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mercoledì 2 agosto 2017

Maria la sanguinaria. La principessa. II

Maria la sanguinaria. La principessa.


Enrico VII


Due anni dopo la morte del bimbo di Capodanno, Enrico attraversò la Manica e mosse guerra alla Francia a capo di un grande esercito. Da lungo tempo aveva ormai cessato di piangere la tragedia della morte del figlio. Benché a ventuno anni fosse ancora sotto la tutela dei consiglieri che avevano retto il governo fin dall'inizio del suo regno, egli andava sempre più manifestando la propria volontà, come indicava la spedizione oltremare. Nessun esercito inglese aveva invaso il continente a memoria d'uomo, e con molta sagacia politica Enrico VII aveva sempre cercato di conseguire gli sperati obiettivi diplomatici senza le spese e i rischi di un conflitto. Anche ora i consiglieri avevano pregato il giovne monarca di non mettere in pericolo il paese affrontando di persona le inccognite degli scontri, ma i loro suggerimenti seguivano esclusivmente la logica. 

Era insito nella natura di un grande sovrano essere in primo luogo un uomo d'arme e poi uno statista: l'avevano dimostrato tutti i più famosi predecessori di Enrico, da Edoardo I, che aveva combattuto nel Galles, a Edoardo II, che con i figli aveva partecipato alla guerra dei Cent'anni. La società feudale che aveva dato vita all'aristocrazia guerriera si era disintegrata da varie generazioni, ma i valori peronaali della classe cavalleresca: l'audacia e la resistenza in combattimento, l'indomabilità, la generosità la cortesia verso alleati e nemici, la fedeltà a un rgido codice d'onore - erano tanto più entusiasticamente apprezzati quanto più veniva meno l'utilità puramente militare dei cavalieri. E gli esempi di valore individuale erano più numerosi ora che in ogni altra epoca posteriore ai giorni di Riccardo Cuor di leone e del Saladino. Tra questi campioni spiccava un francese contemporaneo di Enrico, più anziano di lui: il signore di Bayard, i cui successi nelle battaglie sostenute in Italia erano ben noti alla corte inglese. In un'occasione, si diceva, egli era riuscito a difendere da solo un ponte contro l'assalto di duecento soldati spagnoli, mentre un'altra volta aveva generosamente rifiutato la ricompensa di 2.500 ducati offertagli da un grato nobile cui aveva salvato la moglie e le figlie dal disonore.   

Alla campagna Enrico aveva attribuito la veste ufficiale di una corciata. L'ira di Giulio II contro il sovrano francese era tale da averlo indotto a emanare un breve che destinava a Luigi XII per concedere il trono a Enricoe che avrebbe avuto effettonon appena quest'ultimo avesse conquistato la Francia. Verso la fine di luglio l'esercito di Enrico lasciò il suolo inglese di Calais, dove era sbarcato tre settimane prima, e si diresse asudest verso la città di Thérouanne. L'esercito arrivò senza incidenti dinnanzi alle mura della città e la mise sotto assedio. 


Maria I

Thérouanne cadde in breve tempo e, dopo aver preso possesso della città con una fastosa cerimonia d'ingresso oltre le mura, Enrico la donò a Massimiliano - il quale ordinò di distruggere tutti gli edifici tranne la vecchia Chiesa - mentre tenne per sé la città di Tournaai, che aveva resistito all'assedio inglese solo otto giorni. Con due città conquistate e un bel numero di importanti personaggi catturati; il cui riscatto, sicuramente versato dagli ansiosi congiunti, avrebbe compensato gran parte del costo della campagna, Enrico riportò l'esercito oltre la manica. Era stata una crociata proficua e persin piacevole: tra un assedio e l'altro, il sovrano si era fermato per varie settimane di feste e spettacoli alla corte della reggente delle Fiandre e vi sostò di nuovo nel corso della marcia verso Calais. Fatto più importante, la spedizione aveva dato a Enrico quella fama militare cui egli anelava. Gli stendardi e gli speroni strappati ai francesi erano ottime spoglie per una prima campagna. 

