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sabato 8 dicembre 2018

Maria Antonietta XI

Maria Antonietta XI

Il filosofo inglese David Hume, che aveva visitato Versailles dieci anni prima dell'inizio del regno di Luigi XVI, era rimasto estasiato dal palazzo: <<Non mangio che ambrosia, non bevo che nettare, non respiro che incenso, non poggio il piede se non sui fiori>>, aveva scritto con entusiasmo. Chiaramente la magnificenza del luogo lo aveva stordito. Versailles, in realtà, era un grande pozzo nero che emanava tanfo di sudiciume e di escrementi. 

Nell'interno del palazzo medesimo, le pareti, i tendaggi e le sontuose tappezzerie emanavano uno sgradevole odore di fuliggine; i samini tiravano male e le stanze erano invase dal fumo da novembre ad agosto. L'odore rimaneva attaccato ai vestiti; alle parrucche, perfino alla biancheria intima. Cosa peggiore di ogni altra, mendicanti, usavano le scale, i corridoi, qualunque angolo  appartato per fare i loro bisogni. Un osservatore del tempo scrisse: <<I passaggi, i cortili, le ali e i corridoi erano pieni di orina e di feci, Il parco, i giardini e il castello facevano vomitare per la puzza>>.

Si trascuravano i dipinti e le statue, si lasciava che i mobili si riempissero di polvere e si scrostature. <<Non perdonerò ma questo paese per la sua sporcizia>>, brontolava Horace Walpole, ed era uno che aveva viaggiato in lungo e in largo. L'accesso a Versailles, conveniva l'inglese, era magnifico, con le sue larghe strade ombreggiate da alberi maestosi. Ma lo squallore dell'interno era indicibile. 

Antonietta con la contessa d'Artois, sua cognata, andò a far visita a Vittoria. Lasciato l'appartamento di quest'ultima, le due donne si fermarono in un cortile per guardare una meridiana. Da una finestra del secondo piano qualcuno vuotò nel cortile un secchio d'acqua di scolo, e le due principesse rimasero inzuppate. Forse non si trattava di un incidente, perché la finestra era una di quelle dell'appartamento di madame Du Barry e le domestiche di costei non amavano certo la delfina. Più probabilmente, però, si trattava di uno dei molti incidenti del genere, assolutamente privo d'intenzione e troppo comune per essere registrato. 

In tutto il castello d Versailles c'erano cani e gatti, molti dei quali selvatici. Abbiamo già parlato della confusione e della sporcizia causata dai cani di Antonietta. Ma anche Luigi teneva dei cani, e nella principale sala da ricevimento di Fontainebleau aveva un grande e spazioso canile. Si trattava di un vero e proprio palazzo in miniatura, costruito in legno di quercia dipinto di bianco con pilastri e modanature dorate, e ddecorato con ramoscelli fioriti dipinti. 

Madame de Guéménée, favorita di Antonietta e governante di Clotilde ed Elisabetta, sorelle di Luigi, era sempre accompagnata da un gran numero di cagnolini. <<Tributava loro una sorta di adorazione>>, riferì Mercy a Maria Teresa, <<e fingeva per loro mezzo, di tenersi in comunicazione col mondo degli spiriti.>>


Nel palazzo potevano entrare praticamente tutti. Si faceva qualche tentativo di tenerne fuori gli individui che in tempi recenti erano stati affetti da vaiolo, ma a chiunque altro era consentito di entrare. L'unico requisito era che gli uomini avessero un cappello e spadino, cose che si potevano prendere in affitto dal portiere. Per gli eleganti saloni e per i lunghi corridoi vagabondavano parigini con le scarpe infangate, ammirando gli arredamenti e gli oggetti d'arte, toccandoli, facendone oggetto delle loro brame. Benché dappertutto ci fossero dei servitori, le cronache del tempo non hanno menzione di guardie che sorvegliassero i visitatori di passaggio per impedire che rubassero piccoli tesori o ritagliassero dai tendaggi tasselli dorati da vendere quando fossero tornati a casa. 

La sera el matrimonio del conte d'Artois, per festeggiare l'avvenimento si tenne un ballo in maschera. Al ballo fu ammesso un certo numero di ladri <<riccamente abbligliati>>, i quali alleggerirono gli invitati di orologi e borse, tabacchiere e gioielli. Ad Antonietta, nel 1771, venne rubata la fede nunziale (anche se essa credette di averla perduta lavandosi le mani) da una donna che se ne servì per fare <<stregonerie intese a impedirle di avere figli>>. Molti anni dopo la ladra confessò la sua azione malevola al parroco della Madeleine de la Cité e il sacerdote mandò la fede nunziale al maarito di Madame Campan con un biglietto di spegazione. 

A Versailless ambasciatori e altri dignitari di paesi stranieri portarono i loro seguiti, completi dii schiavi, domestici civili e animali da diletto esotici. Al palazzo, per esibirsi, si recava gente di spettacolo di ogni sorta, gli attori e glie secutori musicali dei teatri parigini ai domatori d'orsi e agli addestratori di altri animali e che si  guadagnavano la vita sui boulevards. Perfino le squadre di forzati, dirette a Brest ove arebbero state icatenate ai remi delle navi, venivano fatte passare per la cittadina di Versailles, anche se il loro itinerario venne finalmente cambaito durante il regno di Luigi XVI perchè il sovrano, troppo tenero di cuore, ne fceva liberare troppi. 

Un folle del genere era un aristocratico pallido e magro di Bordeaux, uomo il cui <<aspetto sinistro>>, scrisse Madame Campan, <<causava le sensazioni più scgredevoli>>. Si chiamava Castelnaux, ma in genere era designato scherzosamente col nomignolo di <<l'amante della regina>>, perché tale sosteneva di essere. Taciturano, privo d'umorismo e vagamente minaccioso, Castelnaux seguiva Antonietta come un'ombra dovunque lei andasse, e poi dieci anni e più essa tollerò la presenza di quell'uomo ai margini della sua vita. Poiché il suo status di nobile gli dava accesso a corte, egli era in grado di partecipare a ogni cerimonia durante il giorno e la sera, e ara immancabilmente presente andava a sedersi quanto più poossibile vicino alla regina quando costei assisteva alla messa, la fissava per tutta la durata del pranzo, si metteva direttamente dinanzi ai suoi occhi, in modo da costringerlo a guardarlo durante le partite a carte della sera e non distoglieva mai lo sguardo dal suo volto. Quando Antonietta andava a teatro, egli era presente a teatro, quando essa rimaneva al Petit Trianon c'era anche lui, intento a passeggiare incessantemente per il giardino, sulla riva del fossato. Non lo inducevano a star kontano né la pioggia, né i venti gelidi, né il canto più soffocante; come una fantomatica sentinella, egli era sempre al suo posto, al fianco della regina. Quando la corte si trasferiva a Fontainebleau o a Marly, Castelnaux anticipava sempre il trasferimento, in modo da potersi trovare sul posto in attesa  di Antonietta appena questa fosse arrivata. 

Dopo molti anni <<l'amante della regina>> cessò di essere argomento di scherzi e divenne, sempre per usare un'espressione di Madame Campan, <<un intollerabile fastidio>>. Antonietta non volle che qualcuno gli ponesse un freno, ma parlò con un celebre avvocato per vedere se questi poteva persuadere il folle aveva convenuto che, <<siccome la sua presenza le era sgradevole, egli si sarebbe ritirato nella sua provincia>>. La regina ne fu sollevata, ma per breve tempo. La regine ne fu sollevata, ma per breve tempo. Mezz'ora dopo Castelnaux era di nuovo a palazzo e aveva chiesto udienza a Madame Campan. <<E' venuto a dirmi>>, scrisse Madame Campan, <<che ritirava la sua presenza, che non aveva sufficiente padronanza di sé per rinunciare a vedere la regina quanto più spesso possibile.>>

Prostitute adescavano clienti nei cortili e nelle stanze aperte al pubblico, sapendo che sarebbero state tollerate finché fossero rimaste fuori degli appartamenti dei sovrani. Bambini cenciosi e scalzi, molti dei quali privi di una fissa dimora, correvano su e giù per le grandi scale portando messaggi, rubavano il cibo nelle cucine e ogni volta che potevano schiacciavano pisolini nelle stalle e nelle dépendances. Ex servitori affamati, poveri in canna e tutt'altro che puliti, formavano crocchi, sperando di venirre a sapere che c'erano possibilità di assunzione e guardando con ividia i loro colleghi più fortunati che indossavano la livrea del re. Con questa gente continuamente fra i piedi, la pulizia era impossibile, e in ogni caso i servitori erano più preoccupati dalle loro prerogative che dele necessità di eseguire compiti umili come spazzare e pulire. 

Con le sue centianai di servitori, era un meccanismo poco maneggevole e inefficiente, che a volte si inceppava del tutto. In una certa occasione la corte stava procedendo al trasferimento da Choisy a Versailles. Il trasferimento non interferì con la routine delle partite di caccia del re, che procedettero abitualmente. Il trasferimento non interferì con la routine delle partite di caccia del re, che procedettero abituualmente. Antonietta anzi decise di seguire una delle partite di caccia in carrozza, con le tre zie. Quando la carrozza arrivò a un fiume, tuttavia, le zie cominciarono a temere che potesse rovesciarsi, e insistettero per scendere benché si trovassero in <<un luogo estremamente paludoso>>. Scese anche Antonietta, e intraprese la lunga marcia a piedi neecessaria per far ritorno a Choisy. Non c'erano servitori disponibiili per metter in salvo e le sue zie - tutti i domestici erano andati avanti, diretti a Versailles - e la camminata  risultò lunga, tanto che Antonietta si inzuppò tutta. Perse nel fango una delle sue scarpine, e tutti gli indumenti le si infradiciariono addosso. Fortunatamente riuscì ad asciugarsi stando vicina a un focolare acceso, ma in tal modo si bruciacchiò gli abiti. Infine riprese il viaggio e arrivò a Versailles, ove sperava che i domestici avessero preparato il palazzo per il ritorno della corte. 






Per il cortigiano la scomodità era uno modo di vita. Vivendo in alloggi scomodi e bui, restando in servizio per orari prolungati, destreggiandosi continuamente per conquistare un pò di spazio nei saloni sovraffollati, in mezzo a <<una folla terrificante, che fa un baccano infernale>>, come scrisse uno di loro, gli abitanti di Versailles soffrivano per il loro status. Non osavano rilassarsi, mostrarsi stanchi o far capire quanto si annoiavano. Era una necessità apparire gradevole, sorridere quando le scarpine di broccato facevano male ai piedi perché erano troppo strette, quando la pelle prudeva a morte, quando una rivale aveva la meglio nella scalata al favore dei grandi. 

