Visualizzazione post con etichetta Luigi XV. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luigi XV. Mostra tutti i post

sabato 20 gennaio 2018

Maria Antonietta cap. VIII

Maria Antonietta Cap VIII


Luigi XV




Luigi XV stava rapidamente invecchiando. Le sue condizioni di salute peggioravano e la sua andatura era diventata quella di un vegliardo. La vista gli si stava deteriorando, anche se le sue labbra si curvavano aancora all'insù in una smorfia cadaverica quando vedeva Madame Du Barry. Si ripeteva continuamente e la sua vacuità si stava rapidamente trasformando in demenza senile. <<Per numero d'anni il re non è proprio vecchio>>, scrisse un osservatore nel 1773, <<ma di fatto lo è, e molto, in conseguenza della vita che ha condotto.>> Luigi XV moriva di dissipatezza e i cortigiani, visto che stava morendo, lo abbandonavano a schiere. 

Costantemente in compagnia del sovrano restava Madame Du Barry, incombendogli sopra la spalla quando era seduto, camminandogli accanto nelle sue sempre più lente passeggiate, pretendendo di leggere le sue lettere e generalmente rivendicando la precedenza su ogni altro membro della corte, tranne i componenti della famiglia reale. 

La Du Barry continuava a ricevere costosi regali dal re e dagli ambasciatori stranieri. (Il re Gustavo di Svezia le fece dono di un collare e di un guinzaglio d'oro per la sua cagnetta Dorine, una Blenheim spaniel; i due oggetti erano completamente incrostati di brillanti e rubini.). Eppure era impossibile negare l'evidenza: prima che passasse molto tempo il protettore della contessa se ne sarebbe andato da questo mondo, e allora le sue rendite - di gran lunga più di un milione e mezzo di franchi l'anno - sarebbero cessate.


Madame Du Barry

Un anno prima, nel 1772, Luigi XV aveva tentato di far avere a Madame Du Barry il divorzio, in modo da poterla sposare. In quel momentole fortune dell'amante del re erano all'apice, la generosità del sovrano era infinita e i lussi di cui la contessa poteva godere nel suo boudoir tutto tappezzato di broccato bianco erano senza limiti. Ma il tentativo di ottenere per lei il divorzio non aveva avuto esito e i cortigiani, che per un pò di tempo avevano cominciato a prendere in considerazione la sbalorditiva possibilità che Jeanne Bécu divenisse la regina di Francia, erano poi giunti a rendersi conto che fra poco l'amante del re sarebbe rimasta assolutamente priva di influenza. 

Nel marzo del 1772 la contessa dette una festa per inaugurare il padiglione che il re aveva fatto costruire per lei nei giardini di Versailles. Luigi XV non aveva certo risparmiato spese, l'edificio era sontuoso <<al limite dell'indecenza>>. Per farlo bene ammirare a tutti, Madame Du Barry aveva organizzato una festa spettacolare, con un centinaio di cantanti e ballerini, artifizi scenici dei migliori teatri di Parigi e un finale quanto mai animato in cui un enorme uovo doveva spaccarsi in due mettendo bene in vista un cupido armato di arco e frecce. Tutte le personalità più eminenti della corte erano state invitate, e fra esse non poche dame. Quando però tutto fu pronto, il padiglione era praticamente vuoto.
Era un chiaro segno che la potenza di Madame Du Barry stava declinando, e che invece stava acquistando forza la fazione del delfino. Un altro segno, altrettanto chiaro, era il numero sempre crescente delle canzoni e degli epigrammi che si scrivevano sulla contessa per mettere in ridicolo le sue origini e fare oggetto di satira le sue pretese. Erano finiti i tempi d'oro della <<passeggiatrice>>, implicavano le canzoni, il suo sole era al tramonto e le sue attrattive avevano perso smalto, non incantavano più nessuno.

Via via che Luigi XV peggiorava, e si avvicinava il giorno in cui sarebbero ascesi al trono Luigi e Antonietta, il potere gravitava dalla loro parte. Le trame che miravano ad affidare lo sceettro al conte di Provenza invece che a Luigi si erano acquietate, perché il conte, nonostante le vantate prodezze della prima notte nunziale, non aveva ancora generato un erede e mostrava nei confronti della moglie un'indifferenza che sfiorava il disgusto. Il conte di Provenza era stato anche ammalato, per un'affezione della pelle delle mani e per <<umori nel sangue>>, mentre il delfino diventava ogni giorno più alto, più robusto e più sano. 

Adelaide aveva riposto nel conte di Artois le sue speranze, si era assunta la supervisione della sua istruzione e stava cercando - senza tenere in alcun conto le litigiose obiezioni di Madame Du Barry - di avere una parte preponderante nella scelta della sua cassa civile. Era stato combinato il suo fidanzamento. Il conte d'Artois, doveva sposare Maria Teresa di Savoia, soella di Maria Giuseppina, moglie del conte di Provenza, e sebbene si ritenesse che Maria Teresa fosse ancor meno attraente della paonazza e paffuta sorella, si sperava che la coppia risultasse feconda. 


Maria Antonietta


Antonietta, stava mentalmente maturando, e aveva imparato a vedere le cose in modo distaccato. L'accorta guida di Mercy, le gentili sollecitazioni dell'abate Vermond, i rimproveri dell'imperatrice avevano avuto il loro effetto. Antonietta aveva imparato a trovare la sua strada attraverso il caos degli intrighi e delle tediose regole dell'etichetta, e si stava dotando di una propria identità. <<Quando per la prima volta misi piede in questo paese>>, disse un giorno a Mercy, <<ero troppo giovane e sconsiderata. Credevo a tutto ciò che mi veniva detto, ma ora...>> Non c'er bisogno che finisse la frase. La differenza era chiara. Aveva cominciato a prendere nelle sue mani la propria educazione.

La mattina, al risveglio, diceva le preghiere, poi prendeva lezione di musica o faceva esercizi di danza, quindi si dedicava per circa un'ora a qualla che definiva una <<lettura ragionevole>>. Veniva poi la toilette in pubblico, e successivamente una visita del re, con il quale Antonietta assisteva alla messa. Dopo il pranzo si dedicava per un'ora e mezzo alla <<ragionevole lettura>>, quindi usciva per fare una passeggiata o partecipare a una partita di caccia. Concludevano la giornata le conversazioni col marito e con altri familiari. <<Non so se riuscirò a rispettare esattamente questo programma>>, disse Antonietta, informando della sua decisione l'ambasciatore Mercy, <<ma intendo fare del mio meglio>>.

Antonietta avrebbe dovuto regnare per Luigi, guidare i suoi atti e le sue decisioni e così, in realtà, governare la Francia. L'ambasciatore, nella primavera del 1773, parlava spesso della delfina come di una statista <<che un giorno governerà questo regno>>. Antonietta riferì a Maria Teresa in una certa occasione, <<ha capacità mentali e di carattere così grndi che non può esserci il minimo dubbio che possiamo contare sui loro effetti>>. 

Il delfino lasciava scorrere le giornate indossando vecchi abiti, a meno che i suoi domestici insistessero per fargli addottare un abbigliamento più dignitoso, scrutando i cortigiani con i suoi occhi miopi e facendo del suo meglio per imparare a danzare. Solo nel suo appartamento, con le porte chiuse a chiave per evitare il pericolo di intrusioni, provava con grande impaccio i passi delle complicate danze di corte, <<sudando a giccioloni>>, mentre un solitario violinista strimpellava il motivo. Esausto per lo sforzo, il delfino raggiungeva quindi i fratelli per partecipare al loro gioco privato che consisteva nel tormentare i domestici del nonno; i giovani nipoti di Luigi XV si mettevano infatti a scorrazzare per le stanze e i corridoi <<con grande allegria>>, mettendo in pericolo l'equilbrio dei valletti che entravano e uscivano dall'appartamento reale carichi di vassio e di panieri. Quando questo divertimento finiva, il delfino se ne andava a caccia, oppure raggiungeva un cantiere e, tutto contento, si metteva a lavorare accanto ai muratori. 


