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giovedì 29 novembre 2018

Maria la sanguinaria. La Principessa III

Maria la sanguinaria

Parte I La principessa III

Prego ogni giorno che le loro pene siano alleviate e che presto siano mandati dove staranno meglio, senza malattie o avversità. 


Nell'inverno 1517, alla metà di gennaio, un forte gelo colpì Londra. Le strade erano coperte di neve indurita e scivolosa, le acque del Tamigi ghiacciate in profondità. Coloro che avevano da sbrigare affari a corte erano costretti ad andare a Londra a Westminster a piedi invece che in battello, e poiché il fiume non dava segni di disgelo i cittadini aprirono infine un camminamento nell'alto strato di ghiaccio. Il tempo non migliorò in febbraio. L'ambasciatore Giustiniani, che doveva recarsi a Greenwich per vedere il re, lamentò che era ancora impossibile utilizzare i battelli e che <<il gelo e le strade pericolose>> trasformarono qualsiasi viaggio in un rischio mortale. Il freddo intenso era sopraggiunto nel mezzo di un periodo di insolita siccità: nell'Inghilterra sudorientale non piovve dal settembre 1516 al maggio successivo. I lussureggianti pascoli verdi avevano assunto un orrendo colore verde marrone, i piccoli corsi d'acqua si erano prosciugati e gli agricoltori, per allevare il bestiame, dovevano spingere le greggi per tre o quattro miglia.

Le vittime del morbo - probabilmente un'influenza con complicazioni polmonari - <<sudavano a dismisura, emanavano cattivo odore, si arrossavano in faccia e sul corpo, avevano una continua sete e soffrivano di febbre alrissima e di mal di capo>>. Sulla testa e sul corpo comparivano poi eruuzioni cutanee e pustolose, da cui talora fuoriusciva siero e sangue, e quasi tutti i malati morivano prima ancora che si potesse ricorrere a una cura. Era in particolare la spietata repentinità del deccesso a terrorizzare la popolazione. La gente s'ammalava per strada. al lavoro, in chiesa; poi correva a casa, dove collassava a terra e moriva. Un medico che aveva studiato per diretta esperienza molti casi scrisse che la strana malattia colpiva <<alcuni mentre aprivano le fienstre, altri mentre giocavano con i bambini dinanzi alla porta d'ingresso; alcuni in un'ora, molti in due; il male distruggeva... chi dormiva e chi era sveglio, gli allegri e i preoccupati, i digiuni e i satolli, gli indaffarati e gli oziosi; e in una sola famiglia talvolta tre persone, talvolta cinque, talvolta di più, talvolta tutti>>. 

Quanti ne ebbero la possibilità, abbandonavano la città imediatamente, ma la maggioranza dovette rimanervi per seppellire i morti, far la guardia ai propri beni, guadagnarsi da vivere. E presto non vi fu alcun luogo in cui rifugiarsi, perché le campagne circostanti erano ormai infette quento la capitale. Verso la metà dell'estate i londinesi si erano ormai quasi assuefatti alla paura della morte, alle porte e alla e finestre sbarrate, ai presunti guaritori che vendevano toccasana preventivi e curativi per le strade, al panico che si diffondeva tra la folla quando un passante, lamentandosi e reggendosi la testa, incespicava nella corsa verso l'ineluttabile fine. L'ambasciatore francese a Londra scrisse in patria raccontando che uomini e donne <<magri come mosche fuggivano in fretta da vie e negozi>> non appena sentivano i sintomi della malattia; la vista di una persona barcollante era sufficiente a creare ovunque un rapido vuoto. In quell'estate morirono decine di migliaia di inglesi, e per i sopravvissui fu un ritorno alle spaventose morie delle pestilenze medievali. Molti giudicavano il sudore anglico, ribattezzato <<Visitazione del Signore>> e <<Segno di Dio>>, peggiore della peste, che almeno aveva un'incubazione più lenta e che lasciava in vita i colpiti per giorni e anche per settimane. 


Erasmo da Rotterdam


L'epidemia del 1517 non era la prima del genere. Nell'state del 1485 e poi di nuovo nel 1508 lo stesso misterioso morbo si era diffuso nell'Inghilterra mridionale, provocato, si era detto, dall'ira divina per la crudeltà del governo di Enrico VII. La sua ricomparsa sotto il regno del figlio determinò l'adozione di una serie di terapie per prevenrilo e curarlo: sembrava evidente che la micidiale infezione apparsa per la prima volta all'ascesa al trono della dinastia Tudor darebbe continuata insieme con essa. Uno dei medicinali più usati era un miscuglio di indivia, cicerbita, calendula, mercurio e belladonna; un altro si basava su <<tre cucchiaiate di acqua e di dracena e una mezza noce di corno di unicorno>> ((nei tesori inglesi venivano conservati con reverenza come corn di unicorno le aguzze punte dei pesci spada). Si raccontava che quest'ultima pozione avesse fatto superare senza problemi un'intera estate di pestilenza a Lord Darcy e trenta membri della sua famigliaa, sebbene fossero stati tutti esposti al contagio. 

Come cura più completa per il sudore anglico passò, cmunque, la triade di prescrizioni messe a punto dal sovrano stesso. Probabilmente a causa della sua paura fobica per tutti i malanni e in particolare per le epidemie, Enrico era diventato un provetto farmacista dilettante, sempre felice di regalare ritrovati per ogni sorta di male ad amici e parenti. La prima fase della cura inventata dal sovrano, la fase preventiva, consigliava un influsso di erbe (tra cui sambuco, erica e zenzero) in vino bianco: bevuto in piccole quantità ogni giorno, per nove giorni, manteneva <<sani per un anno intero, con l'aiuto di Dio>>. Se la malattia avessse colpito prima del non giorno di trattamento, si passava alla seconda fase, curativa, che imponeva una bevanda di acqua di scabiosa e acqua di betonica in parti uguali, addolcita da un quarto di melassa. 

Le medicine di Enrico non riuscirono, purtroppo, a tenere lontana l'epidemia dalla sua corte. Il segretario Ammonius morì il giorno prima della partenza per una casa di campagna situata in una zona non infetta. Wolsey invece scampò a stento alla morte poco dopo, ma un certo numero di cortigiani e servitori non fu alrettanto fortunato. Si ammalarono il vescovo di Winchester, così come l'ambasciatore Giustiiniani e il figlio, e quando cominciarono a soccombere l'uno dopo l'altro i paggi che dormivano nella sua camera da leto, il sovrano cedette al pensiero e decise di trasferire altrove la corte. Con Caterinna e la piccola Maria, tre dei gentiluomini più fidati e l'organista preferito, Dionysius Memo, Enrico raggiunse <<una lontana e insolita abitazione>> per attendersi la fine del pericolo. Tuttavia il morbo lo raggiunse anche lì e le voci di persone morte a pochissima distanza lo spinsero a spostarsi in continuazione, sempre inseguito dalle ondate di contagio. Nel frattempo anche i certigiani si spostavano tra i vari palazzi, nelle speranze di sottrarsi all'infezione, ma nella primavera del 1518, quando l'epidemia raffiorò più virulenta che mai e resa ancora più insidiosa dal morbillo e dal vaiolo che ora l'accompagnarono, i paggi del re ripresero a morire. 

