fiamminghe: <<battaglia degli sproni>> fu chiamata quella giornata in cui la gente di Fiandra ammassò in grossi mucchi i lunghi aurei speroni dei nemici atterrati. Allo stesso modo, o in modo molto simile, i cavalieri francesi furono spesso battuti fra Tre e Quattrocento. A Poitiers fu preso prigionieo anche il re di Francia Giovanni II il Buono, il quale, condotto in Inghilterra, lasciò un regno in preda a ricolte borghesi e contadine (le celebri Jacqueries). Intanto, gli inglesi avevano anche distrutto la flotta nemica e si erano impadroniti saldamente di Calais.

A Crécy nel 1346, a Poitiers nel 1356, più tardi ad Anzicourt nel 1415 - l'orgoglio nobiliare francese fu umiliato: dinanzi alle cariche o andate della cavalleria francese gli inglesi opposero una linea sottile ma micidiale di arcieri, rinforzata da cavalieri appiedati. Il cronista Froissart ricordava un cielo di battaglia bianco di frecce, come per una terribile nevicata. I cavalli francesi cadevano crivellati di frecce disseminando il disordine, intralciando e scompaginando le andate successive della cavalleria, obbligando i cavalieri che venivano loro dietro a dar di volta ai loro destrieri o a rinculare: ed erano la confusione, il panico, la fuga. A questo punto i loro colleghi e avversari inglesi rimontavano in sella e, appoggiati da reparti freschi fin allora tenuti di riserva, piombavano su di loro per il colpo di grazia. 

Si giunse nel 1360 alla pace di Brétigny: Edoardo III rinunziò alle sue pretese sulla corona di Francia, in cambio del riconoscimento della sovranità sulla Guienna che faceva di lui il padrone di tutto il Sudovest. Ma la guerra riprese nel 1369: sotto la guida del nuovo re Carlo V il Saggio i francesi, ammaestrate dalle sconfitte della precendente fase bellica, evitarono gli scontri frontali e le battaglie campali dandosi in cambio a una serrata tattica di guerriglia, nella quale fu maestro il conestabile Bertrard du Guesclin.

La prima fase del conflitto si chiuse con un'ambigua battuta d'arresto determinata dalle morti, a breve distanza fra loro, di Edoardo III d'Inghilterra e nel 1377 di Carlo V di Francia nel 1380. In entrambi i paesi i diritti al trono erano passati a due minorenni, Riccardo II al di là della Manica, Carlo VI al di qua di essa: ed entrambi si erano trovati a dover subire la tutela dei loro nobilissimi parenti, mentre i due paesi erano preda d'un regresso demografico di ampie proporzioni e venivano percorsi da continui fermenti di rivolta sia nelle città sia nelle campagne. Era quello, del resto, un altro aspetto di quella vasta fase involutiva della storia euro - occidentale del XIV secolo. 

Carlo VI al ventesimo anno d'età - la tutela edi suoi potenti e discordi zii, i duchi Luigi d'Angiò, Giovanni di Berry e Filippo di Borgogna. Il matrimonio fra il giovanissimo sovrano e Isabella di Baviera non migliorò la situazione: la lotta per il potere effettivo andò radicandosi tra due fazioni, i partigiani di un altro zio di Carlo VI, il duca Filippo di Borbone, e i sostenitori del fratello del re, Luigi duca d'Orléans. Mentre in Inghilterra la situazione era andata assestandosi a partire dal 1399 con l'ascesa al trono della dinastia dei Lancaster, in Francia il troppo lungo regno del debole Carlo VI - caduto anche preda della follia - aveva consegnato il paese ai capi dei grandi <<principati d'appoggio>> che se lo contendevano: i duchi di Berry, d'Orléans, d'Angiò e Provenza, di Borgogna. Ben presto, l'accanita lotta per il potere si sarebbe ristretta a Filippo l'Ardito duca di Borgogna, senza dubbio l'uomo più potente e il politico più saggio del regno, e a luigi d'Orléans. Con la morte di Filippo, nel 1404, il duello sarebbe continuato con suo figlio Giovanni, che qualche anno prima, alla crociata, si era guadagnato il cavalleresco epiteto di <<Senza Paura>>: egli aveva preso in tutti i sensi il posto ed assunto il ruolo del padre.