Luigi XVI


Luigi scopriva di continuo qualcosa che aveva bisogno di riparazioni, faceva chiamare degli operai perché le facessero e si metteva a lavorare in loro compagnia. <<Lavora egli stesso con gli operai, contribuendo allo spostamento dei materiali, delle travi, delle lastre di pietra, e dedica ore intere a questo faticoso esercizio. A volte torna da queste imprese più stanco dei lavoratori che sono obbligati a compierle per vivere.>> L'avidità e lo zelo con cui il futuro sovrano si impegnava nei più umili lavori manuali erano imbrazzanti. Sempre impacciato e rigido quando si trovava a palazzo, diventava rilassato e in pace con se stesso nel fango e nel sudiciume del luogo di lavoro, perduto nel piacere dell'esercizio fisico e nella soddisfazione della pura e semplice fatica. 

Era difficile immaginare un futuro sovrano in questo personaggio disadattato. <<Il delfino da prova di certe virtù selvatiche>>, scrisse la contessa de la Marche, <<ma è privo di spirito, privo di conoscenze, privo di educazione, privo perfino di gusto>>. Il timore che il delfino nutriva nei confronti delle donne giocava a favore di Antonietta. Essa lo colmava di gentilezze, egli desiderava intensamente compiacerla e ciò lo rendeva malleabile. Stranamente Antonietta, con il suo carattere delicato e alieno alla critica, con il suo calore e la sua comprensione, era, verso il marito, più una madre che una moglie. A volte lo sgridava fino a farlo piangere (anche se le lacrime del delfino, a volte, inducevano a piangere anche lei, per simpatia), e faceva in modo che egli sentisse la pungente acidità della sua lingua. Quando Luigi si azzuffava con i fratelli, la delfina spesso interveniva per porre fine agli scontri. Vittima delle fulminee battute del conte di Provenza e dei tormentosi commenti del conte d'Artoism Luigi stava perennemente sulla difensiva quando era in compagnia dei fratelli; e spesso, passava fisicamente all'attacco, prendendoli a calci o a pugni; a volte si vendicava di loro distruggendo gli oggetti di loro proprietà. 

Antonietta era ormai abbastanza matura per rendersi conto di quanto le insufficienze di suo marito lo avrebbero intralciato nell'assolvimento dei suoi doveri regali. Grazie, in parte agli ammaestrament e ai consigli ricevuti da Mercy, sapeva che su di lei, come regina, erano riposte per il futuro molte speranze e molte attese; e che anzi, quando sarebbe ascesa al trono, si sarebbe trovata ancor più sotto l'assedio degli intriganti e degli ambiziosi, ancor più bersaglio delle fazioni, dei pettegolezzi e dei maneggioni indiscreti. Il suo senso del dovere la spingeva a inchinarsi dinanzi all'inevitabile; ma in lei stava acquistando influenza un altro istinto. 

Antonietta sentiva l'avvicinarsi di un fardello oneroso, anzi schiacciante, e si tirava indietro, forse perché sapeva che non sarebbe mai stata abbastanza forte per affrontare aapertamente quella prospettiva, forse perché era cresciuta all'ombra di una madre incredibilmente oberata dalle attività di governo, anche le più estenutanti, una madre la cui intera vita era stata un inno al dovere; e in parte, forse, per via del lato vacuo e frivolo del suo carattere, che la induceva a chiudere gli occhi dinanzi al dovere e a godersi la via giorno per giorno, senza pensare al futuro. 

Il re invecchiava rapidamente, e prima che morisse era necessario che il suo erede, con la sua consorte, si presentasse al popolo di Parigi nella tradizionale cerimonia della la Joyeuse Entrée. 
La mattina dell'8 giugno 1773 la gran folla che si era riversata nelle strette strade della capitale rendeva difficile il lavoro degli spazzini. La fanghiglia nerastra e solforosa che si era formata sui selciati e nelle cunette, puzzolente di rifiuti e di immondizie in decomposizione, doveva essere rimossa, caricata su carri e trasportata in campagna, ove non avrebbe potuto offendere l'odorato del futuro re e della futura regina. Ma i crocchi di spettatori intralciavano il lavoro, scostando a forza ggli spazzini con i loro carri e le loro pale, portando nuovo fango incrostato alle scarpe e insudiciando anche le grandi arterie e le stradine già ripulite, ove si accalcavano per manifestare il loro entusiasmo all'imminente passaggio del delfino e della delfina, il cui corteo avrebbe cominciato a sfilare partendo dalla Porte de la Conférence. Molti spettatori, anzi, si spinsero oltre questa porta in direzione di Versailles, sperando di incontrarsi con gli eredi al trono e il loro seguito mentre dal palazzo si dirigevano verso la città. 

Non c'erano mercati, ma era autorizzato il passaggio per le strade di greggi di pecore e mandrie di buoi e vacche, non si vendevano partite di grano e altri cereali; perfino i venditori ambulanti erano stati allontanati a forza dall'itinerario che il corteo doveva percorrere. E tuttavia facevano buoni affari le donne che vendevano, a due soldi la tazza, caffè e latte fumante, versandolo dalle loro brocche di stagno. Le suore dell'ospedale dei trovatelli portarono nell'interno la dozzina di neonati abbandonati davanti al portale la notte precedente, e altri ne presero in consegna dalla gendarmeria; non stava bene che si udisse il pianto dei bambini durante le celebrazioni di quel giorno, anche quello flebile dei bambini appena nati. Per lo stesso motivo furono cacciati via o rinchiusi in carcere le migliaia di mendicanti che costituivano uno degli spettacoli più brutti di Parigi: non si poteva tollerare che i reali fossero rattristati dalla vista delle loro membra piagate e deformi. 

Quella che faceva ressa lungo l'itinerario del corteo era una folla rumorosa: i parigini erano notoriamente loquaci e abituati a urlare a pieni polmoni. Ed era anche una folla eterogenea: borghesi benestanti con indosso i loro abiti migliori, panciotti di velluto e camicie con polsini merlettati; mercanti con vestiti di taglio e fattura molto semplici, in genere grandi giacche e brache attillate; qua e là, un gentiluomo con le scarpe a fibbia, calze di seta e parrucca adorna di nastrini, che si trascinava dietro la spada penzolante. C'erano viani e droghieri, conciatori di pelli e dentisti, banchieri e avvocati, molto più numerosi erano tuttavia i lavoratori saltuari, apprendisti lasciati liberi dai maestri artigiani per la giornata, portatori d''acqua e facchini, barcaioli e contadini dei villaggi più vicini alla capitale, che avevano camminato tutta la notte per riuscire a vedere lo spattacolo della Joyeuse Entrée. 

Parigi nascondeva una moltitudine di peccati e delitti; lungo tutto il perimetro meridionale della città si viveva in costante apprensione perché era nella vicina Bicetre che venivano concentrati i detenuti provenienti da molte città del nord della Francia, in attesa della deportazione oltremare. Da Bicetre gli ergastolani venivano trasportati a Brest, Rochefort e Tolone, ove erano i porti d'imbarco e facevano perdere le loro tracce nei vicoli bui e tortuosi della capitale, dai quali partivano poi per nuove imprese criminose, terrorizzando i cittadini onesti. 

Dappertutto c'erano informatori della gendarmeria, che per individuare gli evasi tenevano d'occhio i ponti sulla Senna, si mescolavano con gli avventori delle taverne e con la gente che faceva la fila ai posti di blocco daziari, origliavano per intercettare conversazioni sospette che potevano condurli alle loro prede. Quel giorno gli informatori erano particolarmente vigili perché i borsaioli e i tagliaborse amavano la folla, e le rapine, com'era inevitabile, aumentavano di numero nei giorni di festa. 

Dinanzi alla Porte de la Conférence si fermarono dieci carri, occupati da soldati e da funzionari con i loro seguiti; il maggiore e più vistoso dei carri aveva a bordo l'attempato maresciallo de Brissac, governatore di Parigi, il comandante della gendarmeria, Michodière, e il responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico, Sartine. Si formarono squadre di guardie cittadine a cavallo e a piedi, pronte a far da scorta al delfino e alla delfina. 

Alle undici e mezzo venne avvistata la prima delle carrozze del corteo e fu dato un segnale ai trombettieri, che fecero squillare i loro strumenti. Quasi nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò una salva di saluto seguita da quelle dell'Hotel de Ville e della Bastiglia. Nel sereno cielo primaverile si levòuna nube di spesso fumo nero, che prese a estendersi sulla città via via che le lontane salve si ripetevano. La folla cominciò ad applaudire e molti spettatori si precipitarono in avanti, ma la gendarmeria intervenne e li ricacciò indietro. Infine le quattro carrozze sulle quali erano il delfino e la delfina col loro seguito passarono rumorosamente sotto la porta e si fermarono, il maresciallo de Brissac aavanzò di qualche passo, si genuflesse dinanzi ai futuri sovrani e pronunciò le rituali frasi di saluto e di omaggio, porgendo al delfino le chiavi della città. Un breve discorso venne pronunciato quindi dal comandante della gendarmeria, ma i clamori della folla impedirono anche ai più vicini di udirlo. Gli spettatori aapplaudivano, fischiavano, cantavano canzoni scritte appositamente per la Joyeuse Entrée, che circolavano tra la folla stampate su foglietti di carta. 