Questi rudiimentali sistemi di quarantena avrebbero dovuto circoscrivere i focolai epidemici, ma non venne presa alcuna misura a proposito dei peggiori agenti infettivi: i cibi, l'acqua, la scarsa o inesistente igiene personale e domestica. All'inizio del Cinquecento Londra era una città di medie dimensioni che si stava rapidamente trasformando in una metropoli superaffollata, soffocata da luridi vicoli e casupole non meno luride. Pulci, pidocchi e cimici si annidavano ovunque: negli oggetti di legno, nei pavimenti, nei letti, negli armadi, insetti di ogni sorta infestavano i contenitori delle derrate e i panni di lana. 
Se le case della Londra tudoriana erano a dire poco principesche, le sue strade era depositi di sporcizia. Non selciate, piene di buche e di sochi, alternativamente fangose o polverose, tutte erano ricoperte di ogni specie di avanzi, rifiuti, lordure. La spazzatura somestica, così come i residui delle pentole da cucina e delle vasche dei tintori vi si mescolava con gli escrementi di cavalli, cani e uccelli. I vasi da notte delle case allinetate su vie e vicoli venivano vuotati ogni mattina o dinanzi agli usci o direttamente dalle finestre sul piano superiore; e, via via che crescevano, i cumuli di rifiuti erano radunati in montagnole ai crocicchi, di dove li si rimuoveva raramente per buttarli nel fiume o trasportarli ai margini delle grandi strade che condicevano fuori città. 

Il più noto censore dei primitivi costumi era Erasmo, il famoso umanista olandese. Nelle lettere agli amici gli sottolineava acccuratamente come le case dell'isola fossero costruite in modo da massimizzare i rifiuti e allo stesso tempo minimizzare l'esposizione all'aria fresca e alla luce del sole. Sarebbe stato necessario, aggiungeva, ripulire le strade dal fango e dall'urina e, soprattutto, abbandonare la deprecabile consuetudine di cospargere di paglia i pavimenti in terracotta delle case per nascondere le briciole di cibo, schizzi di birra e ossi; la paglia veniva cambiata quando l'odore diventava intollerabilmente acre, ma uno strato inferiore, incollato al paviento da anni di sputi, vomiti e <<bisogni di cani>> restava lì, a suo parere, per decenni. Erasmo condannava anche altre abitudini che di certo facilitavano contagi: il superaffollamento nelle taverne male arieggiate, il poco frequente cambio delle lenzuola, l'uso di un unico bicchiere da parte di molti, la mania di baciarsi a ogni incontro. Le vedute di Erasmo cuscitarono un certo consenso, ma anche un risentimento e sbeffeggiamenti. Aveva esagerato, riteneva qualcuno, nel sostenere che perfino le grate dei confessionali, l'acqua e l'olio benedetti dei battesimi e i grandi pellegrinaggi cntribuivano a diffondere le infezioni!

Molta gente collegava le malattie non alle insalubri condizioni di vita ma a fattori soprannaturali. Per ogni medico che curava i pazienti affetti dal sudore anglico aprendo loro le vene per un salasso o rinchiudendoli in una camera caldissima completamente avvolti in coperte (una terapia dall'esito abitualmente letale), erano almeno una dozzina i ciarlatani impegnati ad ammannire rimedi associati a pratiche superstiziose o occultistiche. 
Queste in realtà erano il risultato di una visione fondamentalmente provvidenziale non solo delle malattie ma ance del complesso delle vicende umane. La popolazione dell'età tudoriana accettava le devastazioni del sudore anglico così come accettava i danni delle inondazioni o delle morie in massa del bestiame perché li riteneva compresi in un vasto disegno incomprensibile e invisibile alle creature terrestri. L'autore del disegno era Dio, ma questa credenza era religiosa solo in senso lato: era più che altro una fede nella supremazia dell'ordine sul caos. Nessuno accoglieva di buon grado un'epidemia, eppure tutti traevano un qualchhe conforto dalla convinzione che il malanno era stato mandato da un Potere superiore per uno scopo preciso. 

Morivano le persone <<più giovani e più belle>>, <<gli uomini di mezza età col fisico sanguigno>>. Era più probabile, paradossalmente, che sopravvivessero i più deboli e i più poveri. I bambini, le donne in età feconda, gli uomini macilenti per la fatica e per la fame o erano risparmiati dall'epidemia o, riuscivano in genere a superare la fase critica e infine a guarire. I gentiluomini ricchi e maturi cadevano stecchiti a centinaia. 
Il fatto che il morbo mietesse il maggior numero di vittime tra i membri meglio nutriti, più danarosi e privilegiati della società offendeva la comune fiducia nell'ordine delle cose, prospettando la sconcertante possibilità che l'ordine avesse solo un tenue vantaggio sull'anarchia e che il futuro avrebbe potuto portare l'imprevisto oltre il prevedibile. Minacccia che colpiva diritto la più profonda fobia dell'epoca: il terrore che l'intero ordine sociale potesse frantumarsi. 

