Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parigi. Mostra tutti i post

giovedì 29 novembre 2018

Maria la sanguinaria. La Principessa III

Maria la sanguinaria

Parte I La principessa III

Prego ogni giorno che le loro pene siano alleviate e che presto siano mandati dove staranno meglio, senza malattie o avversità. 


Nell'inverno 1517, alla metà di gennaio, un forte gelo colpì Londra. Le strade erano coperte di neve indurita e scivolosa, le acque del Tamigi ghiacciate in profondità. Coloro che avevano da sbrigare affari a corte erano costretti ad andare a Londra a Westminster a piedi invece che in battello, e poiché il fiume non dava segni di disgelo i cittadini aprirono infine un camminamento nell'alto strato di ghiaccio. Il tempo non migliorò in febbraio. L'ambasciatore Giustiniani, che doveva recarsi a Greenwich per vedere il re, lamentò che era ancora impossibile utilizzare i battelli e che <<il gelo e le strade pericolose>> trasformarono qualsiasi viaggio in un rischio mortale. Il freddo intenso era sopraggiunto nel mezzo di un periodo di insolita siccità: nell'Inghilterra sudorientale non piovve dal settembre 1516 al maggio successivo. I lussureggianti pascoli verdi avevano assunto un orrendo colore verde marrone, i piccoli corsi d'acqua si erano prosciugati e gli agricoltori, per allevare il bestiame, dovevano spingere le greggi per tre o quattro miglia.

Le vittime del morbo - probabilmente un'influenza con complicazioni polmonari - <<sudavano a dismisura, emanavano cattivo odore, si arrossavano in faccia e sul corpo, avevano una continua sete e soffrivano di febbre alrissima e di mal di capo>>. Sulla testa e sul corpo comparivano poi eruuzioni cutanee e pustolose, da cui talora fuoriusciva siero e sangue, e quasi tutti i malati morivano prima ancora che si potesse ricorrere a una cura. Era in particolare la spietata repentinità del deccesso a terrorizzare la popolazione. La gente s'ammalava per strada. al lavoro, in chiesa; poi correva a casa, dove collassava a terra e moriva. Un medico che aveva studiato per diretta esperienza molti casi scrisse che la strana malattia colpiva <<alcuni mentre aprivano le fienstre, altri mentre giocavano con i bambini dinanzi alla porta d'ingresso; alcuni in un'ora, molti in due; il male distruggeva... chi dormiva e chi era sveglio, gli allegri e i preoccupati, i digiuni e i satolli, gli indaffarati e gli oziosi; e in una sola famiglia talvolta tre persone, talvolta cinque, talvolta di più, talvolta tutti>>. 

Quanti ne ebbero la possibilità, abbandonavano la città imediatamente, ma la maggioranza dovette rimanervi per seppellire i morti, far la guardia ai propri beni, guadagnarsi da vivere. E presto non vi fu alcun luogo in cui rifugiarsi, perché le campagne circostanti erano ormai infette quento la capitale. Verso la metà dell'estate i londinesi si erano ormai quasi assuefatti alla paura della morte, alle porte e alla e finestre sbarrate, ai presunti guaritori che vendevano toccasana preventivi e curativi per le strade, al panico che si diffondeva tra la folla quando un passante, lamentandosi e reggendosi la testa, incespicava nella corsa verso l'ineluttabile fine. L'ambasciatore francese a Londra scrisse in patria raccontando che uomini e donne <<magri come mosche fuggivano in fretta da vie e negozi>> non appena sentivano i sintomi della malattia; la vista di una persona barcollante era sufficiente a creare ovunque un rapido vuoto. In quell'estate morirono decine di migliaia di inglesi, e per i sopravvissui fu un ritorno alle spaventose morie delle pestilenze medievali. Molti giudicavano il sudore anglico, ribattezzato <<Visitazione del Signore>> e <<Segno di Dio>>, peggiore della peste, che almeno aveva un'incubazione più lenta e che lasciava in vita i colpiti per giorni e anche per settimane. 


Erasmo da Rotterdam


L'epidemia del 1517 non era la prima del genere. Nell'state del 1485 e poi di nuovo nel 1508 lo stesso misterioso morbo si era diffuso nell'Inghilterra mridionale, provocato, si era detto, dall'ira divina per la crudeltà del governo di Enrico VII. La sua ricomparsa sotto il regno del figlio determinò l'adozione di una serie di terapie per prevenrilo e curarlo: sembrava evidente che la micidiale infezione apparsa per la prima volta all'ascesa al trono della dinastia Tudor darebbe continuata insieme con essa. Uno dei medicinali più usati era un miscuglio di indivia, cicerbita, calendula, mercurio e belladonna; un altro si basava su <<tre cucchiaiate di acqua e di dracena e una mezza noce di corno di unicorno>> ((nei tesori inglesi venivano conservati con reverenza come corn di unicorno le aguzze punte dei pesci spada). Si raccontava che quest'ultima pozione avesse fatto superare senza problemi un'intera estate di pestilenza a Lord Darcy e trenta membri della sua famigliaa, sebbene fossero stati tutti esposti al contagio. 

Come cura più completa per il sudore anglico passò, cmunque, la triade di prescrizioni messe a punto dal sovrano stesso. Probabilmente a causa della sua paura fobica per tutti i malanni e in particolare per le epidemie, Enrico era diventato un provetto farmacista dilettante, sempre felice di regalare ritrovati per ogni sorta di male ad amici e parenti. La prima fase della cura inventata dal sovrano, la fase preventiva, consigliava un influsso di erbe (tra cui sambuco, erica e zenzero) in vino bianco: bevuto in piccole quantità ogni giorno, per nove giorni, manteneva <<sani per un anno intero, con l'aiuto di Dio>>. Se la malattia avessse colpito prima del non giorno di trattamento, si passava alla seconda fase, curativa, che imponeva una bevanda di acqua di scabiosa e acqua di betonica in parti uguali, addolcita da un quarto di melassa. 

Le medicine di Enrico non riuscirono, purtroppo, a tenere lontana l'epidemia dalla sua corte. Il segretario Ammonius morì il giorno prima della partenza per una casa di campagna situata in una zona non infetta. Wolsey invece scampò a stento alla morte poco dopo, ma un certo numero di cortigiani e servitori non fu alrettanto fortunato. Si ammalarono il vescovo di Winchester, così come l'ambasciatore Giustiiniani e il figlio, e quando cominciarono a soccombere l'uno dopo l'altro i paggi che dormivano nella sua camera da leto, il sovrano cedette al pensiero e decise di trasferire altrove la corte. Con Caterinna e la piccola Maria, tre dei gentiluomini più fidati e l'organista preferito, Dionysius Memo, Enrico raggiunse <<una lontana e insolita abitazione>> per attendersi la fine del pericolo. Tuttavia il morbo lo raggiunse anche lì e le voci di persone morte a pochissima distanza lo spinsero a spostarsi in continuazione, sempre inseguito dalle ondate di contagio. Nel frattempo anche i certigiani si spostavano tra i vari palazzi, nelle speranze di sottrarsi all'infezione, ma nella primavera del 1518, quando l'epidemia raffiorò più virulenta che mai e resa ancora più insidiosa dal morbillo e dal vaiolo che ora l'accompagnarono, i paggi del re ripresero a morire. 

Questi rudiimentali sistemi di quarantena avrebbero dovuto circoscrivere i focolai epidemici, ma non venne presa alcuna misura a proposito dei peggiori agenti infettivi: i cibi, l'acqua, la scarsa o inesistente igiene personale e domestica. All'inizio del Cinquecento Londra era una città di medie dimensioni che si stava rapidamente trasformando in una metropoli superaffollata, soffocata da luridi vicoli e casupole non meno luride. Pulci, pidocchi e cimici si annidavano ovunque: negli oggetti di legno, nei pavimenti, nei letti, negli armadi, insetti di ogni sorta infestavano i contenitori delle derrate e i panni di lana. 
Se le case della Londra tudoriana erano a dire poco principesche, le sue strade era depositi di sporcizia. Non selciate, piene di buche e di sochi, alternativamente fangose o polverose, tutte erano ricoperte di ogni specie di avanzi, rifiuti, lordure. La spazzatura somestica, così come i residui delle pentole da cucina e delle vasche dei tintori vi si mescolava con gli escrementi di cavalli, cani e uccelli. I vasi da notte delle case allinetate su vie e vicoli venivano vuotati ogni mattina o dinanzi agli usci o direttamente dalle finestre sul piano superiore; e, via via che crescevano, i cumuli di rifiuti erano radunati in montagnole ai crocicchi, di dove li si rimuoveva raramente per buttarli nel fiume o trasportarli ai margini delle grandi strade che condicevano fuori città. 

Il più noto censore dei primitivi costumi era Erasmo, il famoso umanista olandese. Nelle lettere agli amici gli sottolineava acccuratamente come le case dell'isola fossero costruite in modo da massimizzare i rifiuti e allo stesso tempo minimizzare l'esposizione all'aria fresca e alla luce del sole. Sarebbe stato necessario, aggiungeva, ripulire le strade dal fango e dall'urina e, soprattutto, abbandonare la deprecabile consuetudine di cospargere di paglia i pavimenti in terracotta delle case per nascondere le briciole di cibo, schizzi di birra e ossi; la paglia veniva cambiata quando l'odore diventava intollerabilmente acre, ma uno strato inferiore, incollato al paviento da anni di sputi, vomiti e <<bisogni di cani>> restava lì, a suo parere, per decenni. Erasmo condannava anche altre abitudini che di certo facilitavano contagi: il superaffollamento nelle taverne male arieggiate, il poco frequente cambio delle lenzuola, l'uso di un unico bicchiere da parte di molti, la mania di baciarsi a ogni incontro. Le vedute di Erasmo cuscitarono un certo consenso, ma anche un risentimento e sbeffeggiamenti. Aveva esagerato, riteneva qualcuno, nel sostenere che perfino le grate dei confessionali, l'acqua e l'olio benedetti dei battesimi e i grandi pellegrinaggi cntribuivano a diffondere le infezioni!