Per Antonietta il rumore assordante della folla era eccitante e gratificante al tempo stesso. Praticamente segregata per tre lunghi anni a Versailles come in una tomba, aveva avuto ben poche occasioni per trovarsi faccia a faccia con il popolo francese. Ma adesso questo popolo era lì dinanzi a lei, migliaia e migliaia di persone ricche e povere mescolate insieme, che tumultuavano per vedere più da vicino lei e suo marito e si avvicinavano il più possibile alla loro carrozza, con i volti segnati dal vaiolo, aperti il larghi sorrisi. Affascinata, guardò sorridendo quella gente festante mentre il corteo di carrozze percorreva il lungosenna aprendosi la strada verso Notre Dame, dopo aver sostato sul lungosenna Conti per ascoltare un altro discorso di omaggio del prefetto della Zecca. Nella cattedrale di Notre Damecelebrò la messa l'arcivescovo di Parigi, dopo di che i dignitari tornarono alle loro vetture e percorsero il breve tratto verso il Collège intitolato a Louis le Grand, ove il rettore dell'Università pronunciò un altro discorso. 

Il clamore, le incessanti grida di <<Vive le dauphin!>> e <<Vive la dauphine!>>, i fiori che coprivanno in grande quantità le strade percorse dal corte, i pittoreschi edifici medievali nella parte più antica della città, perfino gli odori pungenti che aleggiavano nell'aria nelle vicinanze del fiume, tutto concorreva a creare un quadro di delizie. Dopo tre anni Antonietta si incontrava finalmente con coloro che presto sarebbero stati i suoi sudditi e vedeva la famosa capitale della Francia. 

Il delfino e la delfina attrassero la folla più numerosa che Parigi avesse mai visto dal tempo dell'arrivo di un celebre guaritore, la cui forma aveva indotto trentamila persone ad affollare le strade della capitale. In quella occasione la gente aveva gremito la Rue de Ciseaux ed era traboccata nelle strade circostanti; la scena era stata resa ancora più frenetica dalle grucce dei tanti invalidi che erano affluiti in città nella speranza che l'uomo potesse risanarli con le sue preghiere e col tocco delle sue mani, e dai cani che accompagnavano molti ciechi. 

La gente acclamava e chiedeva di vedere Luigi e Antonietta dai tetti e dalle finestre degli ultimi piaani delle case, e anche dai giardini gremiti delle Tuileries, ove il delfino e la delfina erano andati a pranzare. Dopo il pranzo in pubblico, i due giovani sposi uscirono nei giardini, ove le acclamazioni erano assordanti e la folla cominciò ad accalcarsi intorno a loro da tutti i lati, così da non lasciarli più muovere. <<Siamo rimasti per tre quarti d'ora senza riuscire né ad andare avanti né ad indietreggiare>>, scrisse Antonietta. Le guardie, abituate a colpire la gente con la frusta o col piatto della spada, eseguirono l'ordine del delfino di non reagire, lasciando che gli spettatori si stringessero intorno a lui. Questa inaudita mitezza <<creò un'ottima impressione>> e fortunatamente non causò feriti. (Raramente simili scene di folla erano incruente. Tre anni prima, quando tutta Parigi si era precipitata nella Rue Royale enelle vicinanze per assistere allo spettacolo di fuochi d'artificio organizzato per festeggiare il matrimonio del delfino, a un certo puunto molti spettatori, persa la testa, si erano messi a correre all'impazzata e il panico si era impadronito della folla: più di cento persone erano morte soffocate o calpestate). 

Focosi come amanti nelle loro grida appassionate, i parigini continuarono a salutare Antonietta a voce altissima fino a diventare rauchi; sui loro volti lacrime e sorrisi si mescolavano. Erano entusiasti del delfino, che a loro appariva ben piantato e robusto, un vero uomo, e che quel giorno superò se stesso rispodendo con dignità ai discorsi e alle acclamazioni. Ancora più entusiasti erano i parigini della moglie austriaca di Luigi, la cui delicatezza da bambola, l'incanevole colorito e la grazia vibrante li avevano conquistati. 

Dieci mesi dopo, nell'aprile del 1774, la giovane coppia si chiuse nell'appartamento di Antonietta e pregò perché la vita del veccio re fosse risparmiata. Luigi XV era molto malato, era stato sottoposto a due salassi dai cinque chirughi che lo assistevano e purgato tre volte per ordine dei suoi tre farmacisti. Adelaide, Vittoria e Sofia si alternavano al suo capezzale durante la giornata, Madame Du Barry lo vegliava di notte. In privato, uno dei medici che avevano diagnosticato una <<febbre catarrale>> confidò a un gentiluomo che a suo parere il re non sarebbe sopravvissuto. A Parigi, il comandante della gendarmeria cominciò a organizzare il controllo delle strade della città per impedire l'esplosione di viiolenze che, ne era sicuro, ci sarebbe stata quando la notizia della morte del sovrano si sarebbe diffusa per la capitale. 

Il delfino attendeva con angoscia i bollettini medici che venivano dalla camera dell'infermo, ben consapevole del sottile cambiamento che era intervenuto nel modo in cui i gentiluomini di corte e i domestici si rivolgevano a lui. Se il re fosse stato sottoposto a un terzo salasso, sarebbe stato chiamto l'arcivescovo di Parigi perché gli somministrasse l'estrema unzione. Il terzo salasso sarebbe stato una sentenza di morte. Pallido e agitato, con i nervi a pezzi, il delfino si inginocchiò e pregò che, ancora per un pò di tempo, gli fosse risparmiata la spaventosa responsabilità di regnare sulla Francia. 

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.facebook.com/StanleyWeber.FP/
https://www.facebook.com/stanleyweberofficial/
https://www.instagram.com/stanweber_fans/
https://www.instagram.com/stanley_weber/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://allmadamevrath.tumblr.com/
http://stanley-weber.tumblr.com/
https://twitter.com/MadVrath
https://twitter.com/stanleyweber
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/


martedì 17 ottobre 2017

Maria Antonietta. Cap. VII

Maria Antonietta Cap VII


Maria Antonietta


Nelle spaziose stanze dell'appartamento di Antonietta a Versailles regnava il disordine. Il vastissimo corpo di guardia in cima alla scalinata di marmo era stipato di armi e di equipaggiamento delle guardie, che ingannavano il tempo giocando d'azzardo e raccontandosi a vicenda le loro storia personali, mentre tutt'intorno mercanti d'ogni genere attendevano l'occasione buona per mostrare alla delfina ciò che avevano da vendere, e corrieri e visitatori della corte andavano e venivano, apparentemente indaffarati. Nell'anticamera, ove i domestici di Antonietta stavano in attesa del loro turno di servizio, e ove era apparecchiata la <<grande tavola>> per il pasto del mezzoogiorno, gli arazzi erano sforacchiati nei punti ove i due cani di Antonietta, due carlini dalla coda ricurva, li avevano graffiati, e il pavimento di legno era infangato dalle orme degli animali <<Madame la dauphine ama moltissimo i cani>>, scrisse una volta Mercy a Maria Teresa, aggiungendo che Antonietta chiedeva che le fosse mandato da Vienna un altro cane un carlino di color fulvo col vaso nero. 

Anche la camera di Antonietta, col suo enorme letto, recava tracce evidenti della presenza dei cani, ma, i guasti prodotti da questi ultimi erano maggiormente visibili nelle altre stanze, ove la delfina li lasciava ruzzare liberamente su sedie e sofà rivestiti di damasco; le gambe di questi mobilierano fittamente segnate dai morsi degli animali. I cani facevano i loro bisogni quando e dove volevano, dato che Antonietta non si preoccupava di impedirglielo e a nessuno dei servitori era stato affidato il compito specifico di badare ai due animali. Ad accrescere il caos c'erano poi due bambini piccoli, di quattro e cinque anni. Uno era figlio del primo valletto della delfina, Thierry, l'altro era figlio della sua prima cameriera. I due bambini erano sempre scalzi, scorazzavano per le stanze inseguendosi a vicenda, giocavano con i cani e facevano un allegro disordine, specialmente quando Antonietta, avrebbe dovuto ascoltare gli ammaestramenti dell'abate Vermond o una lezione di canto, oppure lavorare all'uncinetto per fare un panciotto da donare al re. 