Il fine di ogni cortigiano era di accumulare cariche, privilegi e in ultima analisi, ricchezze. Ma il prezzo da pagare era elevato. Il gentiluomo o la dama di corte doveva starsene in piedi, per ore, nell'oeil-de-boeuf, l'<<occhio di bue>>, cioè la stanza accanto alla camera da letto del re, illuminata da una sola finestra fi forma rotonda, in attesa di essere notato, di essere ammesso nel santtuario o di udire  di sfuggita qualche pettegolezzo o qualche notizia che potesse aiutarlo o aiutarla a far carriera. Doveva partecipare a spettacoli tediosi. Per un certo ballo tenutosi a Versailles i cortigiani dovettero imparare una complessa serie di movimenti coreografici che servivano a formare le lettere del nome di Antonietta. Il cortigiano doveva adulare, persuadere, blandire i suoi superiori, lottando nello stesso tempo per tenere al loro posto i suoi inferiori. 

Coloro che non avevno il privilegio di pranzare alla tavola del re e della regina o a quella dei grandi personaggi di corte andavano al Grand Commun, l'immensa sala da pranzo comune del palazzo, ove si poteva godere di un buon cibo, e in compagnia altrettanto buona. Il mondo dei frequentatori del Grand Commun era gradevole e stimolante. In quella casa si incontravano artisti, studiosi, scrittori. Si parlava incessantemente di politica e di affari correnti, sii discuteva sulle questioni del momento. Si ordivano intrighi. si attizzavano ambizioni. Si dava libero sfogo alle lamentele. <<Era di moda lagnarsi di tutto>>, scrisse la contessa de la Tour du Pin. <<C'era chi si annoiava, o era stufo di prestare servizio a corte. Gli ufficiali della Guardia del Corpo. che quando erano in servizio alloggiavano nel castello, lamentavano di essere costretti a indossare l'uniforme per tutta la giornata.>>

Dame e gentiluomini di corte si lagnavano delle spese che dovevano sostenere per abigliarsi secondo la moda del momento; si lagnavano, per esempio, del costo delle parrucche (le migliori erano quelle fatte con i capelli umani, la cui qualità era di gran lunga migliore rispetto a quelle fatte con crine di cavallo o con pelo di capra), delle alte tariffe dei migliori acconciatori, delle interminabili prove degli abiti da donna e da uomo, delle sempre muttevoli esigenze della moda. A quanto pareva, nessuno aveva mai abbastanza denaro; i debiti salivano, eppure era pericoloso fare economia, perché il cortigiano che spendeva di più anche se doveva trattarsi di denaro preso in prestito. aveva la migliore possibilittà di recuperare quanto aveva speso una volta che fosse riuscito a conquistare la posizione di favore perseguita. 

Negli ultimi anni del regno di Luigi XV una ggraziosa giovinetta di quindici o sedici anni riuscì a raggirare un buon numero di persone facendo credere di essere l'amante del re. Si ignora come le fosse venuta l'idea, e se nella truffa fosse coinvolto qualcuno oltre a lei; quello che è ciaro però, è che seducendo alcuni dei paggi del sovrano essa riuscì a ottenere libertà di accesso all'appartamento reale. Una volta conquistata questa libertà d'accesso, riuscì a convincere la gente di avere col re i rapporti più intimi, e di poter esercitare su di lui la propria influenza a suo beneficio. Avidi di ulteriori vantaggi, per quanto limitati, i cortigiani furono più che pronti a pagare per assicurarsi la sua influenza.

In breve tempo la ragazza accumulò qualcosa come sessantamila franchi, e inoltre molte agevolazioni e molti favori. Fece chiamare un chirurgo perché assistesse una donna che aveva le doglie, convincednolo che avrebbe aiutato quella donna a mettere al mondo un bastardo del re, e che quindi avrebbe dovuto considerarsi onorato. Indubbiamente nello stesso modo imbrogliò commercianti e sarti. Erano le apparenze quelle che contavano, e la ragazza, stando alle apparenze, era indubbiamente quella che sosteneva di essere. Dopo tutto, la passione del sovrano per le belle fanciulle era ben conosciuta e la ragazza in questione bella era molto e inoltre, stando a Madame Campan, che la conobbe, teneva un comportamento così modesto che nessuno la sospettava di disonestà. 

Astuta sino alla fine, cercò di salvarsi dal castigo ricorrendo a un'altra menzogna fabbricata di sana pianta. Alla tenera età di quattordici anni, disse, era stata sedotta da un prete, il quale l'aveva costretta ad atteggiarsi ada amante del re per arricchirsi egli stesso. Il sacerdote venne sospeso dagli uffici divini, ma poi riuscì a dimostrare la propria innocenza. La ragazza fu mandata in un primo tempo alla Bastiglia, poi in un altro carcere. 

Cahouette de Villars, che Madame Campan descrisse in seguito come una donna <<molto irregolare nel comportamento, e di carattere assai intrigante>>, si atteggiò anch'essa ad amante di Luigi XV e, dopo la morte del sovrano, ad amica intima della regina Antonietta. Il marito di Cahouette era un tesoriere del re, ma siccome non aveva il diritto di entrare nell'appartamento della sovrana, sua moglie di diede da fare per diventare l'amante di uno che questo diritto lo aveva: Gabirel de Sainte-Charles, intendente delle finanze del re. 

Essendo discretamente brava come pittrice, escogitò un piano per accostare direttamente Antonietta, facendole il ritratto. Copiò un ritratto eseguito da un altro pittore e lo presentò al marito di Madame Campan, che era il bibliotecario della regina e uno dei suoi segretari, ma egli, <<conoscendo il comportamento della donna>>, si rifiutò di consegnarlo ad Antonietta. 

Cahouette si impadronì quindi di alcuni documenti firmati da Antonietta, e mparò a riprodurre la sua esecrabile e particolarissima grafia. Più abile come falsaria di quanto fosse stata come pittrice, la donna scrisse a se stessa un certo numero di lettere e biglietti presuntamente firmati dalla regina, e li riempì di allusioni personali e vezzi familiari. Mostrò quindi le missive ad amici e conoscenti, sostenendo che la sua amicizia con Antonietta era un <<grande segreto>> proprio come lo era stata la sua relazione col defunto sovrano. Naturalmente la reputazione della donna aumentò, facendola sembrare una che godesse delle confidenze intime della regina. 

Cahouette fabbricò lettere false in cui la regina la pregava di acquistare gioielli e altri oggetti costosi presso negozianti di Parigi; alla donna bastava mostrare le suddette lettere ai gioiellieri e ai commercianti perché le fosse consegnato tutto quanto desiderava,e , inoltre, perché  le fosse concesso credito illimitato. Non soddisfatta di ciò, Cahouette finì per accostare il Fermier-Gènéral, M. Béranger, il quale controllava gli introiti tributari, e mostrargli una lettera contraffatta in cui Antonietta gli chiedeva di procurarle duecentomila franchi, somma di cui aveva un estremo bisogno, ma che era riiluttante a chiedere al consorte. 

M. Béranger, azzardò qualche domanda, con molta discrezione perché c'era sempre la poossibilità che la richiesta di Antonietta fosse stata autentica, e che rivelando il segreto della regina egli mettesse in pericolo se stesso. Quanto venne a spare in risposta a quelle prime domande gli diede però coraggio, e infine egli si rivolse alla polizia di Parigi. Questa riuscì a rintracciare i conti non pagati di Cahouette, gli oggetti preziosi da lei impegnati, e a verificare l'infondatezza delle sue vanterie. L'imbrogliona venne smascherata e incarcerata, e il suo povero marito fu costretto a rimborsare i duecentomila franchi. Le lettere falsificate, trovate fra gli effetti, personali di Cahouette, furono mandate ad Antonietta. Questa e Madame Campan le esaminarono una per una e contrastarono, con sgomento, che la falsificazione era notevolmente persuasiva.

La contess di Walburg-Fohberg, una sveva sposata con un dignitario di corte di secondaria importanza, fece credere di essere in rapporti d'intimità con parecchi personaggi, dal ministro degli Affari esteri al primo scudiere della regina. Anch'essa disponeva di lettere per accreitare le proprie asserzioni, e le sue vittime erano fin troppo disposte a credere che le lettere erano autentiche. Nelle stanze prese in affitto all'Hotel Fortisson, un albergo della cittadina di Versailles, la contessa intratteneva una corte in miniatura tutta sua, ricevendoin visita postulanti che la pagavano affinché perorasse le loro ragioni presso i grandi. 


Madame Campan

La contessa, finse di avere il diritto di partecipare con la sua carrozza a un corteo reale. Venne riconosciuta e interrogata, e un tenente della polizia aprì un'inchiesta sul suo comportamento. Ben presto tutto venne in luce. La contessa, però era stata abbastanza scaltra da non lasciarsi dietro nulla d'incriminante. La polizia aveva a sua disposizione soltanto la parola delle sue vittime secondo cui essa aveva preso il denaro da loro; la contessa, invece, sosteneva di aver fatto uso della propria influenza a beneficio delle suddette vittime per pura cortesia, e che nessuna somma di denaro era passata da una mano all'altra. Era evasiva, la contessa di Walburg-Fohberg conosceva un gran numero di segreti, ed era in grado di mettere in difficoltà alcuni personaggi molto importanti. 

Queste imposture riuscivano non solo perché i cortigiani e aspiranti cortigiani erano creduloni, ma anche perché volevano disperatamente aver successo. La mitologia della corte era per alcuni più forte della realtà di fatto, e imponeva che gli ambiziosi, coloro che lavoravano sodo, coloro che godevano di buone relazioni avrebbero finito per conquistare cariche e ricchezze. Versailles esercitava un incantesimo su coloro che ci vivevano, ci prestavano servizio e la visitavano.

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sabato 2 giugno 2018

Maria Antonietta Cap. X

Maria Antonietta Cap. X


Maria Antonietta


Già molto prima dell'alba e i male illuminati corridoi del palazzo di Versailles brulicavano di vita. Paggi, lacché, sguatteri di cucina e domestici si lavavano sommariamente e indossavano in fretta e furia le loro tenute da lavoro e le loro livree, stando vicini ai caminetti accesi, il cui calore bastava appena per proteggere dal freddo quei locali pieni di correnti, e mandando giù qualche boccone di pane prima di raggiungere i punti del palazzo ove dovevano attendere i loro compiti quotidiani. Anche i geentiluomini e le nobildonne, nonostante disponessero di propri servitori che li assistevano quando dovevano indossare i vestiti e le toilettes più formali, dato che, per quanto altolocati fossero i suddetti aristocratici personaggi; a corte i loro incarichi erano a lavoratori manuali: aprire una porta, tenere in mano una parrucca o un bastone da passeggio, disporre i fiori in vasi di porcellana. 