Giovanni era dotato d'una fredda e spregiudicata lucidità politica: mancava però dell'autorevolezza e della prudennza paterne, Borgonga e Orléans si misuravano e s'intralciavano a vicenda. Giovanni impediva a Luigi d'insignorirsi di Genova che in quel momento era alla ricerca di un protettore; e questi in cambio impiantandosi nel Lussemburgo, rompeva le uova nel paniere alla politica borgognona d'egemonia sui Paesi Bassi. La rivalità si estendeva ai grandi problemi politici: il duca d'Orléans si ponunziava formalmente entro le pretese dei Lancaster che non avevano rinunziato alle loro mire sul trono di Francia, mentre quello di Borgogna rispondeva assumendo un atteggiamento possibilista; il primo ribadiva l'ormai tradizionale lealismo al papa avignonese nella questionde dello scisma nato nel 1378, e il secondo ribatteva avvicinandosi al pontefice di Roma. 



La corte mostrava dunque di propendere ormai per il duca d'Orléans, anche perché egli sembrava aver del tutto dalla sua cognata la regina: senza dubbio fra i due v'era un'intesa, forse una forte complicità politica, ma si sussurrava con sempre maggior consistenza che essi fossero anche amanti. Qual'era il vero segreto dell'ascendente del fascinoso sulla sovrana? Giovanni di Borgogna fremeva: la sua politica di potenza e di splendore dinastico l'aveva ridotto pieno di debiti e quasi in miseria, mentre il cugino gli negava qualunque accesso alle finanze pubbliche, l'unica risorsa che gli avrebbe consentto di risollevarsi. Decise quindi, alla sua maniera fredda e violenta di risolvere il problema. La notte del 23 novembre 1407 il nodo gordiano fu reciso.

Il <<pasticciaccio brutto di Rue Ville - du Temple>>: lì, a Parigi, nella notte del 23 novembre 1407 alcuni sicari assassinarono Luigi duca d'Orléans, uno dei padroni della Francia del tempo; o di quel che ne rimaneva. Veramente la fama di freddezza e d'intrepido animo del <<Senza Paura>> non resse troppo, in quel frangente, alla prova. Al funerale del cugino aveva ostentato un grande dolore: ma scenate del genere, con pianti e stracciamenti di vesti, erano del tutto naturali nel gusto del tempo. Non appena si rese conto però che le indagini stavano portando diritto al suo Hotel d'Artois, dov'egli teneva nascosti gli assassini, prima conferì con lo zio Giovanni di Berry confessandogli di aver fatto uccidere il cugino per istigazione del diavolo - che, come tutti sanno, ha sempre ogni colpa -, quindi sfuggì al sicuro nella sua Fiandra e da Gand affidò a Simon de Solux l'incarico di scrivere un primo memoriale in cui si giustificava il delitto. 

Si consigliò ad Omines con due retori e studiosi  che nel 1406 a Parigi, avevano discusso il problema dello scisma pontificio: Pierre aux Boeufs e soprattutto il brillante maestro di teologia Jean Petit uomo di fiducia della casa di Borgogna e sostenitore deciso della causa del pontefice romano. Noi lo chiamiamo Jean Petit perché così siamo abituati a fare, ma è incerto si tratti di un nome e un cognome: per il cancelliere dell'Università di Parigi Jean Gerson, che lo detestava, egli era Johannes Parvus <<Giovanni il Piccolo>>.

La faccenda di Luigi d'Orléans fu discussa in pubblico. L'8 marzo del 1408, all'Hotel de Saint - Pol dinanzi a un uditorio di gran livello: il Consiglio reale, nel quale sedevano tra gli altri il re di Napoli Luigi II d'Angiò, Giovanni dica di Berry e Giovanni VI il Buono duca di Bretagna - Jean Petit recitò il suo lungo memoriale intitolato Justification de monseigneurle dic de Bourgogne sur le fait de la mort ed occision de feu le duc d'Orléans.