La più decisiva vittoria militare inglese del 1513 ebbe luogo in assenza di Enrico e sotto il comando nominaledi Caterina. A giugno, quando era salpato, Enrico aveva affidato alla moglie la reggenza del governo e il comando del resto dell'esercito, prevedendo che la sua partenza sarebbe stata il segnaale per qualche incursione oltre confine da parte degli scozzesi. Già in febbraio Lord Dacre, messo a guardia del confine settentrionale, aveva avvertito Enrico che il sovrano scozzese, Giacomo IV, stava radunando uomini in vista di un'invasione. Inoltre Giacomo si era procurato una modernissima artiglieria da assedio e aveva perfino rischiato di causare notevoli danni quando uno dei nuovi cannoni appena fusi, che egli stava provando nel castello di Edinburgo, era esploso al momento del tiro. 


Maria Tudor, Charles Brandon


La sfida di Giacomo, aveva raggiunto Enrico nel mezzo dell'assedio di Thérouanne. Il re aveva allora inviato a Londra il vescovo di Durham, con l'incarico di sovrintendere all'organizzazione della difesa delle contee settentrionali, ma aveva lasciato la responsabilità operativa a Caterina, e al Lord tesoriere Surrey, luogotenente generale del Nord. Caterina si era occupata personalmente di molti dei dettagli amministrativi e aveva messo le sue dame a cucire standardi per i contingenti di cavalleria agli ordini di Surrey. Essendo una donna di grande intelligenza e capacità, le aveva fatto piacere coordinare l'impresa <<Il mio cuore batte per la sfida>> aveva scritto a Enrico. Il 9 settembre gli invasori scozzesi si erano scontrati con le forze di Surrey sulle colline di Flodden, poco al di qua del confine inglese, ed erano stati sconfitti in tre ore. Il massacro era stato terribile: i condannati, i conti e gli altri ecclesiastici, il re stesso - avevano preferito battersi a morte - benché consapevoli di essere ormai battuti. Al termine della battaglia il suolo di Flodden era coperto di cadaveri di nobili, tra cui quello sfigurato di re Giaccomo, caduto accanto al suo stendardo. Il vescovo di Durham aveva elogiato Surrey e i soldati, ma aveva attribuito la vittoria alla protezione di San Cutberto, sotto il cui vessillo avevano combattuto i suoi uomini. 

A una settimana di distanza dalla carneficina di Flodden, Caterina diede alla luce un bambino morto e circa un anno dopo partorì un altro figlio che morì a pochi giorni dalla nascita. Il padre Ferdinando la cui pazienza per i ripetutti aborti e la poco vitale prole di Caterina era svanita da tempo inviò in Inghilterra un dottore e una levatrice spagnoli: nel tentativo di rendere più sicura la sopravvivenza dei futuri nipoti. Non sappiamo quali fossero le loro terapie, ma le comuni cure mediche contro la sterilità includevano beveroni a base di urina di capre e pecore incinte e suffumigi al collo dell'utero ottenuti ponendo una lampada di ottone sotto un'ampolla d'acqua e incanalando il vapore nellaa vagina con una cannula. I rimedi popolari suggerivano invece l'uso di erbe e incantesimi: semi dia cetosa legati a un braccio, amuleti con iscrizioni di nomi magici o religiosi e scapolari contenenti oggetti come le dita e lo sfintere anale di un bambino nato morto. 

Enrico non poteva trascurare il fatto che anche nella sua famiglia esisteva qualche tara: dei sette figli avuti dai suoi genitori, tre maschi e quattro femmine, tre erano morti durante l'nfanzia e un quarto, il principe Arturo, aveva raggiunto appena l'adolescenza. All'epoca molte donne perdevano metà dei figli nei primi mesi o anni di vita, ma Caterina li aveva persi tutti, fnora, e si stava avvicinando alla trentina. 
Nel 1515, per fortuna, la nuova gravidanza di Caterina apparve del tutto normale. Il parto sarebbe dovuto avvenire nel febbraio dell'anno successivo, e la notizia della prossima nascita, fece il giro dei circoli diplomatici. Il nuovo re di Francia, Francesco I (Luigi XII era appena morto), inviperito perché Enrico non gli aveva chiesto personalmente di mandare un suo legato come padrino del nascituro e aveva invece affidato il messaggio al cognato Suffolk, annunciò di conseguenza che non avrebbe inviato aalcun rappresentante. 