Alla corte di Luigi XVI prestavano la loro opera quasi novecento dignitari e servitori. L'Almanach de Versailles li elencava tutti, e il solo elenco occupava centosessantacinque pagine.Ciascuno dei dignitari, delle dame, dei servitori e delle domestiche aveva i suoi particolari obblighi e privilegi, definiti con precisione e gelosamente difesi. Il guidatore della carrozza reale trinata da muli non si sarebbe mai sognato di mettersi a cassetta per guidare dei cavalli, il gentiluomo di corte che portava al sovrano la sua chise percée e la portava via quando Luigi aveva finito di usarla non si sarebbe mai azzardato a presumere di potergli pettinare i capelli, i valletti che ogni mattina sfregavano la pelle del re con spazzole molto dure impregnate di alcool profumato si sarebbero ribellati all'idea di avvolgergli intorno al collo e di annodargli la cravatta. L'onorabilità del servitore dipendeva dalla natura del suo servizio. 



Luigi XVI

Se il re e la regina erano prigionieri dell'etichetta, infatti, le centinaia di persone al loro servizio erano tenute ad essernne padrone. La prima dama d'onore di Antonietta, la contessa di Noailles, con i suoi fastidiosi ammonimenti sulle formalità appropriate e la sua punntigliosa atenzione ai particolari, faceva semplicemente, anche se in modo estremamente ufficiale, il suo lavoro; un buon servizio richiedev esattezza in ogni dettaglio. Funzionari e servitori nuovi alla corte, dovevaano, prima di essere assunti, diventare padroni di centinaia di regole e di prescrizioni da osservare: come annodare il nastro ch eteneva stretto il guardinfante della regina, quale livrea indossare a Choisy (azzurra) e quale a Compiegne (verde), a quali porte si poteva bussare e quali, invece, si dovevano sfiorare con le unghie per annunciare la propria presenza. In alcune stanze alla servitù era permesso di sedersi, in altre, come, per esempio, la camera da letto del re, i domestici dovevano stare in piedi, anche se il sovrano non era presente. A quest'ultimo, soltanto i familiari e le poche persone con le quali egli aveva una grande intimità potevano rivolgere la parola; tutti gli altri dovevano rivolgerdi a lui con cortese e impersonale deferenza, parlando in terza persona. (<<Il re ha fatto buona caccia?>> <<Il re ha ancora il raffreddore?>>) Anche agli oggetti inanimati bisognava rivolgersi in modo differente a seconda del momento. Così, per esempio, il lettto della regina era considerato un mobile, di cui doveva aver cura il primo tappezziere alla camera daa letto, soltanto quando la regina non vi giaceva. 

Una delle cose che un dipendente doveva imparare era il modo di non are intralci ai suoi colleghi. La carica di reggitore dello strascico ella regina - una carica d'importanza secondaria, che tuttavia comportava <<doveri quotidiani e assidui>> - poteva essere detenuta soltanto da un nobile, cioè da un uomo il cui lignaggio fosse abbastanza illustre per non sfigurare accanto a quello del primo gentiluomo - usciere (Il reggitore dello strascico e il promo gentiluomo-usciere dovevano viaggiare sulla stessa carrozza quando la famiglia reale si trasferiva da una residenza all'altra; non si poteva pretendere che il secondo dei due viaggiasse in carrozza con un individuo che gli era socialmente inferiore).  Eppure il reggitore dello strascico poteva adempiere al suo compito in ambito molto limitato perché, appena la regina lasciava il suo appartamento e passava per la Galerie des Glaces, era tenuto a cedere lo strascico a un altro funzionario di servizio un paggio di camera del re domestico di cappella. 

Il conte d'Hézècques entrò in servizio a Versailles all'eta di dodici anni: doveva la nommina a paggio di camera del re alla raccomandazione di un parente che era uno dei gentiluomini di camera. Quando arrivò, erano complessivamente al servizio 58 paggi senza contare quelli che servivano i principi del sangue. Otto dei paggi erano assegnati alla camera del re, ove i loro compiti consistevano nell'assistere al grand lever del sovrano, nel fargli da scorta quando andava a messa, nel rischiarargli il cammino quando tornava dalla caccia dopo il calar del sole e, la sera, nel preparargli le pantofole quando andava a letto. Non erano compiti gravosi; gravosa era però l'iniziazione ad essi, come d'Hézècques dovette constatare con smarrimento. Come novizio si trovò alla mercé degli anciens, paggi che detenevano i loro incarichi da due anni e più e si commportavano in modo estremamente dispotico. Gli anciens punivano spietatamente ogni errore dei novizi, dai quali si pretendeva non solo che eseguissero i loro compiti senza la minima imperfezione, ma perfino che indovinassero i desideri dei loro superiori, altrimenti sarebbero stati bastonati. 

Ogni paggio doveva ricevere dalla sua famiglia una pensione di seicento franchi all'anno; ma questa era solo per le spese minute, perché tutto il resto veniva loro fornito dalla casa reale: cibo abbondante, livree e altri capi di vestiario, cure mediche, istruzione, D'Hézècques si sentiva trattato con <<una magnificenza davvero regale>>. Gli otto paggi di camera avevano due governanti e un precettore, o insegnante, che li controllavano anche nei loro alloggi in Rue de l'Orangerie. Trascorrevano la mattinata (prima del lever del sovrano, che in genere avveniva prima delle undici o ndici e mezzo) imparando a cavalcare; più tardi nel corso della giornata, quando non erano di servizio dal re, prendevano lezione di matematica, tedesco, disegno, danza, scherma e maneggio delle armi da fuoco, e facevano esercizi atletici e acrobatici. 

Erano altresì comuni, anche se raramente all'ultimo sangue, i duelli fra i paggi del re e quelli del principe di Condé o del principe di Conti. I ragazzi che rimanevano feriti venivno chirurghi della città di Versailles o da uno dei <<chirurghi comuni>> della regina che di regola si occuupava dei servitori di basso grado della casa civile della sovrana, ma che si poteva obbligare a prestare la sua opera in casi di emergenza come in occasione dei duelli. Il duello era ufficialmente disapprovato, ma era una parte riconosciuta della vita di un ufficiale dell'esercito, e tutti i paggi reali venivano istruiti per la carriera delle armi. Alla fine del loro periodo di servizio a corte, quando avevano diciassete o diciotto anni, venivano nominati ufficiali della guardia. Così avvenne, per esempio, a d'Hézècques. 

Il sedicenne d'Hézècques, che era un ancien in grado di dettar legge ai paggi novizi, fu assegnato alla grande scuderia relae, ove le regole di lavoro e di vita erano molto meno rigorose, tanto che i paggi erano liberi  di gironzolare nelle vie della città per cinque o sei ore al giorno. I cinquanta ragazzi di servizio nelle scuderie erano alloggiati in un'ala del vasto edificio, in camere tutte intonacate di giallo e tutte arredate con gli stessi mobili, che rano di poco più grandi dei box per i cavalli. Quattro enormi stufe li tenevano al caldo, ed essi usavano in comune una grande stanza per lo studio e pranzavano insieme in una sala appositamente attrezzata. 

I compiti deii paggi di scuderia erano relativamente poco gravosi. Un loro gruppo ben selezionato accompagnava il sovrano nelle sue partite di caccia, indossando sepeciali lvree, ornate con passamani d'oro (il tipo di passamani dipendeva dall'animale che veniva cacciato). Portavano i fucili carichi, consegnandoli al re quando li richiedeva e riprendidendoli quando li aveva usati e bisognava ricaricarli, compito che veniva affidato all'arquebusier. Alla fine della caccia, dopo che era stata distribuita la selvaggina, i paggi banchettavano con la parte loro assegnata; e spesso ricevevano in dono una dozzina di bottiglie di champagne per innaffiare il pranzo. 



Camera da letto della regina. Versailles



Antonietta ripristinò la carica di sovrintendente della casa civile della regina affidandola alla principessa Lamballe, sua amica e confidente, poco dopo l'ascesa al trono.  (Questa ascesa ebbe la conseguenza di confianre nell'ombra Madame de Noailles, che infatti presto si dimise, come indubbiamente Antonietta desderava,) Nella sua qualità di sovrintendente, la principessa di Lamballe godeva di una vasta autorità, di cui tuttavia, dato il suo carattere dolce e benevolo, non abusava. Alle sue dipendenze era la prima dama d'onore; dapprima ricoprì questa dignità la duchessa di Cossé; poi le succedettero la prinncipessa di Chimay e Madame de Mailly, che detenne la carica fino al 1781. Madame Campan, la fedele assistente e biografa di Antonnietta, era una delle sue prime cameriere addette alla camera da letto; aveva la responsabilità della gestione dei fondi privati della regina, che inoltre le aveva affidato in custodia i suoi gioielli. 

La direzione della casa civile di Antonietta comportava un gran numero di attività, dal controllo e dal pagamento di conti e delle fatture alla stesura di lettere di risposta ai sovrani stranieri che davano notizia di nascite, decessi e altri eventi familiari. Bastava questa corrispondena per tenere occupati a tempo pieno due segretari. Un altro compito che richiedeva molto lavoro e molto tempo era la riparazione e manutenzione dei veicoli della regina, comprese le grandi slitte dorate con cui essa amava fare gite ed escursioni d'inverno, quando c'era neve sufficiente. Ogni volta che la corte si trasferiva a Marly, a Choisy o a Fointainebleu, poi, c'erano da redigere e spedire inviti a migliaia per  balli, cene e partite di caccia. 

Sempre maggiore attenzione veniva dedicata alle condizioni di salute dei membri della servitù , e l'assistenza a queste centinaia di persone richiedeva l'impiego di un farmacista e di due chirurghi. Questi andavano ad aggiungersi al medico-farmacista e al chirurgo che avevano la responsabilità delle condizioni di salute della regina e dei suoi dignitari. Gli approvigionamenti di cibo, la cura delle cristallerie e delle argenterie, la custodia e il lavaggio degli abiti di corte e informali - per non parlare delle scarpe, delle borse, dei ventagli, dei guanti, della biancheria intima e dei cappelli - richiedevano l'opera di decine e decine di persone. In base alle disposizioni emanate dall'abate Terray, le tovaglie, i tovsglioli, le camicie e i merletti di lino dovevano essere sostituiti ogni tra anni (portati poi a cinque, e infine a sette da controllori delle finanze che volevano imporre economie sempre più rigorose). 