Molta gente collegava le malattie non alle insalubri condizioni di vita ma a fattori soprannaturali. Per ogni medico che curava i pazienti affetti dal sudore anglico aprendo loro le vene per un salasso o rinchiudendoli in una camera caldissima completamente avvolti in coperte (una terapia dall'esito abitualmente letale), erano almeno una dozzina i ciarlatani impegnati ad ammannire rimedi associati a pratiche superstiziose o occultistiche. 
Queste in realtà erano il risultato di una visione fondamentalmente provvidenziale non solo delle malattie ma ance del complesso delle vicende umane. La popolazione dell'età tudoriana accettava le devastazioni del sudore anglico così come accettava i danni delle inondazioni o delle morie in massa del bestiame perché li riteneva compresi in un vasto disegno incomprensibile e invisibile alle creature terrestri. L'autore del disegno era Dio, ma questa credenza era religiosa solo in senso lato: era più che altro una fede nella supremazia dell'ordine sul caos. Nessuno accoglieva di buon grado un'epidemia, eppure tutti traevano un qualchhe conforto dalla convinzione che il malanno era stato mandato da un Potere superiore per uno scopo preciso. 

Morivano le persone <<più giovani e più belle>>, <<gli uomini di mezza età col fisico sanguigno>>. Era più probabile, paradossalmente, che sopravvivessero i più deboli e i più poveri. I bambini, le donne in età feconda, gli uomini macilenti per la fatica e per la fame o erano risparmiati dall'epidemia o, riuscivano in genere a superare la fase critica e infine a guarire. I gentiluomini ricchi e maturi cadevano stecchiti a centinaia. 
Il fatto che il morbo mietesse il maggior numero di vittime tra i membri meglio nutriti, più danarosi e privilegiati della società offendeva la comune fiducia nell'ordine delle cose, prospettando la sconcertante possibilità che l'ordine avesse solo un tenue vantaggio sull'anarchia e che il futuro avrebbe potuto portare l'imprevisto oltre il prevedibile. Minacccia che colpiva diritto la più profonda fobia dell'epoca: il terrore che l'intero ordine sociale potesse frantumarsi. 

Fu in questo periodo di panico e di repentini cambiamenti di residenza che la principessina Mara trascorse i primi mesi di vita. All'inizio la piccola era stata affidata a una nobile balia, Kaetherien Pole, nuora della contessa di Salisbury, che fu poi sostituita da Lady Margareet Bryan, insignir dell'appellativo di <<Lady governante>> e incaricata di dirigere il piccolo gruppo di uomini e donne che costituivano il seguito personale di Maria: le quattro bambinaie (Margery Parker, Anne Bright, Ellen Hutton, Margery Cousine), il lavandaio Avys Woode, il cappellano e il segretario privato, sir Henry Rowte. La principessa aveva anche una sua corte, che era presieduta dalla contessa di Salisbury e che annovervava un ciambellano, un tesoriere, le donne  addette alla camera da letto e vari attendenti, tutti indistintamente abbigliati con i colori di Maria, il blu e il verde. Con l'arrivo dell'epidemia nel palazzo, comunque le formalità, di corte erano state dimenticate e il re si era affrettato a prendere con sé la famiglia e pochi intimi per allontanarsi il più possibile dal pericolo. Dovendo abbandonare le dimore londinesi - gli appartamenti della Torre, lo spazioso Bynard's Castle in Thames Street - e non potendo recarsi nella residenza preferita di Greenwich, sul Tamigi, un bell'edificio di mattoni rossi circondato da verdi giardini piieni di fiori, ma troppo vicino al cuore della città per garantire tranquillità nel dilagare dell'infezione, Enrico aveva trovato dapprima rifugio nel palazzo turrito di Richmond, nel Surrey; tuttavia poco dopo avrebbe saputo che un villaggio vicino era stato raggiunto dal morbo e nel giro di qualche ora sarebbe corso via per cercare zone di volra in volta ritenute più sicure. Dei rigurardi del magnifico castello medievale di Windsor egli provava una profonda avvrsione, lo trovava cupo e troppo simile a un luogo di clausura: a lui piacevano i parchi, le aperte distese della campagna e, possibilmente, la vicinanza del fiume. A Greenwich il sovrano poteva camminare fino al molo per ispezionare le navi e parlare con marinai e cannonieri; a Windsor, invece, si sentiva chiuso tra cortili lastricati e, se entrava nella cappella della Giarrettiera, pativa l'oppressione delle tombe e dei monumenti di cavalieri dell'ordine, di tanti cimeli militari dei Plantageneti suoi predecessori. Le altre residenze di campagna, più lontane, erano piccole e in taluni casi in rovina. 

Francesco I


Claudia di Francia 


Solo verso la fine dell'estate del 1518, quando Maria aveva due anni e mezzo, la corte cominciò finalmente a riprendere le comuni abitudini, compresi i soliti periodici <<trasferimenti>> da un palazzo all'altro. Le faiglie reali vivevano vite da seminomadi, raramente trascorrevano più chhe poche settimane nella stessa località. Ma in tempi noormali gli spostamenti venivano programmati, secondo un ordine stabilito, ed era stato in ottemperanza a quest'ordine che la corte di Enrico aveva fatto ritorno. 
La ripresa della normalità fornì a Maria la prima occasione di sostenere un ruolo importante negli affari di stato. Poiché la rivalità tra Francia e Inghilterra non era affatto sopita, a Enrico venne subito in mente di usare la figlia come un'arma diplomatica. Soltanto una guerra o un gesto eclatante e di fraterna amicizia da parte sua avrebbe soddisfatto il nuovo sovrano francese, Francesco I, ansioso di dimostrare la forza propria e quella del suo paese. Egli aveva una figlia, Francesco un figlio: una promessa di matrimonio fra due rampolli reali era l'ovvia e migliore alternativa a una guerra. 

Inghilterra e Francia avrebbero scritto un trattato di pace universale, consacrato dall'unione del delfino con la principessa inglese, nozze che sarebbero state celebrate subito per procura e consumate quando il delfino avrebbe compiuto quattordici anni. Tra le clausole relative ai diritti dotali di Maria era stato compreso un accordo, di enorme significato, secondo cui, se Enrico fosse morto senza lasciare eredi maschi, gli sarebbe succeduta la fiiglia: il primo riconoscimento del suo diritto al trono. Per i diplomatici, comunque, questo punto era di secondario rilievo, in quanto vi erano ancora molte buone speranze che Enrico potesse avere un figlio maschio - Caterina era incinta  di nuovo e prossima al parto - e, in ogni caso, nessuna donna era mai stata incoronata regina d'Inghilterra se non come moglie del sovrano regnante. 

Gli ambasciatori della corte francese arrivarono in Ighilterra a metà settembre, per firmare il trattato e celebrare il matrimonio. Nell'attraversare Londra a cavallo, i francesi offrirono uno spettacolo di grande sfarzo, vestiti con farsetti di seta e circondati dalle guardie reali scozzesi di Francesco, nonché una scorta d'onore di quattrocento cavalieri locali, nobili e guardie reali inglesi. A ogni cerimonia e banchetto dei giorni successivi gli ospiti indossarono sempre abiti nuovi anche questi di seta, con grande meraviglia dei cortigiani di Enrico. Inoltre il loro apparentemente inesauribile guardaroba era all'altezza delle loro borse: tutti giocavano e scommettevano cifre enormi; nessun banchetto ufficiale era completo senza i giochi di carte e di dadi di cui il re era appassionato. Alla sontuosa festa offerta da Wolsey - ora nominato cardinale oltre che legato pontificio, e prossimo a diventare l'uomo più potente d'Inghilterra dopo Enrico - per festeggiare il trattato di pace uniiversale, al termine del pranzo furono posti dinnanzi ai commensali dadi e coppe d'oro piene di ducati affinché ciascuno potesse puntare a piacimento. 

Nell'attesa della cerimonia nunziale, le due parti giurarono gli accordi del trattato dinanzi all'altare maggiore della chiesa di San Paolo. Alle otto di mattina del 5 ottobre la fidanzata e i rappresentanti del fidanzato, accompagnati dalle relative scorte, si incontrarono in una sala del palazzo di Greenwich. Enrico era in piedi dinanzi al trono con al fianco Caterina, la sorella di Maria, Wolsey e un altro legato papale, il cardinale Campeggio. Durante il lungo discorso pronunciato dal vescovo di Durham per elogiare la reale unione - almeno il terzo del genere in cui i francesi erano stati sottoposti dall'arrivo - Maria, in braccio alla bambinaia, stette accanto alla madre: aveva un vestito in tessuto d'oro e sui riccioli biondi un cappello di velluto nero ornato di gioielli. Piuttosto piccola per la sua età e dall'aspetto delicato, la bella carnagione e gli occhi chiari del padre rendevano i suoi lineamenti nel complesso molto graziosi. Rimase sorridente e tranquilla per tutta l'interminabile orazione, confermando l'orgogliosa vanteria di Enrico, il quale voleva sostenere che <<la figlia non piangeva mai>>. Quando il vescovo ebbe terminato di parlare, gli ambasciatori chiesero a Enrico e a Caterina il consenso al matrimonio; quando l'ammiraglio francese Bonnivet acconsentì in nome del delfino e Wolsey infilò all'indice di Maria un anello con un enorme diamante, il dono nunziale alla sposa. L'ammiraglio, che rappresentava lo sposo assente, spostò quindi l'anello dall'indice all'anulare con un gesto solenne e subito dopo tutti passarono nella cappella, riccamente decorata, per assistere alla messa. 