Luigi XV




La camera di Noailles, era rimasta profondamente offesa quando la sua signora, cercando di ridurre all'osso la lunga procedura necessaria anche per le più semplici incombenze di corte, aveva mandato da lei la moglie di Thierry per falre sapere che la desiderava al suo servizio. Furibonda perché si sentiva insultata, la contessa di Noailles si era precipitata da Antonietta per annunciarle che non intendeva prendere ordini da una cameriera, e in particolare da una cameriera che non era stata ancora ufficialmente nominata. 

All'origine dell'incidente c'era una delle figlie del re, Adelaide; era stata lei che aveva suggerito ad Antonietta di aggirare il protocollo mandando direttamente la Thierry dalla conttedssa di Noialles, benché sapesse benissimo quali sarebbero state le conseguenze del suo consiglio. Mercy non aveva potuto fare una paternale ad Antonietta; aveva solamente cercato di mettere in guardia la delfina facendole notare quanto poteva essere pericoloso dare ascolto a certi consigli. 

La delfina a quanto pareva non sapeva tenersi pulita e in ordine. Dalle partite di caccia che seguiva in carrozza, tornava sempre tutta bagnata e inzaccherata, trascurava l'acconciatura dei capelli; e dedicava al proprio abbigliamento un'attenzione così scarsa che una nobildonna austriaca in visita a Versailles ne rimase sconcertata e fece a Maria Teresa un rapporto molto severo <<Mi ha detto>>, scrisse l'imperatrice ad Antonietta, deplorando il comportamento della figlia <<che hai poca cura di te stessa, anche quando si tratta di lavarti i denti; questo come la tua persona in genere, è un punto chiave ed essa ti ha trovata peggiorata... Ha aggiunto che eri malvestita e che si è azzardata a dirlo alle tue dame>>.

Data la sua allegra non curanza per le riigorose consuetudini della corte Antonietta non poteva non scontrarsi con la puntigliosa e scrupolosa dame d'honneur che le era stata assegnata. A proposito della contessa di Noailles, Madame Campan scrisse una volta. <<Non aveva attrattive esteriori. Il suo portamento era rigido, la sua espressione severa; conosceva l'etichetta da cima a fondo>>. Madame Campan aveva avuto occasione di conoscere la sopra ricordata severità un giorno che si trovava nell'appartamento di Antonietta mentre veniva ricevuto un visitatore solo recentemente presentato a corte. <<Era tutto regolare, o perlomeno così credevo>> ricordava la Campan. <<Improvvisamente mi accorsi che gli occhi della contessa erano fissi sui miei. Fece un piccolo cenno col capo. Le sue sopracciglia si alzarno, si abbassarono e tornarono ad alzarsi. Poi si mise a fare piccoli gesti con le mani. Questa muta esibizione non mi lasciò dubbi: qualcosa non andava comme il faut>>.


Maria Teresa d'Asburgo

Frattanto la dame d'honneur si era messa a gesticolare in modo più visibile. Allora Antonietta aveva notato ciò che non andava e aveva rivolto un sorriso a Madame Campan, che si era affrettata ad avvicinarsi. A quanto pareva, la Campan aveva dimenticato di allentare le alette pendenti del suo copricapo. <<Allentate le alette>>, le aveva mormorato Antonietta, <<altrimenti la contessa ne morirà>>, Madame caampan aveva allentato le alette e la contessa si era un pò ripresa dallo shock. 

La delfina era <<perennemente tormentata>> dalla sua dame d'honneur, che la seguiva passo a passo e la correggeva mille volte al giorno dicendole come doveva accogliere una persona in un certo modo  e un'altra in un certo altro modo, criticando il suo modo di parlare, lanciandole occhiate di disapprovazione e scuotendo la testa con aria afflitta. 

Anche quando pranzava in compagnia del delfino in una sala piena di cortigiani e di spettatori, scoppiava in sonore risate, sconcertando i presenti. Mercy la vedeva spesso <<sussurrare all'orecchio di qualche giovane dama>> e poi <<ridere con lei>>. <<A volte scherza sulle persone che le sembrano ridicole>>, scrisse una volta l'ambasciatore, aggiungendo: <<Sa usare lo spirito e il sarcasmo in modo da rendere assai mordaci le sue osservazioni>>. Non faceva differenza che Antonietta <<fosse di carattere per natura allegro e scevro di cattive intenzioni>>; i commenti erano non per questo meno pungenti. E quando la delfina faceva osservazioni <<satiriche e astiose>> su Madame Du Barry, il re si irritava, anche se non lo diceva mai direttamente alla nipote, ma glielo faceva sapere, tramite intermediari. 


Luigi XVI

Il paese era di fronte a una crisi fiscale. Il tesoro era sull'orlo della bancarotta, bisognava imporre e riscuotere nuove tasse. L'intero sistema tributario anzi, aveva urgente necessità di una riforma. Eppure la riforma era impossibile finché l'autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali di fatto, un potere di veto sugli editti del re. Nella confusione politica di dicembre 1770 il duca di Choiseul aveva perso le sue cariche perché appoggiava i parlamenti locali, mentre il carattere generale, l'abate Terray, era contrario ad essi.

I parlamenti locali, erano istituzioni arcaiche in cui la nobiltà proclamava la propria volontà di non dipendere dall'autorità regia. Non tutte le province francesi avevano un parlamento. I parlamenti erano tredici, e di essi il più numeroso e il pià importante era quello di Parigi. Ciascuno dei tredici sosteneva però di essere la suprema corte d'appello per la sua provincia con il potere di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente importanti; ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente intransugenti: ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di sopprimere le esenzioni fiscali di cui godevano gli aristocratici i parlamenti cessavano di funzionare. Le procedure legali si arrestavano e il re, anche se prendeva provvedimenti punitivi non era in grado di far entrare in vigore i propri editti. 

Da una parte i parlamenti erano organi votati alla difesa dei propri interessi, gelosi custodi delle prerogative dei loro membri aristocratici. D'altro canto, nel clima sempre più evidente di pensiero politico liberale che caratterizzava il XVIII secolom l'opposizione dei nobili al re poteva assumere il carattere - e l'assumeva - di un'opposizione al dispotismo, opposizione radicata in una tradizione di libertà che, insistevano i suoi sostenitori, risaliva ai tempi di Carlo Magno e oltre. In tal modo la lotta fra i parlamenti e la corona veniva spesso presentata come una lotta del popolo francese contro il suo tirannico sovrano, in cui i nobili erano campioni del popolo. 

La monarchia e l'aristocrazia, attraverso i parlamenti, erano semplicemente impegnate in una lotta per il potere, in cui i nobili miravano ad assicurarsi una quota sempre maggiore dell'autorità che un tempo era prerogativa esclusiva del sovrano. I parlamenti erano in verità un bastione, ma un bastione del privilegio degli aristocratici: in altre parole un bastione che, nella congiuntura politica ed economico - sociale dell'inizio degli anni Sessanta del XVIII secolo, rappresentava un ostacolo a riforme finanziarie di cui c'era un gran bisogno. 

L'abate Terray e il cancelliere Maupeou - un giurista, quest'ultimo, abile e provo di scrupoli - persuasero il re che se si voleva il successo delle suddette riforme finanaziarie era necessario sopprimere i parlamenti locali. D'un colpo il vecchio sistema giuridico venne spazzato via e furono costituiti nuovi tribunali fiscali. Terray affrontò per primo il problema del debito del tesoro e dispose prestiti forzosi. 

La nomina del duca d'Auguillon al posto del duca di Choiseul fu un ulteriore insulto ai sostenitori dei parlamenti, perché egli si era trovato in contrasto con i parlamenti della Bretagna e di Parigi e il conflitto politico che ne era risultato era divenuto, in un certo modo, un simbolo della determinazione della monarchia di soffocare l'indipendenza dei nobili. Il conflitto si ripercosse perfino nell'ambito della famiglia reale: i principi di Condé e di Conti e il duca d'Orléans, cessarono di frequentare la corte per protesta contro la soppressione del Parlamento di Parigi. (Il er Luigi definì il principe di Conti <<mio cugino, il giurista litigioso>>). 