La suepervisione su tutte queste attvità di lunga durata non escludeva, anzi rendeva ancora più necessario uno strettoo controllo su quelle che si svolgevano di giorno in giorno e di ora in ora, e senza le quali la casa civile della regina non avrebbe potuto funzzionare regolarmente. Al compito di rifare il letto della regina, per esempio, si doveva provvedere mentre essa, con il suo entourage, assisteva alla messa. Appena il corteo regale lasciava l'appartamento di Antonietta per dirigersi verso la cappella, le addette al servizio si precipitavano nella camera da letto della regina con le lenzuola e i cuscini puliti e, dopo aver scostato i grandi cortinaggi doppi che celavano alla vista il letto, toglievano di mezzo la biancheria sporca, metendola in grandi canestri foderati di taffetà verde, che venivano portati poi alle lavanderie. Venivano quindi chiamati quattro domestici in livrea, che rivoltavano i materassi, troppo pesanti per essere solelvati dalle cameriere. Dopo che i domestici si erano ritirati, sul letto venivano messe lenzuola fresche di bucato, e su queste venivano ridistese le coperte. Le cameriere erano tanto abili che riuscivano a fare questo lavoro in cinque minuti; poi si mettevano a spolverare i mobili e a rifare ordine nella camera, data la confusione in cui l'aveva lasciata la regina dopo essersi vestita e  aver fatto la sua toletta quotidiana. 



Galerie des glaces. Versailles



Fortunatamente una delle dame d'onore di Antonietta, la contessa de la Tour du Pin, ci ha lasciato un lungo e particolareggiato resoconto sulla vita trascorsa a Versailles. Alla nascita la contessa si chiamava Henriette Lucy Dillon: era figlia di un militare di carriera irlandese che comandava un reggimento dell'esercito francese e della sua consorte, francese, una donna molto bella di nome Lucie de Rothe, anch'essa dama d'onore di Antonietta. (Antonietta, riicorda fra l'altro la contessa, <<era sempre pronta a lasciarsi affascinare dallo sfolgorìo>> e Lucie era piena dii grazia e sfolgorante; purtroppo, ancora molto giovane, morì di una morte tragica.) Diversi altri parenti di Henriette ricoprivano incarcichi a corte, e a causa di questi legami il matrimonio di Henriette con il conte de a Tour du Pin de Gouverenet fu celebrato nella cappella di Versailles. 

La principessa di Hénin, sua zia, portò Henriette da un maestro di ballo di Parigi, un certo M. Huart, che era abituato a preparare le giovani dame per la presentazione a corte. <<E' impossibile concepire una cosa più ridicola di quelle prove generali di presentazione>>, scrisse la contessa nelle sue memorie. <<M. Huart, un uomo corpulento, con i capelli bene acconciati e bianhi di cipria, indossva una specie di sottogonna a grandi sbuffi e stava in piedi all'estremità di una sala, come a rappresentare la regina.>> Il maestro mostrava a Henriette quando sfilarsi il guanto e innchinarsi per baciare il lembo dell'abito della regina, come avanza re con dignità attraverso la sala, come prosternarsi con grazia nonostantte l'ingombro del guardinfante e dell'abito. 

Arrivò il giorno della presentazione e Henriette era abbigliata col suo speciale abito bianco tempestato di perle e di fregi d'argento, e portava intorno al collo <<sette od otto giri di grossi brillanti>> che Antonietta le aveva dato in prestito per l'occasione. Altri brillanti splendevano sul suo capo. <<Grazie ai buoni ammaestramenti di M. Huart>> ricordò in seguito, <<feci le mie tre riverenze molto bene. Mi sfilai il guanto e me lo rimisi in modo non troppo impacciato. Poi mi feci avanti per ricevere l'abbraccio di accoglienza del re e dei suoi fratelli, dei principi>> e di alri illustri personaggi della corte. Anni dopo, la contessa ricordava quanto imbarazzante ed estenuante era stata per lei la cerimonia. Benché fossero presenti molti dei suoi cari, e benché l'affetto per sua madre predisponesse la regina as accoglierla calorosamente, aveva pur sempre porvato la sensazione di passare, per così dire, sotto le forche caudine, <<osservata con attenzione dall'intera corte e fatta a pezzi da tutte le malelingue.>>




Cappella di Versailles


Ogni domenica prendeva posto con le altre nella sala adiacente alla camera da letto di Antonietta, in attesa del segnale di entrare per la cerimonia dell grande toilette. La sala era sempre piena, ricordò nelle sue memorie; in attesa c'erano almeno quaranta donne, e spesso di più. <<A volte stavamo strette>>, scrisse, <<perché i nostri guardinfanti occupavano molto spazio.>> Quando nella camera da letto entravano la principessa di Lamballe, e subito dopo la prima dama d'onore e la responsabile dei vestiti, le dame capivano che la cerimonia sarebbe presto incominciata. 

<<Appena la regina aveva salutato ciascuna di noi nel suo modo incantevole e gentile, la prota veniva riaperta e tutti venivano ammessi. Noi ci metavamo, in piedi, lungo il lato destro e lungo il lato sinistro della camera in modo da lasciare uno spazio sgombro dinnanzi alla porta e al centro della camera stessa.>> Spesso le dame dovevano allinearsi in due o tre file, comprimendo i guardinfanti l'uno con l'altro e spiegazzando le gonne degli abit, in attesa che il corteo prendesse avvio in direzione della cappella. Un giorno Henriette fu presentata all'ambasciatore di Gran Bretagna e, conoscendo l'usanza inglese gli strinse la mano. 

le udienze della domenica mattina continuavano fino alle 12.40, quando il domestico in livrea avanzava nuuovamente fino alla porta e annunciava: <<Il re!>>. Udito questo annuncio, Antonietta, <<andava inncontro al sovranocon un'incantevole espressione di gioia e di dieferenza. Il re chinava il capo a destra e a sinistra e aveva uno scambio di parole con alcune dame di sua conoscenza, mai però con quelle giovani>>. Data la sua estrema miopia, Luigi XVI, ricordava Henriette, era in grado di riconoscere soltanto coloro che gli stavano molto vicini. 

Il corteo che si formava per raggiungere la cappellaera quanto mai articolato la domenica, e i visitatori stranieri amavano andare a Versailles per assistere, se possibile, al suo passaggio. Apriva la processione il primo gentiluomo della camera da letto del sovrano, seguito dal capitano delle guardie; poi venivano il re e la regina, che procedevano abbastanza lentamente perché fosse loro possibile scambiare qualche parola con ciascuno dei dignitari della corte quando gli passavano davanti. <<Spesso la regina conversava con le dame straniere che le erano state presentate in privato, con artisti e con letterati. Una sua inclinazione del capo o un suo benevolo sorriso venivano accolti con gioia dai destinatari e il loro ricordo era gelosamente custodito a garanzia in vista di un possibile bisogno futuro.>> Dietro il re e la regina avanzavano le dame di corte di posizione più elevata; quelle di posizione meno elevata costituivano la retroguardia. 

Percorrere in tutta la sua lunghezza la Galerie des Glaces senza inciampare nello strascico della dama precedente richiedeva una considerevole abilità. Non bisognava mai sollevare i piedi dal parquet, ma piuttosto dcivolsrci sopra alla maniera dei cigni sull'acqua, senza mai guardare il pavimento ma facendo attenzione a evitare i metri e metri di velluto e taffetà e seta che turbinavano dappertutto e minacciavano continuamente di provocare incidenti. Percorso senza intoppi il lungo corridoio, ciascuna delle dame <<gettava il suo strascico su uno dei guardinfanti e, facendo in modo di essere vista dalla sua cameriera in attesa con uuna grande borsa di velluto rosso, frangiata d'oro, si precipitava in una delle navate laterali della cappella, cercando di trovar posto quanto più vicino possibile alla navata centrale ove erano il re e la regina>>. 

Dopo la messa e dopo il pranzo, Henriette e le altre dame erano finalmente libere di prendere congedo, anche se l'etichetta le obbligava a fare brevi visite ai conti di Provenza e d'Artois, nonché alle zie del sovrano, prima di ritirarsi nei loro appartamenti.  A Henriette piaceva far visita al duca d'Artois, la cui giovinezza e prestanza avevano su di lei un notevole fascino. <<Si facevano grandi sforzi per essere ben viste da lui>> ricordò nelle sue memorie, <<perché riuscirici era una garanzia di notorietà>>. Dopo queste visite d'obbligo le dame potevano starsene per loro conto alcune ore e, nei loro appartamenti, si sbarazzavano dei rigidi abiti formali, pranzavano e ricevevano amici e amiche,.

Durante le partite a carte era di rigore la loro presenza. <<Dovevamo essere lì prima delle sette>>, scrisse la contessa, <<perché la regina faceva il suo ingresso prima che l'orologio finisse di rintoccare le ore. Accanto alla porta da cui arrivava stazionava uno dei parroci di Vrsailles, che consegnava ad Antonietta una borsa con la quale la regina si aggirava tra gli ospiti, sollecitandoli a fare le loro elemosine con le parole : "Per i poveri, di grazia">>. Ogni dama era tenuta a contribuire con una moneta d'argento, ogni gentiluomo con un luigi d'oro. 

Molti anni dopo il periodo del suo servizio a corte, quando le glorie di Versailles erano da tempo trramontate, la contessa de la Tour du Pin e altri memorialisti rievocavano con una sorta di commossa nostalgia lo spendore degli abiti di seta e il luucchichio dei brillanti, la magnificenza dei grandi teatri di palazzo, tutti dorature e cristallerie, illuminati da migliaia di lampadari, gli splendidi saloni da ballo trasformati in foreste grazie a un magistrale impiego delle decorazini di cartapesta e dei fiori artificiali, la galanteria degli uomini e l'elegante portamento delle donne. Le cene, scrisse la contessa, erano la quintessenza di quella squisita cultura di serra. Gli invitati, rigorosamente selezionati in base alla loro educazione, il loro spirito e al loro savoir faire mondano, nonché alla loro capacità di trovarsi a proprio agio in un'eletta compagnia, arrivavano alle nove e mezzo. 