Fu in questo periodo di panico e di repentini cambiamenti di residenza che la principessina Mara trascorse i primi mesi di vita. All'inizio la piccola era stata affidata a una nobile balia, Kaetherien Pole, nuora della contessa di Salisbury, che fu poi sostituita da Lady Margareet Bryan, insignir dell'appellativo di <<Lady governante>> e incaricata di dirigere il piccolo gruppo di uomini e donne che costituivano il seguito personale di Maria: le quattro bambinaie (Margery Parker, Anne Bright, Ellen Hutton, Margery Cousine), il lavandaio Avys Woode, il cappellano e il segretario privato, sir Henry Rowte. La principessa aveva anche una sua corte, che era presieduta dalla contessa di Salisbury e che annovervava un ciambellano, un tesoriere, le donne  addette alla camera da letto e vari attendenti, tutti indistintamente abbigliati con i colori di Maria, il blu e il verde. Con l'arrivo dell'epidemia nel palazzo, comunque le formalità, di corte erano state dimenticate e il re si era affrettato a prendere con sé la famiglia e pochi intimi per allontanarsi il più possibile dal pericolo. Dovendo abbandonare le dimore londinesi - gli appartamenti della Torre, lo spazioso Bynard's Castle in Thames Street - e non potendo recarsi nella residenza preferita di Greenwich, sul Tamigi, un bell'edificio di mattoni rossi circondato da verdi giardini piieni di fiori, ma troppo vicino al cuore della città per garantire tranquillità nel dilagare dell'infezione, Enrico aveva trovato dapprima rifugio nel palazzo turrito di Richmond, nel Surrey; tuttavia poco dopo avrebbe saputo che un villaggio vicino era stato raggiunto dal morbo e nel giro di qualche ora sarebbe corso via per cercare zone di volra in volta ritenute più sicure. Dei rigurardi del magnifico castello medievale di Windsor egli provava una profonda avvrsione, lo trovava cupo e troppo simile a un luogo di clausura: a lui piacevano i parchi, le aperte distese della campagna e, possibilmente, la vicinanza del fiume. A Greenwich il sovrano poteva camminare fino al molo per ispezionare le navi e parlare con marinai e cannonieri; a Windsor, invece, si sentiva chiuso tra cortili lastricati e, se entrava nella cappella della Giarrettiera, pativa l'oppressione delle tombe e dei monumenti di cavalieri dell'ordine, di tanti cimeli militari dei Plantageneti suoi predecessori. Le altre residenze di campagna, più lontane, erano piccole e in taluni casi in rovina. 

Francesco I


Claudia di Francia 


Solo verso la fine dell'estate del 1518, quando Maria aveva due anni e mezzo, la corte cominciò finalmente a riprendere le comuni abitudini, compresi i soliti periodici <<trasferimenti>> da un palazzo all'altro. Le faiglie reali vivevano vite da seminomadi, raramente trascorrevano più chhe poche settimane nella stessa località. Ma in tempi noormali gli spostamenti venivano programmati, secondo un ordine stabilito, ed era stato in ottemperanza a quest'ordine che la corte di Enrico aveva fatto ritorno. 
La ripresa della normalità fornì a Maria la prima occasione di sostenere un ruolo importante negli affari di stato. Poiché la rivalità tra Francia e Inghilterra non era affatto sopita, a Enrico venne subito in mente di usare la figlia come un'arma diplomatica. Soltanto una guerra o un gesto eclatante e di fraterna amicizia da parte sua avrebbe soddisfatto il nuovo sovrano francese, Francesco I, ansioso di dimostrare la forza propria e quella del suo paese. Egli aveva una figlia, Francesco un figlio: una promessa di matrimonio fra due rampolli reali era l'ovvia e migliore alternativa a una guerra. 

Inghilterra e Francia avrebbero scritto un trattato di pace universale, consacrato dall'unione del delfino con la principessa inglese, nozze che sarebbero state celebrate subito per procura e consumate quando il delfino avrebbe compiuto quattordici anni. Tra le clausole relative ai diritti dotali di Maria era stato compreso un accordo, di enorme significato, secondo cui, se Enrico fosse morto senza lasciare eredi maschi, gli sarebbe succeduta la fiiglia: il primo riconoscimento del suo diritto al trono. Per i diplomatici, comunque, questo punto era di secondario rilievo, in quanto vi erano ancora molte buone speranze che Enrico potesse avere un figlio maschio - Caterina era incinta  di nuovo e prossima al parto - e, in ogni caso, nessuna donna era mai stata incoronata regina d'Inghilterra se non come moglie del sovrano regnante. 

Gli ambasciatori della corte francese arrivarono in Ighilterra a metà settembre, per firmare il trattato e celebrare il matrimonio. Nell'attraversare Londra a cavallo, i francesi offrirono uno spettacolo di grande sfarzo, vestiti con farsetti di seta e circondati dalle guardie reali scozzesi di Francesco, nonché una scorta d'onore di quattrocento cavalieri locali, nobili e guardie reali inglesi. A ogni cerimonia e banchetto dei giorni successivi gli ospiti indossarono sempre abiti nuovi anche questi di seta, con grande meraviglia dei cortigiani di Enrico. Inoltre il loro apparentemente inesauribile guardaroba era all'altezza delle loro borse: tutti giocavano e scommettevano cifre enormi; nessun banchetto ufficiale era completo senza i giochi di carte e di dadi di cui il re era appassionato. Alla sontuosa festa offerta da Wolsey - ora nominato cardinale oltre che legato pontificio, e prossimo a diventare l'uomo più potente d'Inghilterra dopo Enrico - per festeggiare il trattato di pace uniiversale, al termine del pranzo furono posti dinnanzi ai commensali dadi e coppe d'oro piene di ducati affinché ciascuno potesse puntare a piacimento. 

Nell'attesa della cerimonia nunziale, le due parti giurarono gli accordi del trattato dinanzi all'altare maggiore della chiesa di San Paolo. Alle otto di mattina del 5 ottobre la fidanzata e i rappresentanti del fidanzato, accompagnati dalle relative scorte, si incontrarono in una sala del palazzo di Greenwich. Enrico era in piedi dinanzi al trono con al fianco Caterina, la sorella di Maria, Wolsey e un altro legato papale, il cardinale Campeggio. Durante il lungo discorso pronunciato dal vescovo di Durham per elogiare la reale unione - almeno il terzo del genere in cui i francesi erano stati sottoposti dall'arrivo - Maria, in braccio alla bambinaia, stette accanto alla madre: aveva un vestito in tessuto d'oro e sui riccioli biondi un cappello di velluto nero ornato di gioielli. Piuttosto piccola per la sua età e dall'aspetto delicato, la bella carnagione e gli occhi chiari del padre rendevano i suoi lineamenti nel complesso molto graziosi. Rimase sorridente e tranquilla per tutta l'interminabile orazione, confermando l'orgogliosa vanteria di Enrico, il quale voleva sostenere che <<la figlia non piangeva mai>>. Quando il vescovo ebbe terminato di parlare, gli ambasciatori chiesero a Enrico e a Caterina il consenso al matrimonio; quando l'ammiraglio francese Bonnivet acconsentì in nome del delfino e Wolsey infilò all'indice di Maria un anello con un enorme diamante, il dono nunziale alla sposa. L'ammiraglio, che rappresentava lo sposo assente, spostò quindi l'anello dall'indice all'anulare con un gesto solenne e subito dopo tutti passarono nella cappella, riccamente decorata, per assistere alla messa. 