Il conte di Provenza, sposatosi nel maggio del 1771, si era malignamente vantato, con il delfino di essere stato <<quattro volte felice>> nella notte di nozze. La sua consorte Maria Giuseppina di Savoia, aveva anch'essa goduto <<meravigliosamente>>, a detta del duca; e i cortigiani si erano messi ad osservare con attenzione la sposa per scorgere un qualche segno che fosse incinta. La nuova contessa di Provenza non poteva attrarre l'attenzione per nessun altro motivo: era tozza e scura di carnagione, con cespugliose sopracciglia nere e un ciuffo tutt'altro che femminile di peli neri sul labbro superiore, che i cortigiani meno riguardosi chiamavano mustacchio. La sua ruvida epidermide non era certamente oggetto d'ammirazione, e Maria Giuseppina trascurava molto spesso di fare il bagno. Luigi XV, disgustato dalle abitudini personali della nuova nipote, scrisse ai suoi genitori pregandoli di dire alla propria figlia di lavarsi il collo.


Maria Giuseppina di Savoia 

<<Il comportamento di Maria Giuseppina è freddo e imbarazzato>> pensava Mercy. <<Parla poco e con impaccio>>. Può darsi che fosse sconcertata dalla grandiosità di Versailles e dai suoi temibili abitanti; quando riuscì a farsela amica, Antonietta la trovò <<molto dolce, molto gradevole e molto allegra in privato, anche se non appare tale in pubblico>>. <<Ha per me molta simpatia>>, scrisse Antonietta alla madre, <<e molta fiducia. Non è affatto dalla parte di Madame Du Barry>>. 

La principessa di Lamballe, una giovane vedova piuttosto melanconica che era la nuora del duca di Penthiévre. Per breve tempo la principessa, era stata sposata con il dissoluto principe di Lamballe, che si era spento molto giovane, vittima dei suoi eccessi; aveva sei anni più di Antonietta, ma una personalità meno marcata, la sua gentilezza d'animo e il suo buon carattere facevano da contrappunto alla vivacità della delfina. La principessa era una figurina delicata, i suoi lineamenti fisici erano irregolari ma non sgradevoli. Il suo tratto più negativo erano le mani, a giudizio di un memorialista di corte; quello più positivo era costituito dal candore e dall'estraneità agli intrighi. Nell'inverno 1770-1771 la principessa di Lamballe e Antonietta divennero amiche. L'<<aria infantile>> della giovane vedova la rendeva cara alla delfina, che amava i bambini, e il fatto che anch'essa, piemontese, fosse straniera costituiva un ulteriore legame con la principessa austriaca. 

Le lughe e autoritarie lettere dell'imperatrice, scritte con la concisione e l'immediatezza che per Maria Teresa erano una seconda natura, ma che avevano il potere di intimidire la giovsne figlia, la quale era di carattere assai sensibile, arrivavano ogni mese. Erano piene di critiche e di direttive, una sorta di controparte scritta dei rimbrotti verbali della contessa di Noailles. Il modo in cui scriveva Antonietta era difettoso, lamentava l'imperatrice. La sua <<aria giovanile>> era scomparsa: appariva chiaro dai ritratti. Doveva deidicare una maggiore attenzione agli austriaci che capitavano a corte. Non doveva andare a cavallo. Avrebbe dovuto leggere di più. Non avrebbe dovuto mantenere rapporti così intimi con Adelaide, Vittoria e Sofia. Doveva parlare con Madame Du Barry, per quanto sgradevole potesse essere la cosa. Doveva sorvegliarsi con attenzione e proteggersi dagli attacchi. Soprattutto, dovev adoperarsi per essere simpatica agli altri. 

Nelle missive dell'imperatrice c'erano ingiunzioni sul cibo, sull'esercizio fisico, sull'abbigliamento, sul comportamento, e sulla vita coniugale di Antonietta. Maria Teresa aveva opinioni molto nette sul modo di costringere un marito a farsi coraggio (sempre nella presunzione che fosse la timidezza, e non un inguaribile impotenza, il problema del delfino). <<Sii prodiga di carezze>> scriveva Maria Teresa ad Antonietta. Le lettere erano piene di rimproveri, e anche di espressioni disperate (<<Ti vedo procedere a grandi passi e con calma non curante verso la rovina>>, scrisse l'imperatrice nell'ottobre del 1771), ma col trascorrere dei mesi divennero più tenere e perfino lamentose. Maria Teresa stava invecchiando e si sentiva addosso il peso degli anni. Le facoltà di Maria Teresa declinavano ed essa non si sentiva più a suo agio nel mondo che vedeva intorno a sé: <<L'irreligione, il decadere della morale, il gergo che tutti usano e che non capisco, tutte queste cose bastano per sopraffarmi,>> lamentava. Si sentiva sola e aveva nostalgia dei suoi figli, la maggior parte dei quali viveva lontano da lei, e di suo marito, la cui perdita non cessava mai di piangere. 

Una fonte costante di esapserazione, per Maria Teresa, era Giuseppe, la infastidiva con le sue pretese e, proprio nel momento in cui essa più sentiva il peso degli anni, la tediava con richieste di ogni genere e con la continua minaccia di rinunciare al titolo di co-reggente. Se però Giuseppe, data la sua presenza a Vienna, era una preoccupazione quotidiana, una preoccupazione non meno grave era per l'imperatrice la figlia Amelia. Il matrimonio con Don Ferdinando di Parma, un uomo senza spina dorsale, si era trasformato in un incubo. Amelia comandava a bacchetta la corte, o tentava di farlo. Maria Teresa disapprovava nettamente la sua condotta, e per poco questo suo atteggiamento non aveva causato una rottura in famiglia. 


Madame Du Barry

Antonietta era costantemente in apprensione, constantemente in guardia per paura di offendere la temibile genitrice. <<Amo l'imperatrice, ma ho paura di lei>>, disse all'ambasciatore austriaco, <<anche da lontano, anche quando le scrivo non mi sento mai a mio agio con lei.>> Era ancor peggio quando doveva dare alla madre cattive notizie. Con le lacrime agli occhi, Antonietta che aveva paura di riferire a sua madre <<le cose che vanno male>>. <<Il mio cuore è sempre con la mia famiglia in Austria>> disse in un'altra occasione a Mercy, <<e, se litigassi con i miei familiari, sento che i miei doveri qui sarebbero troppo onerosi per poterli sopportare.>>

Antonietta, aveva ppaura delle lettere che arrivavano da Vienna, ma aveva ancor più paura della prospettiva che un giorno quelle lettere non arrivassero più. Poco prima della fine di febbraio del 1772 giunse notizia che l'imperatrice era stata gravemente ammalata e che i medici l'avevano sottoposta a due salassi. Antonietta scoppiò in lacrime e si chiuse nellla stanza meno accessibile del suo appartamento, annullando un'udienza già fissata. Andò a prendere il rosario che Maria Teresa le aveva donato, e si inginocchiò per pregare, afflitta in quel momento di angoscia quanto poteva essere effervescente in gaiezza nei momenti più sereni. Il delfino pregò al suo fianco affettuoso e leale con la moglie nonostante l'antipatia che provava per l'Austria e gli austriaci e l'indifferenza nei confronti della suocera, che non aveva mai conosciuto. 

Per far piacere alla consorte, il delfino ordinò che si desse un ballo alla settimana nell'appartamento di Antonietta; e sempre la accompagnava ai riicevimenti offerti dai vari gentiluomini della corte. Tutti notarono in lui un cambiamento: nel suo modo impacciato, cercava di essere socievole, benché preferisse sempre le sue cacce solitarie e compisse quello sforzo, evidentemente, soltanto per fare cosa grata alla moglie. Antonietta sosteneva di essere felice con lui e affermava che <<le voci maligne sussurrate dalla gente sulla sua impotenza sono niente altro che sciocchezze>>. La maggior parte delle notti dormiva nel suo letto, e la trattava <<nel modo più cordiale>>. Ma non erano ancora marito e moglie, e Antonietta, vedendo le altre donne della corte incinte, e poi con i loro bambini in braccio, a volte si disperava. Invidiava quelle donne anche quando la loro gravidanza aveva una conclusione tragica. Nell'ottobre del 1771 la dichessa di Chartres parotorì un bambino morto. <<Anche se è terribile>>, scrisse Antonietta in una lettera inviata alla madre, <<vorrei essere stata io al suo posto, ma su questo non c'è ancora speranza>>. 