Quelle serate erano il trionfo dei buoni cibi, della conversazione scintillante, della grazia sofisticata, sfumata di flirt e di allettamenti. L'orchestra suonava, il vino scorreva, si rideva di cuore, la vita era molto dolce. La conversazione durava fino a molto tempo dopo la mezzanotte, quando le candele si estinguevano e le dame, sbadigliando al riapro dei ventagli incrostati di gioielli, venivano riaccompaagnate nelle camerette loro assegnate, ove schiacciavano un pisolino di una o due ore prima che sorgesse l'alba. 

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martedì 17 ottobre 2017

Maria Antonietta. Cap. VII

Maria Antonietta Cap VII


Maria Antonietta


Nelle spaziose stanze dell'appartamento di Antonietta a Versailles regnava il disordine. Il vastissimo corpo di guardia in cima alla scalinata di marmo era stipato di armi e di equipaggiamento delle guardie, che ingannavano il tempo giocando d'azzardo e raccontandosi a vicenda le loro storia personali, mentre tutt'intorno mercanti d'ogni genere attendevano l'occasione buona per mostrare alla delfina ciò che avevano da vendere, e corrieri e visitatori della corte andavano e venivano, apparentemente indaffarati. Nell'anticamera, ove i domestici di Antonietta stavano in attesa del loro turno di servizio, e ove era apparecchiata la <<grande tavola>> per il pasto del mezzoogiorno, gli arazzi erano sforacchiati nei punti ove i due cani di Antonietta, due carlini dalla coda ricurva, li avevano graffiati, e il pavimento di legno era infangato dalle orme degli animali <<Madame la dauphine ama moltissimo i cani>>, scrisse una volta Mercy a Maria Teresa, aggiungendo che Antonietta chiedeva che le fosse mandato da Vienna un altro cane un carlino di color fulvo col vaso nero. 

Anche la camera di Antonietta, col suo enorme letto, recava tracce evidenti della presenza dei cani, ma, i guasti prodotti da questi ultimi erano maggiormente visibili nelle altre stanze, ove la delfina li lasciava ruzzare liberamente su sedie e sofà rivestiti di damasco; le gambe di questi mobilierano fittamente segnate dai morsi degli animali. I cani facevano i loro bisogni quando e dove volevano, dato che Antonietta non si preoccupava di impedirglielo e a nessuno dei servitori era stato affidato il compito specifico di badare ai due animali. Ad accrescere il caos c'erano poi due bambini piccoli, di quattro e cinque anni. Uno era figlio del primo valletto della delfina, Thierry, l'altro era figlio della sua prima cameriera. I due bambini erano sempre scalzi, scorazzavano per le stanze inseguendosi a vicenda, giocavano con i cani e facevano un allegro disordine, specialmente quando Antonietta, avrebbe dovuto ascoltare gli ammaestramenti dell'abate Vermond o una lezione di canto, oppure lavorare all'uncinetto per fare un panciotto da donare al re. 


Luigi XV




La camera di Noailles, era rimasta profondamente offesa quando la sua signora, cercando di ridurre all'osso la lunga procedura necessaria anche per le più semplici incombenze di corte, aveva mandato da lei la moglie di Thierry per falre sapere che la desiderava al suo servizio. Furibonda perché si sentiva insultata, la contessa di Noailles si era precipitata da Antonietta per annunciarle che non intendeva prendere ordini da una cameriera, e in particolare da una cameriera che non era stata ancora ufficialmente nominata. 

All'origine dell'incidente c'era una delle figlie del re, Adelaide; era stata lei che aveva suggerito ad Antonietta di aggirare il protocollo mandando direttamente la Thierry dalla conttedssa di Noialles, benché sapesse benissimo quali sarebbero state le conseguenze del suo consiglio. Mercy non aveva potuto fare una paternale ad Antonietta; aveva solamente cercato di mettere in guardia la delfina facendole notare quanto poteva essere pericoloso dare ascolto a certi consigli. 

La delfina a quanto pareva non sapeva tenersi pulita e in ordine. Dalle partite di caccia che seguiva in carrozza, tornava sempre tutta bagnata e inzaccherata, trascurava l'acconciatura dei capelli; e dedicava al proprio abbigliamento un'attenzione così scarsa che una nobildonna austriaca in visita a Versailles ne rimase sconcertata e fece a Maria Teresa un rapporto molto severo <<Mi ha detto>>, scrisse l'imperatrice ad Antonietta, deplorando il comportamento della figlia <<che hai poca cura di te stessa, anche quando si tratta di lavarti i denti; questo come la tua persona in genere, è un punto chiave ed essa ti ha trovata peggiorata... Ha aggiunto che eri malvestita e che si è azzardata a dirlo alle tue dame>>.

Data la sua allegra non curanza per le riigorose consuetudini della corte Antonietta non poteva non scontrarsi con la puntigliosa e scrupolosa dame d'honneur che le era stata assegnata. A proposito della contessa di Noailles, Madame Campan scrisse una volta. <<Non aveva attrattive esteriori. Il suo portamento era rigido, la sua espressione severa; conosceva l'etichetta da cima a fondo>>. Madame Campan aveva avuto occasione di conoscere la sopra ricordata severità un giorno che si trovava nell'appartamento di Antonietta mentre veniva ricevuto un visitatore solo recentemente presentato a corte. <<Era tutto regolare, o perlomeno così credevo>> ricordava la Campan. <<Improvvisamente mi accorsi che gli occhi della contessa erano fissi sui miei. Fece un piccolo cenno col capo. Le sue sopracciglia si alzarno, si abbassarono e tornarono ad alzarsi. Poi si mise a fare piccoli gesti con le mani. Questa muta esibizione non mi lasciò dubbi: qualcosa non andava comme il faut>>.


Maria Teresa d'Asburgo

Frattanto la dame d'honneur si era messa a gesticolare in modo più visibile. Allora Antonietta aveva notato ciò che non andava e aveva rivolto un sorriso a Madame Campan, che si era affrettata ad avvicinarsi. A quanto pareva, la Campan aveva dimenticato di allentare le alette pendenti del suo copricapo. <<Allentate le alette>>, le aveva mormorato Antonietta, <<altrimenti la contessa ne morirà>>, Madame caampan aveva allentato le alette e la contessa si era un pò ripresa dallo shock. 

La delfina era <<perennemente tormentata>> dalla sua dame d'honneur, che la seguiva passo a passo e la correggeva mille volte al giorno dicendole come doveva accogliere una persona in un certo modo  e un'altra in un certo altro modo, criticando il suo modo di parlare, lanciandole occhiate di disapprovazione e scuotendo la testa con aria afflitta. 

Anche quando pranzava in compagnia del delfino in una sala piena di cortigiani e di spettatori, scoppiava in sonore risate, sconcertando i presenti. Mercy la vedeva spesso <<sussurrare all'orecchio di qualche giovane dama>> e poi <<ridere con lei>>. <<A volte scherza sulle persone che le sembrano ridicole>>, scrisse una volta l'ambasciatore, aggiungendo: <<Sa usare lo spirito e il sarcasmo in modo da rendere assai mordaci le sue osservazioni>>. Non faceva differenza che Antonietta <<fosse di carattere per natura allegro e scevro di cattive intenzioni>>; i commenti erano non per questo meno pungenti. E quando la delfina faceva osservazioni <<satiriche e astiose>> su Madame Du Barry, il re si irritava, anche se non lo diceva mai direttamente alla nipote, ma glielo faceva sapere, tramite intermediari. 


Luigi XVI

Il paese era di fronte a una crisi fiscale. Il tesoro era sull'orlo della bancarotta, bisognava imporre e riscuotere nuove tasse. L'intero sistema tributario anzi, aveva urgente necessità di una riforma. Eppure la riforma era impossibile finché l'autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali di fatto, un potere di veto sugli editti del re. Nella confusione politica di dicembre 1770 il duca di Choiseul aveva perso le sue cariche perché appoggiava i parlamenti locali, mentre il carattere generale, l'abate Terray, era contrario ad essi.

I parlamenti locali, erano istituzioni arcaiche in cui la nobiltà proclamava la propria volontà di non dipendere dall'autorità regia. Non tutte le province francesi avevano un parlamento. I parlamenti erano tredici, e di essi il più numeroso e il pià importante era quello di Parigi. Ciascuno dei tredici sosteneva però di essere la suprema corte d'appello per la sua provincia con il potere di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente importanti; ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente intransugenti: ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di sopprimere le esenzioni fiscali di cui godevano gli aristocratici i parlamenti cessavano di funzionare. Le procedure legali si arrestavano e il re, anche se prendeva provvedimenti punitivi non era in grado di far entrare in vigore i propri editti. 

Da una parte i parlamenti erano organi votati alla difesa dei propri interessi, gelosi custodi delle prerogative dei loro membri aristocratici. D'altro canto, nel clima sempre più evidente di pensiero politico liberale che caratterizzava il XVIII secolom l'opposizione dei nobili al re poteva assumere il carattere - e l'assumeva - di un'opposizione al dispotismo, opposizione radicata in una tradizione di libertà che, insistevano i suoi sostenitori, risaliva ai tempi di Carlo Magno e oltre. In tal modo la lotta fra i parlamenti e la corona veniva spesso presentata come una lotta del popolo francese contro il suo tirannico sovrano, in cui i nobili erano campioni del popolo. 

La monarchia e l'aristocrazia, attraverso i parlamenti, erano semplicemente impegnate in una lotta per il potere, in cui i nobili miravano ad assicurarsi una quota sempre maggiore dell'autorità che un tempo era prerogativa esclusiva del sovrano. I parlamenti erano in verità un bastione, ma un bastione del privilegio degli aristocratici: in altre parole un bastione che, nella congiuntura politica ed economico - sociale dell'inizio degli anni Sessanta del XVIII secolo, rappresentava un ostacolo a riforme finanziarie di cui c'era un gran bisogno. 

L'abate Terray e il cancelliere Maupeou - un giurista, quest'ultimo, abile e provo di scrupoli - persuasero il re che se si voleva il successo delle suddette riforme finanaziarie era necessario sopprimere i parlamenti locali. D'un colpo il vecchio sistema giuridico venne spazzato via e furono costituiti nuovi tribunali fiscali. Terray affrontò per primo il problema del debito del tesoro e dispose prestiti forzosi. 

La nomina del duca d'Auguillon al posto del duca di Choiseul fu un ulteriore insulto ai sostenitori dei parlamenti, perché egli si era trovato in contrasto con i parlamenti della Bretagna e di Parigi e il conflitto politico che ne era risultato era divenuto, in un certo modo, un simbolo della determinazione della monarchia di soffocare l'indipendenza dei nobili. Il conflitto si ripercosse perfino nell'ambito della famiglia reale: i principi di Condé e di Conti e il duca d'Orléans, cessarono di frequentare la corte per protesta contro la soppressione del Parlamento di Parigi. (Il er Luigi definì il principe di Conti <<mio cugino, il giurista litigioso>>). 