La visita degli ambasciatori francesi in Inghilterra non era che la prima parte della procedura prevista per la stipulazione del trattato e del matrimonio; per completarla gli ambasciatori inglesi dovevano ora andare a Parigi, dove avrebbero controfirmato il trattato e rappresentato la principessa in una replica del matrimonio per procura. Gli inglesi arrivarono a Parigi ai primi di dicembre e pochi giorni dopo il re concesse loro un'udienza ufficiale, ricevendoli in una vasta sala dall'alto soffitto decorato con i gigli di Francia e dalle pareti abbellite da arazzi. Metà della sala era occupata da una pedana di notevole altezza, da cui si ergeva, sul fondo del salone, una seconda pedana di limitate dimensioni, ricoperta di velluto violetto a gigli bianchi e destinata a reggere il trono: una poltrona tappezzata in broccato d'oro con un baldacchino dello stesso tessuto. Francesco I, seduto sul trono, indossava uno sfavillante abito in tessuto d'argento, con ricami floreali e bordato di piume di airone; i suoi piedi poggiavano su un cuscino in tessuto d'oro. Sulla prima pedana, ai lati del trono, erano schierati in numero se file nobili ed ecclesiastici locali, il nunzio pontificio e gli ambasciatori  stranieri residenti alla corte francese. Alla sinistr del re, su una piattaforma leggermente più bassa della sua, a una certa distanza del trono e nascosta al pubblico da un tendaggio, erao sedute la regina Claudia, la madre del sovrano Luisa di Savoia e le dame di compagnia. 
Gli ambasciatori inglesi, che per quest'udienza avevano indossato i loro corsetti più ricchi, collari d'oro e cinture ingioiellate, furono preceduti nel salone da una scorta di duecento gentiluomini armati di asce, i quali salirono sulla prima piattaforma per disporsi ai lati del re. Francesco, fino a quel momento immobile in posa regale, rispose ai profondi inchini degli ospiiti con affettuosa cortesia e si alzò dal trono per andare a salutarli uno per uno. 

Qualche tempo dopo le due parti giurarono di rispettare il trattato nel corso di una messa solenne nella cattedrale di Notre-Dame e alla fine della messa Francesco e Claudia, in rappresentnza del delfino, sposarono la principessa Maria, rappresentata dal conte di Worcester. Durante le varie cerimonie Francesco fece del suo meglio per dimosgrarsi solenne, e nello stesso tempo affabile, ovvero per offrire una precisa immagine della sua regalità pur essendo gentile e amichevole verso gli ospiti. Li accompagnò quindi a cacce all'orso e al cervo, giostrò con loro e in loro onore, offì banchetti e spettacoli tali da uguagliare e anzi superare, così almeno egli sperava, i pomposi banchetti svoltisi in Inghilterra. Il cortile all'interno della Bastiglia era stato lasctricato con un pavimento di legno, nel cui centro era stato lasciato un ampio spazio per le tavole da prenzo e le tre gallerie per gli spettatori tutt'intorno. L'intera area era stata protetta con un tendone di tela blu, a formare come un padiglione, e lunghi drappi con i colori del re, ianco e bronzo, simulavano le pareti. Qui Francesco organizzò una splendida festa, seduto sotto il suo baldacchino d'oro e circondato in rigoroso ordine d'importanza, da familiari e cortigiani. Gli inglesi inviarono a Enrico dettagliati resoconti della serata, descrivendo il meraviglioso efetto degli alti lampadari, illuminati ciascuno da sedici torce, che rischiaravano il soffitto blu su cui erano stati dipinti in oro i pianeti e i segni dello zodiaco. I cibi erano stati serviti su piatti d'oro e d'argento e lacune delle vivande, tra lo stupore dei commensaali, erano apparse <<emettere fuoco e fiamme>>. Inoltre ogni portata era presentata con lo sfarzo riservato ai dignitari in vista, venendo preannunciate da squilli di tromba, con varie guardie e servitori al seguito dei trombettieri, cinque araldi avevano segnalato l'arrivo di otto siniscalchi della corte, che a loro volta avevano fatto ala all'ingresso del gran cerimoniere; gli addetti alla mensa, ventiquattro paggi d'onore e duecento servitori, avevano portato in tavola il pesce, la carne e la selvaggina. 

Alla fine del pasto si erano esibiite a turno sei compagnie di danzatori in maschera. Tra le maschere era poi aparso anche il sovrano, con un travestimento che evocava perfettamente la magia e la sacralità del suo caratttere regale: una lunga e aderente tunica di seta bianca, simile alla veste candida indossata da Cristo nei dipinti religiosi. La somiglianza con la familiare immagine del Salvatore era rafforzata dalla gioventù, dalla barba e dai capelli neri del sovrano, il suo volto e il suo portamento solenne avvevano destato in tutti una sensazione profonda e inquietante. Sulla tunica erano attaccati <<compassi e dischi>>, simboli occulti il cui significato era sfuggito agli astanti e aveva enfatizzato l'aria di mistero del personaggio. La comparsa di un gruppo di ragazze con corti <<bustini all'taliana><, incaricate di distribuire vino e dolciumi, aveva rotti di colpo l'incantesimo e la serata si era chiusa tra balli e bevute. Fortunatamente, avevano spiegatogli ambasciatori inglesi, il telo che fungeva da soffitto era stato incerato bene, sicché solo poche gocce della fitta pioggia caduta sul padiglione erano filtrate sulle teste degli ospiti. 

Tra i festeggiamenti a Londra e quelli a Parigi, Caterina ebbe l'ultima grande delusione. Si sperava e attendeva da tempo che desse alla luce un maschio. <<Che Dio le conceda di partorire un figlio>> aveva scritto Giustiniani a Venezia negli ultimi mesi di gravidamza della regina, <<di modo che in caso di necessità, avendo infine un erede, il re possa non essere ostacolato nnel desiderio d'intraprendere una qualsivoglia grande impresa.>> Un figlio maschio avrebbe garantito che la corona non sarebbe passata a Maria e, tramite lei, al futuro marito, il delfino di Francia; un figlio avrebbe rinsaldato la dinastia Tudor, rassicurato il re, soddisfatto i sudditi. 
All'ottavo mese, invece, Caterina partorì una bambina morta. Giustiniani la definì una <<seccante>> sventura: <<Mai questo intero regno aveva desiderato qualcosa come un principe>> Commentò: <<apparendo chiaro a chiunque che lo Stato sarebbe salvo se sua Maestà lasciasse un erede maschio, laddove, senza un principe, tutti temono il peggio>>. Caterina era affranta. Enrico temporaneamente depresso. Il matrimonio per procura di Maria era stato un rischio calcolato: il re aveva scommesso con se stesso che, assai prima che il delfino raggiungesse l'età stabilita per sposarsi, la sua pretesa al trono d'Inghilterra in virtù dei diritti della moglie sarebbe stata invalidata dalla nascita di uno o più figli maschi. Al momento, purtroppo, egli aveva perso la scommessa.

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://allmadamevrath.tumblr.com/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath?tab=wX

sabato 20 gennaio 2018

Maria Antonietta cap. VIII

Maria Antonietta Cap VIII


Luigi XV




Luigi XV stava rapidamente invecchiando. Le sue condizioni di salute peggioravano e la sua andatura era diventata quella di un vegliardo. La vista gli si stava deteriorando, anche se le sue labbra si curvavano aancora all'insù in una smorfia cadaverica quando vedeva Madame Du Barry. Si ripeteva continuamente e la sua vacuità si stava rapidamente trasformando in demenza senile. <<Per numero d'anni il re non è proprio vecchio>>, scrisse un osservatore nel 1773, <<ma di fatto lo è, e molto, in conseguenza della vita che ha condotto.>> Luigi XV moriva di dissipatezza e i cortigiani, visto che stava morendo, lo abbandonavano a schiere. 

Costantemente in compagnia del sovrano restava Madame Du Barry, incombendogli sopra la spalla quando era seduto, camminandogli accanto nelle sue sempre più lente passeggiate, pretendendo di leggere le sue lettere e generalmente rivendicando la precedenza su ogni altro membro della corte, tranne i componenti della famiglia reale. 

La Du Barry continuava a ricevere costosi regali dal re e dagli ambasciatori stranieri. (Il re Gustavo di Svezia le fece dono di un collare e di un guinzaglio d'oro per la sua cagnetta Dorine, una Blenheim spaniel; i due oggetti erano completamente incrostati di brillanti e rubini.). Eppure era impossibile negare l'evidenza: prima che passasse molto tempo il protettore della contessa se ne sarebbe andato da questo mondo, e allora le sue rendite - di gran lunga più di un milione e mezzo di franchi l'anno - sarebbero cessate.


Madame Du Barry

Un anno prima, nel 1772, Luigi XV aveva tentato di far avere a Madame Du Barry il divorzio, in modo da poterla sposare. In quel momentole fortune dell'amante del re erano all'apice, la generosità del sovrano era infinita e i lussi di cui la contessa poteva godere nel suo boudoir tutto tappezzato di broccato bianco erano senza limiti. Ma il tentativo di ottenere per lei il divorzio non aveva avuto esito e i cortigiani, che per un pò di tempo avevano cominciato a prendere in considerazione la sbalorditiva possibilità che Jeanne Bécu divenisse la regina di Francia, erano poi giunti a rendersi conto che fra poco l'amante del re sarebbe rimasta assolutamente priva di influenza. 

Nel marzo del 1772 la contessa dette una festa per inaugurare il padiglione che il re aveva fatto costruire per lei nei giardini di Versailles. Luigi XV non aveva certo risparmiato spese, l'edificio era sontuoso <<al limite dell'indecenza>>. Per farlo bene ammirare a tutti, Madame Du Barry aveva organizzato una festa spettacolare, con un centinaio di cantanti e ballerini, artifizi scenici dei migliori teatri di Parigi e un finale quanto mai animato in cui un enorme uovo doveva spaccarsi in due mettendo bene in vista un cupido armato di arco e frecce. Tutte le personalità più eminenti della corte erano state invitate, e fra esse non poche dame. Quando però tutto fu pronto, il padiglione era praticamente vuoto.
Era un chiaro segno che la potenza di Madame Du Barry stava declinando, e che invece stava acquistando forza la fazione del delfino. Un altro segno, altrettanto chiaro, era il numero sempre crescente delle canzoni e degli epigrammi che si scrivevano sulla contessa per mettere in ridicolo le sue origini e fare oggetto di satira le sue pretese. Erano finiti i tempi d'oro della <<passeggiatrice>>, implicavano le canzoni, il suo sole era al tramonto e le sue attrattive avevano perso smalto, non incantavano più nessuno.