Antonietta era ancora molto giovane, non troppo per restare incinta ma forse troppo per essere costantemente feconda. Era ncora in sviluppo, e nei primi anni che tracorse alla corte di Francia la sua altezza aumentò considerevolmente. Stava diventando anche più formosa, specialmente dopo che, su suggerimento della madre, aveva cominciato a bere latte fresco ogni mattina. L'imperatrice aveva sempre creduto nelle virtù salutifere del latte appena munto, portato direttamente dalla stalla. 

Imparava gradualmente a provar piacere nella lettura di libri istruttivi, e, per ore e ore, si faceva leggere dall'abate Vermond (che non era stato licenziato, dopo tutto) brani di opere, sulla storia di Francia e di memorie di uomini di corte dei regni precedenti. Se ne stava pazientemente seduta, col lavoro all'uncinetto in grembo, ascoltando l'abate o discutendo con lui il commento biblico che le era stato dato dal suo confessore per aiutarla a leggere la storia d'Europa di Hume, coosa che essa aveva fatto per suo conto. 

Due anni dopo il suo arrivo in Francia Antonietta era una ragazza diversa. Aveva conservato il suo fascino di adolescente, ma ad esso aveva aggiunto buon senso, acume e perspicacia. Pur provando antipatia, e perfino timore, per la politica, se ne intendeva, almeno fino a un certo punto, e afferrava con alacrità le spiegazioni che le venivano date in proposito. Stava imparando a farsi strada, destreggiandosi fra gli scogli della politica di corte, restando in equilibrio tra le fazioni del re con Madame Du Barry da un lato, e di coloro che avrebbero vooluto servirsi di lei come paravento dall'altro. Finì per compiacere il desiderio del re rompendo il lungo silenzio nei confronti della sua amante, e tuttavia lo fece in modo da slvaguardare la propria dignità. 

A Capodanno del 1772, nel pieno delle complicate cerimonie che erano di rigore nel primo giorno dell'anno, Antonietta decise infatti di pronunciare quelle poche parole che sarebbero bastate per soddisfare il sovrano. Nei brevi scambi di coonnvenvevoli con le dame, che, a turnom si inchinavano dinanzi a lei, non trascurò questa volta Madame Du Barry. <<C'è molta gennte, oggi a Versailles>>, le disse mentre la contessa si prosternava ai suoi piedi. 

Nella delfina, la differenza rispetto all'adolescente intimidita e incolta, di due anni prima, era evidente soprattutto nel modo in cui trascorreva il tempo. Di tanto in tanto andava ancora a trovare le zie, ma ora la si trovava più frequentemente indaffarata a leggere per migliorare la sua cultura, a ricevere le mogli degli ambasciatori stranieri, a suonare la musica per arpa inviatale da sua madre, imparando lentamente prima la parte per la mano destra, poi quella per la sinistra. Adesso, inoltre, nel suo appartamento si vedevano raramente i figli delle sue cameriere, anche se vi stazionavano ancora i cani. Epppure in molti pomeriggi si potevano trovare i cani immersi nel sonno sui sofà, o intenti a zampettare contro le porte, inquieti nella loro solitudine. La loro padrona era fuori impegnata in una partita di caccia; indossando la tenuta da caccia di velluto azzurro e un grande cappello piumato, cavalcava uno degli splendidi destrieri che il nonno aveva acquistato per fargliene dono. I somarelli <<dolci e gentili>> che aveva cavalcato nei primi mesi trascorsi in Francia non la soddisfacevano più. Erano troppo lenti e la frustravano, specialmente quando essa doveva procedere in compagnia di tutte le dame del suo seguito, un lunghissimo corteo di sessanta o ottanta signore in groppa ad altrettanti quadrupedi. Sugli splendidi cavalli da caccia del Suffolk di cui disponeva ora, Antonietta poteva invece galoppare a suo piacimento libera da sua madre, libera dalla contessa di Noailles, libera, per il momento dalle preoccupazioni della sua situazione e dallo sgradevole pensiero del futuro.  

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath

venerdì 28 aprile 2017

Maria Antonietta cap. VI

Maria Antonietta Cap VI


Maria Antonietta


Antonietta era in Francia da appena tre mesi, ma già intuiva che la corte si era schierata contro di lei. Era la moglie del delfino soltanto di nnome; la sua governante, la contessa di Noailles, la disapprovava; e il re, pur essendo, innegabilmente affascinato da lei, era troppo indaffarato con la sua favorita Madame Du Barry, per deidicarle molta attenzione.

Nata illegittima, figlia di una povera sarta che si era data alla prostituzione per arrotondare i suoi magri guadagni, Jeanne Bécu aveva seguito l'esempio materno e aveva finito col farsi notare da Luigi XV quando era divenuta l'amante di un certo Jean Du Barry. Graziosa senza essere una grande bellezza, né una donna particoalrmente attraente, la Du Barry era nondimeno dotata, grazie all'espressione apertamente invitante dei suoi occhi azzurri e notevolmente spaziati fra loro, di un grande fascino sensuale. Il re ne era stato letteralmente stregato, al punto che aveva subito pensato di introdurre Jeanne a corte non come una delle tante donne del suo bordello privato, il Parc-aux-Cerfs, ma come amante ufficiale. A tale scopo aveva combinato un matrimonio tra Jeanne e il fratello di Jean Du Barry, Guillaume, che era erede del titolo di conte Du Barry. Nella sua nuova poszione di contessa Du Barry, Jeanne era stata presentata a corte nell'aprile del 1769, e aveva abbagluato perfino i sazi e smaliziati cortigiani di Versailles con i suoi abiti inghirlandati di diamanti disposti come fiori. Il re l'aveva letteralmente ricoperta di gemme abbaglianti, ed essa le portava ovunque, anche sui tacchi delle scarpe.

Non sarebbero bastati tutti i diamanti del mondo a fare di una comune prostituta una raffinata gentildonna. Ma il re subiva completamente il fascino di Jeanne, ed era questo che contava. Altri potevano anche deridere la pronuncia affettatamente lesa di Madame Du Barry, o alzare il sopracciglio quando essa insultava volgarmente le sue cameriere o criticarla perché non si incipriava i capelli e preferiva gli abiti semplici alla grande toilette che era di rigore alla presenza del re; ma Luigi XV si rifiutare di ascoltarre anche una sola parola contro di lei. <<Mi ha donato piaceri di cui ignoravo perfino l'esistenza>>, confidò una volta al maresciallo de Richelieu, un attempato libertino come lui; e Richelieu non ebbe dubi su ciò che intendeva dire il suo sovrano. 


Luigi XV


Il re non aveva indugiato a regalare alla contessa Du Barry, il suo piccolo castello di Louveciennes, uno squisito palazzo in miniatura con stanze dalle pareti di marmo e dai soffitti affrescati, e una grande sala da pranzo bianca e oro ove i lampadari di cristallo, scintillavano alla luce del caminetto. Le decorazioni, di uno sforzo abbagliante, erano straordinariamente costose: arazzi di eccellente fattura, vetri e porcellane di eccezionale qualità, bronzi, mobili rivestiti all'interno di raso merlettato. I visitatori del castello di Louveciennes restavano abbagliati dalla finezza dei materiali, accessibili solo al tesoro reale, con cui era fatto ogni arredo, fino alle maniglie delle porte; e non mancavano di notare il gran numero di domestici, tutti abbigliati con sontuose livree cremisi o quelle chiare, addetti al servizio dell'amante del re. Anche a Versailles la contessa aveva alle sue dipendenze un personale numeroso, fra cui spiccava, per il colore della pelle, un paggio venuto dal Bengala, Zamor, il quale la seguiva dappertutto col suo vestito di velluto rosa, un turbante bianco sulla testa e una minuscola spada a fianco. 


Madame Du Barry


A chi le decantava l'avvenenza di Antonietta, Madame Du Barry rispondeva con disprezzo. <<Non vedo nulla di attraente>>, diceva, <<nei suoi capelli rossi, nelle sue labbra turgide, nella sua carnagione chiara e nei suoi occhi senza ciglia. Se costei, che dite tanto bella, non venisse da casa d'Austria, attrattive del genere non sarebbero oggetto di ammirazione>>. Antonietta rocambiava gli insulti, rincaranndo anzi la dose. Detestava essere obbligata, a sedersi alla stessa tavola della volgare amante nonno acquisito e dover trascorrere del tempo con lei ai tavoli da gioco. <<E' l'essere più stupido e impertinente che si possa immaginare>>, scrisse una volta a sua madre <<ha giocato con noi a carte una sera a Marly; due volte si è seduta accanto a me, ma non mi ha parlato e io non ho tentato di attaccare discorso con lei. Quando è stato necessario, però, le ho parlato>>.