Il tema scelto era il versetto biblico <<Radix omnium malorum cupiditas>>, svolto con razionale distinzione scolastica e con dovizia d'erudizione sacra e profana. Il centro dell'assunto corrispondeva a un veccio argomento, su cui avevano lavorato i Padri della Chiesa e i Maestri scolastici - e su cui avrebbero più tardi insistito i monarcomachi ugonotti e gesuiti - : la legittimità dell'uccisione del tiranno. In un'accurata sequenza di comprovate realtà e le spudorate calunnie. Sarebbe stato Luigi a organizzare, nel 1392, quel <<Bal des Ardents>> al quale il misero re folle Carlo VI - che in quell'occasione avrebbe dovuto essere assassinato - era sfuggito per caso; ancora, nel festoso convento dei celestini, il vizioso duca si sarebbe intrattenuto col <<mago>> Filippo di Méziéres in progetti di morte o di veneficio; del resto, Luigi avrebbe assistito di sua volontà, anzi in seguito a una precisa programmazione, a un'evocazione demoniaca celebrata da un frate allontanato dal suo Ordine, nel corso della quale i due diavoli Heremas ed Estramain, apparsi in abiti verdi (era, quello, un dei colori diabolici d'ordinanza), avrebbero consacrato delle armi e un anello prima che il nefando rito si concludesse con il furto del corpo di un impiccato, asportato dalla forca. La Justification si accaniva in modo speciale contro il ppovero Filippo di Méziéres mistico allievo di Pietro Thomas romanntico ideatore di corciate e di riti cavallereschi.

Il successivo 11 settembre, l'abate Thomas di Cerisy presentò una controdimostrazione, abbiamo notizia di un progetto di replica del Petit a tale documento, ma pare non se ne facesse di nulla. Ad ogni modo, dopo un primo istante di entusiasmo per l'abilità retorica del maestro filoborgognone, la violenza e la tendenziosa capziosità del suo assetto finirono con l'attirargli una quantità di critiche e di ostilità anche feroci. Fosse la durezza degli avversari a provocare il suo isolamento, fosse piuttosto la sostanziale ingratitudine del duca di Borgogna a determianre l'emarginazione, i retore un tempo adorato dalle folle parigine e dalla raffinata gente di corte si spense ormai dimenticato a Hendin nel 1411. La Justification fu denunziata dal Concilio di Costanza, ora che la questione dello scisma si andava risolvendo, gli estremisti dell'una e dell'altra parte andavano scaircati, e Jean Petit si era troppo compremesso con il partito romano. 

Ormai comunque il veleno sparso dal Petit e dai suoi pari aveva sortito lo stesso effetto: e come dice il buon William Shakespeare, il malanno era combinato. La lotta tra gli <<armagnacchi>> - così chiamati dal conte Giovanni I d'Armagnac, suocero del nuovo duca d'Orléans Carlo, figlio dell'ucciso - e i <<borgognoni>> era ormai cominciata. Giovanni <<Senza Paura>> non avrebbe mai perdonato a Jean Gerson - che un tempo era pur stato appoggiato dalla sua famiglia - le sparate contro quel Petit che, tuttavia egli aveva presto dimenticato, con scarsa riconoscenza per i servizi resi. Il cancelliere dell'Università di Parigi, terminato il Concilio di Costanza, non sarebbe potuto rientrare nella sua città ormai egemonizzata, da partigiani che portavano cucita sui berretti e sul petto la bianca croce di Sant'Andrea, il patrono della dinastia borgognona.  

Il cronista Enguerrand de Monstrelet si servì di quel testo prolisso e mediocre, prezioso tuttavia per chi intenda studiare i meccanismi del consenso e della propaganda del XV secolo; per chi voglia capire come a quel tempo, si seguisse il peraltro antico sport di sbattere il mostro in prima pagina e di fondare sulla menzogna e sulla calunnia i miti politici del momento. 