Il conte di Provenza, sposatosi nel maggio del 1771, si era malignamente vantato, con il delfino di essere stato <<quattro volte felice>> nella notte di nozze. La sua consorte Maria Giuseppina di Savoia, aveva anch'essa goduto <<meravigliosamente>>, a detta del duca; e i cortigiani si erano messi ad osservare con attenzione la sposa per scorgere un qualche segno che fosse incinta. La nuova contessa di Provenza non poteva attrarre l'attenzione per nessun altro motivo: era tozza e scura di carnagione, con cespugliose sopracciglia nere e un ciuffo tutt'altro che femminile di peli neri sul labbro superiore, che i cortigiani meno riguardosi chiamavano mustacchio. La sua ruvida epidermide non era certamente oggetto d'ammirazione, e Maria Giuseppina trascurava molto spesso di fare il bagno. Luigi XV, disgustato dalle abitudini personali della nuova nipote, scrisse ai suoi genitori pregandoli di dire alla propria figlia di lavarsi il collo.


Maria Giuseppina di Savoia 

<<Il comportamento di Maria Giuseppina è freddo e imbarazzato>> pensava Mercy. <<Parla poco e con impaccio>>. Può darsi che fosse sconcertata dalla grandiosità di Versailles e dai suoi temibili abitanti; quando riuscì a farsela amica, Antonietta la trovò <<molto dolce, molto gradevole e molto allegra in privato, anche se non appare tale in pubblico>>. <<Ha per me molta simpatia>>, scrisse Antonietta alla madre, <<e molta fiducia. Non è affatto dalla parte di Madame Du Barry>>. 

La principessa di Lamballe, una giovane vedova piuttosto melanconica che era la nuora del duca di Penthiévre. Per breve tempo la principessa, era stata sposata con il dissoluto principe di Lamballe, che si era spento molto giovane, vittima dei suoi eccessi; aveva sei anni più di Antonietta, ma una personalità meno marcata, la sua gentilezza d'animo e il suo buon carattere facevano da contrappunto alla vivacità della delfina. La principessa era una figurina delicata, i suoi lineamenti fisici erano irregolari ma non sgradevoli. Il suo tratto più negativo erano le mani, a giudizio di un memorialista di corte; quello più positivo era costituito dal candore e dall'estraneità agli intrighi. Nell'inverno 1770-1771 la principessa di Lamballe e Antonietta divennero amiche. L'<<aria infantile>> della giovane vedova la rendeva cara alla delfina, che amava i bambini, e il fatto che anch'essa, piemontese, fosse straniera costituiva un ulteriore legame con la principessa austriaca. 

Le lughe e autoritarie lettere dell'imperatrice, scritte con la concisione e l'immediatezza che per Maria Teresa erano una seconda natura, ma che avevano il potere di intimidire la giovsne figlia, la quale era di carattere assai sensibile, arrivavano ogni mese. Erano piene di critiche e di direttive, una sorta di controparte scritta dei rimbrotti verbali della contessa di Noailles. Il modo in cui scriveva Antonietta era difettoso, lamentava l'imperatrice. La sua <<aria giovanile>> era scomparsa: appariva chiaro dai ritratti. Doveva deidicare una maggiore attenzione agli austriaci che capitavano a corte. Non doveva andare a cavallo. Avrebbe dovuto leggere di più. Non avrebbe dovuto mantenere rapporti così intimi con Adelaide, Vittoria e Sofia. Doveva parlare con Madame Du Barry, per quanto sgradevole potesse essere la cosa. Doveva sorvegliarsi con attenzione e proteggersi dagli attacchi. Soprattutto, dovev adoperarsi per essere simpatica agli altri. 

Nelle missive dell'imperatrice c'erano ingiunzioni sul cibo, sull'esercizio fisico, sull'abbigliamento, sul comportamento, e sulla vita coniugale di Antonietta. Maria Teresa aveva opinioni molto nette sul modo di costringere un marito a farsi coraggio (sempre nella presunzione che fosse la timidezza, e non un inguaribile impotenza, il problema del delfino). <<Sii prodiga di carezze>> scriveva Maria Teresa ad Antonietta. Le lettere erano piene di rimproveri, e anche di espressioni disperate (<<Ti vedo procedere a grandi passi e con calma non curante verso la rovina>>, scrisse l'imperatrice nell'ottobre del 1771), ma col trascorrere dei mesi divennero più tenere e perfino lamentose. Maria Teresa stava invecchiando e si sentiva addosso il peso degli anni. Le facoltà di Maria Teresa declinavano ed essa non si sentiva più a suo agio nel mondo che vedeva intorno a sé: <<L'irreligione, il decadere della morale, il gergo che tutti usano e che non capisco, tutte queste cose bastano per sopraffarmi,>> lamentava. Si sentiva sola e aveva nostalgia dei suoi figli, la maggior parte dei quali viveva lontano da lei, e di suo marito, la cui perdita non cessava mai di piangere. 

Una fonte costante di esapserazione, per Maria Teresa, era Giuseppe, la infastidiva con le sue pretese e, proprio nel momento in cui essa più sentiva il peso degli anni, la tediava con richieste di ogni genere e con la continua minaccia di rinunciare al titolo di co-reggente. Se però Giuseppe, data la sua presenza a Vienna, era una preoccupazione quotidiana, una preoccupazione non meno grave era per l'imperatrice la figlia Amelia. Il matrimonio con Don Ferdinando di Parma, un uomo senza spina dorsale, si era trasformato in un incubo. Amelia comandava a bacchetta la corte, o tentava di farlo. Maria Teresa disapprovava nettamente la sua condotta, e per poco questo suo atteggiamento non aveva causato una rottura in famiglia. 


Madame Du Barry

Antonietta era costantemente in apprensione, constantemente in guardia per paura di offendere la temibile genitrice. <<Amo l'imperatrice, ma ho paura di lei>>, disse all'ambasciatore austriaco, <<anche da lontano, anche quando le scrivo non mi sento mai a mio agio con lei.>> Era ancor peggio quando doveva dare alla madre cattive notizie. Con le lacrime agli occhi, Antonietta che aveva paura di riferire a sua madre <<le cose che vanno male>>. <<Il mio cuore è sempre con la mia famiglia in Austria>> disse in un'altra occasione a Mercy, <<e, se litigassi con i miei familiari, sento che i miei doveri qui sarebbero troppo onerosi per poterli sopportare.>>

Antonietta, aveva ppaura delle lettere che arrivavano da Vienna, ma aveva ancor più paura della prospettiva che un giorno quelle lettere non arrivassero più. Poco prima della fine di febbraio del 1772 giunse notizia che l'imperatrice era stata gravemente ammalata e che i medici l'avevano sottoposta a due salassi. Antonietta scoppiò in lacrime e si chiuse nellla stanza meno accessibile del suo appartamento, annullando un'udienza già fissata. Andò a prendere il rosario che Maria Teresa le aveva donato, e si inginocchiò per pregare, afflitta in quel momento di angoscia quanto poteva essere effervescente in gaiezza nei momenti più sereni. Il delfino pregò al suo fianco affettuoso e leale con la moglie nonostante l'antipatia che provava per l'Austria e gli austriaci e l'indifferenza nei confronti della suocera, che non aveva mai conosciuto. 

Per far piacere alla consorte, il delfino ordinò che si desse un ballo alla settimana nell'appartamento di Antonietta; e sempre la accompagnava ai riicevimenti offerti dai vari gentiluomini della corte. Tutti notarono in lui un cambiamento: nel suo modo impacciato, cercava di essere socievole, benché preferisse sempre le sue cacce solitarie e compisse quello sforzo, evidentemente, soltanto per fare cosa grata alla moglie. Antonietta sosteneva di essere felice con lui e affermava che <<le voci maligne sussurrate dalla gente sulla sua impotenza sono niente altro che sciocchezze>>. La maggior parte delle notti dormiva nel suo letto, e la trattava <<nel modo più cordiale>>. Ma non erano ancora marito e moglie, e Antonietta, vedendo le altre donne della corte incinte, e poi con i loro bambini in braccio, a volte si disperava. Invidiava quelle donne anche quando la loro gravidanza aveva una conclusione tragica. Nell'ottobre del 1771 la dichessa di Chartres parotorì un bambino morto. <<Anche se è terribile>>, scrisse Antonietta in una lettera inviata alla madre, <<vorrei essere stata io al suo posto, ma su questo non c'è ancora speranza>>. 

Antonietta era ancora molto giovane, non troppo per restare incinta ma forse troppo per essere costantemente feconda. Era ncora in sviluppo, e nei primi anni che tracorse alla corte di Francia la sua altezza aumentò considerevolmente. Stava diventando anche più formosa, specialmente dopo che, su suggerimento della madre, aveva cominciato a bere latte fresco ogni mattina. L'imperatrice aveva sempre creduto nelle virtù salutifere del latte appena munto, portato direttamente dalla stalla. 

Imparava gradualmente a provar piacere nella lettura di libri istruttivi, e, per ore e ore, si faceva leggere dall'abate Vermond (che non era stato licenziato, dopo tutto) brani di opere, sulla storia di Francia e di memorie di uomini di corte dei regni precedenti. Se ne stava pazientemente seduta, col lavoro all'uncinetto in grembo, ascoltando l'abate o discutendo con lui il commento biblico che le era stato dato dal suo confessore per aiutarla a leggere la storia d'Europa di Hume, coosa che essa aveva fatto per suo conto. 

Due anni dopo il suo arrivo in Francia Antonietta era una ragazza diversa. Aveva conservato il suo fascino di adolescente, ma ad esso aveva aggiunto buon senso, acume e perspicacia. Pur provando antipatia, e perfino timore, per la politica, se ne intendeva, almeno fino a un certo punto, e afferrava con alacrità le spiegazioni che le venivano date in proposito. Stava imparando a farsi strada, destreggiandosi fra gli scogli della politica di corte, restando in equilibrio tra le fazioni del re con Madame Du Barry da un lato, e di coloro che avrebbero vooluto servirsi di lei come paravento dall'altro. Finì per compiacere il desiderio del re rompendo il lungo silenzio nei confronti della sua amante, e tuttavia lo fece in modo da slvaguardare la propria dignità. 