Isabella di Castiglia

Il parto avvenne lunedi 18 febbraio 1516, prima dell'alba, nel palazzo di Greenwich. Era nata una bambina, ma la delusione fu momentaneamente superata dalla gioia per la sua sopravvivenza. Tre giorni dopo la piccola venne battezzata nella vicina chiesa dei frati, dove era stato trasportato il fonte in argento riservato ai baattesimi reali. L'evento non ebbe carattere eccezionale, a parte l'alto lignaggio di padrini e madrine. Il terreno fangoso era stato coperto prima con uno spesso strato di ghiaia e poi con paglia, ed erano state erette delle gradinate lungo entrambi i lati del tragitto che il corteo battesimale doveva percorrere dal cancello della corte al portico della chiesa. La neonata era in braccio alla madrina e così strettamente avvolta in coperte, per ripararla dal freddo, che gli spettatori non riuscirono a intravedere neppure il volto. Dinnanzi alla porta della chiesa era stato costruito in ebano, un arco di legno coperto di drappi: padrini e madrine vi si fermarono sotto e un sacerdote benedì la bambina, chiamandola Maria. 

Terminata questa parte della cerimonia, tutti entrarono in chiesa per i riti successivi. Sfilando accanto alle pareti adorne di tessuti ricamati e impreziositi con perle e gemme, un gruppo di gentiluomini e nobili si diresse verso l'altare maggiore, dove erano raccolti gli attrezzi battesimali: il bacile, le candele, il sale o l'olio santo. Quattro cavalieri reggevano il baldacchino d'oro sovrastante la principessina, tenuta ora in braccio dalla contessa di Surrey. Madrine e padrini erano di sangue reale o di rango ducale: Katherine unica figlia vivente di Edoardo IV Plntageneto e zia di Enrico VIII; Margaret, contessa di Salisbury, nipote si Edoardo IV, e quindi anche lei appartenenete al ramo dei plantageneti; Charles Brandon, duca di Suffolk, zio della neonata in quanto marito di Maria, la bella rosa dei Tudor; il duca e la duchessa di Norfolk. 


Luigi XII


Giustiniani lasciò passare del tempo prima di congratularsi con l neo padre a nome del doge di Venezia: <<Si fosse trattato di un maschio>> scrisse poi il doge <<non sarebbe stato opportuno rimandare i rallegramenti>>. Ma una femmina era una cosa diversa. Circa una settimana dopo la nascita di Maria, l'ambasciatore chiese udienza a Enrico e si complimentò con lui per la buona salute della moglie e della figlia. Allo stesso tempo spiegò che il doge sarebbe stato più lieto dell'arrivo di un principino aggiungendo, con un discorso attentamente preparato, che anche Enrico probabilmente sarebbe stato più contento se avesse avuto un maschio e che bissognava comunque rassegnarsi all'imperscruutabile volontà di Dio. Interrompendo questo capolavoro, di retorica, Enrico osservò che, dal momento che lui e la regina erano molto giovani (affermazione discutibile nel caso di Caterina), non v'era alcun motivo per rassegnarsi :<<Se questa volta abbiamo avuto una femmina, con l'aiuto di Dio i maschi seguiranno>>. 