Via via che Luigi XV peggiorava, e si avvicinava il giorno in cui sarebbero ascesi al trono Luigi e Antonietta, il potere gravitava dalla loro parte. Le trame che miravano ad affidare lo sceettro al conte di Provenza invece che a Luigi si erano acquietate, perché il conte, nonostante le vantate prodezze della prima notte nunziale, non aveva ancora generato un erede e mostrava nei confronti della moglie un'indifferenza che sfiorava il disgusto. Il conte di Provenza era stato anche ammalato, per un'affezione della pelle delle mani e per <<umori nel sangue>>, mentre il delfino diventava ogni giorno più alto, più robusto e più sano. 

Adelaide aveva riposto nel conte di Artois le sue speranze, si era assunta la supervisione della sua istruzione e stava cercando - senza tenere in alcun conto le litigiose obiezioni di Madame Du Barry - di avere una parte preponderante nella scelta della sua cassa civile. Era stato combinato il suo fidanzamento. Il conte d'Artois, doveva sposare Maria Teresa di Savoia, soella di Maria Giuseppina, moglie del conte di Provenza, e sebbene si ritenesse che Maria Teresa fosse ancor meno attraente della paonazza e paffuta sorella, si sperava che la coppia risultasse feconda. 


Maria Antonietta


Antonietta, stava mentalmente maturando, e aveva imparato a vedere le cose in modo distaccato. L'accorta guida di Mercy, le gentili sollecitazioni dell'abate Vermond, i rimproveri dell'imperatrice avevano avuto il loro effetto. Antonietta aveva imparato a trovare la sua strada attraverso il caos degli intrighi e delle tediose regole dell'etichetta, e si stava dotando di una propria identità. <<Quando per la prima volta misi piede in questo paese>>, disse un giorno a Mercy, <<ero troppo giovane e sconsiderata. Credevo a tutto ciò che mi veniva detto, ma ora...>> Non c'er bisogno che finisse la frase. La differenza era chiara. Aveva cominciato a prendere nelle sue mani la propria educazione.

La mattina, al risveglio, diceva le preghiere, poi prendeva lezione di musica o faceva esercizi di danza, quindi si dedicava per circa un'ora a qualla che definiva una <<lettura ragionevole>>. Veniva poi la toilette in pubblico, e successivamente una visita del re, con il quale Antonietta assisteva alla messa. Dopo il pranzo si dedicava per un'ora e mezzo alla <<ragionevole lettura>>, quindi usciva per fare una passeggiata o partecipare a una partita di caccia. Concludevano la giornata le conversazioni col marito e con altri familiari. <<Non so se riuscirò a rispettare esattamente questo programma>>, disse Antonietta, informando della sua decisione l'ambasciatore Mercy, <<ma intendo fare del mio meglio>>.

Antonietta avrebbe dovuto regnare per Luigi, guidare i suoi atti e le sue decisioni e così, in realtà, governare la Francia. L'ambasciatore, nella primavera del 1773, parlava spesso della delfina come di una statista <<che un giorno governerà questo regno>>. Antonietta riferì a Maria Teresa in una certa occasione, <<ha capacità mentali e di carattere così grndi che non può esserci il minimo dubbio che possiamo contare sui loro effetti>>. 

Il delfino lasciava scorrere le giornate indossando vecchi abiti, a meno che i suoi domestici insistessero per fargli addottare un abbigliamento più dignitoso, scrutando i cortigiani con i suoi occhi miopi e facendo del suo meglio per imparare a danzare. Solo nel suo appartamento, con le porte chiuse a chiave per evitare il pericolo di intrusioni, provava con grande impaccio i passi delle complicate danze di corte, <<sudando a giccioloni>>, mentre un solitario violinista strimpellava il motivo. Esausto per lo sforzo, il delfino raggiungeva quindi i fratelli per partecipare al loro gioco privato che consisteva nel tormentare i domestici del nonno; i giovani nipoti di Luigi XV si mettevano infatti a scorrazzare per le stanze e i corridoi <<con grande allegria>>, mettendo in pericolo l'equilbrio dei valletti che entravano e uscivano dall'appartamento reale carichi di vassio e di panieri. Quando questo divertimento finiva, il delfino se ne andava a caccia, oppure raggiungeva un cantiere e, tutto contento, si metteva a lavorare accanto ai muratori. 


Luigi XVI


Luigi scopriva di continuo qualcosa che aveva bisogno di riparazioni, faceva chiamare degli operai perché le facessero e si metteva a lavorare in loro compagnia. <<Lavora egli stesso con gli operai, contribuendo allo spostamento dei materiali, delle travi, delle lastre di pietra, e dedica ore intere a questo faticoso esercizio. A volte torna da queste imprese più stanco dei lavoratori che sono obbligati a compierle per vivere.>> L'avidità e lo zelo con cui il futuro sovrano si impegnava nei più umili lavori manuali erano imbrazzanti. Sempre impacciato e rigido quando si trovava a palazzo, diventava rilassato e in pace con se stesso nel fango e nel sudiciume del luogo di lavoro, perduto nel piacere dell'esercizio fisico e nella soddisfazione della pura e semplice fatica. 

Era difficile immaginare un futuro sovrano in questo personaggio disadattato. <<Il delfino da prova di certe virtù selvatiche>>, scrisse la contessa de la Marche, <<ma è privo di spirito, privo di conoscenze, privo di educazione, privo perfino di gusto>>. Il timore che il delfino nutriva nei confronti delle donne giocava a favore di Antonietta. Essa lo colmava di gentilezze, egli desiderava intensamente compiacerla e ciò lo rendeva malleabile. Stranamente Antonietta, con il suo carattere delicato e alieno alla critica, con il suo calore e la sua comprensione, era, verso il marito, più una madre che una moglie. A volte lo sgridava fino a farlo piangere (anche se le lacrime del delfino, a volte, inducevano a piangere anche lei, per simpatia), e faceva in modo che egli sentisse la pungente acidità della sua lingua. Quando Luigi si azzuffava con i fratelli, la delfina spesso interveniva per porre fine agli scontri. Vittima delle fulminee battute del conte di Provenza e dei tormentosi commenti del conte d'Artoism Luigi stava perennemente sulla difensiva quando era in compagnia dei fratelli; e spesso, passava fisicamente all'attacco, prendendoli a calci o a pugni; a volte si vendicava di loro distruggendo gli oggetti di loro proprietà. 

Antonietta era ormai abbastanza matura per rendersi conto di quanto le insufficienze di suo marito lo avrebbero intralciato nell'assolvimento dei suoi doveri regali. Grazie, in parte agli ammaestrament e ai consigli ricevuti da Mercy, sapeva che su di lei, come regina, erano riposte per il futuro molte speranze e molte attese; e che anzi, quando sarebbe ascesa al trono, si sarebbe trovata ancor più sotto l'assedio degli intriganti e degli ambiziosi, ancor più bersaglio delle fazioni, dei pettegolezzi e dei maneggioni indiscreti. Il suo senso del dovere la spingeva a inchinarsi dinanzi all'inevitabile; ma in lei stava acquistando influenza un altro istinto. 

Antonietta sentiva l'avvicinarsi di un fardello oneroso, anzi schiacciante, e si tirava indietro, forse perché sapeva che non sarebbe mai stata abbastanza forte per affrontare aapertamente quella prospettiva, forse perché era cresciuta all'ombra di una madre incredibilmente oberata dalle attività di governo, anche le più estenutanti, una madre la cui intera vita era stata un inno al dovere; e in parte, forse, per via del lato vacuo e frivolo del suo carattere, che la induceva a chiudere gli occhi dinanzi al dovere e a godersi la via giorno per giorno, senza pensare al futuro. 

Il re invecchiava rapidamente, e prima che morisse era necessario che il suo erede, con la sua consorte, si presentasse al popolo di Parigi nella tradizionale cerimonia della la Joyeuse Entrée. 
La mattina dell'8 giugno 1773 la gran folla che si era riversata nelle strette strade della capitale rendeva difficile il lavoro degli spazzini. La fanghiglia nerastra e solforosa che si era formata sui selciati e nelle cunette, puzzolente di rifiuti e di immondizie in decomposizione, doveva essere rimossa, caricata su carri e trasportata in campagna, ove non avrebbe potuto offendere l'odorato del futuro re e della futura regina. Ma i crocchi di spettatori intralciavano il lavoro, scostando a forza ggli spazzini con i loro carri e le loro pale, portando nuovo fango incrostato alle scarpe e insudiciando anche le grandi arterie e le stradine già ripulite, ove si accalcavano per manifestare il loro entusiasmo all'imminente passaggio del delfino e della delfina, il cui corteo avrebbe cominciato a sfilare partendo dalla Porte de la Conférence. Molti spettatori, anzi, si spinsero oltre questa porta in direzione di Versailles, sperando di incontrarsi con gli eredi al trono e il loro seguito mentre dal palazzo si dirigevano verso la città. 

Non c'erano mercati, ma era autorizzato il passaggio per le strade di greggi di pecore e mandrie di buoi e vacche, non si vendevano partite di grano e altri cereali; perfino i venditori ambulanti erano stati allontanati a forza dall'itinerario che il corteo doveva percorrere. E tuttavia facevano buoni affari le donne che vendevano, a due soldi la tazza, caffè e latte fumante, versandolo dalle loro brocche di stagno. Le suore dell'ospedale dei trovatelli portarono nell'interno la dozzina di neonati abbandonati davanti al portale la notte precedente, e altri ne presero in consegna dalla gendarmeria; non stava bene che si udisse il pianto dei bambini durante le celebrazioni di quel giorno, anche quello flebile dei bambini appena nati. Per lo stesso motivo furono cacciati via o rinchiusi in carcere le migliaia di mendicanti che costituivano uno degli spettacoli più brutti di Parigi: non si poteva tollerare che i reali fossero rattristati dalla vista delle loro membra piagate e deformi. 