La visita degli ambasciatori francesi in Inghilterra non era che la prima parte della procedura prevista per la stipulazione del trattato e del matrimonio; per completarla gli ambasciatori inglesi dovevano ora andare a Parigi, dove avrebbero controfirmato il trattato e rappresentato la principessa in una replica del matrimonio per procura. Gli inglesi arrivarono a Parigi ai primi di dicembre e pochi giorni dopo il re concesse loro un'udienza ufficiale, ricevendoli in una vasta sala dall'alto soffitto decorato con i gigli di Francia e dalle pareti abbellite da arazzi. Metà della sala era occupata da una pedana di notevole altezza, da cui si ergeva, sul fondo del salone, una seconda pedana di limitate dimensioni, ricoperta di velluto violetto a gigli bianchi e destinata a reggere il trono: una poltrona tappezzata in broccato d'oro con un baldacchino dello stesso tessuto. Francesco I, seduto sul trono, indossava uno sfavillante abito in tessuto d'argento, con ricami floreali e bordato di piume di airone; i suoi piedi poggiavano su un cuscino in tessuto d'oro. Sulla prima pedana, ai lati del trono, erano schierati in numero se file nobili ed ecclesiastici locali, il nunzio pontificio e gli ambasciatori  stranieri residenti alla corte francese. Alla sinistr del re, su una piattaforma leggermente più bassa della sua, a una certa distanza del trono e nascosta al pubblico da un tendaggio, erao sedute la regina Claudia, la madre del sovrano Luisa di Savoia e le dame di compagnia. 
Gli ambasciatori inglesi, che per quest'udienza avevano indossato i loro corsetti più ricchi, collari d'oro e cinture ingioiellate, furono preceduti nel salone da una scorta di duecento gentiluomini armati di asce, i quali salirono sulla prima piattaforma per disporsi ai lati del re. Francesco, fino a quel momento immobile in posa regale, rispose ai profondi inchini degli ospiiti con affettuosa cortesia e si alzò dal trono per andare a salutarli uno per uno. 

Qualche tempo dopo le due parti giurarono di rispettare il trattato nel corso di una messa solenne nella cattedrale di Notre-Dame e alla fine della messa Francesco e Claudia, in rappresentnza del delfino, sposarono la principessa Maria, rappresentata dal conte di Worcester. Durante le varie cerimonie Francesco fece del suo meglio per dimosgrarsi solenne, e nello stesso tempo affabile, ovvero per offrire una precisa immagine della sua regalità pur essendo gentile e amichevole verso gli ospiti. Li accompagnò quindi a cacce all'orso e al cervo, giostrò con loro e in loro onore, offì banchetti e spettacoli tali da uguagliare e anzi superare, così almeno egli sperava, i pomposi banchetti svoltisi in Inghilterra. Il cortile all'interno della Bastiglia era stato lasctricato con un pavimento di legno, nel cui centro era stato lasciato un ampio spazio per le tavole da prenzo e le tre gallerie per gli spettatori tutt'intorno. L'intera area era stata protetta con un tendone di tela blu, a formare come un padiglione, e lunghi drappi con i colori del re, ianco e bronzo, simulavano le pareti. Qui Francesco organizzò una splendida festa, seduto sotto il suo baldacchino d'oro e circondato in rigoroso ordine d'importanza, da familiari e cortigiani. Gli inglesi inviarono a Enrico dettagliati resoconti della serata, descrivendo il meraviglioso efetto degli alti lampadari, illuminati ciascuno da sedici torce, che rischiaravano il soffitto blu su cui erano stati dipinti in oro i pianeti e i segni dello zodiaco. I cibi erano stati serviti su piatti d'oro e d'argento e lacune delle vivande, tra lo stupore dei commensaali, erano apparse <<emettere fuoco e fiamme>>. Inoltre ogni portata era presentata con lo sfarzo riservato ai dignitari in vista, venendo preannunciate da squilli di tromba, con varie guardie e servitori al seguito dei trombettieri, cinque araldi avevano segnalato l'arrivo di otto siniscalchi della corte, che a loro volta avevano fatto ala all'ingresso del gran cerimoniere; gli addetti alla mensa, ventiquattro paggi d'onore e duecento servitori, avevano portato in tavola il pesce, la carne e la selvaggina. 

Alla fine del pasto si erano esibiite a turno sei compagnie di danzatori in maschera. Tra le maschere era poi aparso anche il sovrano, con un travestimento che evocava perfettamente la magia e la sacralità del suo caratttere regale: una lunga e aderente tunica di seta bianca, simile alla veste candida indossata da Cristo nei dipinti religiosi. La somiglianza con la familiare immagine del Salvatore era rafforzata dalla gioventù, dalla barba e dai capelli neri del sovrano, il suo volto e il suo portamento solenne avvevano destato in tutti una sensazione profonda e inquietante. Sulla tunica erano attaccati <<compassi e dischi>>, simboli occulti il cui significato era sfuggito agli astanti e aveva enfatizzato l'aria di mistero del personaggio. La comparsa di un gruppo di ragazze con corti <<bustini all'taliana><, incaricate di distribuire vino e dolciumi, aveva rotti di colpo l'incantesimo e la serata si era chiusa tra balli e bevute. Fortunatamente, avevano spiegatogli ambasciatori inglesi, il telo che fungeva da soffitto era stato incerato bene, sicché solo poche gocce della fitta pioggia caduta sul padiglione erano filtrate sulle teste degli ospiti. 

Tra i festeggiamenti a Londra e quelli a Parigi, Caterina ebbe l'ultima grande delusione. Si sperava e attendeva da tempo che desse alla luce un maschio. <<Che Dio le conceda di partorire un figlio>> aveva scritto Giustiniani a Venezia negli ultimi mesi di gravidamza della regina, <<di modo che in caso di necessità, avendo infine un erede, il re possa non essere ostacolato nnel desiderio d'intraprendere una qualsivoglia grande impresa.>> Un figlio maschio avrebbe garantito che la corona non sarebbe passata a Maria e, tramite lei, al futuro marito, il delfino di Francia; un figlio avrebbe rinsaldato la dinastia Tudor, rassicurato il re, soddisfatto i sudditi. 
All'ottavo mese, invece, Caterina partorì una bambina morta. Giustiniani la definì una <<seccante>> sventura: <<Mai questo intero regno aveva desiderato qualcosa come un principe>> Commentò: <<apparendo chiaro a chiunque che lo Stato sarebbe salvo se sua Maestà lasciasse un erede maschio, laddove, senza un principe, tutti temono il peggio>>. Caterina era affranta. Enrico temporaneamente depresso. Il matrimonio per procura di Maria era stato un rischio calcolato: il re aveva scommesso con se stesso che, assai prima che il delfino raggiungesse l'età stabilita per sposarsi, la sua pretesa al trono d'Inghilterra in virtù dei diritti della moglie sarebbe stata invalidata dalla nascita di uno o più figli maschi. Al momento, purtroppo, egli aveva perso la scommessa.