Maria Tudor venne al mondo in una stagione di lutti. Il re Ferdinando, malato già da quaalche tempo, era morto alla fine di gennaio e la triste notizia era giunta in Inghilterra poco prima del parto. La regina ne fu informata solo dopo la nscita della piccola e certo si addolcì molto al pensiero che il padre non aveva saputo del lieto evento. Caterina non amava molto il genitore: non lo vedeva da vent'anni, era stata trattata da lui come merce di scambio piuttosto che come figlia e, tutto sommato, Ferdinando era tutt'altro che un tipo amabile. Ma ella aveva sempre nutrito un forte senso del dovere, e una notevole paura, nei suoi confronti; inoltre la sua morte spezzava un altro dei suoi legami con la Spagna e con il venerato ricordo della madre. Va aggiunto, a onor del vero, che l'ultima malattia di Ferdinando era stata una vicenda troppo tragicomica per suscitare un profondo cordoglio. Alcuni anni prima il sovrano spagnolo aveva deciso di avere un figlio dalla seconda moglie, Germaine de Foix; ma, poiché lui aveva già superato la sessantina, l'impresa si presentava ardua, allo scopo di rinvigorire i sopiti ardori del coniuge, l'ambiziosa Germaine aveva preso a mescolargli nelle vivande un potente afrodisiaco, una poziione che alla lunga aveva procurato al sovrano attacchi di convulsioni e danni al cervello. Dopo due anni di questa cura Ferdinando non solo era più o meno costantemente malato e fuor di senno, ma continuava a praticare il suo passatempo preferito, la caccia, in tal modo indebolendo ulteriormente la sua malferma salute. Infine nel gennaio 1516 Ferdinando <<era spirato>>.

La morte di Ferdinando segnò la scomparsa della generazione dei nonni di Maria che non ne avrebbe conosciuto neppure uno, anche se ne portava i segni. I più romantici e illustri erano gli avi spagnoli. Erede al trono mediterraneo d'Aragona, Ferdinando aveva trascorso la giovinezza a combattere accanto al padre nella guerra civile contro i ribelli catalani; e dopo avere sposato a diciotto anni Isabella, erede di un altro regno, aveva partecipato alle lote sostenue dalla moglie per assicurarsi il diritto al trono di Castiglia. Competente più che brillante sia come soldato, sia come sovrano, Ferdinando era destinato avenire messo in ombra dalla straordinaria consorte. Guerriera, vincitrice dei Mori infaticabile amministratrice, patrona della cultura e delle esplorazioni marittime, Isabella di Castiglia aveva la mentalità di un cavaliere feudale e incarnava il più ssacro ideale della Spagna: la tradizione della crociata. Quando il fratello Enrico IV, era morto senza lasciare eredi legittimi, Isabella si era rifiutata di riconosce re le pretese della nipote e si era battuta furiosamente finché non era riuscita a scacciare la rivale dal paese. Il matrimonio non l'aveva indotta a concedere a ferdinando il controllo del proprio regno e aveva continuato a governare come una sovrana indipendente, facendo fronte a varie rivolte, all'irrequietezza dell'orgogliosa nobiltà castigliana e al tedio quotidiano degli affari di Stato. Se non era sul campo di battaglia, riceveva gli ambasciatori, conferiva con i consiglieri, si occupava di problemi legali o bellici dal mattino alla sera e poi trascorreva gran parte della notte a dettare lettere e documenti ai segretari. Non era stata preparata a trattare gli affari pubblici e conosceva poco il latino, ragione per cui nel poco tempo libero l'aveva studiato fino a padroneggiarlo. 

Tali benemerenze, importanti come erano per Isabella, erano passate inosservate alla maggioranza dei sudditi, i quali laa conoscevano molto di più come la guerriera vincitrice dei Mori. Fin dal Medioevo i regni cristiani della Spagna avevano trovato un tratto distintivo nell'opposizione al dominio moresco della penisola strappando ai nemici un territorio dopo l'altro, tanto che all'epoca di Isabella solo Granada era ancora in loro mani. Un decennio di assedi e di assalti sotto lo stendardo della sovrana, interrotti solo quando Isabella si era concessa una pausa per partorire sua figlia Caterina, si era concluso nel 1492 con la caduta di Granada. Sposandosi tra loro, <<i re cattolici>>, come venivano chiamati Ferdinando e Isabella, avevano unifcato la Spagna e ne avevano fatto un regno prfondamente legato alla fede di Roma. 

Più avanti negli anni, Isabella era passata dalla veste di eroina trionfante a quella di malinconica reclusa. Era divenuta pigra e cupa, e le lacrime di pietà religiosa non si distinguevano da quelle piante per le infedeltà di Ferdinando. Sul ruvido abito di suora laica del Terz'Ordine francescano indossava soltanto mantelli neri. 