A Capodanno del 1772, nel pieno delle complicate cerimonie che erano di rigore nel primo giorno dell'anno, Antonietta decise infatti di pronunciare quelle poche parole che sarebbero bastate per soddisfare il sovrano. Nei brevi scambi di coonnvenvevoli con le dame, che, a turnom si inchinavano dinanzi a lei, non trascurò questa volta Madame Du Barry. <<C'è molta gennte, oggi a Versailles>>, le disse mentre la contessa si prosternava ai suoi piedi. 

Nella delfina, la differenza rispetto all'adolescente intimidita e incolta, di due anni prima, era evidente soprattutto nel modo in cui trascorreva il tempo. Di tanto in tanto andava ancora a trovare le zie, ma ora la si trovava più frequentemente indaffarata a leggere per migliorare la sua cultura, a ricevere le mogli degli ambasciatori stranieri, a suonare la musica per arpa inviatale da sua madre, imparando lentamente prima la parte per la mano destra, poi quella per la sinistra. Adesso, inoltre, nel suo appartamento si vedevano raramente i figli delle sue cameriere, anche se vi stazionavano ancora i cani. Epppure in molti pomeriggi si potevano trovare i cani immersi nel sonno sui sofà, o intenti a zampettare contro le porte, inquieti nella loro solitudine. La loro padrona era fuori impegnata in una partita di caccia; indossando la tenuta da caccia di velluto azzurro e un grande cappello piumato, cavalcava uno degli splendidi destrieri che il nonno aveva acquistato per fargliene dono. I somarelli <<dolci e gentili>> che aveva cavalcato nei primi mesi trascorsi in Francia non la soddisfacevano più. Erano troppo lenti e la frustravano, specialmente quando essa doveva procedere in compagnia di tutte le dame del suo seguito, un lunghissimo corteo di sessanta o ottanta signore in groppa ad altrettanti quadrupedi. Sugli splendidi cavalli da caccia del Suffolk di cui disponeva ora, Antonietta poteva invece galoppare a suo piacimento libera da sua madre, libera dalla contessa di Noailles, libera, per il momento dalle preoccupazioni della sua situazione e dallo sgradevole pensiero del futuro.  

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venerdì 28 aprile 2017

Maria Antonietta cap. VI

Maria Antonietta Cap VI


Maria Antonietta


Antonietta era in Francia da appena tre mesi, ma già intuiva che la corte si era schierata contro di lei. Era la moglie del delfino soltanto di nnome; la sua governante, la contessa di Noailles, la disapprovava; e il re, pur essendo, innegabilmente affascinato da lei, era troppo indaffarato con la sua favorita Madame Du Barry, per deidicarle molta attenzione.

Nata illegittima, figlia di una povera sarta che si era data alla prostituzione per arrotondare i suoi magri guadagni, Jeanne Bécu aveva seguito l'esempio materno e aveva finito col farsi notare da Luigi XV quando era divenuta l'amante di un certo Jean Du Barry. Graziosa senza essere una grande bellezza, né una donna particoalrmente attraente, la Du Barry era nondimeno dotata, grazie all'espressione apertamente invitante dei suoi occhi azzurri e notevolmente spaziati fra loro, di un grande fascino sensuale. Il re ne era stato letteralmente stregato, al punto che aveva subito pensato di introdurre Jeanne a corte non come una delle tante donne del suo bordello privato, il Parc-aux-Cerfs, ma come amante ufficiale. A tale scopo aveva combinato un matrimonio tra Jeanne e il fratello di Jean Du Barry, Guillaume, che era erede del titolo di conte Du Barry. Nella sua nuova poszione di contessa Du Barry, Jeanne era stata presentata a corte nell'aprile del 1769, e aveva abbagluato perfino i sazi e smaliziati cortigiani di Versailles con i suoi abiti inghirlandati di diamanti disposti come fiori. Il re l'aveva letteralmente ricoperta di gemme abbaglianti, ed essa le portava ovunque, anche sui tacchi delle scarpe.

Non sarebbero bastati tutti i diamanti del mondo a fare di una comune prostituta una raffinata gentildonna. Ma il re subiva completamente il fascino di Jeanne, ed era questo che contava. Altri potevano anche deridere la pronuncia affettatamente lesa di Madame Du Barry, o alzare il sopracciglio quando essa insultava volgarmente le sue cameriere o criticarla perché non si incipriava i capelli e preferiva gli abiti semplici alla grande toilette che era di rigore alla presenza del re; ma Luigi XV si rifiutare di ascoltarre anche una sola parola contro di lei. <<Mi ha donato piaceri di cui ignoravo perfino l'esistenza>>, confidò una volta al maresciallo de Richelieu, un attempato libertino come lui; e Richelieu non ebbe dubi su ciò che intendeva dire il suo sovrano. 


Luigi XV


Il re non aveva indugiato a regalare alla contessa Du Barry, il suo piccolo castello di Louveciennes, uno squisito palazzo in miniatura con stanze dalle pareti di marmo e dai soffitti affrescati, e una grande sala da pranzo bianca e oro ove i lampadari di cristallo, scintillavano alla luce del caminetto. Le decorazioni, di uno sforzo abbagliante, erano straordinariamente costose: arazzi di eccellente fattura, vetri e porcellane di eccezionale qualità, bronzi, mobili rivestiti all'interno di raso merlettato. I visitatori del castello di Louveciennes restavano abbagliati dalla finezza dei materiali, accessibili solo al tesoro reale, con cui era fatto ogni arredo, fino alle maniglie delle porte; e non mancavano di notare il gran numero di domestici, tutti abbigliati con sontuose livree cremisi o quelle chiare, addetti al servizio dell'amante del re. Anche a Versailles la contessa aveva alle sue dipendenze un personale numeroso, fra cui spiccava, per il colore della pelle, un paggio venuto dal Bengala, Zamor, il quale la seguiva dappertutto col suo vestito di velluto rosa, un turbante bianco sulla testa e una minuscola spada a fianco. 


Madame Du Barry


A chi le decantava l'avvenenza di Antonietta, Madame Du Barry rispondeva con disprezzo. <<Non vedo nulla di attraente>>, diceva, <<nei suoi capelli rossi, nelle sue labbra turgide, nella sua carnagione chiara e nei suoi occhi senza ciglia. Se costei, che dite tanto bella, non venisse da casa d'Austria, attrattive del genere non sarebbero oggetto di ammirazione>>. Antonietta rocambiava gli insulti, rincaranndo anzi la dose. Detestava essere obbligata, a sedersi alla stessa tavola della volgare amante nonno acquisito e dover trascorrere del tempo con lei ai tavoli da gioco. <<E' l'essere più stupido e impertinente che si possa immaginare>>, scrisse una volta a sua madre <<ha giocato con noi a carte una sera a Marly; due volte si è seduta accanto a me, ma non mi ha parlato e io non ho tentato di attaccare discorso con lei. Quando è stato necessario, però, le ho parlato>>.

Una sera la contessa di Grammont che faceva parte  dell'entourage di Antonietta, insultò Madame Du Barry, rifiutandosi si cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry rifiutandosi di cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry andò a lamentarsi col re e la contessa, fu allontantata dalla corte. Su consiglio di Mercy, Antonietta andò a sua volta dal sovrano e sia pure con cortesia, fece valere le sue prerogative. Il re, disse, in sostanza, non avrebbe dovuto allontanre la contessa de Grammont da Versailles senza prima informare lei, Antonietta, della sua disapprovazione per il modo in cui la nobildonna si era comportata. Luigi XV, imbarazzato per l'incidente e diviso tra la cieca infatuazione per l'amante e l'affetto per la moglie del nipote, attribuì la responsabilità della decisione al duca di Vrillière, ministro della real casa, e finì per autorizzare la contessa a tornare a Versailles. 


Luigi XVI

Attraverso sua cognata la contessa di Grammont era parente del più autorevole ministro del re, il duca di Choiseul, e questo era nemico giurato di Madame Du Barry. Era anche il maggiore artefice del matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, un matrimonio che fino a quel momento non aveva dato frutto, e che molti dicevano non fosse neanche un matrimonio. Il fiasco di Antonietta come moglie, era anche un fiasco di Choiseul, come l'inimicizia del duca nei confronti dell'amore del sovrano era stata fatta propria da Antonietta.

Choiseul aveva promesso l'alleanza della Francia con l'Austria allo scopo di impedire che Maria Teresa facesse causa comune con la Russia. Un'alleanza del genere avrebbe minacciato la stabilità diplomatica del continente europeo; peggio, avrebbe potuto portare alla guerra. Eppure, nonostante gli sforzi di Choiseul, era in corso un riavvicinamento fra l'Austria e la Prussia (il figlio maggiore di Maria Teresa, Giuseppe, che aveva sempre caparbiamente considerato Federico il Grande il suo eroe, aveva cominciato a incontrarsi personalmente con lui per progettare la spartizione della Polonia) e anche i legaami tra Austria e Russia si stavano rafforzando. 

Qui avevamo un ruolo importante considerazioni di politica interna, perché anche in seno alla famiglia reale e c'erano fazioni, rivalità e lagnanze. Oltre all'antoagonismo tra il delfino e i suoi fratelli minori - in particolare il precoce Stanislao Saverio conte di Provenza, che era tanto arrogante, spiritoso e sofisticato quanto Luigi Augusto era schivo, mldestro e incolto - c'era un fortissimo contrasto tra il re Luigi e le sue tre figlie non sposate che vivevano a corte. (La quarta figlia nubile, Luisa, si era recentemente fatta monaca e riisiedeva a Saint-Denis: la sua decisione, dicono alcuni, era dovuta al desiderio di pregare ed emandare i peccati del padre). Tutte e tre le donne erano vicine alla quarantina, ma ai visitatori davano l'impressione di essere molto vecchhie. 

Delle tre, la corpulenta Vittoria era la più gredevole, benché soffrisse terribilmente per le sue crisi di nervi, conseguenza di terrori infantili: da piccola era stata chiusa a chiave nel tenebroso sotterraneo nell'abbbazia di Fontévrault, ove venivano seppellite le monache, e costretta a far penitenza. Nei pressi del sotterraneo era incarcerato un pazzo, e le sue urla farneticanti unitamente agli immaginati orrori della tomba, avevano lasciato in Vittoria segni incancellabili. Essa era tuttavia <<buona, di carattere dolce e affabile>>, stando a quando riferisce Madame Campan, la vivace cronista della corte di Francia il cui primo incarico era stato quello di lettrice per le figlie del re. Benevola e sorridente, Vittoria amava la buona cucina e la comodità di un morbido divano accanto al caminetto. 