Una sera la contessa di Grammont che faceva parte  dell'entourage di Antonietta, insultò Madame Du Barry, rifiutandosi si cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry rifiutandosi di cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry andò a lamentarsi col re e la contessa, fu allontantata dalla corte. Su consiglio di Mercy, Antonietta andò a sua volta dal sovrano e sia pure con cortesia, fece valere le sue prerogative. Il re, disse, in sostanza, non avrebbe dovuto allontanre la contessa de Grammont da Versailles senza prima informare lei, Antonietta, della sua disapprovazione per il modo in cui la nobildonna si era comportata. Luigi XV, imbarazzato per l'incidente e diviso tra la cieca infatuazione per l'amante e l'affetto per la moglie del nipote, attribuì la responsabilità della decisione al duca di Vrillière, ministro della real casa, e finì per autorizzare la contessa a tornare a Versailles. 


Luigi XVI

Attraverso sua cognata la contessa di Grammont era parente del più autorevole ministro del re, il duca di Choiseul, e questo era nemico giurato di Madame Du Barry. Era anche il maggiore artefice del matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, un matrimonio che fino a quel momento non aveva dato frutto, e che molti dicevano non fosse neanche un matrimonio. Il fiasco di Antonietta come moglie, era anche un fiasco di Choiseul, come l'inimicizia del duca nei confronti dell'amore del sovrano era stata fatta propria da Antonietta.

Choiseul aveva promesso l'alleanza della Francia con l'Austria allo scopo di impedire che Maria Teresa facesse causa comune con la Russia. Un'alleanza del genere avrebbe minacciato la stabilità diplomatica del continente europeo; peggio, avrebbe potuto portare alla guerra. Eppure, nonostante gli sforzi di Choiseul, era in corso un riavvicinamento fra l'Austria e la Prussia (il figlio maggiore di Maria Teresa, Giuseppe, che aveva sempre caparbiamente considerato Federico il Grande il suo eroe, aveva cominciato a incontrarsi personalmente con lui per progettare la spartizione della Polonia) e anche i legaami tra Austria e Russia si stavano rafforzando. 

Qui avevamo un ruolo importante considerazioni di politica interna, perché anche in seno alla famiglia reale e c'erano fazioni, rivalità e lagnanze. Oltre all'antoagonismo tra il delfino e i suoi fratelli minori - in particolare il precoce Stanislao Saverio conte di Provenza, che era tanto arrogante, spiritoso e sofisticato quanto Luigi Augusto era schivo, mldestro e incolto - c'era un fortissimo contrasto tra il re Luigi e le sue tre figlie non sposate che vivevano a corte. (La quarta figlia nubile, Luisa, si era recentemente fatta monaca e riisiedeva a Saint-Denis: la sua decisione, dicono alcuni, era dovuta al desiderio di pregare ed emandare i peccati del padre). Tutte e tre le donne erano vicine alla quarantina, ma ai visitatori davano l'impressione di essere molto vecchhie. 

Delle tre, la corpulenta Vittoria era la più gredevole, benché soffrisse terribilmente per le sue crisi di nervi, conseguenza di terrori infantili: da piccola era stata chiusa a chiave nel tenebroso sotterraneo nell'abbbazia di Fontévrault, ove venivano seppellite le monache, e costretta a far penitenza. Nei pressi del sotterraneo era incarcerato un pazzo, e le sue urla farneticanti unitamente agli immaginati orrori della tomba, avevano lasciato in Vittoria segni incancellabili. Essa era tuttavia <<buona, di carattere dolce e affabile>>, stando a quando riferisce Madame Campan, la vivace cronista della corte di Francia il cui primo incarico era stato quello di lettrice per le figlie del re. Benevola e sorridente, Vittoria amava la buona cucina e la comodità di un morbido divano accanto al caminetto. 

Sofia, una donna brutta in modo ripugnante, la cui altezzosità mascherava una profonda diffidenza, era più dura. Leggeva parecchio, ma sempre da solaa: secondo Madame Campan <<la presenza di una lettrice l'aavrebbe sconcertata moltissimo>>. Tutti gli estranei invariabilmente, sconcertavano Sofia che percorreva sempre in gran fretta gli affollati corridoi del palazzo per evitare un contatto con essi. quando c'era un temporale però, in lei il terrore aveva la meglio sulla timidezza, inducendola a correre per andare a rifugiarsi tra le braccia di chiunque fosse a portata, tanto grande era la paura che le facevano i lampi e i tuoni.


La terza sorella, Adelaide, delle tre era quella dotata di maggiore personalità e aggressività. Fin da bambina aveva dominato i suoi insegnanti, impuntandosi su ogni cosa e insistendo per fare a modo suo con un'ostinazione che, col pssare degli anni, era divenuta sempre maggiore. Adelaide si era apertamente opposta la progetto di un matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, e la sua opposizione non era cessata dopo che aveva conosciuto Antonietta.  

Adelaide era una politicante e, in quanto politicante, si rendeva conto che Antonietta avrebbe potuto essere utile. Represse quindi l'antipatia che provava per lei e coltivò la sua amicizia e la sua amicizia e la sua fiducia anche se da qualche punto di vista, mantenne una tacita rivalità in lei. Da quando era morta la regina Maria Leczinka, i convegni serali si erano tenuti nell'appartamento di Adelaide; e quando Antonietta subentrò a lei come ospite protocollare di quei convegni, Adelaide si rifiutò di parteciparvi, continuando tuttavia a intrattenere al gioco nelle sue stanze qualche fedelissimo.

L'amante di Luigi XV era particolarmente antipatica ad Antonietta. Pur essendo capace di una cortesia e di una generosità illimitate, verso i suoi diretti dipendenti e altre persone ordinarie - una cortesia e una generosità di cui aveva dato ripetutamente prova nei primi mesi trascorsi alla corte di Francia - la delfina non vedeva con simpatia le persone di bassa estrazione e di nessuna edicazione che cercavano di spadroneggiare su chi era di origine meno ignobile della loro. Lei, l'arciduchessa Antonietta, era figlia di un'imperatrice; Jeanne Bècu era figlia di una prostituta di Vaucouleurs. Lei, un giorno, sarebbe divenuta la regina di Francia, e quel giorno, se non prima, la contessa Du Barry si sarebbe trovata improvvisamente priva di amici, di influenza e di rendite. 

Antonietta, la mattina si alzava alle nove e mezzo o alle dieci e, dopo essersi vestita, aver detto le preghiere e fatto colazione, andava negli appartamenti, delle zie ove spesso capitava anche il re. Ci restava fino alle undici, l'ora del suo appuntamento quotidiano con il parrucchiere. Sistemata l'acconciatura dei capelli, assolveva agli obblighi del pubblico cerimoniale: alla presenza di diversi spettatori interessati si lavava le mani e si applicava un pò di trucco sulle guance, dopo di che, sempre pubblicamente, le cameriere procedevano alla sua vestizione. A mezzogiorno veniva celebrata la messa, alla quale Antonietta assisteva in compagnia del re, del delfino e delle sue zie. Dopo la messa Antonietta e Luigi Augusto pranzavano - ancora una volta in pubblico m assai rapidamente - e successivamente, si trasferivano nell'appartamento del delfino; se questi era occupato (ed era occupato quasi sempre, di solito per una partita di caccia) Antonietta andava invece nelle proprie stanze ove, se bisognava dire la verità, aveva pochissimo da fare, anche se di tanto in tanto si sforzava di leggere o di lavorare all'uncinetto. 