Il nonno paterno di Maria, Enrico VII non aveva mai parlato di Ferdinando e Isabella senza toccarsi il cappello in segno di rispetto. In seguito dopo il matrimonio tra Caterina e Arturo, era stato solito vantarsi che lui e la moglie erano diventati <<fratello e sorella>> dei grandi sovrani spagnoli e in presena del loro ambasciatore aveva solennemente giurato, la mano sul cuore, che se avesse udito un suo suddito parlare contro i re cattolici <<nel suo intimo non lo avrebbe mai più stimato>>.

Quando aveva conquistato il trono inglese, nel 1485, Enrico era di fatto un fuori legge marchiato da un bando di proscrizione che lo aveva privato dei diritti civili, dei titoli e dei beni. Per via di madre avrebbe potuto vantare diritti sulla corona, ma non aveva né denari né sostenitori. Il bando lo aveva spinto a cercare asilo nel continente dove a ventotto anni aveva infine radunato un piccolo esercito con cui, attraversata la Manica, aveva affrontato e sconfitto a Bosworth il sovrano regnante, Riccardo III. Ovviamente la vittoria e la successiva incoronazione avevano annullato l'infamante condanna, ma per quanto il Parlamento avesse subito dichiarato traditori tutti quelli che si erano schierati contro Enrico a Bosworth, la sua corona era apparsa precaria. Per consolidarla era indispensabile superare non solo la gravve minaccia rappresentata da Parkin Warebeck, che aveva in modo convincente propinato a molti monarchi europei la frottola di essere il minore dei due figli di Edoardo IV morti assassinati, ma anche il bizzarro pericolo costituito dal pretendente irlandese Lambert Simnel, autoproclamatosi Edoardo VI. Era indispensabile, inoltre, sopravvivere a intrighi d'ogni sorta, quale quello ordito da creduli cospiratori qui un astrologo romano aveva fornito un unguento che, spalmato sulle pareti di un corridoio del palazzo avrebbe dovuto provocare l'assassinio del re <<per mano di coloro che più l'amavano>>.

La moglie di Enrico VII Elisabetta di York, aveva vissuto la vita ritirata di una regina medievvale, partorendo figli a intervalli regolari e aggiungendo all'autorità del marito il prestigio del casato York (in quanto figlia di Edoardo IV). Alla splendida cerimonia della sua incoronazione era arrivata su una portantina di tessuto d'oro, con una lussuosa veste e una corona ingioiellata sui <<bei capelli biondi che le scendevano ben oltre la schiena>>; ma in seguito, avendo scelto quale proprio motto le parole <<umile e riverente>>, si era chiusa in una sorta di crepuscolo fatto di attese di parto e di stanze dei bambini. 

Della prole di Enrico e di Elisabetta il più robusto e il più turbolennto era sempre stato il secondo, chiamato nell'infanzia principe Hal. Un bel bambino dalla faccia rotonda, e la carnagione rosa, principe Hal era stato grtificato di altisonanti titoli priima ancor che compisse un anno - Governatore dei Cinque Ports, Connestabile del castello di Dover - e a tre anni era stato sia creato cavaliere dell'Ordine del Bagno sia ammesso all'ordine della Giarrettiera. A quattro anni il piccolo era già stato in grado di cavalcare da solo, e con perizia, nel corteo ufficiale diretto all'abbazia di Westminster, dove sarebbe stato nominato duca di York, un titolo che il padre aveva deciso di attribuirgli subito per contrastare Perkin Warbeck, il quale avanzava pretese sullo stesso titolo e stava prepafrando un'invasione in Inghilterra dal continente. Erasmo, che incontrò il futuro Enrico VIII quando questi aveva otto anni, aveva dichiarato che il principe possedeva in misura reale doti di dignità e ccortesia e che prevedeva per lui un ottimo futuro, come maschio secondogenito, enrico era stato esentato dagli obblighi e dagli impegni di un erede al trono, ma a dieci anni e mezzo la morte del fratello lo aveva innalzato improvvisamente al rango di prncipe di Galles. Da allora in avanti egli aveva iniziato a imparare le arti cavalleresche e ad acquisire la popolarità di un futuro sovrano. A sedici anni il principe Hal era più alto del padre con <<gambe e braccia gigantesche>>. L'ambasciatore spagnolo aveva sostenuto che non esisteva <<in tutto il mondo giovane più bello del principe di Galles>>, e un altro osservatore si era spinto ancora oltre: <<Se si dovessero mettere in fila i nomi di tutti i principi definiti belli, quello di Enrico starebbe al primo posto>>. Coloro che avevano amato Enrico VII ora ne adorvano il figlio. Le ballate popolari del tempo sul principe Hal raccontano che al ragazzo piaceva indossare panni rozzi per mescolarsi alla gente comune e tuttavia veniva invariabilmente scoperto, riconosciuto e ricondotto in trionfo al palazzo, circondato da fedeli sudditi esultanti. 