Quella che faceva ressa lungo l'itinerario del corteo era una folla rumorosa: i parigini erano notoriamente loquaci e abituati a urlare a pieni polmoni. Ed era anche una folla eterogenea: borghesi benestanti con indosso i loro abiti migliori, panciotti di velluto e camicie con polsini merlettati; mercanti con vestiti di taglio e fattura molto semplici, in genere grandi giacche e brache attillate; qua e là, un gentiluomo con le scarpe a fibbia, calze di seta e parrucca adorna di nastrini, che si trascinava dietro la spada penzolante. C'erano viani e droghieri, conciatori di pelli e dentisti, banchieri e avvocati, molto più numerosi erano tuttavia i lavoratori saltuari, apprendisti lasciati liberi dai maestri artigiani per la giornata, portatori d''acqua e facchini, barcaioli e contadini dei villaggi più vicini alla capitale, che avevano camminato tutta la notte per riuscire a vedere lo spattacolo della Joyeuse Entrée. 

Parigi nascondeva una moltitudine di peccati e delitti; lungo tutto il perimetro meridionale della città si viveva in costante apprensione perché era nella vicina Bicetre che venivano concentrati i detenuti provenienti da molte città del nord della Francia, in attesa della deportazione oltremare. Da Bicetre gli ergastolani venivano trasportati a Brest, Rochefort e Tolone, ove erano i porti d'imbarco e facevano perdere le loro tracce nei vicoli bui e tortuosi della capitale, dai quali partivano poi per nuove imprese criminose, terrorizzando i cittadini onesti. 

Dappertutto c'erano informatori della gendarmeria, che per individuare gli evasi tenevano d'occhio i ponti sulla Senna, si mescolavano con gli avventori delle taverne e con la gente che faceva la fila ai posti di blocco daziari, origliavano per intercettare conversazioni sospette che potevano condurli alle loro prede. Quel giorno gli informatori erano particolarmente vigili perché i borsaioli e i tagliaborse amavano la folla, e le rapine, com'era inevitabile, aumentavano di numero nei giorni di festa. 

Dinanzi alla Porte de la Conférence si fermarono dieci carri, occupati da soldati e da funzionari con i loro seguiti; il maggiore e più vistoso dei carri aveva a bordo l'attempato maresciallo de Brissac, governatore di Parigi, il comandante della gendarmeria, Michodière, e il responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico, Sartine. Si formarono squadre di guardie cittadine a cavallo e a piedi, pronte a far da scorta al delfino e alla delfina. 

Alle undici e mezzo venne avvistata la prima delle carrozze del corteo e fu dato un segnale ai trombettieri, che fecero squillare i loro strumenti. Quasi nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò una salva di saluto seguita da quelle dell'Hotel de Ville e della Bastiglia. Nel sereno cielo primaverile si levòuna nube di spesso fumo nero, che prese a estendersi sulla città via via che le lontane salve si ripetevano. La folla cominciò ad applaudire e molti spettatori si precipitarono in avanti, ma la gendarmeria intervenne e li ricacciò indietro. Infine le quattro carrozze sulle quali erano il delfino e la delfina col loro seguito passarono rumorosamente sotto la porta e si fermarono, il maresciallo de Brissac aavanzò di qualche passo, si genuflesse dinanzi ai futuri sovrani e pronunciò le rituali frasi di saluto e di omaggio, porgendo al delfino le chiavi della città. Un breve discorso venne pronunciato quindi dal comandante della gendarmeria, ma i clamori della folla impedirono anche ai più vicini di udirlo. Gli spettatori aapplaudivano, fischiavano, cantavano canzoni scritte appositamente per la Joyeuse Entrée, che circolavano tra la folla stampate su foglietti di carta. 

Per Antonietta il rumore assordante della folla era eccitante e gratificante al tempo stesso. Praticamente segregata per tre lunghi anni a Versailles come in una tomba, aveva avuto ben poche occasioni per trovarsi faccia a faccia con il popolo francese. Ma adesso questo popolo era lì dinanzi a lei, migliaia e migliaia di persone ricche e povere mescolate insieme, che tumultuavano per vedere più da vicino lei e suo marito e si avvicinavano il più possibile alla loro carrozza, con i volti segnati dal vaiolo, aperti il larghi sorrisi. Affascinata, guardò sorridendo quella gente festante mentre il corteo di carrozze percorreva il lungosenna aprendosi la strada verso Notre Dame, dopo aver sostato sul lungosenna Conti per ascoltare un altro discorso di omaggio del prefetto della Zecca. Nella cattedrale di Notre Damecelebrò la messa l'arcivescovo di Parigi, dopo di che i dignitari tornarono alle loro vetture e percorsero il breve tratto verso il Collège intitolato a Louis le Grand, ove il rettore dell'Università pronunciò un altro discorso. 

Il clamore, le incessanti grida di <<Vive le dauphin!>> e <<Vive la dauphine!>>, i fiori che coprivanno in grande quantità le strade percorse dal corte, i pittoreschi edifici medievali nella parte più antica della città, perfino gli odori pungenti che aleggiavano nell'aria nelle vicinanze del fiume, tutto concorreva a creare un quadro di delizie. Dopo tre anni Antonietta si incontrava finalmente con coloro che presto sarebbero stati i suoi sudditi e vedeva la famosa capitale della Francia. 

Il delfino e la delfina attrassero la folla più numerosa che Parigi avesse mai visto dal tempo dell'arrivo di un celebre guaritore, la cui forma aveva indotto trentamila persone ad affollare le strade della capitale. In quella occasione la gente aveva gremito la Rue de Ciseaux ed era traboccata nelle strade circostanti; la scena era stata resa ancora più frenetica dalle grucce dei tanti invalidi che erano affluiti in città nella speranza che l'uomo potesse risanarli con le sue preghiere e col tocco delle sue mani, e dai cani che accompagnavano molti ciechi. 

La gente acclamava e chiedeva di vedere Luigi e Antonietta dai tetti e dalle finestre degli ultimi piaani delle case, e anche dai giardini gremiti delle Tuileries, ove il delfino e la delfina erano andati a pranzare. Dopo il pranzo in pubblico, i due giovani sposi uscirono nei giardini, ove le acclamazioni erano assordanti e la folla cominciò ad accalcarsi intorno a loro da tutti i lati, così da non lasciarli più muovere. <<Siamo rimasti per tre quarti d'ora senza riuscire né ad andare avanti né ad indietreggiare>>, scrisse Antonietta. Le guardie, abituate a colpire la gente con la frusta o col piatto della spada, eseguirono l'ordine del delfino di non reagire, lasciando che gli spettatori si stringessero intorno a lui. Questa inaudita mitezza <<creò un'ottima impressione>> e fortunatamente non causò feriti. (Raramente simili scene di folla erano incruente. Tre anni prima, quando tutta Parigi si era precipitata nella Rue Royale enelle vicinanze per assistere allo spettacolo di fuochi d'artificio organizzato per festeggiare il matrimonio del delfino, a un certo puunto molti spettatori, persa la testa, si erano messi a correre all'impazzata e il panico si era impadronito della folla: più di cento persone erano morte soffocate o calpestate). 

Focosi come amanti nelle loro grida appassionate, i parigini continuarono a salutare Antonietta a voce altissima fino a diventare rauchi; sui loro volti lacrime e sorrisi si mescolavano. Erano entusiasti del delfino, che a loro appariva ben piantato e robusto, un vero uomo, e che quel giorno superò se stesso rispodendo con dignità ai discorsi e alle acclamazioni. Ancora più entusiasti erano i parigini della moglie austriaca di Luigi, la cui delicatezza da bambola, l'incanevole colorito e la grazia vibrante li avevano conquistati. 

Dieci mesi dopo, nell'aprile del 1774, la giovane coppia si chiuse nell'appartamento di Antonietta e pregò perché la vita del veccio re fosse risparmiata. Luigi XV era molto malato, era stato sottoposto a due salassi dai cinque chirughi che lo assistevano e purgato tre volte per ordine dei suoi tre farmacisti. Adelaide, Vittoria e Sofia si alternavano al suo capezzale durante la giornata, Madame Du Barry lo vegliava di notte. In privato, uno dei medici che avevano diagnosticato una <<febbre catarrale>> confidò a un gentiluomo che a suo parere il re non sarebbe sopravvissuto. A Parigi, il comandante della gendarmeria cominciò a organizzare il controllo delle strade della città per impedire l'esplosione di viiolenze che, ne era sicuro, ci sarebbe stata quando la notizia della morte del sovrano si sarebbe diffusa per la capitale. 

Il delfino attendeva con angoscia i bollettini medici che venivano dalla camera dell'infermo, ben consapevole del sottile cambiamento che era intervenuto nel modo in cui i gentiluomini di corte e i domestici si rivolgevano a lui. Se il re fosse stato sottoposto a un terzo salasso, sarebbe stato chiamto l'arcivescovo di Parigi perché gli somministrasse l'estrema unzione. Il terzo salasso sarebbe stato una sentenza di morte. Pallido e agitato, con i nervi a pezzi, il delfino si inginocchiò e pregò che, ancora per un pò di tempo, gli fosse risparmiata la spaventosa responsabilità di regnare sulla Francia. 