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mercoledì 2 agosto 2017

Maria la sanguinaria. La principessa. II

Maria la sanguinaria. La principessa.


Enrico VII


Due anni dopo la morte del bimbo di Capodanno, Enrico attraversò la Manica e mosse guerra alla Francia a capo di un grande esercito. Da lungo tempo aveva ormai cessato di piangere la tragedia della morte del figlio. Benché a ventuno anni fosse ancora sotto la tutela dei consiglieri che avevano retto il governo fin dall'inizio del suo regno, egli andava sempre più manifestando la propria volontà, come indicava la spedizione oltremare. Nessun esercito inglese aveva invaso il continente a memoria d'uomo, e con molta sagacia politica Enrico VII aveva sempre cercato di conseguire gli sperati obiettivi diplomatici senza le spese e i rischi di un conflitto. Anche ora i consiglieri avevano pregato il giovne monarca di non mettere in pericolo il paese affrontando di persona le inccognite degli scontri, ma i loro suggerimenti seguivano esclusivmente la logica. 

Era insito nella natura di un grande sovrano essere in primo luogo un uomo d'arme e poi uno statista: l'avevano dimostrato tutti i più famosi predecessori di Enrico, da Edoardo I, che aveva combattuto nel Galles, a Edoardo II, che con i figli aveva partecipato alla guerra dei Cent'anni. La società feudale che aveva dato vita all'aristocrazia guerriera si era disintegrata da varie generazioni, ma i valori peronaali della classe cavalleresca: l'audacia e la resistenza in combattimento, l'indomabilità, la generosità la cortesia verso alleati e nemici, la fedeltà a un rgido codice d'onore - erano tanto più entusiasticamente apprezzati quanto più veniva meno l'utilità puramente militare dei cavalieri. E gli esempi di valore individuale erano più numerosi ora che in ogni altra epoca posteriore ai giorni di Riccardo Cuor di leone e del Saladino. Tra questi campioni spiccava un francese contemporaneo di Enrico, più anziano di lui: il signore di Bayard, i cui successi nelle battaglie sostenute in Italia erano ben noti alla corte inglese. In un'occasione, si diceva, egli era riuscito a difendere da solo un ponte contro l'assalto di duecento soldati spagnoli, mentre un'altra volta aveva generosamente rifiutato la ricompensa di 2.500 ducati offertagli da un grato nobile cui aveva salvato la moglie e le figlie dal disonore.   

Alla campagna Enrico aveva attribuito la veste ufficiale di una corciata. L'ira di Giulio II contro il sovrano francese era tale da averlo indotto a emanare un breve che destinava a Luigi XII per concedere il trono a Enricoe che avrebbe avuto effettonon appena quest'ultimo avesse conquistato la Francia. Verso la fine di luglio l'esercito di Enrico lasciò il suolo inglese di Calais, dove era sbarcato tre settimane prima, e si diresse asudest verso la città di Thérouanne. L'esercito arrivò senza incidenti dinnanzi alle mura della città e la mise sotto assedio. 


Maria I

Thérouanne cadde in breve tempo e, dopo aver preso possesso della città con una fastosa cerimonia d'ingresso oltre le mura, Enrico la donò a Massimiliano - il quale ordinò di distruggere tutti gli edifici tranne la vecchia Chiesa - mentre tenne per sé la città di Tournaai, che aveva resistito all'assedio inglese solo otto giorni. Con due città conquistate e un bel numero di importanti personaggi catturati; il cui riscatto, sicuramente versato dagli ansiosi congiunti, avrebbe compensato gran parte del costo della campagna, Enrico riportò l'esercito oltre la manica. Era stata una crociata proficua e persin piacevole: tra un assedio e l'altro, il sovrano si era fermato per varie settimane di feste e spettacoli alla corte della reggente delle Fiandre e vi sostò di nuovo nel corso della marcia verso Calais. Fatto più importante, la spedizione aveva dato a Enrico quella fama militare cui egli anelava. Gli stendardi e gli speroni strappati ai francesi erano ottime spoglie per una prima campagna. 

La più decisiva vittoria militare inglese del 1513 ebbe luogo in assenza di Enrico e sotto il comando nominaledi Caterina. A giugno, quando era salpato, Enrico aveva affidato alla moglie la reggenza del governo e il comando del resto dell'esercito, prevedendo che la sua partenza sarebbe stata il segnaale per qualche incursione oltre confine da parte degli scozzesi. Già in febbraio Lord Dacre, messo a guardia del confine settentrionale, aveva avvertito Enrico che il sovrano scozzese, Giacomo IV, stava radunando uomini in vista di un'invasione. Inoltre Giacomo si era procurato una modernissima artiglieria da assedio e aveva perfino rischiato di causare notevoli danni quando uno dei nuovi cannoni appena fusi, che egli stava provando nel castello di Edinburgo, era esploso al momento del tiro. 


Maria Tudor, Charles Brandon


La sfida di Giacomo, aveva raggiunto Enrico nel mezzo dell'assedio di Thérouanne. Il re aveva allora inviato a Londra il vescovo di Durham, con l'incarico di sovrintendere all'organizzazione della difesa delle contee settentrionali, ma aveva lasciato la responsabilità operativa a Caterina, e al Lord tesoriere Surrey, luogotenente generale del Nord. Caterina si era occupata personalmente di molti dei dettagli amministrativi e aveva messo le sue dame a cucire standardi per i contingenti di cavalleria agli ordini di Surrey. Essendo una donna di grande intelligenza e capacità, le aveva fatto piacere coordinare l'impresa <<Il mio cuore batte per la sfida>> aveva scritto a Enrico. Il 9 settembre gli invasori scozzesi si erano scontrati con le forze di Surrey sulle colline di Flodden, poco al di qua del confine inglese, ed erano stati sconfitti in tre ore. Il massacro era stato terribile: i condannati, i conti e gli altri ecclesiastici, il re stesso - avevano preferito battersi a morte - benché consapevoli di essere ormai battuti. Al termine della battaglia il suolo di Flodden era coperto di cadaveri di nobili, tra cui quello sfigurato di re Giaccomo, caduto accanto al suo stendardo. Il vescovo di Durham aveva elogiato Surrey e i soldati, ma aveva attribuito la vittoria alla protezione di San Cutberto, sotto il cui vessillo avevano combattuto i suoi uomini. 