Alle tre del pomeriggio Antonietta si recava nuovamente negli appartementi delle zie, ove di solito andava anche il re: quindi alle quattro, la delfina ritornava nelle sue stanze, ove andava a trovarla il suo confessore l'abate Vermond. Alle cinque Antonietta, aveva lezione col maestro di musica o con l'insegnante di canto. Alle sei e mezzo - accompagnata, se c'era, dal delfino - andava ancora una volta nelle stanze di Adelaide, Vittoria e Sofia. dalle sette alle nove presiedeva ai tavolini da gioco, a meno che ci fosse bel tempo, nel qual caso usciva per fare una passeggiata a piedi. La cena era alle nove, e quando il re non era presente (spesso cenava con Madame Du Barry e una ristretta cerchia informale di intimi) le zie erano ospiti di Antoonietta e del delfino. Quando il re era presente, Antonietta e Luigi Augusto ccenavano negli appartamenti delle zie, ove un pò prima delle undici le raggiungeva il sovrano. Mentre attendeva quest'ultimo, Antonietta era spesso colta dal sonno e si appisolava su un grande sofà. 

Per un pò di compagnia Antonietta poteva contare solamente sull'impacciato consorte - il quale era particolarmente a disagio in presenza del nonno Luigi XV, che con Antonietta era garbato ma, quando non fissava lo sguardo vacuo il lontananza, stuzzicava e tormentava le zie e il delfino - e su Adelaide, Vittoria e Sofia, che spettegolavano su Madame Du Barry e aizzavano la delfina a insultarla. Facevano anche indiscreti sondaggi per spremere notizie di carattere molto personale. Il delfino, era andato nella sua camera da letto la sera prima? Adelaide aveva fatto una chiacchierata con lui esortandolo ad avere coraggio e a comportarsi da uomo. La predica aveva avuto qualche effetto? Sconcertata e ansiosa Antonietta doveva ammettere che il delfino non era andato nel suo letto, nonostante avesse ripetutamente promesso di farlo. Nemmeno l'intervento di Luigi XV aveva avuto effetto. 

Il conte di Provenza era findanzato, e il matrimonio era già fissato per il mese di maggio del 1771. La futura sposa, Maria Giuseppina di Savoia, avrebbe potuto dare alla Francia un erede al trono, se Antonietta non fosse stata in grado di farlo, E, in ogni caso il conte di Provenza sarebbe stato un sovrano più presentabile di quanto sarebbe mai riuscito a essere il delfino Luigi Augusto. 
Poco prima di Natale del 1770 Antonietta perse il suo alleato politico più potente. Il duca Choiseul fu allontanato dalla corte, esonerato dalle sue responsabilità ministeriali ed esiliato nella sua proprietà. Madame Du Barry e la sua fazione avevano trionfato uno dei membri di questa fazione, il duca d'Auguillon, prese il posto di Choiseul come ministro degli Esteri. Altrettanto significativo era il fatto che la contessa Du Barry si fosse ora trasferita in un nuovo appartamento del palazzo di Versailles, una serie di stanze sontuosamente decorate, collegate mediate una rampa di scale con l'apartamento del sovrano. Quelle stanze erano diventate la sede informale del governo, il ruolo ove il re si incontrava con i suoi ministri e con i suoi ambasciatori, e ove si svolgeva la maggiior parte delle più riservate attività di corte. Abbigliata come una regina, e circondata da tutti i segni dello splendore regale, Madame Du Barry, presiedeva tutte queste riunioni e attività. E il sovrano, a quanto pareva raramente era lontano da lei, anzi la voleva sempre accanto a sé, seduta sul bracciolo della sua poltrona, mentre egli, leggeva lettere o discuteva questioni di stato. Le consentiva perfino di partecipare alle sedute del consiglio della real casa, ove, come sceisse Madame Campan, la Du Barry si comportava come una ragazzina annoiata e distraeva il sovrano con le sue stupide chiacchiere. 

Luigi XV convocò Mercy nel salotto della sua amante per fargli conoscere la sua volontà.
<<Fino a questo momento siete stato l'ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Oravi chiedo di farvi mio ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Ora vi chiedo di farvi mio ambasciatore, almeno per breve tempo. Io amo profondamente Madame la Douphine. La considero incanttevole, ma siccome è piena di vitalità e ha un marito che non è in grado di guidarla, non può evitare le trappole che le vengono tese dagli intrighi di corte>>.
Il re non fece menzione di Adelaide, ma l'implicazione era chiara. Antonietta, insistette, doveva trattare con cortesia ogni persona presentata a corte. Madame Du Barry era tra le persone presentate a corte, perciò Antonietta le era debitrice di un certo riconoscimento, per quanto piccolo. Se le avesse parlato anche solo una volta, questo sarebbe stato sufficiente. Ma deveva parlarle.

Adelaide, un tempo vigorosa sostenitrice di Choiseul, divenne una delle prime a schierarsi contro di lui nel momento stesso in cui egli cadde in disgrazia. Mercy, inoltre notò che con l'inizio del nuovo anno tutte e tre le figlie del re orientarono le vele nella direzione del vento che soffiava più forte, facendo piccoli favori a Madame Du Barry, astenendosi dal fare commenti caustici sul suo conto e, contemporaneamente, sollecitando Antonietta a trattarla con malagrazia e a giudicarla duramente. Si servivano di Antonietta a parere di Mercy, <<come strumento di un odio che non osavano confessare>>.

<<Ti giuro>>, scrisse l'imperatrice, nel luglio del 1770, a che non ho ricevuto un sola delle tue care lettere senaaz che mi venissero le lacrimme agli occhi...Desidero ardentemente di poter vedere, almeno per un istante, la mia cara, carissima famiglia.>> Il tepore della vita familiare a Vienna era passato per sempre: ne aveva preso il posto il gelo dei costanti sospettie degli intrighi. A Versailles non c'erano porti sicuri, non c'erano luogi ove Antonietta potesse rifugiarsi per sentirsi libera da sguardi indiscreti e da sussurri. Il re, Madame Du Barry, Mercy avevano spie in ogni angolo buio, chhe osservavano e ascoltavano; ogni buco di chiave sembrava ricordare la sorveglianza a cui la delfina era sottoposta.

Neanche nel suo appartamento si sentiva al sicuro, e temeva che i suoi nemici disponessero di chiavi universali e le usassero per entrarvi e uscirne a loro piacimento, e anche per aprire la sua scrivania a leggere la sua corrispondenza. Confessò a Vermond di avere immaginato che le chiavi le fossero sotratte di tasca nottetempo; e senza quelle chiavi, in particolare quella datele da Adelaide perché lei potesse andare e venire nell'appartamento della zia quando voleva, sarebbe stata prigioniera del suo entourage. Anzi anche restando in possesso delle chiavi essa non aveva alcuna libertà, vincolata com'era dell'etichetta, dalle usanze quotidiane di corte, e dal labirinto di corridoi del palazzo, corridoi che, mai davvero luminosi e accoglienti, cominciavano ora a sembrarle tetramente bui. 

https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://it.pinterest.com/madamevrath/
https://vk.com/madamevrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/

venerdì 11 novembre 2016

Maria Antonietta. cap. IV part. 3

Non me erano ancora cominciate le mestruazioni, e finche' questo non fosse avvenuto I framcesi non avrwbbero dato Il loro assenso alla celebrazione delle nozzle. Poi, nel febbraio del 1770, due mesi prima della data fissata per la cerimonia, la prima perdita periodica arrivo'. Maria Teresa ne informo' lo speciale rappresentante del re di Francia, Durfort, il quale si affretto' a mandare a Parigi un correre veloce con la lieta notizia. La <<sposina>>, come l'imperatrice chiamava Antonietta, era finalmente una Donna.

Luigi XV aveva chiesto di vedere qualche ritratto di Antonietta, ma a Vienna non ne era arrivato nessuno di suo nipote. In fine, con l'approssimarsi del giorno fissato per le nozze, l'imperatrice ne chiese uno. Ne arrivarono due, nessuno dei quali riusciva a nascondere la zoticaggine del delfino, grasso e con le guance cascanti. Anche qui me fonti tacciono sulla reazione di Antonietta, salvo notare che essa chiese il permesso di appendere uno dei ritratti a una parete del suo salottino.

L'imperatrice era sgomenta, cerco' quindi di preparare Antonietta al travaglio del matrimonio con quel ragazzo tango goffo, dicendole che una moglie deve sempre rendersi gradita e conportarsi in modo remissivo, che l'amore appassionato e' soltanto una gioia passeggera, ma non e' fondamento ne' solido ne' necessario per un matrimonio, che l'aspetto personale di in uomo e' di gran lunga meno importante di cio' che egli ha nel cuore. Antonietta ascoltava, abbassando lo sguardo sull'anello del delfino, che portava al dito da gennaio, poi tornando a fissare la madre con i suoi occhi innocent I e fiduciosi. Chiaramente non capiva.