Il delitto aggravò il già durissimo scontro fra i due partiti dei <<borgognoni>> - appoggiati di nuovo dalla regina Isabella nonché dall'Università di Parigi e dai violenti borghesi della capitale desiderosi d'un governo libero ed efficiente - e degli <<armagnacchi>>. Giovanni <<Senza Paura>>, decise a questo punto di risolvere la situazione liberando il regno dall'instabilità in cui lo stava mantenendo l'incapace Carlo VI: sollecitò il nuovo e d'Inghilterra, Enrico V di Lancaster, a riprendere il cammino dei suoi successori verso il regno di Francia. Strumento del rinnovarsi della prretesa al trono fu la richiesta, da parte di Enrico, della mano di Caterina di Valois del sovrano francese. Il partito armagnacco, tuttavia, rifiutò di piegarsi alla nuova situazione e appoggiò i diritti el fratello di Caterina, i <<delfino>> Carlo (l'erede al trono di Francia si chiamava delfino dal soprannome dei conti del Delfinato, area alpina nordoccidentale divenuta fin dal 1349 suo appannaggio); Enrico rispose sbarcando nel 1415 in Francia ad Harfleur, con un esercito di 6000 uomini, con i quali batté gli avversari nella battaglia campale d'Anxicourt. 

La morte di Giovanni <<Senza Paura>>, fatto uccidere quattro anni più tardi in un agguato al ponte di Montereau dal delfino Carlo - chhe intendeva in tal modo vendicare Luigi d'Orléans, ma soprattutto punire colui che era stato la causa prima dela crisi dei suoi diritti alla corona - non incise sul corso degli avvenimenti; anzi, indusse il nuovo duca di Borgogna Filippo III, succeduto al padre ucciso, ad appoggiare con maggioe e più decisa forza il sovrano di casa Lancaster che veniva a strappare ogni diritto e ogni speranza al principe assassino, sospettato olretutto d'essere il frutto illegittimo degli amori di Isabella di Baviera e il cognato Luigi d'Orléans. Le nozze tra Enrico d'Inghilterra e Caterina di Francia, celebrate nel 1420, furno accompagnate dal trattato di Troyes, mediatore e regista del quale fu il nuovo duca di Borgogna: con esso si stabiliva che Enrico V d'Inghilterra, sarebbe asceso al trono francese alla morte del suocero mantenendo tuttavia separate le due corone. Contestualmente, Carlo VI diseredò suo figlio Carlo, il delfino. 

Il delfino s'incaricò tuttavia di evitare che il meccanismo previsto dagli accordi di Troyes funzionasse come si era previsto. In un medesimo anni il 1422 vennero a mancare a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro Enrico V e Carlo VI. Ma la regale coppia d'Inghilterra aveva fatto in tempo a generare un figlio, al quale era stato imposto il medesimo nome del padre. Fu lui, col nome di Enrico VI, a cingere la sua povera testolina d'infante - ancor prima di cominciare a camminare e a parlare - delle due pesanti corone di Francia e d'Inghilterra. 

La Francia si trovò divisa in tre blocchi. Il Nord e l'Ovest del paese erano governati dagli inglesi sotto il pugno di ferro di Giovanni duca di Bedford, zio del re-bambino, a oriente si stendeva la complessa, variegata, ricca, operosa area percorsa dalla Mosa che collegava le Alpi al Mare del Nord e che a vario titolo era posseduta o comunque governata dal duca di Borgogna, quel Filippo - detto <<il Buono>> dai suoi borghesi che gli erano grati per la generosità del regimme fiscale - alleato sicuro e potente degli inglesi ma teso a una politica europea di vasto respiro, che guardava ad est verso l'Impero romano-germanico; infine, a sud della Loira, il dominio del delfino Carlo - per dileggio detto <<re di Bourges>> - teneva con poca sicurezza e scarsa energia, insieme un paese dall'ampia estensione ma dalla vita civile incerta, fortemente condizionato nella sua stessa compagine dalla Guienna, enclave inglese tra Gironda e Pirenei. Molte erano però le zone marginali e confinali sulle quali l'autorità era contestata e nelle quali ribollivano le passioni e le lotte partigiane. 