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.facebook.com/StanleyWeber.FP/
https://www.facebook.com/stanleyweberofficial/
https://www.instagram.com/stanweber_fans/
https://www.instagram.com/stanley_weber/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://allmadamevrath.tumblr.com/
http://stanley-weber.tumblr.com/
https://twitter.com/MadVrath
https://twitter.com/stanleyweber
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/


lunedì 27 novembre 2017

Luigi XIV. Il Re Sole. Il figlio del temporale

Il re sole. Luigi XIV

Il figlio del temporale 


Luigi XIV


Luigi XIV. Samuel Theis




Piove troppo. Si può dormire con la regina. 
Luigi XIII

I due uomini più potenti di Francia sono uno di fronte all'altro nel gabinetto di lavoro del re. Il cardinale è avviluppato nel suo manto rosso, ha il volto intenso e scavato, le mani affusolate e ben curate. In questa fine di lugio del 1637 Armand du Plessis, duca di Richelieu, è tormentato dalle angosce per la Guerra dei Trent'anni. Davanti a lui è il suo re: Luigi XIII, di umore mutevole ma dignitoso, pieno di coraggio e plasmato dal senso del dovere, nobile ma privo di quella grazia solenne e di quella magianimità olimpica che caratterizzeranno Luigi XIV. Luigi XIII è sans penache, senza pennacchio, per nulla esibizionista, carico di orgogliosa sicurezza, come dicono i francesi. 

La regina Anna d'Austria si reca troppo spesso nell'abbazia di Val-de-Grace, in rue Saint-Jacques. L'ha acquistata molto tempo fa, il 16 maggio 1621, e vi ha sistemato le suore benedettine a lei fedeli, provenienti dal convento di Val-Profond. Sono le reverende madri di Val-de-Grace de Notre-Dame de la Crèche. La sovrana, quando si ritira nel conventom si rifugia in un appartamento d'angolo il cui ingresso è vigilato da un pellicano in pietra. Là dimentica l'Europa lacerata dalla guerra, s'infiamma a leggere le pagine cariche di sensualità mistica di Santa Teresa d'Avila, ma soprattutto cospira. 
Dopo aver pregato, infatti, scrive in libertà fasci di lettere alla sua famiglia, i reali di Spagna, ma anche alle altre corti d'Europa con le quali intrattiene unaa trama di corrispondenze mirata alla congiura. La badessa, madre Saint-Etienne, nata Luoise de Milly, è della Franca Contea, suddita spagnola. Anna d'Austria è doppiaamente sua sovrana, dunque, in quanto spagnola e in quanto regina di Francia, Louise le fa da <<buca delle lettere>>.

Incaricato di farle arrivare a destinazione è il trentaquattrenne Pierre de la Porte, portamantello della regina, cioè cameriere scelto, originario dell'Angiò. La Porte è l'uomo più fidato su cui può contare la sovrana; le è devotissimo. E' l'unico al corrente della cifra utilizzata per rendere incomprensibili i messaggi. E' lui che da quattro anni, dal 1633 copia le lettere, le sigilla, le porta la segretario dell'ambasciata inglese che le fa uscire dalla Francia. 

Nella più recente, Anna ha messo sull'avviso gli spagnoli contro l'arrivo di un monaco una spia che Richelieu ha mandato a Madrid per raccogliere informazioni. Francia e Spagna sono nel pieno di una dura guerra. Perciò i rapporti epistolari di Anna rappresentano un alto tradimento, un'intelligenza coplevole con il nemico. 

La Porte viene arrestato e gli vengono sequestrate molte carte. E' il 12 agosto 1637. Tre giorni dopo, festa dell'Assunzione, il cancelliere Pierre Séguier, accompagnato sall'arcivescovo di Parigi, si presenta al convento di Val-de-Grace con la Polizia. 


Luigi XIII


Anna nega ogni colpa e giura sull'ostia sacra che non ha scritto ai suoi parenti né ha complottato contro il cardinale. E' un folle spergiuro. Rendendosi conto di perdere terreno la sovrana ammette alcune colpe veniali per distogliere, l'attenzione dappe più gravi. Ma ora il vero rischio per lei è che, in carcere, La Porte rilasci dichiarazioni che la contraddicano. Bidogna fargli sapere quel che ha detto laa sua padrona. 
In aiuto di Anna arriva una sua grande amica: Marie de Hautefort, una splendida ventunenne. 
Rimasta orfana da bambina, Marie era stata allevata dalla noonna, la dama di compagnia prediletta della regina madre, Maria dé Medici, moglie fiorentina di Enrico IV. Nel 1631, a quandici anni Marie, giovane dalla bellezza abbagliante e dal carattere forte, si mise al servizio della regina, ma soprattutto incantò suo figlio Luigi, il re, un trentenne casto o addirittura tendenzialmente omosessuale. 

Luigi era malinconico di natura, aveva bisogno di un'amica più che d'un amante, annoiava le donne. Allora Maria curiosamente si era legata molto alla regina, che sulle prime l'aveva guardata con gelosia ma ben presto aveva provato a sua volta simpatia per quell'intrepida, esuberante amazzone. Così il re nel 1635 si era innamorato di un'altra bella ragazza di corte: Louise-Angélique de La Fayette e dunque Marie si era sentita libera di tuffarsi nelle trame della regina, giocando a essere amica di Anna e della sua anima nera, laa splendida e intrigante Marie de Rohan, duchessa di Chevreuse, detta <<la Chevrette>>, la Capretta. 

Marie, si traveste da cavaliere, riesce a entrare nella Bastiglia e si mete in contatto con un prigioniero di riguardo: il cavaliere Français de Rochechouart, commendatore di Jarsm che è un fiero nemico del cardinale. Gli consegna una lettera in cui sono riportate le confessioni di Anna. 

Neanche la tortura lo condurrà a dire cose diverse da quelle della sovrana. La regina si umilia, ma proclama la propria innoocenza Luigi è dubbioso e la perdona. Graziie alla copertura del fido servitore, la spagnola è salva. Richelieu però, sa benissimo che la sovrana è una spergiura e che cospira con i nemico della Francia in piena guuerra. 

In ventidue anni di matimonio - quando la sposò aveva quattordici anni - la sorella di Filippo IV, re di Spagna, non era riuscita a dargli un erede. E i due non si amavani per niente. La regina non era amata neppure dal popolo, la sua influenza e il suo prestigi erano minimi. Un processo infamante per il complotto le avrebbe fatto cadere la corona di testa e l'avrebbe relegata per sempre nell'ombra di un monastero. 

Certo lo influenza molto il cardinale, che ha interesse nella loro riconciliazione. Riavvicinare Luigi ad Anna significa per Richelieu stendere la mano al <<partito spagnolo>>, che è quello della regina, innamorata del proprio paese d'origine. La svolta è pericolosa, ma il cardinale non ha scelta. Se re e regina divorziano non avranno mai un Delfino e la continuità della monarchiaa di Francia sarà interrotta. Abile stratega, Richelieu coltiva un cupo odio per la sovrana, che ha respinto il suo amore, ma decide di salvarla per non naufragare il suo maestoso progetto si Stato.


Anna d'Austria


Con passione e abilità periva la causa della grande peccatrice davanti al re. Luigi acconsente a peredonarla: <<Ma sarà l'ultima volta>>. Per suggellare la propria clemenza promulga addirittura un atto solenne. E per mostrare al popolo che tra loro regna buon armonia, va a trascorrere con lei dieci giorni a Fontainbleu. Il finto idillio è rinforzato da molte buone notizie: vittoria dell'esercito francese a Laeucate di Linguadoca e La Capelle nell'Harmant, e quelle degli alleati svedesi in Olanda. 

Anna sa leggere nel cuore dell'odiato consorte, e vede crescere lo spettro del ripudio e l'icubo del monastero. Persino il Papa Gregorio XV, Alessandro Ludovisi, fondatore dellaa congregazione <<de propaganda fide>> per promuovere l'azione missionaria della Chiesa cattolica nel mondo, è intervenuto nel loro ménage, li ha redarguiti e ha intimato loro di fare un figlio. Ma tutto è stato inutile: Anna non ci è riuscita. Ha provocato un primo aborto nel 1622 con imperdonabile leggerezza. Correva spensieratamente per le gallerie del Louvre, inseguendo la perfida istigatrice di tutti gli intrighi, Madame de Chevreuse: è caduta come una ragazzina dispettosa e ha perso il bambino. Un'altra gravidanza si rivelerà sfortunata nel 1630.

Madame de Chevreuse è stata la mente di tutti i suoi disgustosi complotti. Anna sogna di rimanere vedova per poter assumere il titolo di reggente al fianco del fratello di Luigi, il principe Gastone d'orléans, chiamato <<Monsieur>>.
Ma il sovrano adesso si distrae con Louise de La Fayette. E' il suo <<angelo>>. il suo <<giglio>>. Se ne invaghisce nel marzo 1635 quando lei ha diciannove anni. Dama di compagnia di Anna, questa giovanetta scontrosa e poco socievole, con la sua sconvolgente bellezza bruna ha turbato Luigi. E a poco a poco sloggia dal suo cuore l'altezzosa, petulante Marie de Hautefort, una bellezza sportiva, oggi diremmo <<casual>>. Louise canta bene, balla con stile, la sua indole felice e solare ha sedotto il re. Luigi non s'innamore facilmente specie delle donne, ma quella dolcezza bruna lo ha stregato. 

Richelieu teme gli intrighi di Marie e di conseguenza getta il suo signore nelle braccia di Louise, che è una ragazza saggia, dolce e sottomessa, pia e casta, capace di ascoltare con attenzione le interminabili confidenze del re, che la mette a parte di tutti i suoi cupi umori. 

Luigi XIII è più che mai posseduto dall'immagine di Louise. Soltanto il cielo, è degno di accogliere tanta perfezione. E la supplica: <<Vi porterò a Versailles, esigo che siate completamente mia>>. Al che la vergine spaventata si fa un gran segno di croce.
Luigi si è pentito. Tetra psicologia di mistico, ora vuol espiare il terribile peccato di desiderio che lo ha ossessionato. Per cui accetta il supremo sacrificio: Louise, per sua volontà, si rinchiuderà in un monastero. 