A una settimana di distanza dalla carneficina di Flodden, Caterina diede alla luce un bambino morto e circa un anno dopo partorì un altro figlio che morì a pochi giorni dalla nascita. Il padre Ferdinando la cui pazienza per i ripetutti aborti e la poco vitale prole di Caterina era svanita da tempo inviò in Inghilterra un dottore e una levatrice spagnoli: nel tentativo di rendere più sicura la sopravvivenza dei futuri nipoti. Non sappiamo quali fossero le loro terapie, ma le comuni cure mediche contro la sterilità includevano beveroni a base di urina di capre e pecore incinte e suffumigi al collo dell'utero ottenuti ponendo una lampada di ottone sotto un'ampolla d'acqua e incanalando il vapore nellaa vagina con una cannula. I rimedi popolari suggerivano invece l'uso di erbe e incantesimi: semi dia cetosa legati a un braccio, amuleti con iscrizioni di nomi magici o religiosi e scapolari contenenti oggetti come le dita e lo sfintere anale di un bambino nato morto. 

Enrico non poteva trascurare il fatto che anche nella sua famiglia esisteva qualche tara: dei sette figli avuti dai suoi genitori, tre maschi e quattro femmine, tre erano morti durante l'nfanzia e un quarto, il principe Arturo, aveva raggiunto appena l'adolescenza. All'epoca molte donne perdevano metà dei figli nei primi mesi o anni di vita, ma Caterina li aveva persi tutti, fnora, e si stava avvicinando alla trentina. 
Nel 1515, per fortuna, la nuova gravidanza di Caterina apparve del tutto normale. Il parto sarebbe dovuto avvenire nel febbraio dell'anno successivo, e la notizia della prossima nascita, fece il giro dei circoli diplomatici. Il nuovo re di Francia, Francesco I (Luigi XII era appena morto), inviperito perché Enrico non gli aveva chiesto personalmente di mandare un suo legato come padrino del nascituro e aveva invece affidato il messaggio al cognato Suffolk, annunciò di conseguenza che non avrebbe inviato aalcun rappresentante. 


Isabella di Castiglia

Il parto avvenne lunedi 18 febbraio 1516, prima dell'alba, nel palazzo di Greenwich. Era nata una bambina, ma la delusione fu momentaneamente superata dalla gioia per la sua sopravvivenza. Tre giorni dopo la piccola venne battezzata nella vicina chiesa dei frati, dove era stato trasportato il fonte in argento riservato ai baattesimi reali. L'evento non ebbe carattere eccezionale, a parte l'alto lignaggio di padrini e madrine. Il terreno fangoso era stato coperto prima con uno spesso strato di ghiaia e poi con paglia, ed erano state erette delle gradinate lungo entrambi i lati del tragitto che il corteo battesimale doveva percorrere dal cancello della corte al portico della chiesa. La neonata era in braccio alla madrina e così strettamente avvolta in coperte, per ripararla dal freddo, che gli spettatori non riuscirono a intravedere neppure il volto. Dinnanzi alla porta della chiesa era stato costruito in ebano, un arco di legno coperto di drappi: padrini e madrine vi si fermarono sotto e un sacerdote benedì la bambina, chiamandola Maria. 

Terminata questa parte della cerimonia, tutti entrarono in chiesa per i riti successivi. Sfilando accanto alle pareti adorne di tessuti ricamati e impreziositi con perle e gemme, un gruppo di gentiluomini e nobili si diresse verso l'altare maggiore, dove erano raccolti gli attrezzi battesimali: il bacile, le candele, il sale o l'olio santo. Quattro cavalieri reggevano il baldacchino d'oro sovrastante la principessina, tenuta ora in braccio dalla contessa di Surrey. Madrine e padrini erano di sangue reale o di rango ducale: Katherine unica figlia vivente di Edoardo IV Plntageneto e zia di Enrico VIII; Margaret, contessa di Salisbury, nipote si Edoardo IV, e quindi anche lei appartenenete al ramo dei plantageneti; Charles Brandon, duca di Suffolk, zio della neonata in quanto marito di Maria, la bella rosa dei Tudor; il duca e la duchessa di Norfolk. 


Luigi XII


Giustiniani lasciò passare del tempo prima di congratularsi con l neo padre a nome del doge di Venezia: <<Si fosse trattato di un maschio>> scrisse poi il doge <<non sarebbe stato opportuno rimandare i rallegramenti>>. Ma una femmina era una cosa diversa. Circa una settimana dopo la nascita di Maria, l'ambasciatore chiese udienza a Enrico e si complimentò con lui per la buona salute della moglie e della figlia. Allo stesso tempo spiegò che il doge sarebbe stato più lieto dell'arrivo di un principino aggiungendo, con un discorso attentamente preparato, che anche Enrico probabilmente sarebbe stato più contento se avesse avuto un maschio e che bissognava comunque rassegnarsi all'imperscruutabile volontà di Dio. Interrompendo questo capolavoro, di retorica, Enrico osservò che, dal momento che lui e la regina erano molto giovani (affermazione discutibile nel caso di Caterina), non v'era alcun motivo per rassegnarsi :<<Se questa volta abbiamo avuto una femmina, con l'aiuto di Dio i maschi seguiranno>>. 

Maria Tudor venne al mondo in una stagione di lutti. Il re Ferdinando, malato già da quaalche tempo, era morto alla fine di gennaio e la triste notizia era giunta in Inghilterra poco prima del parto. La regina ne fu informata solo dopo la nscita della piccola e certo si addolcì molto al pensiero che il padre non aveva saputo del lieto evento. Caterina non amava molto il genitore: non lo vedeva da vent'anni, era stata trattata da lui come merce di scambio piuttosto che come figlia e, tutto sommato, Ferdinando era tutt'altro che un tipo amabile. Ma ella aveva sempre nutrito un forte senso del dovere, e una notevole paura, nei suoi confronti; inoltre la sua morte spezzava un altro dei suoi legami con la Spagna e con il venerato ricordo della madre. Va aggiunto, a onor del vero, che l'ultima malattia di Ferdinando era stata una vicenda troppo tragicomica per suscitare un profondo cordoglio. Alcuni anni prima il sovrano spagnolo aveva deciso di avere un figlio dalla seconda moglie, Germaine de Foix; ma, poiché lui aveva già superato la sessantina, l'impresa si presentava ardua, allo scopo di rinvigorire i sopiti ardori del coniuge, l'ambiziosa Germaine aveva preso a mescolargli nelle vivande un potente afrodisiaco, una poziione che alla lunga aveva procurato al sovrano attacchi di convulsioni e danni al cervello. Dopo due anni di questa cura Ferdinando non solo era più o meno costantemente malato e fuor di senno, ma continuava a praticare il suo passatempo preferito, la caccia, in tal modo indebolendo ulteriormente la sua malferma salute. Infine nel gennaio 1516 Ferdinando <<era spirato>>.