Sofia, una donna brutta in modo ripugnante, la cui altezzosità mascherava una profonda diffidenza, era più dura. Leggeva parecchio, ma sempre da solaa: secondo Madame Campan <<la presenza di una lettrice l'aavrebbe sconcertata moltissimo>>. Tutti gli estranei invariabilmente, sconcertavano Sofia che percorreva sempre in gran fretta gli affollati corridoi del palazzo per evitare un contatto con essi. quando c'era un temporale però, in lei il terrore aveva la meglio sulla timidezza, inducendola a correre per andare a rifugiarsi tra le braccia di chiunque fosse a portata, tanto grande era la paura che le facevano i lampi e i tuoni.


La terza sorella, Adelaide, delle tre era quella dotata di maggiore personalità e aggressività. Fin da bambina aveva dominato i suoi insegnanti, impuntandosi su ogni cosa e insistendo per fare a modo suo con un'ostinazione che, col pssare degli anni, era divenuta sempre maggiore. Adelaide si era apertamente opposta la progetto di un matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, e la sua opposizione non era cessata dopo che aveva conosciuto Antonietta.  

Adelaide era una politicante e, in quanto politicante, si rendeva conto che Antonietta avrebbe potuto essere utile. Represse quindi l'antipatia che provava per lei e coltivò la sua amicizia e la sua amicizia e la sua fiducia anche se da qualche punto di vista, mantenne una tacita rivalità in lei. Da quando era morta la regina Maria Leczinka, i convegni serali si erano tenuti nell'appartamento di Adelaide; e quando Antonietta subentrò a lei come ospite protocollare di quei convegni, Adelaide si rifiutò di parteciparvi, continuando tuttavia a intrattenere al gioco nelle sue stanze qualche fedelissimo.

L'amante di Luigi XV era particolarmente antipatica ad Antonietta. Pur essendo capace di una cortesia e di una generosità illimitate, verso i suoi diretti dipendenti e altre persone ordinarie - una cortesia e una generosità di cui aveva dato ripetutamente prova nei primi mesi trascorsi alla corte di Francia - la delfina non vedeva con simpatia le persone di bassa estrazione e di nessuna edicazione che cercavano di spadroneggiare su chi era di origine meno ignobile della loro. Lei, l'arciduchessa Antonietta, era figlia di un'imperatrice; Jeanne Bècu era figlia di una prostituta di Vaucouleurs. Lei, un giorno, sarebbe divenuta la regina di Francia, e quel giorno, se non prima, la contessa Du Barry si sarebbe trovata improvvisamente priva di amici, di influenza e di rendite. 

Antonietta, la mattina si alzava alle nove e mezzo o alle dieci e, dopo essersi vestita, aver detto le preghiere e fatto colazione, andava negli appartamenti, delle zie ove spesso capitava anche il re. Ci restava fino alle undici, l'ora del suo appuntamento quotidiano con il parrucchiere. Sistemata l'acconciatura dei capelli, assolveva agli obblighi del pubblico cerimoniale: alla presenza di diversi spettatori interessati si lavava le mani e si applicava un pò di trucco sulle guance, dopo di che, sempre pubblicamente, le cameriere procedevano alla sua vestizione. A mezzogiorno veniva celebrata la messa, alla quale Antonietta assisteva in compagnia del re, del delfino e delle sue zie. Dopo la messa Antonietta e Luigi Augusto pranzavano - ancora una volta in pubblico m assai rapidamente - e successivamente, si trasferivano nell'appartamento del delfino; se questi era occupato (ed era occupato quasi sempre, di solito per una partita di caccia) Antonietta andava invece nelle proprie stanze ove, se bisognava dire la verità, aveva pochissimo da fare, anche se di tanto in tanto si sforzava di leggere o di lavorare all'uncinetto. 

Alle tre del pomeriggio Antonietta si recava nuovamente negli appartementi delle zie, ove di solito andava anche il re: quindi alle quattro, la delfina ritornava nelle sue stanze, ove andava a trovarla il suo confessore l'abate Vermond. Alle cinque Antonietta, aveva lezione col maestro di musica o con l'insegnante di canto. Alle sei e mezzo - accompagnata, se c'era, dal delfino - andava ancora una volta nelle stanze di Adelaide, Vittoria e Sofia. dalle sette alle nove presiedeva ai tavolini da gioco, a meno che ci fosse bel tempo, nel qual caso usciva per fare una passeggiata a piedi. La cena era alle nove, e quando il re non era presente (spesso cenava con Madame Du Barry e una ristretta cerchia informale di intimi) le zie erano ospiti di Antoonietta e del delfino. Quando il re era presente, Antonietta e Luigi Augusto ccenavano negli appartamenti delle zie, ove un pò prima delle undici le raggiungeva il sovrano. Mentre attendeva quest'ultimo, Antonietta era spesso colta dal sonno e si appisolava su un grande sofà. 

Per un pò di compagnia Antonietta poteva contare solamente sull'impacciato consorte - il quale era particolarmente a disagio in presenza del nonno Luigi XV, che con Antonietta era garbato ma, quando non fissava lo sguardo vacuo il lontananza, stuzzicava e tormentava le zie e il delfino - e su Adelaide, Vittoria e Sofia, che spettegolavano su Madame Du Barry e aizzavano la delfina a insultarla. Facevano anche indiscreti sondaggi per spremere notizie di carattere molto personale. Il delfino, era andato nella sua camera da letto la sera prima? Adelaide aveva fatto una chiacchierata con lui esortandolo ad avere coraggio e a comportarsi da uomo. La predica aveva avuto qualche effetto? Sconcertata e ansiosa Antonietta doveva ammettere che il delfino non era andato nel suo letto, nonostante avesse ripetutamente promesso di farlo. Nemmeno l'intervento di Luigi XV aveva avuto effetto. 

Il conte di Provenza era findanzato, e il matrimonio era già fissato per il mese di maggio del 1771. La futura sposa, Maria Giuseppina di Savoia, avrebbe potuto dare alla Francia un erede al trono, se Antonietta non fosse stata in grado di farlo, E, in ogni caso il conte di Provenza sarebbe stato un sovrano più presentabile di quanto sarebbe mai riuscito a essere il delfino Luigi Augusto. 
Poco prima di Natale del 1770 Antonietta perse il suo alleato politico più potente. Il duca Choiseul fu allontanato dalla corte, esonerato dalle sue responsabilità ministeriali ed esiliato nella sua proprietà. Madame Du Barry e la sua fazione avevano trionfato uno dei membri di questa fazione, il duca d'Auguillon, prese il posto di Choiseul come ministro degli Esteri. Altrettanto significativo era il fatto che la contessa Du Barry si fosse ora trasferita in un nuovo appartamento del palazzo di Versailles, una serie di stanze sontuosamente decorate, collegate mediate una rampa di scale con l'apartamento del sovrano. Quelle stanze erano diventate la sede informale del governo, il ruolo ove il re si incontrava con i suoi ministri e con i suoi ambasciatori, e ove si svolgeva la maggiior parte delle più riservate attività di corte. Abbigliata come una regina, e circondata da tutti i segni dello splendore regale, Madame Du Barry, presiedeva tutte queste riunioni e attività. E il sovrano, a quanto pareva raramente era lontano da lei, anzi la voleva sempre accanto a sé, seduta sul bracciolo della sua poltrona, mentre egli, leggeva lettere o discuteva questioni di stato. Le consentiva perfino di partecipare alle sedute del consiglio della real casa, ove, come sceisse Madame Campan, la Du Barry si comportava come una ragazzina annoiata e distraeva il sovrano con le sue stupide chiacchiere. 

Luigi XV convocò Mercy nel salotto della sua amante per fargli conoscere la sua volontà.
<<Fino a questo momento siete stato l'ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Oravi chiedo di farvi mio ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Ora vi chiedo di farvi mio ambasciatore, almeno per breve tempo. Io amo profondamente Madame la Douphine. La considero incanttevole, ma siccome è piena di vitalità e ha un marito che non è in grado di guidarla, non può evitare le trappole che le vengono tese dagli intrighi di corte>>.
Il re non fece menzione di Adelaide, ma l'implicazione era chiara. Antonietta, insistette, doveva trattare con cortesia ogni persona presentata a corte. Madame Du Barry era tra le persone presentate a corte, perciò Antonietta le era debitrice di un certo riconoscimento, per quanto piccolo. Se le avesse parlato anche solo una volta, questo sarebbe stato sufficiente. Ma deveva parlarle.

Adelaide, un tempo vigorosa sostenitrice di Choiseul, divenne una delle prime a schierarsi contro di lui nel momento stesso in cui egli cadde in disgrazia. Mercy, inoltre notò che con l'inizio del nuovo anno tutte e tre le figlie del re orientarono le vele nella direzione del vento che soffiava più forte, facendo piccoli favori a Madame Du Barry, astenendosi dal fare commenti caustici sul suo conto e, contemporaneamente, sollecitando Antonietta a trattarla con malagrazia e a giudicarla duramente. Si servivano di Antonietta a parere di Mercy, <<come strumento di un odio che non osavano confessare>>.

<<Ti giuro>>, scrisse l'imperatrice, nel luglio del 1770, a che non ho ricevuto un sola delle tue care lettere senaaz che mi venissero le lacrimme agli occhi...Desidero ardentemente di poter vedere, almeno per un istante, la mia cara, carissima famiglia.>> Il tepore della vita familiare a Vienna era passato per sempre: ne aveva preso il posto il gelo dei costanti sospettie degli intrighi. A Versailles non c'erano porti sicuri, non c'erano luogi ove Antonietta potesse rifugiarsi per sentirsi libera da sguardi indiscreti e da sussurri. Il re, Madame Du Barry, Mercy avevano spie in ogni angolo buio, chhe osservavano e ascoltavano; ogni buco di chiave sembrava ricordare la sorveglianza a cui la delfina era sottoposta.

Neanche nel suo appartamento si sentiva al sicuro, e temeva che i suoi nemici disponessero di chiavi universali e le usassero per entrarvi e uscirne a loro piacimento, e anche per aprire la sua scrivania a leggere la sua corrispondenza. Confessò a Vermond di avere immaginato che le chiavi le fossero sotratte di tasca nottetempo; e senza quelle chiavi, in particolare quella datele da Adelaide perché lei potesse andare e venire nell'appartamento della zia quando voleva, sarebbe stata prigioniera del suo entourage. Anzi anche restando in possesso delle chiavi essa non aveva alcuna libertà, vincolata com'era dell'etichetta, dalle usanze quotidiane di corte, e dal labirinto di corridoi del palazzo, corridoi che, mai davvero luminosi e accoglienti, cominciavano ora a sembrarle tetramente bui. 

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