La guerra, le carestie, le pestilenze avevano impaurito, stancato, prostrato le povere genti di Francia come di tutta Europa. Frequenti nella seconda metà del Trecento, erano state anche le sollevazioni contadine e quelle cittadine. La pressione fiscale resa necessaria dalla guerra endemica, aveva esasperato gli strati più umili della popolazione, che le continue incursioni delle bande di mercenari - relativamente poco pericolose in guerra, ma ben più avide e feroci durante le fasi di tregua, quando restavano momentaneamente disoccupate - riducevano periodicamente alla disperazione. L'inquietudine spirituale e religiosa teneva dietro all'instabilità sociale ed economica. La Chiesa sorvegliava attentamente con i suoi predicatori popolari e i suoi strumenti inquisitoriali, per impedire il dilagare della propaganda eretiicale, ma alle istanze mistiche sempre più forti non solo tra religiosi, bensì anche tra i laici, (e tra le donne), faceva riscontro una sensibilità collettiva eccitata dalla paura e dalle sofferenze, sensibile al ritorno di antiche superstizioni e al radicarsi di nuove, attenta alle voci che parlavano di sogni, di visioni, di apparizioni demoniache, di mostri, di prodigi. Era il tempo delle grandi processioni penitenziali, come quella dei <<Bianchi>> che alla vigilia del nuovo secolo, portavano a Roma migliaia di pellegrini e di flagellanti, era il tempo delle grandiose e paurose rappresentazioni della Morte che trionfa su tutte le cose e che danza con tutti. 

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath

lunedì 6 giugno 2016

Giovanna d'Arco, la vergine guerriera. La mia Giovanna. Di Franco Cardini

La mia Giovanna


Giovanna d'Arco. Place des Pyramides


Perché Giovanna? Perché questa ragazza, vissuta nel XV secolo, vestita di ferro e morta sul rogo per un decreto inquisitoriale, quindi riabilitata con successiva sentenza, poi santificata (sì, ma con quasi mezzo millennio dopo la sua tragica fine), in seguito diventata emblema ora di cattolici tradizionalisti ora di populisti anticlericali, ora della destra ora della sinistra, ora di meetings patriottici ora di movimenti femministi? Ha un senso riproporre nello scorcio fra II e III millennio questa giovane nata ai confini della Francia e innalzata a simbolo centrale della nazione francese; questa contadinella che non volle rassegnarsi al suo destino di povera figlia della campagna e volle farsi guerriero e kingsmaker, che sfidò la morale del suo tempo vestendo e cavalcando come un ragazzo, che si ostinò nel rivendicare il suo ruolo profetico di fronte a un tribunale di dotti teologi e di illustri giuristi che la richiamava al suo dovere d'inchinarsi dinanzi all'autorità istituzionale e mediatrice della chiesa?
Vergine guerriera, conserva il suo fascino archetipo: come le amazzoni, come la vergine Camilla cara a Virgilio e a Dante, come Bramante e Clorinda. L'hanno paragonata a donne politiche, a paladine dei diritti umani, a protagoniste del nostro tempo. E d'altra parte dal poema eroicomico di Voltaire in poi, è stata spesso ridicolizzata e magari dissacrata.


Filippo il Buono. Duca di Borgogna


Destino paradossale d'una ragazza giustiziata perché aveva osato andare fino in fondo contro il suo tempo - lei, donna, aveva voluto combattere come un uomo; lei, cristiana, non s'era piegata dinanzi a un tribunale della Chiesa - e poi troppo spesso denigrata come simbolo di devozione convenzionale e di retorica da sacrestia.

Tra Fleming e Rossellini, avevo scoperto la Francia, accadde com'era logico aspettarsi accadesse allora, durante una gita scolastica del , verso i magici tredici anni in cui, a quel tempo, si cominciava ad abbandonare i calzoni corti e a sbirciare le ragazze. E quella giovane patinata d'oro, alta sul grande cavallo del monumento in Place des Pyramides, m'affascinava; così come mi commovevano le immagini riprese tutte o quasi dal celebre quadro d'Ingres e replicate in mille modi (in marmo, in gesso, in legno, in bronzo) in tutte le chiese di Francia.