La ragazza, il 19 maggio 1637, si rifugia nel convento delle Figlie della Visitazione, le visitandine, di Sainte-Marie in rue Saint-Antoine a Parigi. E' un ordine fondato da Jeanne-Françoise de Chantal, nonna della marchesa Marie de Rabutin-Chantal, Madame de Sévigné. Il re piange e rimane a letto spossato per cinque giorni. Ma la decisione della pia bellezza è irrevocabile. La novizia non ha ancora compiuto vent'anni. 

L'autunno del 1637 è carico di scontento. Dentro il Louvre Anna d'Austria vegeta murata nella sua solitudine. Sa che il suo destino è profondamente incerto. A Versailles il re non è meno cupo. Si tortura tra mille dubbi e, pur essendo giovane, è tormentato da molti mali fisici che i medici di corte curano con abilità. 
Nel pomeriggio del 5 dicembre, stremato da una giornata di emicranie e furori, decide improvvisamente di consolarsi facendo visita alla sua bella suora. Si sposta da Versailles a Parigi, dove ci sono sia Louise sia la regina, ma non certo per vedere la moglie. Ha avvisato i principi di Condé che passerà da loro a dormire nella tenuta di Saint-Maur, dodici chilometri a sud-est di Parigi. E, secondo l'uso dell'epoca, poiché l'ospite deve servirsi solo dei propri oggetti, si fa precedere nella villa degli amici dal suo letto con le sue lenzuola, dai mobili e dagli arredi della sua stanza, dalle stoviglie della sua tavola e persino dalla sua servitù. 


Armand-Jean du Plessis de Richelieu


Luigi XIII avanza nell'oscurità del convento. E' un bell'uomo, ha il viso lungo, gli occhi scuri e <<il labbro austriaco>> degli Asburgo che gli viene dalla nonna meterna. Giovanna d'Austria. Con i baffi fieri e il pizzetto, sembra un moschettiere. Ha trentasei anni e l'aria autorevole, ma anche stanca e infelice. E'solito confidare tutto al suo gran ministro, Richelieu, ma non gli racconta queste visite. Il cardinale, ovviamente, ne è informato lo stesso e disapprova l'intimità del sovrano con la noovizia; per dii più sa che lei gli è ferocemente ostile.

Dall'altro lato dell'inferriata appare la giovane donna. Ha gli occhi azzurri di cielo e le s'intravvedono i capelli castani scuri tagliati corti. Il re si avvicina al divisorio e comincia a parlare rapidamente, con inattesa dolcezza. 
A distanza rispettosa attendono i gentiluomini del seguito. Sanno cosa dice il loro signore ma si impongono di rimanere fuori dalla portata delle voci dei due interlocutori. La grata di un parlatorio non può fermare in alcun modo un <<figlio di Francia>>. Il re potrebbe passare di là e sedersi accanto a Louise. Ma è un uomo assai pio e timorato e si rifiuta di sfruttare il privilegio che gli consentirebbe di valicare quella barriera. Preferisce rimanere dall'altra parte e rivolgersi alla religiosa a voce bassa, con compunto rispetto. 

A Louise, Luigi confida tutto: paure, ansie, tormenti, crucci a volte puerili. Anche la novizia parla molto e introduce argomenti che le stanno a cuore. Lo prega di essere più dolce verso la regina, di darle lo stesso affetto che vorrebbe dare a lei. La sovrana merita la sua fiducia, dice la bella Louise: Richelieu no. La timida giovane si assentra nei meandri della politica estera: il re ripudi quella del cardinale, rinneghi l'Olanda protestante e i principi tedeschi; faccia pace con la cattolica casa d'Austria, richiami dall'esilio sua madre. La politica di Louise coincide con la moralità cattolica del convento. 

Mentre le ore fuggivano come grani del rosario; è scoppiato un violento temporale: torrenti di pioggia spazzano le strade di Parigi, dai vicoli ancora medievali; il vento soffia sulle lanterne e le spegne; il nevischio turbina nell'aria. Il capitano delle guardie François de Cominges, conte di Guitout, che guida la scorta del re, è stato in guerra con lui a Susa nel 1629. Ma soprattutto è uno dei pochi devoti della regina. E' preoccupato per i reumatismi; i suoi e quelli di Luigi, che soffre normalmente di reumi, gotta e insonnia. Una lunga galoppata sotto quell'acquazzone gli provocherà la febbre. 

La sovrana accoglie il marito con il più luminoso dei sorrisi. Anna d'Austria ha trentasette anni, è bella, alta, di forme piene. Ha le mani più bianche e più belle d'Europa. 
E' vero che lei di solito segue l'uso spagnolo: si mette a tavola alle dieci o alle undici: mentre il re alla francese, lo fa alle sette o alle otto. Ma quella notte Anna ordina la cena presto, per due.  
Consumano insieme le vivande. i cortigiani sbalorditi non ricordano da anni tanta cordialità tra i due coniugi. Non si vedono da settimane e il re non ha voglia di parlare. L'atmosfera però è serena: Luigi mangia poco ma trova il cibo squisito; Anna fa onore alla sua reputazione di buona forchetta ed è commossa dalle attenzioni del consorte. 
Da sette anni, come dicono le malelingue di corte e riportano i memorialisti, cioè dall'ultimo aborto del 1630 e dai mesi tempestosi che sono seguiti, non dormono insieme, e la regina ha sempre sofferto perché non riesce ad avere un figlio. E ora è arrivato il momento di riposare, ma, come Luigi prevedeva, per lui non c'è né camera né giaciglio; così si mette un secondo guanciale nel gran letto matrimoniale della regina, l'unico ampio e confortevole in quel palazzo plumbeo dalle sale gelate. 

Con gesti impacciati Luigi indossa il camicione da notte e calza un paio di pantofole azzurre. Il primo cameriere lo ha preceduto nella stanza dove Anna riposa, reggendo una fiaccola che fa riverberare sulle pareti spettrali una luce carica di auspici. 
E così a Parigi, quella notte del 5 dicembre del 1637, a causa di un temporale, delle premure di una novizia e dell'astuta insistenza di un soldato, il re e la regina dormirono insieme e diedero vita al figlio che sarà il Sole. 

Il buon padre Griffet, nel 1768, scrivendo la sua Histoire du règne de Luois XIII, roi de France et de Navarre, annotava: <<Da tutti i monasteri in quell'ora si levarono preghiere>>.
Il re si trattiene al Louvre fino all'alba. Anna d'Austria si alza qualche ora più tardi e riceve il superiore dei francescani, esultante: <<Un umile frate del nostro ordine ha appena ricevuto dal cielo un segno che una grazia, e la più attesa, è stata accordata da Dio ai francesi>>. 
Il 20 gennaio 1638, la <<Gazette>> di Théophraste Ranaudot, uno dei primi giornali importanti d'Europa, sostenitore della politica di Richelieu, dà la favolosa notizia: la regina, dopo ventiduue anni di matrimonio è incinta! E sarà la volta buona. 

E' un fulmine a ciel sereno. Principi e grandi del regno si precipitano al castello di Saint-Germanin-en-Laye per presentare le proprie felicitzioni alle loro maestà. Tutti ostentano gioia, ma molti nascondono stupore e stizza. Il più scornato è <<Monisieur>> il fratello di Luigi che aveva sperato seriamente di arrivare al trono. il suo sorriso forzato somiglia a una smorfia cadaverica. 
Scrive la <<Gazette>> in data 30 gennaio 1638.
Tutti i principi, signori e popolo sono venuti a congratularsi con le loro Maestà a Saint-Germain per le loro speranze di un lieto evento del quale, con l'aiuto di Dio, vi daremo notizia presto. 

All'assai sbandierata esultanza della nazione non corrisponde alcun moto di commozione o alcun gesto di tenerezza fra i due sposi. Si direbbe anzi che sulla testa di Anna si addensino nubi ancora più minacciose. 
Marie de Hautefort, che le è profondamente devota, trema di paura. Sa che la gravidanza sarà assai diffciile e moltiplica gli sforzi per tenere l'amata regina al riparo da ogni tempesta. Le è ben noto che il re è sempre molto sensibile alla sua bellezza e al suo spirito vibrante, spavaldo di donna del Périgord. 
La dea dell'amore della Francia è sempre lei, per unanime riconoscimento popolare. Lo dice persino una poesia:
Hautefort la meraviglia
di Luigi
tutti i sensi risveglia
quando sulla bocca vermiglia 
le compare un sorriso. 

Luigi quando la trova, non manca mai di affliggerla con tediosissimi racconti di caccia. Marie pensa al bene che può venirne ad Anna e si adatta a quella noia mortale. Il suo sacrificio è però vano. 
A tre mesi dal concepimento Luigi e Anna si sono rimessi a litigare. I gentiluomini, le donne e i servitori assistono allibiti a quella doccia scozzese: teneri baci, complimenti, civetterie e giochi di società sono seguiti all'improvviso da insulti immotivati, scenate, rimbrotti e confessioni. Richelieu va tenuto al corrente ora per ora dalle sue spie di queste battaglie coniugali. Dovrebbe occuparsi solo della Guerra dei Trent'anni, invece è impegnato a mediare tra due sposi che si odiano. 
Il 22 aprile Anna segna un punto a suo favore: annuncia di aver sentito muoversi e scalciare nel suo grembo <<il frutto regale>>. Il popolo si emoziona per questo bagliore di vita più che per la contemporanea conquista militare della Guadalupa. Luigi vuol mostrare la sua magnanimità e ordina di festeggiare l'evento con una gran festa all'arsenale. L'ermellino solenne e la veste scralatta del cardinale fendono la folla in delirio: Richelieu segue con occhio di falco l'esplosione dei fuochi d'artificio e vi legge un presagio: <<Sarà maschio>>.

Il 19 agosto un messaggio urgentissimo dei medici, richiama Luigi a Parigi. Luigi torna a spron battuto, sperando che il bimbo, atteso per il 15, sia finalmente nato, ma con sommo disappunto vede che non è successo niente. 
Per il lieto evento c'è ancora tempo. E allora il re scrive subito al cardinale Ruchelieu una lettera che rivela in pieno i suoi pregiudizi contro le donne:
Avrei preferito non arrivare a Parigi in anticipo ed essere ancora in Piccardia. Domani, 20 agosto, andrò a Versailles e vi resterò due o tre giorni. Mi hanno dato notizie sbagliate. Ho scoperto che il sesso femminile è totalmente sprovvisto di buonsenso ma in compenso è sommamente imepertinente. Mi ha infastidito il fatto che la regina non abbia ancora partorito perché questo mi preclude la possibilità di tornare in Piccardia, se lo ritenete giusto, o altrove. Andrei dovunque pur di essere fuori portata di tutte queste abominevoli femmine. 

Il luogo scelto per il grande evento è il castello reale di Saint-Germain-en-Laye, ventun chilometri a ovest di Parigi. Dimora di re di Francia fin dai primi Capeti, è stata la residenza reale più frequentata di Enrico IV, insidiata poi da Versailles. Molte ragioni spiegano questa predilezione: il maniero è a sole tre ore di cavallo dalla capitale, è un luogo di vertiginosa bellezza in un pianoro che strapiomba sulla valle della Senna, offre foreste, selvaggina, salubre aria di campagna, ed è custodito come una fortezza. 

E' il 5 settembre 1638, domenica mattina. La natura è più precisa dei medici. Sono trascorsi esattamente nove mesi da quell'imprevista notte d'amore tra il re e la regina, e il ciambellano trafelato corre dal re: <<Maestà, la regina ha le doglie!>>.
E' un frenetico accorrere di potenti attorno al letto regale: i principi del sangue; le grandi dame buttate giù dal letto, la contessa di Soissons, che ha sposato Tommaso Francesco di Savoia, principe di Carignano; la duchessa di Vendome, rappresentante della più grande famiglia aristocratica di Francia; la connestabile di Montomorency, orgoglio di una casa che darà quattro marescialli alla Francia; Marie-Catherine de La Rochefoucauld marchesa di Sénécé, che sarà la seconda governante di Luigi XIV. Il fratello del re Gastone d'Orléans, <<Monsieur>>, torce il collo come a difendersi da un sopruso. 
Il parto si presenta subito difficile. Gli occhi sbarrati dei cortigiani svelano che si teme per la vita della regina. Il vescovo di Lisieux, Philippe de Cospéan, le fa sentire per due volte la messa, per porla saldamente sotto la protezione di Dio. 
Marie de Hautefort, letteralmente terrorizzata, piange in silenzio in un angolo della stanza dove la sua amica soffre. La giovane manifesta finalmente tutto il suo disprezzo per Luigi XIII, che a suo giudizio non si mostra abbastanza trepidante per la sorte della sposa. <<Volete che si salvi il bambino sacrificandola?>> grida Marie indignata e disperata. <<Avrete modo di rimpiangere la madre!>>. 
Ma il cielo ha disposto diversamente. Sono le 11.45 o, secondo altri documenti, le 11.22 del 5 settembre 1638. La levatrice Madame Péronne solleva in alto un corpicino rosato tutto umido che pesa poco più di quattro chili e lo presenta trionfalmente al sovrano e alla corte. E' un maschio ed è colui che sarà il Re Sole, il dominatore dell'Europa del Seicento, il creatore dello Stato assoluto. Tanta responsabilità per un esserino gocciolante. E' Madame de Sénécé la prima a lanciare un grido profetico: <<E' un Delfino>>. 

La campana di Notre-Dame suona a distesa: il cannone tuona centoventuno volte. Cinquanta corrieri fanno schiattare i loro destrieri galoppando a spron battuto per portare la grande notizia in ogni angolo della Francia. 
Luigi contrariamente alla sua natura cupa, è pazo di gioia: s'inginocchia davanti all'altare della cappella reale, rende grazie al cielo, ma, disumano come sempre, non accenna ad alcun gesto affettuoso verso la moglie, <<Dovemmo spingerlo a viva forza>> racconta un cortigiano <<perché si avvicinasse al letto e la baciasse>>.
La levatrice, Madame Péronne, gli proge il figlio e orgogliosamente gli fa notae che il bambino è nato con due denti. 
Nella <<Gazette>> di Théophraste Renaudot, fondatore del giornalismo, appare così la notizia: 
Questa nostra virtuosa regina doopo un travaglio di alcune ore ha parorito oggi 5 settembre, 1638, poco prima di mezziogiorno nel Castello Nuovo di Saint-Germain-en-Laye mettendo al mondo un principe che la bellezze e la compita armonia di tutte le parti del suo corpo con rendono meno amabile di quel maschio vigore che riluce già attraverso le sue membra infantili. 

Il Delfino viene battezzato sotto condizione (non è ancora il battesimo ufficiale) dal vescovo di Meaux, Monsignor Dominique Séguier, primo cappellano del re, che gli versa sul capo alcune gocce di acqua benedetta per fare di lui un cristiano. Solo al battesimo definitivo riceverà l'intera sfilza di nomi, per ora viene chiamato semplicemente Luigi. 
Elizabeth de La Giraudière gli proge il seno opulento e l'infante regale succhia animosamente. Françoise de Souvré, marchesa di Lansac, regge il prezioso fardello e lo riporta negli appartamenti reali. Ai lati della galleria trionfa una gran festa di rosso e di oro. I mitici moschettieri del re, il corpo di d'Artagnan, aitanti nella divisa scarlatta e fieri del gagliardo pennacchio, presentano le spade luccicanti. In quel momento Louis <<Dieu donné>>, Luigi dato da Dio, così detto per la sua nascita non più attesa e quasi miracolosa, per la prima volta passa in rivista dei soldati. 

Il re ha ordinato che il suo popolo sofoghi la gioia in una festa grande. Per tre giorni nelle vie e nelle piazze si susseguono danze e concerti: la notte è percorsa da vividi bagliori, i falò rischiarano il passaggio dei carri di trionfo, si distribuiscono prosciutto e paté, si migliora l'illuminazione. Nel cielo sopra la mitica place de Gréve, i fuochi artificiali disegnano una roccia con la sommità avvolta da nubi attraversate dai raggi del sol levante. 

Fra i quattordici antenati più vicini, tutti, meno due, hanno cinto la corona. Nella linea ci sono gli imperatori Carlo V e Massimiliano d'Asburgo. Dai Medici (anche Caterina, moglie di Enrico V, è tra le sue ascendenti) Luigi eredita il gusto delle arti e una disposizione alla raffinata violenza. Il sangue degli asburgo gli viene dalla madre, Anna d'Austria, figlia di due Asburgo e anche della nonna, Maria dé Medici, figlia dell'arciduchessa Giovanna d'Austria. Il sangue dei Borboni gli viene dal nonno Enrico IV. Eredita il carattere dei Borboni: gaio, <<fisico>>, aperto, sensuale, amante della vita. Mentre gli Asburgo tendono ad essere chiusi e introversi, cupi e gretti, portati alla bigotteria religiosa. 

L'astrologo reale, Michel-Jean-Baptiste-Morin commentò che il bambino era nato sotto il segno della Vergine: una splendida coincidenza, perché Anna d'Austria era assai devota alla Madonna. Si notò subito che il bimbo sfoggiava un gagliardo appetito, una caratteristica dei Borboni, eccezionale in Enrico IV, che piacque moltissimo alla corte e al popolo. La regina si affrettò a far fare l'orscopo anche da uun certo Campanella, che era stato prigioniero dell'Inquisizione. In quest'occasione il mago ebbe modo di esaminare in delfino tutto nudo: questo ragazzo sarà lussurioso come enrico IV e assai superbo. Regnerà a lungo e con fatica, tuttavia felicemente. Alla fine ci sarà grande confusione nella religione e nell'impero. 

C'è un mistero in quella nascita inopinata, si sussurra nel 1638 nella maligna Perigi. E se il Re Sole fosse un bastardo, un dono artificiale dovuto all'ennesima macchinazione della regina?
Un'incauta vox populi che il padre possa essere il duca di Buckingham o Antonio di Borbone, conte di Moret, uno dei fratelli <<bastardi>> di Luigi XIII. Ma il miracolo sarebbe davvero tale, in quanto i due gentiluomini sonoo morti ben prima che Luigi sia stato concepito. E se fosse Giulio Mazzarino? George Pagés, in un libro del 1939, La guerre de Trente Ans, sostiene che al tempo della Fronda Anna d'Austria e il cardinale si batterono epicamente per il piccolo Luigi XIV: naturale difendevano il trono di... loro figlio! Favole. Mazzarino, nell'autunno 1637, era ancora in Italia. Arrivò alla corte di Francia soltanto il 5 gennaio 1640, quando Luigi aveva un anno e mezzo. 

La Storia si vendicò delle intenzioni recondite di chi aveva spinto per questa nascita. C'erano in giro molti nemici del cardinale: dalla novizia Louise de La Fayette all'impetuosa Marie de Hautefort alla regina stessa. Queste persone erano convinte che, da una riconciliazione tra moglie e marito, il potente ministro sarebbe uscito danneggiato. Non doveva andare così. Richelieu attribuì alla riappacificazione dei suoi padroni e la nascita del Delfino proprio alle sue arti diplomatiche e ne uscì più potente che mai, surclassando il <<partito spagnolo>> dei suoi nemici. 

Nel 1637-38 Luigi XIII e Richelieu entrambi in pessima salute, sarebbero morti presto, ma erano consapevoli di avere messo in moto un grande progetto, un'idea modern di Stato, di centralità amministrativa e di conquista dell'Europa. Tutto questo era destinato a sopravvivere alle loro esistenze mortali

https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.facebook.com/samuel.theis.96
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://allmadamevrath.tumblr.com/