La morte di Ferdinando segnò la scomparsa della generazione dei nonni di Maria che non ne avrebbe conosciuto neppure uno, anche se ne portava i segni. I più romantici e illustri erano gli avi spagnoli. Erede al trono mediterraneo d'Aragona, Ferdinando aveva trascorso la giovinezza a combattere accanto al padre nella guerra civile contro i ribelli catalani; e dopo avere sposato a diciotto anni Isabella, erede di un altro regno, aveva partecipato alle lote sostenue dalla moglie per assicurarsi il diritto al trono di Castiglia. Competente più che brillante sia come soldato, sia come sovrano, Ferdinando era destinato avenire messo in ombra dalla straordinaria consorte. Guerriera, vincitrice dei Mori infaticabile amministratrice, patrona della cultura e delle esplorazioni marittime, Isabella di Castiglia aveva la mentalità di un cavaliere feudale e incarnava il più ssacro ideale della Spagna: la tradizione della crociata. Quando il fratello Enrico IV, era morto senza lasciare eredi legittimi, Isabella si era rifiutata di riconosce re le pretese della nipote e si era battuta furiosamente finché non era riuscita a scacciare la rivale dal paese. Il matrimonio non l'aveva indotta a concedere a ferdinando il controllo del proprio regno e aveva continuato a governare come una sovrana indipendente, facendo fronte a varie rivolte, all'irrequietezza dell'orgogliosa nobiltà castigliana e al tedio quotidiano degli affari di Stato. Se non era sul campo di battaglia, riceveva gli ambasciatori, conferiva con i consiglieri, si occupava di problemi legali o bellici dal mattino alla sera e poi trascorreva gran parte della notte a dettare lettere e documenti ai segretari. Non era stata preparata a trattare gli affari pubblici e conosceva poco il latino, ragione per cui nel poco tempo libero l'aveva studiato fino a padroneggiarlo. 

Tali benemerenze, importanti come erano per Isabella, erano passate inosservate alla maggioranza dei sudditi, i quali laa conoscevano molto di più come la guerriera vincitrice dei Mori. Fin dal Medioevo i regni cristiani della Spagna avevano trovato un tratto distintivo nell'opposizione al dominio moresco della penisola strappando ai nemici un territorio dopo l'altro, tanto che all'epoca di Isabella solo Granada era ancora in loro mani. Un decennio di assedi e di assalti sotto lo stendardo della sovrana, interrotti solo quando Isabella si era concessa una pausa per partorire sua figlia Caterina, si era concluso nel 1492 con la caduta di Granada. Sposandosi tra loro, <<i re cattolici>>, come venivano chiamati Ferdinando e Isabella, avevano unifcato la Spagna e ne avevano fatto un regno prfondamente legato alla fede di Roma. 

Più avanti negli anni, Isabella era passata dalla veste di eroina trionfante a quella di malinconica reclusa. Era divenuta pigra e cupa, e le lacrime di pietà religiosa non si distinguevano da quelle piante per le infedeltà di Ferdinando. Sul ruvido abito di suora laica del Terz'Ordine francescano indossava soltanto mantelli neri. 

Il nonno paterno di Maria, Enrico VII non aveva mai parlato di Ferdinando e Isabella senza toccarsi il cappello in segno di rispetto. In seguito dopo il matrimonio tra Caterina e Arturo, era stato solito vantarsi che lui e la moglie erano diventati <<fratello e sorella>> dei grandi sovrani spagnoli e in presena del loro ambasciatore aveva solennemente giurato, la mano sul cuore, che se avesse udito un suo suddito parlare contro i re cattolici <<nel suo intimo non lo avrebbe mai più stimato>>.

Quando aveva conquistato il trono inglese, nel 1485, Enrico era di fatto un fuori legge marchiato da un bando di proscrizione che lo aveva privato dei diritti civili, dei titoli e dei beni. Per via di madre avrebbe potuto vantare diritti sulla corona, ma non aveva né denari né sostenitori. Il bando lo aveva spinto a cercare asilo nel continente dove a ventotto anni aveva infine radunato un piccolo esercito con cui, attraversata la Manica, aveva affrontato e sconfitto a Bosworth il sovrano regnante, Riccardo III. Ovviamente la vittoria e la successiva incoronazione avevano annullato l'infamante condanna, ma per quanto il Parlamento avesse subito dichiarato traditori tutti quelli che si erano schierati contro Enrico a Bosworth, la sua corona era apparsa precaria. Per consolidarla era indispensabile superare non solo la gravve minaccia rappresentata da Parkin Warebeck, che aveva in modo convincente propinato a molti monarchi europei la frottola di essere il minore dei due figli di Edoardo IV morti assassinati, ma anche il bizzarro pericolo costituito dal pretendente irlandese Lambert Simnel, autoproclamatosi Edoardo VI. Era indispensabile, inoltre, sopravvivere a intrighi d'ogni sorta, quale quello ordito da creduli cospiratori qui un astrologo romano aveva fornito un unguento che, spalmato sulle pareti di un corridoio del palazzo avrebbe dovuto provocare l'assassinio del re <<per mano di coloro che più l'amavano>>.

La moglie di Enrico VII Elisabetta di York, aveva vissuto la vita ritirata di una regina medievvale, partorendo figli a intervalli regolari e aggiungendo all'autorità del marito il prestigio del casato York (in quanto figlia di Edoardo IV). Alla splendida cerimonia della sua incoronazione era arrivata su una portantina di tessuto d'oro, con una lussuosa veste e una corona ingioiellata sui <<bei capelli biondi che le scendevano ben oltre la schiena>>; ma in seguito, avendo scelto quale proprio motto le parole <<umile e riverente>>, si era chiusa in una sorta di crepuscolo fatto di attese di parto e di stanze dei bambini. 

Della prole di Enrico e di Elisabetta il più robusto e il più turbolennto era sempre stato il secondo, chiamato nell'infanzia principe Hal. Un bel bambino dalla faccia rotonda, e la carnagione rosa, principe Hal era stato grtificato di altisonanti titoli priima ancor che compisse un anno - Governatore dei Cinque Ports, Connestabile del castello di Dover - e a tre anni era stato sia creato cavaliere dell'Ordine del Bagno sia ammesso all'ordine della Giarrettiera. A quattro anni il piccolo era già stato in grado di cavalcare da solo, e con perizia, nel corteo ufficiale diretto all'abbazia di Westminster, dove sarebbe stato nominato duca di York, un titolo che il padre aveva deciso di attribuirgli subito per contrastare Perkin Warbeck, il quale avanzava pretese sullo stesso titolo e stava prepafrando un'invasione in Inghilterra dal continente. Erasmo, che incontrò il futuro Enrico VIII quando questi aveva otto anni, aveva dichiarato che il principe possedeva in misura reale doti di dignità e ccortesia e che prevedeva per lui un ottimo futuro, come maschio secondogenito, enrico era stato esentato dagli obblighi e dagli impegni di un erede al trono, ma a dieci anni e mezzo la morte del fratello lo aveva innalzato improvvisamente al rango di prncipe di Galles. Da allora in avanti egli aveva iniziato a imparare le arti cavalleresche e ad acquisire la popolarità di un futuro sovrano. A sedici anni il principe Hal era più alto del padre con <<gambe e braccia gigantesche>>. L'ambasciatore spagnolo aveva sostenuto che non esisteva <<in tutto il mondo giovane più bello del principe di Galles>>, e un altro osservatore si era spinto ancora oltre: <<Se si dovessero mettere in fila i nomi di tutti i principi definiti belli, quello di Enrico starebbe al primo posto>>. Coloro che avevano amato Enrico VII ora ne adorvano il figlio. Le ballate popolari del tempo sul principe Hal raccontano che al ragazzo piaceva indossare panni rozzi per mescolarsi alla gente comune e tuttavia veniva invariabilmente scoperto, riconosciuto e ricondotto in trionfo al palazzo, circondato da fedeli sudditi esultanti. 

Le sorelle di Enrico VIII, le zie di Maria, non sarebbero potute essere più diverse. Margherita di due anni maggiore di Enrico, er aun'energica e sveglia adolsecente di quattoridici anni quando il padre l'aveva data in sposa a Guglielmo IV di Scozia, allora ventottenne e uomo dalle numerose e facili avventuure femminili (mentre si stavano trattando le nozze con la principessa Tudor, la sua bella amnte lady Margaret Drummond era morta in circostanze inspiegate). Margherita aveva sopportato quel matrimonio non voluto, ma non senza lamentarsene: afflitta dalla nostalgia e umiliata dal marito, aveva inviato pietose lettere al padre. La morte di Giacomo IV a Flodden l'aveva liberata da un'infelice unione, ma un secondo matrimonio con il conte di Angus aveva portato a un altro conflitto e infine a una guerra civile. Ormai era diventata una gorssa matrona dai tratti appesantiti, ma era una donna di mondo, autunoma e autorevole. 

Se Margherita era stata poco felice e poco fortunata nella vita domestica, probabilmente la sorella più giovane Maria, era stata la principessa più invidiata della sua generazione. I ritratti esistenti confermano l'unanime opinione dei contemporanei circa la sua straordinaria bellezza. La fronte alta e liscia, i lineamenti delicati erano messi in risalto da una carnagione così chiara che rasentava il pallore. A differenza di Enrico, Maria aveva gli occhi e i capelli scuri, e un'espressione di dolcezza e docilità. Era comunemente dotata di una forte volontà, e la consapevolezza di essere fra le più ambite nobildonne europee le aveva dato fiducia in sé. Aveva acconsentito a sposare l'anziano re francese Luigi XII (dopo la rottura di un precedente fidanzamento con Carlo di Castiglia, il futuro Carlo V), ma in cambio aveva negoziato la libertà di scegliersi da sola il marito successivo. Tuttti sapevano che la sua scelta sarebbe caduta su Charles Brandon, amico intimo di Enrico, e ala morte di Luigi, avvenuta poco dopo il matrimonio, era stato proprio Brandon a venire inviato in Francia per consolare la giovanissima vedova; i due senza perdere tempo, si sono sposati segretamente mentre si trovavano ancora lì. Enrico era andato su tutte le furie, ma amava troppo la sorella e l'amico per proibire loro di tornare a corte. La sua vendetta era consistita nell'appropriarsi dell'argenteria e dei gioielli di Maria e nel costringerla a ripagargli le spese del costoso matrimonio con Luigi. 

Gli antenati inglesi e spagnoli della principessina Maria erano uomini e donne ricchi di iniziativa, combattivi, coraggiosi, indipendenti. Anch'ella avebbe avuto tali doti se, per quanto allevata come una principessa inglese, le fu parimenti insegnato a onorare e rivendicare con orgoglio il suo sangue spagnolo. In fin dei conti, a prendersi cura di lei fu a lungo la madre che non parlò mai fluentemente l'inglese e che per tutta la vita, continuò a pregare in spagolo. Come personalità e come spirito Maria avrebbe somigliato sopratutto alla nonna materna, Isabella; ne avrebbe ereditato la tenacia, il coraggio, il gusto per le lunghe ore di lavoro, la tendenza alla malinconia. E ne avrebbe condiviso anche il desiderio di purificare la fede e raddrizzare la situazione religiosa del proprio paese, ma in circostanze così diverse da quelle della Spagna quattrocentesca da non consentire un confronto. 

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martedì 23 agosto 2016

Maria la sanguinaria. Prefazione

Maria la sanguinaria.

Prefazione


Maria I d'Inghilterra


Non esistono monumenti a Maria Tudor in Inghilterra. Nel testamento la regina aveva chiesto che ne erigessero uno in onore suo e della madre <<a degna memoria di noi>>, ma nessuno si curò di questo desiderio. Il giorno della sua morte, il 17 novembre, lo stesso dell'ascesa al trono della sorella Elisabetta, fu considerato festività nazionale per due secoli; e, prima ancora della scomparsa della generazione che l'aveva acclamata sovrana la contrapposizione tra <<l'oscurità, la brevità e l'odiosità>> del suo regno e <<la gloria, la lunghezza e la prosperità>> di quello di Elisabetta I sarebbe diventata un luogo comune degli storici. Le generazioni successive la chiamarono <<Maria la sanguinaria>> e giudicarono gli anni del suo governo sulla traccia delle illustrazioni del Book of Martyrs (libro dei martiri) di John Foxe: immagini di protestanti buttati in carcere, straziati da ferri alle gambe, brutalmente percossi da feroci aguzzini cattolici e tuttavia sempre assorti in preghiera nell'attesa dell'esecuzione, i volti già illuminati dall'estatica visione del paradiso.


Elisabetta I d'Inghilterra

Maria, in realtà, era un'insperata superstite di infinite sventure sopravvissuta a un'adolescenza travagliata e a vari malanni, al lento supplizio della madre, alle capricciose torture del padre, aveva poi corso micidiali pericoli durante il regno del fratello. Edoardo VI, e aveva infine ottenuto il trono quando le probabilità di vittoria erano tutte contro di lei. I contemporanei videro nella sua trionfale proclamazione una specie di miracolo, ed ella stessa si era da tempo convinta di avere avuto in sorte da Dio il compito di ricondurre l'Inghilterra in seno al cattolicesimo.

Maria regnò con la piena consapevolezza della maestà dei Tudor, facendo fronte con capacità e coraggiosi rischi di una grave crisi economica, di una rivolta civile e di una sommossa religiosa. La sua duttilità stupì gli uomini che la circondavano.

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