Fu per capire qualcosa di più dei suoi tempi e del suo grande avversario, Filippo il Buono duca di Borgogna, che ai primi anni Sessanta mi capitò d'affrontare le fitte pagine d'uno dei più bei libri che siano mai stati scritti , "L'autunno del Medioevo" di Johan Huizinga. Mi furono pronubi in questo, due miei cari maestri dell'Università di Firenze di allora, Eugenio Garin  ed Ernesto Sestan, che amavano entrambi - sia pure per motivi differenti, come più tardi riuscii a capire - l'opera dello Huizinga e, attraverso di essa, la figura di una degli ispiratori dello storico olandese, il grande Erasmo da Rotterdam.


Johan Huizinga

E il ducato di Borgogna fra Tre e Quattrocento - con quel suo impiantarsi così fascinoso al confine tra Francia e Germania, con quel suo estendersi dall'Olanda alla Svizzera, con quella sua politica dei grandi orizzonti che andava dalla Spagna all'Italia fino ai bordi dell'Asia - mi sembrava rappresentare idealmente e perfettamente una specie di compendio anticipato d'Europa.

Pensando a Giovanna, ho ripreso in mesi recenti le tappe del suo pellegrinaggio: da Domrémy a Chinon, da Orléans a Reims, da Poitiers a Sully, da Campiègne a Rouen. E mi sono sorpreso così a ripetere, in realtà, quelle della mia esistenza; a ricercare tra i villaggi e le chiese, tra le strade e le aule universitarie, le tracce delle cose che ho amato.

Durante il suo processo, lei dichiarò che al suo paese tutti la chiamavano Jeannette, e che il nome Jeanne le era stato attribuito soltanto quando era arrivata in Francia. Poiché aggiunse che al suo paese le ragazze portavano il nome della madre, si sarebbe dovuto forse chiamarla Romée: ma quello era più un soprannome che un nome. E poi, ai primi del Quattrocento, i cognomi moderni non erano ancora stabiliti: sarebbero emersi a poco a poco, fissando patronimici, toponimi d'origine, epiteti professionali, soprannomi. Lei si era sempre definita <<Giovanna la Pulzella>>: e con quell'appellativo in tutta la Francia si era imparato a conoscerla, a temerla , ad amarla.

Il suo cognome d'Arc, lo troviamo nelle più varie grafie: Dars, Dai, Day, Darx, Tarc, Tard, Dart, Tart. e quest'ultima sarebbe forse la forma preferibile, considerando la pronunzia dura del francese parlato tra Vosgi e Lorena. Quella d'Arc, che prevale, deriva forse da puri motivi eufonici ed estetici, forse da un toponimo che per altro non la riguarda e a un tentativo, dunque, di nobilitarne le origini.

Giovanna è una figura <<moderna>>. Anzitutto per il carattere paradossale, in apparenza contraddittorio, della sua esperienza: una fedelissima figlia della Chiesa che finisce però bruciata come eretica; una rappresentazione esemplare dell'identità francese, che però - in quanto contadina della regione della Mosa - è al tempo stesso una marginale, una giovane donna fiera di quell'attributo così squisitamente cristiano, che è la verginità, ma che si presenta ai nostri occhi come una delle figure storiche più energicamente impegnate a rivendicare il ruolo delle donne nella società e che tuttavia - dopo quella che per lei è la sua <<chiamata>> - rifiuta costantemente gli abiti femminili; una fanciulla fragile, di ferma e intensa fede religiosa, che pure ha speso la sua breve esperienza pubblica in un'attività come la guerra, nella quale è necessario esser forti mentre invece è tanto difficile seguire costantemente i dettami d'una fede ispirata alla pace e alla carità come la cristiana.
E' questa la ragione per la quale il secolo di Eva Peròn, Simone Weil, Marguerite Yourcenar, Matilyn Monroe, Grace Kally, Lady Diana e Teresa di Calcutta non ha potuto esimersi dall'interrogarsi sul conto della Pulzella d'Orléans.

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://it.pinterest.com/madamevrath/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath