Visualizzazione post con etichetta Petit Trianon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Petit Trianon. Mostra tutti i post

sabato 8 dicembre 2018

Maria Antonietta XI

Maria Antonietta XI

Il filosofo inglese David Hume, che aveva visitato Versailles dieci anni prima dell'inizio del regno di Luigi XVI, era rimasto estasiato dal palazzo: <<Non mangio che ambrosia, non bevo che nettare, non respiro che incenso, non poggio il piede se non sui fiori>>, aveva scritto con entusiasmo. Chiaramente la magnificenza del luogo lo aveva stordito. Versailles, in realtà, era un grande pozzo nero che emanava tanfo di sudiciume e di escrementi. 

Nell'interno del palazzo medesimo, le pareti, i tendaggi e le sontuose tappezzerie emanavano uno sgradevole odore di fuliggine; i samini tiravano male e le stanze erano invase dal fumo da novembre ad agosto. L'odore rimaneva attaccato ai vestiti; alle parrucche, perfino alla biancheria intima. Cosa peggiore di ogni altra, mendicanti, usavano le scale, i corridoi, qualunque angolo  appartato per fare i loro bisogni. Un osservatore del tempo scrisse: <<I passaggi, i cortili, le ali e i corridoi erano pieni di orina e di feci, Il parco, i giardini e il castello facevano vomitare per la puzza>>.

Si trascuravano i dipinti e le statue, si lasciava che i mobili si riempissero di polvere e si scrostature. <<Non perdonerò ma questo paese per la sua sporcizia>>, brontolava Horace Walpole, ed era uno che aveva viaggiato in lungo e in largo. L'accesso a Versailles, conveniva l'inglese, era magnifico, con le sue larghe strade ombreggiate da alberi maestosi. Ma lo squallore dell'interno era indicibile. 

Antonietta con la contessa d'Artois, sua cognata, andò a far visita a Vittoria. Lasciato l'appartamento di quest'ultima, le due donne si fermarono in un cortile per guardare una meridiana. Da una finestra del secondo piano qualcuno vuotò nel cortile un secchio d'acqua di scolo, e le due principesse rimasero inzuppate. Forse non si trattava di un incidente, perché la finestra era una di quelle dell'appartamento di madame Du Barry e le domestiche di costei non amavano certo la delfina. Più probabilmente, però, si trattava di uno dei molti incidenti del genere, assolutamente privo d'intenzione e troppo comune per essere registrato. 

In tutto il castello d Versailles c'erano cani e gatti, molti dei quali selvatici. Abbiamo già parlato della confusione e della sporcizia causata dai cani di Antonietta. Ma anche Luigi teneva dei cani, e nella principale sala da ricevimento di Fontainebleau aveva un grande e spazioso canile. Si trattava di un vero e proprio palazzo in miniatura, costruito in legno di quercia dipinto di bianco con pilastri e modanature dorate, e ddecorato con ramoscelli fioriti dipinti. 

Madame de Guéménée, favorita di Antonietta e governante di Clotilde ed Elisabetta, sorelle di Luigi, era sempre accompagnata da un gran numero di cagnolini. <<Tributava loro una sorta di adorazione>>, riferì Mercy a Maria Teresa, <<e fingeva per loro mezzo, di tenersi in comunicazione col mondo degli spiriti.>>


Nel palazzo potevano entrare praticamente tutti. Si faceva qualche tentativo di tenerne fuori gli individui che in tempi recenti erano stati affetti da vaiolo, ma a chiunque altro era consentito di entrare. L'unico requisito era che gli uomini avessero un cappello e spadino, cose che si potevano prendere in affitto dal portiere. Per gli eleganti saloni e per i lunghi corridoi vagabondavano parigini con le scarpe infangate, ammirando gli arredamenti e gli oggetti d'arte, toccandoli, facendone oggetto delle loro brame. Benché dappertutto ci fossero dei servitori, le cronache del tempo non hanno menzione di guardie che sorvegliassero i visitatori di passaggio per impedire che rubassero piccoli tesori o ritagliassero dai tendaggi tasselli dorati da vendere quando fossero tornati a casa. 

La sera el matrimonio del conte d'Artois, per festeggiare l'avvenimento si tenne un ballo in maschera. Al ballo fu ammesso un certo numero di ladri <<riccamente abbligliati>>, i quali alleggerirono gli invitati di orologi e borse, tabacchiere e gioielli. Ad Antonietta, nel 1771, venne rubata la fede nunziale (anche se essa credette di averla perduta lavandosi le mani) da una donna che se ne servì per fare <<stregonerie intese a impedirle di avere figli>>. Molti anni dopo la ladra confessò la sua azione malevola al parroco della Madeleine de la Cité e il sacerdote mandò la fede nunziale al maarito di Madame Campan con un biglietto di spegazione. 

A Versailless ambasciatori e altri dignitari di paesi stranieri portarono i loro seguiti, completi dii schiavi, domestici civili e animali da diletto esotici. Al palazzo, per esibirsi, si recava gente di spettacolo di ogni sorta, gli attori e glie secutori musicali dei teatri parigini ai domatori d'orsi e agli addestratori di altri animali e che si  guadagnavano la vita sui boulevards. Perfino le squadre di forzati, dirette a Brest ove arebbero state icatenate ai remi delle navi, venivano fatte passare per la cittadina di Versailles, anche se il loro itinerario venne finalmente cambaito durante il regno di Luigi XVI perchè il sovrano, troppo tenero di cuore, ne fceva liberare troppi. 

Un folle del genere era un aristocratico pallido e magro di Bordeaux, uomo il cui <<aspetto sinistro>>, scrisse Madame Campan, <<causava le sensazioni più scgredevoli>>. Si chiamava Castelnaux, ma in genere era designato scherzosamente col nomignolo di <<l'amante della regina>>, perché tale sosteneva di essere. Taciturano, privo d'umorismo e vagamente minaccioso, Castelnaux seguiva Antonietta come un'ombra dovunque lei andasse, e poi dieci anni e più essa tollerò la presenza di quell'uomo ai margini della sua vita. Poiché il suo status di nobile gli dava accesso a corte, egli era in grado di partecipare a ogni cerimonia durante il giorno e la sera, e ara immancabilmente presente andava a sedersi quanto più poossibile vicino alla regina quando costei assisteva alla messa, la fissava per tutta la durata del pranzo, si metteva direttamente dinanzi ai suoi occhi, in modo da costringerlo a guardarlo durante le partite a carte della sera e non distoglieva mai lo sguardo dal suo volto. Quando Antonietta andava a teatro, egli era presente a teatro, quando essa rimaneva al Petit Trianon c'era anche lui, intento a passeggiare incessantemente per il giardino, sulla riva del fossato. Non lo inducevano a star kontano né la pioggia, né i venti gelidi, né il canto più soffocante; come una fantomatica sentinella, egli era sempre al suo posto, al fianco della regina. Quando la corte si trasferiva a Fontainebleau o a Marly, Castelnaux anticipava sempre il trasferimento, in modo da potersi trovare sul posto in attesa  di Antonietta appena questa fosse arrivata. 

Dopo molti anni <<l'amante della regina>> cessò di essere argomento di scherzi e divenne, sempre per usare un'espressione di Madame Campan, <<un intollerabile fastidio>>. Antonietta non volle che qualcuno gli ponesse un freno, ma parlò con un celebre avvocato per vedere se questi poteva persuadere il folle aveva convenuto che, <<siccome la sua presenza le era sgradevole, egli si sarebbe ritirato nella sua provincia>>. La regina ne fu sollevata, ma per breve tempo. La regine ne fu sollevata, ma per breve tempo. Mezz'ora dopo Castelnaux era di nuovo a palazzo e aveva chiesto udienza a Madame Campan. <<E' venuto a dirmi>>, scrisse Madame Campan, <<che ritirava la sua presenza, che non aveva sufficiente padronanza di sé per rinunciare a vedere la regina quanto più spesso possibile.>>

Prostitute adescavano clienti nei cortili e nelle stanze aperte al pubblico, sapendo che sarebbero state tollerate finché fossero rimaste fuori degli appartamenti dei sovrani. Bambini cenciosi e scalzi, molti dei quali privi di una fissa dimora, correvano su e giù per le grandi scale portando messaggi, rubavano il cibo nelle cucine e ogni volta che potevano schiacciavano pisolini nelle stalle e nelle dépendances. Ex servitori affamati, poveri in canna e tutt'altro che puliti, formavano crocchi, sperando di venirre a sapere che c'erano possibilità di assunzione e guardando con ividia i loro colleghi più fortunati che indossavano la livrea del re. Con questa gente continuamente fra i piedi, la pulizia era impossibile, e in ogni caso i servitori erano più preoccupati dalle loro prerogative che dele necessità di eseguire compiti umili come spazzare e pulire. 

Con le sue centianai di servitori, era un meccanismo poco maneggevole e inefficiente, che a volte si inceppava del tutto. In una certa occasione la corte stava procedendo al trasferimento da Choisy a Versailles. Il trasferimento non interferì con la routine delle partite di caccia del re, che procedettero abitualmente. Il trasferimento non interferì con la routine delle partite di caccia del re, che procedettero abituualmente. Antonietta anzi decise di seguire una delle partite di caccia in carrozza, con le tre zie. Quando la carrozza arrivò a un fiume, tuttavia, le zie cominciarono a temere che potesse rovesciarsi, e insistettero per scendere benché si trovassero in <<un luogo estremamente paludoso>>. Scese anche Antonietta, e intraprese la lunga marcia a piedi neecessaria per far ritorno a Choisy. Non c'erano servitori disponibiili per metter in salvo e le sue zie - tutti i domestici erano andati avanti, diretti a Versailles - e la camminata  risultò lunga, tanto che Antonietta si inzuppò tutta. Perse nel fango una delle sue scarpine, e tutti gli indumenti le si infradiciariono addosso. Fortunatamente riuscì ad asciugarsi stando vicina a un focolare acceso, ma in tal modo si bruciacchiò gli abiti. Infine riprese il viaggio e arrivò a Versailles, ove sperava che i domestici avessero preparato il palazzo per il ritorno della corte. 






Per il cortigiano la scomodità era uno modo di vita. Vivendo in alloggi scomodi e bui, restando in servizio per orari prolungati, destreggiandosi continuamente per conquistare un pò di spazio nei saloni sovraffollati, in mezzo a <<una folla terrificante, che fa un baccano infernale>>, come scrisse uno di loro, gli abitanti di Versailles soffrivano per il loro status. Non osavano rilassarsi, mostrarsi stanchi o far capire quanto si annoiavano. Era una necessità apparire gradevole, sorridere quando le scarpine di broccato facevano male ai piedi perché erano troppo strette, quando la pelle prudeva a morte, quando una rivale aveva la meglio nella scalata al favore dei grandi. 

Il fine di ogni cortigiano era di accumulare cariche, privilegi e in ultima analisi, ricchezze. Ma il prezzo da pagare era elevato. Il gentiluomo o la dama di corte doveva starsene in piedi, per ore, nell'oeil-de-boeuf, l'<<occhio di bue>>, cioè la stanza accanto alla camera da letto del re, illuminata da una sola finestra fi forma rotonda, in attesa di essere notato, di essere ammesso nel santtuario o di udire  di sfuggita qualche pettegolezzo o qualche notizia che potesse aiutarlo o aiutarla a far carriera. Doveva partecipare a spettacoli tediosi. Per un certo ballo tenutosi a Versailles i cortigiani dovettero imparare una complessa serie di movimenti coreografici che servivano a formare le lettere del nome di Antonietta. Il cortigiano doveva adulare, persuadere, blandire i suoi superiori, lottando nello stesso tempo per tenere al loro posto i suoi inferiori. 

Coloro che non avevno il privilegio di pranzare alla tavola del re e della regina o a quella dei grandi personaggi di corte andavano al Grand Commun, l'immensa sala da pranzo comune del palazzo, ove si poteva godere di un buon cibo, e in compagnia altrettanto buona. Il mondo dei frequentatori del Grand Commun era gradevole e stimolante. In quella casa si incontravano artisti, studiosi, scrittori. Si parlava incessantemente di politica e di affari correnti, sii discuteva sulle questioni del momento. Si ordivano intrighi. si attizzavano ambizioni. Si dava libero sfogo alle lamentele. <<Era di moda lagnarsi di tutto>>, scrisse la contessa de la Tour du Pin. <<C'era chi si annoiava, o era stufo di prestare servizio a corte. Gli ufficiali della Guardia del Corpo. che quando erano in servizio alloggiavano nel castello, lamentavano di essere costretti a indossare l'uniforme per tutta la giornata.>>

Dame e gentiluomini di corte si lagnavano delle spese che dovevano sostenere per abigliarsi secondo la moda del momento; si lagnavano, per esempio, del costo delle parrucche (le migliori erano quelle fatte con i capelli umani, la cui qualità era di gran lunga migliore rispetto a quelle fatte con crine di cavallo o con pelo di capra), delle alte tariffe dei migliori acconciatori, delle interminabili prove degli abiti da donna e da uomo, delle sempre muttevoli esigenze della moda. A quanto pareva, nessuno aveva mai abbastanza denaro; i debiti salivano, eppure era pericoloso fare economia, perché il cortigiano che spendeva di più anche se doveva trattarsi di denaro preso in prestito. aveva la migliore possibilittà di recuperare quanto aveva speso una volta che fosse riuscito a conquistare la posizione di favore perseguita. 

Negli ultimi anni del regno di Luigi XV una ggraziosa giovinetta di quindici o sedici anni riuscì a raggirare un buon numero di persone facendo credere di essere l'amante del re. Si ignora come le fosse venuta l'idea, e se nella truffa fosse coinvolto qualcuno oltre a lei; quello che è ciaro però, è che seducendo alcuni dei paggi del sovrano essa riuscì a ottenere libertà di accesso all'appartamento reale. Una volta conquistata questa libertà d'accesso, riuscì a convincere la gente di avere col re i rapporti più intimi, e di poter esercitare su di lui la propria influenza a suo beneficio. Avidi di ulteriori vantaggi, per quanto limitati, i cortigiani furono più che pronti a pagare per assicurarsi la sua influenza.

In breve tempo la ragazza accumulò qualcosa come sessantamila franchi, e inoltre molte agevolazioni e molti favori. Fece chiamare un chirurgo perché assistesse una donna che aveva le doglie, convincednolo che avrebbe aiutato quella donna a mettere al mondo un bastardo del re, e che quindi avrebbe dovuto considerarsi onorato. Indubbiamente nello stesso modo imbrogliò commercianti e sarti. Erano le apparenze quelle che contavano, e la ragazza, stando alle apparenze, era indubbiamente quella che sosteneva di essere. Dopo tutto, la passione del sovrano per le belle fanciulle era ben conosciuta e la ragazza in questione bella era molto e inoltre, stando a Madame Campan, che la conobbe, teneva un comportamento così modesto che nessuno la sospettava di disonestà. 

Astuta sino alla fine, cercò di salvarsi dal castigo ricorrendo a un'altra menzogna fabbricata di sana pianta. Alla tenera età di quattordici anni, disse, era stata sedotta da un prete, il quale l'aveva costretta ad atteggiarsi ada amante del re per arricchirsi egli stesso. Il sacerdote venne sospeso dagli uffici divini, ma poi riuscì a dimostrare la propria innocenza. La ragazza fu mandata in un primo tempo alla Bastiglia, poi in un altro carcere. 

Cahouette de Villars, che Madame Campan descrisse in seguito come una donna <<molto irregolare nel comportamento, e di carattere assai intrigante>>, si atteggiò anch'essa ad amante di Luigi XV e, dopo la morte del sovrano, ad amica intima della regina Antonietta. Il marito di Cahouette era un tesoriere del re, ma siccome non aveva il diritto di entrare nell'appartamento della sovrana, sua moglie di diede da fare per diventare l'amante di uno che questo diritto lo aveva: Gabirel de Sainte-Charles, intendente delle finanze del re. 

Essendo discretamente brava come pittrice, escogitò un piano per accostare direttamente Antonietta, facendole il ritratto. Copiò un ritratto eseguito da un altro pittore e lo presentò al marito di Madame Campan, che era il bibliotecario della regina e uno dei suoi segretari, ma egli, <<conoscendo il comportamento della donna>>, si rifiutò di consegnarlo ad Antonietta. 

Cahouette si impadronì quindi di alcuni documenti firmati da Antonietta, e mparò a riprodurre la sua esecrabile e particolarissima grafia. Più abile come falsaria di quanto fosse stata come pittrice, la donna scrisse a se stessa un certo numero di lettere e biglietti presuntamente firmati dalla regina, e li riempì di allusioni personali e vezzi familiari. Mostrò quindi le missive ad amici e conoscenti, sostenendo che la sua amicizia con Antonietta era un <<grande segreto>> proprio come lo era stata la sua relazione col defunto sovrano. Naturalmente la reputazione della donna aumentò, facendola sembrare una che godesse delle confidenze intime della regina. 

Cahouette fabbricò lettere false in cui la regina la pregava di acquistare gioielli e altri oggetti costosi presso negozianti di Parigi; alla donna bastava mostrare le suddette lettere ai gioiellieri e ai commercianti perché le fosse consegnato tutto quanto desiderava,e , inoltre, perché  le fosse concesso credito illimitato. Non soddisfatta di ciò, Cahouette finì per accostare il Fermier-Gènéral, M. Béranger, il quale controllava gli introiti tributari, e mostrargli una lettera contraffatta in cui Antonietta gli chiedeva di procurarle duecentomila franchi, somma di cui aveva un estremo bisogno, ma che era riiluttante a chiedere al consorte. 

M. Béranger, azzardò qualche domanda, con molta discrezione perché c'era sempre la poossibilità che la richiesta di Antonietta fosse stata autentica, e che rivelando il segreto della regina egli mettesse in pericolo se stesso. Quanto venne a spare in risposta a quelle prime domande gli diede però coraggio, e infine egli si rivolse alla polizia di Parigi. Questa riuscì a rintracciare i conti non pagati di Cahouette, gli oggetti preziosi da lei impegnati, e a verificare l'infondatezza delle sue vanterie. L'imbrogliona venne smascherata e incarcerata, e il suo povero marito fu costretto a rimborsare i duecentomila franchi. Le lettere falsificate, trovate fra gli effetti, personali di Cahouette, furono mandate ad Antonietta. Questa e Madame Campan le esaminarono una per una e contrastarono, con sgomento, che la falsificazione era notevolmente persuasiva.

La contess di Walburg-Fohberg, una sveva sposata con un dignitario di corte di secondaria importanza, fece credere di essere in rapporti d'intimità con parecchi personaggi, dal ministro degli Affari esteri al primo scudiere della regina. Anch'essa disponeva di lettere per accreitare le proprie asserzioni, e le sue vittime erano fin troppo disposte a credere che le lettere erano autentiche. Nelle stanze prese in affitto all'Hotel Fortisson, un albergo della cittadina di Versailles, la contessa intratteneva una corte in miniatura tutta sua, ricevendoin visita postulanti che la pagavano affinché perorasse le loro ragioni presso i grandi. 


Madame Campan

La contessa, finse di avere il diritto di partecipare con la sua carrozza a un corteo reale. Venne riconosciuta e interrogata, e un tenente della polizia aprì un'inchiesta sul suo comportamento. Ben presto tutto venne in luce. La contessa, però era stata abbastanza scaltra da non lasciarsi dietro nulla d'incriminante. La polizia aveva a sua disposizione soltanto la parola delle sue vittime secondo cui essa aveva preso il denaro da loro; la contessa, invece, sosteneva di aver fatto uso della propria influenza a beneficio delle suddette vittime per pura cortesia, e che nessuna somma di denaro era passata da una mano all'altra. Era evasiva, la contessa di Walburg-Fohberg conosceva un gran numero di segreti, ed era in grado di mettere in difficoltà alcuni personaggi molto importanti. 

Queste imposture riuscivano non solo perché i cortigiani e aspiranti cortigiani erano creduloni, ma anche perché volevano disperatamente aver successo. La mitologia della corte era per alcuni più forte della realtà di fatto, e imponeva che gli ambiziosi, coloro che lavoravano sodo, coloro che godevano di buone relazioni avrebbero finito per conquistare cariche e ricchezze. Versailles esercitava un incantesimo su coloro che ci vivevano, ci prestavano servizio e la visitavano.

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://allmadamevrath.tumblr.com/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath?tab=wX

venerdì 23 febbraio 2018

Maria Antonietta Cap IX

Maria Antonietta Cap IX


Marie Antoinette. Raphaelle Agogué


Louis XVI. Marie Antoinette. Gabriel Dufay. Raphaelle Agougé


Louis XVI. Gabriel Dufay 







Nella camera fiocamente illuminata di Versailles ove Luigi XV giaceva immerso nel torpore, le sue tre figlie erano allarmate. Il re non le riconosceva più e non rivolgeva più loro la parola. I chirurghi e i medici passavano a turno vicino al suo stretto letto, e a turno si chinavano su di lui. I domestici, che avevano ricevuto ordine di tenere la camera quasi al buio perché la luce offendeva gli occhi semispenti del sovrano, stavano in piedi nella fitta penombra, in attesa di istruzioni. Improvvisamente una torcia venne accesa, e in quell'istante dii intens. a illuminazione si vede bene la testa del malato. Il volto era coperto di macchie rosso scuro. Il re non era ammalato di febbre catarrale, ma di vaiolo. 

Non erano vaccinati né il re né alcun altro membro della famiglia reale. (E, del reto, certi personaggi della corte che si erano fatti vaccinare erano morti poco dopo - fra essi anche un figlio della contessa di Noailles - il che deponeva contro la vaccinazione stessa.) Il vaiolo, tuttavia, incuteva terrore, e tutti a corte rabbrividirono quando vennero a sapere che il volto del sovrano si era coperto di macchie. Il re aveva già avuto il vaiolo, nell'ormai remoto 1728, ma ciò non costituiva una protezione contro una ricaduta del morbo, che non poteva non essere fatale, ed egli stesso sembrava rendersi conto  che non si sarebbe più ripreso. Si era ammalato il 27 aprile: il 4 maggio aveva fatto mandar via dalla sua camera Madame Du Barry, in modo da dare almeno l'impressione di un pentimento e di morire in modo edificante. 

La polvere di corteccia d'olmo somministratagli dai medici non aveva alleviato i dolori. Dopo otto giorni di malattia puzzava orribilmente, come se il suo corpo devastato emettesse già un tanfo di morte. Al delfino era stato ordinato di non entrare nella camera del nonno, ma Adelaide, Vittoria e Sofia passavano le giornate al capezzale di Luigi XV, rischiando la vita per dovere filiale. Anche i ministri del re andavano e venivano dalla camera, alternandosi con i medici, i quali sapevano bene che, siccome non erano riusciti a guarire il sovrano dal suo terribile morbo, la loro posizione a corte era in pericolo. Ad Antonietta fu consentito di vedere il re morente la mattina del 7 maggio, e le fu comunicato che Luigi XV aveva fatto chiamare il suo confessore e desiderava ricevere l'eucarestia. 

I cortili del grande palazzo si stavano riempiendo di persone: alcune erano in lacrime, molte mormorvano preghiere, altre erano impazienti di apprendere la notizia della morte dell'odiato e vizioso vecchio monarca che regnava sulla Francia da quando era ragazzo. Per quanto mite fosse divenuto il suo atteggiamento verso i sudditi, per quaanto utili fossero stati i suoi recenti, tardivi tentativi di riforma del sistema di governo, molti lo considervano spietatamente sordo alle eigenze e alle necessità del popolo. 

Il 9 maggio cominciò per lui un delirio intermittente; era troppo indebolito dal morbo per parlare, e nei momenti di relativa lucidità riusciva a esprimersi solo con dei sussurri. Non fu in grado di ponunciare le parole di pentimento suggeritegli dal suo confessore, cosicché monsignor de la Roche-Aymon, grande elemosiniere le lesse per lui. <<Signori>>, disse solennemente l'altissimo prelato ai cortigiani riuniti, <<il re mi ha ncaricato di dirvi che chiede perdono a Dio per averlo offeso e per lo scandalo che ha dato dinanzi al suo popolo.>>

Il vecchio re rimase tra la vita e la morte fino al 10 maggio, gemendo nella fase estrema dell'agonia, col volto rigonfio e ormai nerastro per l'infuriare del male. Infine, verso la metà del pomeriggio, si spense, e il gran ciambellano, duca di Bouillon, uscì dalla sua camera per dare il ferale annuncio.
<<Signori, il re è morto. Evvia il re!>>

Nei cortili, i cavalli battevano gli zoccoli sui lastroni dei pavimenti e i domestici gridavano uno all'altro di prepararsi a partire. Con gran favore di passi, i cortigiani raggiunseroo di corsa l'ppartamento di Luigi Augusto, resero omaggio al nuovo re, sbiancato in volto, e si precipitarono in cortile per salire sulle carrozze. In capo a un'ora il palazzo di Versailles era pressoché deserto. C'erano rimasti soltanto la salma del sovrano e i pochi dignitari ai quali era stato affidato il compito di scortarla fino a Saint-Denis per la sepoltura. 


Louis XVI


Luigi deteneva un'autorità assoluta e suprema, la sua parola era legge, la sua persona era sacra. Non avendo il monimo di preparazione a quella giornata, che era la prima che passava come re di Francia, tremava; eppure non era completamente privo di risorse. A Choisy aveva portato con sé un documento scritto dal padre defunto molti anni prima, un <<Elenco di varie persone raccomandate dal delfino a quello dei suoi figli che succederà al re Luigi XV>>. L'elenco non era lungo, e le raccomandazioni che conteneva non erano prolisse. M. de Nivernois, diceva, aveva <<spirito e grazia>>, M. de Castries era <<buono per lìesercito>>, M. de Muy era <<la virtù personificata>>. Luigi scels M. de Machault (<<un uomo di carattere inflessibile, ha fatto qualche errore di giudiziom ma è una persona di valore>>). Ma Adelaide, per quanto debilitata e contagiata da settimane di veglia al capezzale del padre morente, intervenne con energia: Luigi, disse, doveva mandare a chiamare l'anziano conte di Maurepas (<<ha tenuto fede ai veri principi della politica>>) e nessun altro. 

I cortigiani, ansiosi soprattutto di allinearsi con chi deteneva il vero potere a corte, affluirono in massa da Antonietta e fecero i loro approcci con tutta la lievità delle sanguisughe che si attaccano a un nuotatore. La nuova regina, che indossava gli abiti di lutto ed era priva di trucco sulle labbra e sulle guance - ma non per questo meno incantevole - li ricevette e mostrò, nei confronti dei più giovani, il consueto calore e la consueta vivacità. Le dame più anziane, però, sentirono quanto poteva essere pungente la sua lingua quando si recarono da lei pre presentarle formalmente i loro <<omaggi di lutto>>. Odiando tutte le cerimonie, e decisa, adesso che era regina a semplificarle o a farne a meno, Antonietta sorrise alla vista di quelle <<centenarie>> e <<presuntuose>>, come le chiamava, <<e quanto mai inopportunamente scoppiò a ridere>> dinanzi alle loro facce rugose. 

Fra o gentiluomini e le dame di corte si stavano formando nuove conventicole, si tracciavano nuove linee di schieramento nella costante lotta per i posti e per il prestigio. Era stato dato per scontato che il nuovo re si sarebbe dimostrato, schivo, debole e incapace, e che sarebbe stato dominato da sua moglie. Luigi però si stava dimostrando notevolmente energico. Quando i ministri di suo nonno si rivolgevano a lui chiedendogli direttive, rispondeva in modo deciso e regalmente sobrio. Tra i suoi primi atti fu quello di allontanare dalla corte i medici che non avevano spauto curare il vecchio re. Con l'aiuto di Maurepas, il mentore e la guida ce si era scelto, si mise a studiare politica estera, materie tributarie, finanze soprattutto. Mettendo da parte la passione per le serrature, la caccia e le costruzioni edili, cominciò a passare intere giornate a tavolino, scrivendo lettere, leggendo dispacci e proposte, imparando a comprendere i complicati calcoli dell'abate Terray. Per evitare di accrescere gli oneri fiscali che già gravavano sui suoi sudditi, annunciò che non avrebbe chiesto la riscossione della tassa di quaranta milioni di franchi che per tradizione veniva imposta all'ascesa al trono di un nuovo monarca. 

Luigi si confidava con Maurepas e con Terray, ma non con Antonietta. Quando quest'ultima si avvicinava al suo tavolo da lavoro copriva i documenti e prendeva un'aria irritata. <<Madame>>, diceva, <<devo occupami di certi affari.>> Qualcuno lo sentì affermare pungentemente che <<ciò che ha sempre mandato in rovina questo paese sono state le donne, mogli legittime o amanti che fossero.>>




Marie Antoinette





Fin dalle prime settimane di regno il buon senso disse a Luigi che le spese di una corte gonfiata e stravagante come quella di Versailles aggravavano la crisi fiscale del paese. <<Ripete in continuità le parole economia, economia>>, scriveva Lord Stormont. E nondimeno era impossibile fare economia in una stagione di lutto per la morte di un sovrano. Alle centinaia di domestici del palazzo bisognava fornire nuove livree nere - per il solo personale stabile ne erano necessarie quasi millequattrocento - più le relative spalline azzurre. Si dovevano inoltre ordinare migliaia di braccia di stoffa nera per i letti e gli arredi dei palazzi reali, e altra stoffa viola per le carrozze.

Ordinare nuovi capi di vestiario era, in realtà, uno dei pochi divertimenti consentiti durante gli interminabili mesi di lutto. A corte non si tenevano balli, e non era permesso ai cortigiani andare a teatro. Antonietta ammazzavva il tempo prendendo una lezione d'arpa al giorno, la mattina, e dando un concerto informale nel pomeriggio, andando a passeggio e facendo una cavalcata nelle belle giornate e, con molta riluttanza, posando per i pittori che, lamentava, <<la infastidivano a morte>> chiedendole di farle il ritratto adesso che era regina. Due volte la settimana riceveva una visita - ma questa con molto piacere - della sua sarta e modista Rose Bertin, proprietaria del negozio alla moda di Rue St. Honoré chiamato <<Le Grand Mogol>>. Madame Bartin non era una nuova venuta a corte: già la duchessa di Chartres era stata sua cliente. Ma avere come cliente la reginaera certamente più redditizio; e comunque Antonietta, con l'aiuto dell'abile sarta, divenne la donna leader della moda. 

Nell'estate e nell'autunno del 1774 le gentildonne della corte caddero in preda a una sorta di follia in materia di copricapi. Per cominciare esplose la moda dei cappelli a l'Iphigéniem che volevano evocare la recente rappresentazione a Parigi dell'Ifigenia in Aulide fi Gluck, un'opera di cui Antonietta era una fervida ammiratrice (Gluck era stato il suo maestro di clavicordo a Vienna). I cappelli all'Ifigenia che erano dei cerchietti di fiori neri con corte velette e un fregio simile a una falce di luna, erano di dimensioni relativamente modeste, ma i poufs à la circostance, che fecero la loro comparsa un mese dopo, erano molto più complicati. Tra i motivi ornamentali che li arricchivano e li rendevano altissimi erano un cipresso, un buon numero di tageti neri, un covone di grano e una cornucopia contenente ogni sorta di frutti, nonché diverse piume bianche. Il significato allegorico del pouf à la circostance era che la Francia, pur piangendo Luigi XV, dava il benvenuto all'abbondanza di cui certamente avrebbe goduto sotto il nuovo re. Venne subito dopo un tipo di acconciatura, e contemporaneamente di un copricapo, che si ispirava alla medicina: il pouf à l'inoculation. Un mese dopo la sua ascesa al trono, Luigi XVI si era rassegnato a farsi vaccinare contro il vaiolo, e il nuovo pouf commemorava questo avvenimento con un sole nascente, un olivo con un serpente attorcigliato intorno al tronco e, accanto, un bastone infiorato. 

Copricapi che prendevano nome dal sultano di Turchia, dal Tesoro reale e dalle suore carmelitane avevano dato notorietà a Rose Bertin, e le dame di corte si erano abituate a stare pazientemente in posa mentre i loro capelli venivano avvolti in rotoli di carta, arricciati con ferri caldissimi, inumiditi con succo di ortica, pettinati e ripettinati e infine incipriati con una mistura nutriente a base di radici di rosa, legno d'aloe, corallo rosso, ambra, fagioli e muschio. Per diversi anni le chiome femminili erano progressivamente aumentate d'altezza mediante l'aggiunta, ai capelli naturali, di capelli finti. Questa tendenza si accentuò ancora dopo l'ascesa al trono di Antonietta. Ora le acconciature di moda richiedevano la collocazione sulla cima del capo di grandi cuscinetti di crine di cavallo, da ricoprire con capelli veri e finti pettinati in modo da formare una sorta di piramide; per tenere il tutto in equilibrio bisognava fissare le complicate acconciature con lunghi spilloni. 

Le suddette creazioni, la cui <<messa in opera>> richiedeva ore e ore di lavoro, dovevano naturalmente essere preservate per il maggior tempo possibile, il che significava che il cuoio capelluto, soggetto a pruriti e sudore sotto quel pesante carico, doveva essere protetto con pomate. Ma le pomate, essendo composte di materie organichem diventavano rancide in pochi giorni, e al fetore che emanavano si aggiungeva il tormento degli spilloni. Coloro che criticavano le acconciature a piramide facevano notare che esse procuravano un eccessivo afflusso di sangue al capo, che a sua volta causava mal di testa, affaticamento alla vista ed erisipela. I capelli cadevano, i denti dolevano, e fra i riccioli prosperavano pulci e pidocchi; le gentildonne portavano con sé lunghe e sottili bacchette con una manina d'avorio a una delle estremità, che servivano loro per grattarsi il cuoio capelluto. 

Quello che importava era essere alla moda, anche se un'acconciatura alta sessanta o ottanta centimetri impediva di sedersi in una carrozza (le dame si inginocchiavno sul pavimento) o di entrare in un salone da ballo (una delle più fantasiose acconciature a piramide di Antonietta dovette essere smantellata e poi rifatta perché la regina potesse partecipare a una soirée). 

Le fantasiose acconciature che abbiamo descritto erano, per Antonietta, una piacevole distrazione, una distrazione di cui aveva fin troppo bisogno perché, adesso che era la regina di Francia, era venuta a trovarsi imprigionata in una ferrea rete di regole e obblighi protocollari. 

La mattina, al primo segno che si era svegliata, entrava nella sua camera una cameriera incsricata del guardaroba, con una cesta di indumenti intimi, fazzoletti e asciugamani. Un'altra cameriera metteva la regina dinanzi al primo compito della giornata, la scelta degli abiti: uno formale di corte, uno informale da pomeriggio e uno per la sera e lo spettacolo o gli altri divertimenti della sera. La scelta veniva fatta su un quaderno illustrato che conteneva i disegni di tutte le toilettes diisponibili. Antonietta segnava gli abiti che desiderava appuntando sui disegni uno spillo, e la cameriera andava a prenderli. Nella camera da letto della regina veniva quindi spinta avanti, sulle sue rotelle, una vasca per il bagno del mattino, e a seguito della vasca entrava il personale addetto al bagno con tutte le cose necessarie, compresa una lunga tunica di flanella, foderata di lino e abbotonata fino al collo, che la pudica Antonietta indossava per immergersi nell'acqua calda. Quando usciva dalla vsca, una domestica teneva sollevato dinanzi a lei un lenzuolo per nasconderla alla vista delle altre domestiche; poi Antonietta si avvolgeva in un leggero accappatoio di taffetà bianco, infilava un paio di pantofoline con disegni in rilievo, e guarnite di merletto, e tornava a letto fino a quando arrivava il momento della sua frugale colazione con cioccolata calda o caffé. 

Antonietta ci faceva stare anche qualche minuto in compagnia di suo marito, ma la maggior parte della mattinata la trascorreva con altri familiari, con amici e amiche e con coloro che godevano dell'ambito privilegio delle petites entrées (il primo medico, il primo chirurgo, il medico di servizio, la lettrice, il segretario, i quattro primi valets de chambre e il primo medico e il primo chirurgo del re). 

A mezzogiorno venica portato al centro di una camera dell'appartamentoo di Antonietta l'enorme e decoratissimo tavolo da toeletta, e intorno ad esso venivano disposte sedie pieghevoli e divani. Gli spettatori autorizzati entravano e a ciascuno Antonietta rivolgeva un cenno di riconoscimento e di saluto appropriato al suo grado, dalla lieve inclinazione del capo all'indirizzo di un capitano della guardia al gesto molto più pronunciato (la regina si appoggiava al tavolo da toeletta come per alzarsi in piedi) prescritto nei confronti dei principi. Erano presenti anche le dame d'onore e le cameriere addette all'abbigliamento della regina. (Le cameriere addette alla camera da letto, i cui compiti non includevano la vestizione della sovrana, aspettavano in una camera adiacente la fine della vestizione medesima, dopo di che entravano anch'esse nella camera da letto per accompagnare Antonietta alla messa).Terminata la sistemazione dell'acconciatura, cominciava la vestizione vera e propria, una dama d'onore infilava ad Antonietta la camicia e versava acqua in una bacinella in modo che la regina potesse lavarsi le man, quindi una cameriera aiutava la sovrana a infilare l'ampio abito a guardinfante, le aggiustava il fazzoletto da collo e le fermava la collana. Il lungo strascico d corte veniva applicato per ultimo. 

Petizioni venivano presentate alla regina perché le accogliesse; ufficiali in partenza prendevano formalmente congedo; dame, ambasciatori, personalità straniere che venivano ufficialmente presentate ad Antonietta. Un usciere, nell'anticamera dinanzi alla pprta d'ingresso, stava di guardia a quest'ultima per impedire l'accesso a chi non fosse autorizzato e per annunciare i nomi dei visitatori importanti. (Conformemente alle regole dell'etichetta, in realtà li comunicava una dama d'onore, laa quale li comunicava alla regina.) Infine, quando era stata fatta l'ultima presentazione e alla toeletta regale era astato applicato l'ultimo ornamento, la regina tornava nella sua camera da letto, il primo usciere, il primo scudiere, i rappresentanti del clero che quel giorno avevano il compito di assisterla durante la messa e le principesse della famiglia reale (con tutte le loro dame, cameriere e altre persone addette). L'intero gruppo raggiungeva quindi la cappella per la cerimonia religiosa. 

<<Nel momento in cui comparve sua maestà>>, ricordava Sir Samuel, <<i tamburi rullarono facendo tremare il tempio, come se il loro scopo fosse quello di annunciare l'avicinarsi di un conquistatore. Per tutto il tempo della celebrazione della messa i coristi cantarono, in parte arie per solisti, in parte arie per coro. Sui posti anteriori della galleria sedevano le dame di corte, sfavillanti di cosmetici e sontuosamente abbigliate, quasi volessero godesi un vistoso spettacolo e anzi parteciparvi come protagoniste. Il re rideva e occhieggiava le dame; tutti gli occhi erano fissati si personaggi della corte, tutte le  orecchie ascoltavano con attenzione le note dei cantanti, mentre il sacerdote, che nel frattempo continuava a celebrare la messa, non veniva ascoltato da nessuno dei presenti.>>

Dopo la messa veniva un'altra cerimonia rituale, quella del pasto di mezzogiorno, che era particolarmente sontuoso la domenica. Luigi e Antonietta pranzavano insieme, assistiti dalle dame d'onore di Antonietta, alcune delle quali stavano sedute su dei sofà, altre in piedi attorno alla tavola. Questa era apparecchiaa con tovaglia e tovagliolidi damasco, stoviglie d'argento e posate dorate. Dietro la sedia del sovrano stavano il capitano delle guardie e il primo gentiluomo di camera; dietro la regina erano il primo maitre d'hotel, il suo primo usciere e il suo primo scudiere. Quando il maitre d'hotel entrava nella sala da prenzo, tenendo in mano il suo bastone lungo più di due metri, sormontato da una cooroncina di fiordalisi, venivano portati i vassoi e il pasto aveva inizio. Alla regina veniva presentato il menù e i servitori ponevano dinanzi alle loro maestà i piatti di carne, di selvaggina e di pasticcio. Era un pranzo molto cerimonioso ma non necessariamente tetro. 

Finito di pranzare, il re e la regina se ne andavano ciascuno per proprio conto. Antonietta, sempre circondata dal suo entourage, ttornava nel suo appartamento, ove veniva aiutata a sbarazzatsi dell'abito formale di corte, con tanto di guardinfante e di strascico, e indossava un più semplice abito da pomeriggio. La prima parte del pomeriggio trascorreva in conversazioni con i parenti, musica d'arpa, udienze ai visitatori, passeggiate a piedi e in carrozza. Il gioco delle carte, la cena e un ritorno alla cerchia dei familiari occupavano la serata, ma dopo le undici, ogni sera, dopo che Luigi era andato a dormire, Antonietta raggiungeva le sue giovani amiche nell'appartamento della principessa di Lamballe o in quello della principessa di Guéménéè; e queste riunioni notturne non mancavano di provocare pettegolezzi e critiche. Ma nella relativa privacy e nell'atmosfera informale delle stanze delle sue confidenti Antonietta poteva finalmente lasciarsi andare, dimenticarsi della costante vigilanza richiesta dai rituali della giornata, distendersi e ridere a suo piacimento. In quegli appartamenti, e nel suo ritiro del Petit Trianon, il piccolo padiglione nei giardini di Versailles che le era stato donato da Luigi, poteva essere se stessa. 



Le Petit Trianon 



Il Petit Trianon, nella sua struttura delicatamente neoclassica, semplice e perfettamente proporzionata, sembrava scolpito in una pietra color miele. Era composto da appena sette stanze, ma erano tutte squisitamente adorne  e arredate, e Antonietta aveva reso l'ambiente ancora più caldamente elegante con tendine e copritenda di seta e di velluto a fiori e con piccoli tavolini e scrivanie e armadi dalle gambe sottili e affusolate; molti di questi mobiletti erano vere e proprie opere d'arte in legno pregiato, con intarsi ornamentali in porcellana. C'erano fiori dappertutto: fiori freschi provenienti dai giardini, fiori intessuti in morbide sfumature pastello nei copriletto e nei tendaggi, gigli e rose negli stucchi decoratvi delle pareti e sulle mensole marmoree dei caminetti. Sebbene non l'avesse mai visto, Maria Teresa chiamava il Petit Trianon <<la più adorabile delle case>>, e Antonietta sarebbe davvero giunta ad adorarlo, fino al punto da esserne ossessionata. 

Conformemente alla voga allora imperante per tutto ciò che era inglese - cappelli, stivali, abiti femminili, corse di cavalli - ordinò che i giardini adiacenti al piccolo edificio fossero trasformati in modo da somigliare, appunto, a giardini all'inglese, e prima che passasse molto tempo il tratto di terreno che era intorno al Petit Trianon cambiò completamente aspetto. Fu scavato un laghetto, furono create alcune minuscole colline, e i giardinieri riuscirono a ricavare, in una di queste, perfino una grotta. Alla fine dei lavori, boschetti d'alberi, molti dei quali di specie esotiche e fatti arrivare da tutto il mondo, erano sparsi fra i teneri prati rasati, e fra un boschetto e l'altro scorreva un fiumicello. Su un'isoletta fragrante di lillà e di laburni sorgeva un <<tempio dell'amore>>, nel cui interno era una statua di Cupido. I giardini erano una perfetta utopia in miniatura, un luogo magico di grande bellezza e serenità, ove cantavano gli usignoli e non arrivavano le voci stridule dei cortigiani. 

Per Antonietta quell'enclave privata, in un certo senso immaginaria, il suo piccolo palazzo, rappresentava l'esistenza più semplice che aveva conosciuto da bambina, e che rimpiangeva tanto. Sua madre aveva creato un'analoga oasi di privacy a Schönbrunn, e si era premurata di isolare la propria famiglia dai rigidi formalismi di corte. Adesso Antonietta aveva un luogo ove poteva rifugiarsi, ove poteva essere se stessa, libera dai dipendenti e dagli uomini di guardia che la seguivano a ogni passo nel grande palazzo di Versailles. Le piaceva fare un picnic nei giardini del Trianon mangiando fragole, quelle fragole di tutte le varietà conosciute che i provetti giardinieri del re Luigi avevano coltivato su sua richiesta, standosene seduta su una semplice panchina e <<comportandosi nel modo più informale che si possa immaginare>>. Le piaceva enormemente poter ammirare i fiori, ascoltare il canto degli usignoli, gustare il profmo dei laburni e sentire, attraverso le sottili pantofole, la rugiada dei prati. Dopo tutto, c'erano tanti domestici per badare alla piccola casa e ai suoi raffinati giardini, tanti altri divertimenti cui dedicarsi quando quelli del Petit Trianon le venivano a noia, tante altre paia di pantofole per sostituire quelle rovinate dalle sue passeggiate pomeridiane. Luigi credendo che la passione manifestata da Antonietta per la vita semplice significasse che la sua consorte desiderava imparare gli umili mestieri della gente di campagna, le fabbricò, nel suo laboratorio, un filatoio a mano e, tutto orgoglioso, gliene fece dono. Antonietta ne fu lietissima e lo ringraziò affettuosamente; ma appena egli volse le spalle, regalò, a sua volta, il filatoio. 

https://www.instagram.com/raphmahl/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://allmadamevrath.tumblr.com/
https://www.reddit.com/user/MadameVrath/