Le sorelle di Enrico VIII, le zie di Maria, non sarebbero potute essere più diverse. Margherita di due anni maggiore di Enrico, er aun'energica e sveglia adolsecente di quattoridici anni quando il padre l'aveva data in sposa a Guglielmo IV di Scozia, allora ventottenne e uomo dalle numerose e facili avventuure femminili (mentre si stavano trattando le nozze con la principessa Tudor, la sua bella amnte lady Margaret Drummond era morta in circostanze inspiegate). Margherita aveva sopportato quel matrimonio non voluto, ma non senza lamentarsene: afflitta dalla nostalgia e umiliata dal marito, aveva inviato pietose lettere al padre. La morte di Giacomo IV a Flodden l'aveva liberata da un'infelice unione, ma un secondo matrimonio con il conte di Angus aveva portato a un altro conflitto e infine a una guerra civile. Ormai era diventata una gorssa matrona dai tratti appesantiti, ma era una donna di mondo, autunoma e autorevole. 

Se Margherita era stata poco felice e poco fortunata nella vita domestica, probabilmente la sorella più giovane Maria, era stata la principessa più invidiata della sua generazione. I ritratti esistenti confermano l'unanime opinione dei contemporanei circa la sua straordinaria bellezza. La fronte alta e liscia, i lineamenti delicati erano messi in risalto da una carnagione così chiara che rasentava il pallore. A differenza di Enrico, Maria aveva gli occhi e i capelli scuri, e un'espressione di dolcezza e docilità. Era comunemente dotata di una forte volontà, e la consapevolezza di essere fra le più ambite nobildonne europee le aveva dato fiducia in sé. Aveva acconsentito a sposare l'anziano re francese Luigi XII (dopo la rottura di un precedente fidanzamento con Carlo di Castiglia, il futuro Carlo V), ma in cambio aveva negoziato la libertà di scegliersi da sola il marito successivo. Tuttti sapevano che la sua scelta sarebbe caduta su Charles Brandon, amico intimo di Enrico, e ala morte di Luigi, avvenuta poco dopo il matrimonio, era stato proprio Brandon a venire inviato in Francia per consolare la giovanissima vedova; i due senza perdere tempo, si sono sposati segretamente mentre si trovavano ancora lì. Enrico era andato su tutte le furie, ma amava troppo la sorella e l'amico per proibire loro di tornare a corte. La sua vendetta era consistita nell'appropriarsi dell'argenteria e dei gioielli di Maria e nel costringerla a ripagargli le spese del costoso matrimonio con Luigi. 

Gli antenati inglesi e spagnoli della principessina Maria erano uomini e donne ricchi di iniziativa, combattivi, coraggiosi, indipendenti. Anch'ella avebbe avuto tali doti se, per quanto allevata come una principessa inglese, le fu parimenti insegnato a onorare e rivendicare con orgoglio il suo sangue spagnolo. In fin dei conti, a prendersi cura di lei fu a lungo la madre che non parlò mai fluentemente l'inglese e che per tutta la vita, continuò a pregare in spagolo. Come personalità e come spirito Maria avrebbe somigliato sopratutto alla nonna materna, Isabella; ne avrebbe ereditato la tenacia, il coraggio, il gusto per le lunghe ore di lavoro, la tendenza alla malinconia. E ne avrebbe condiviso anche il desiderio di purificare la fede e raddrizzare la situazione religiosa del proprio paese, ma in circostanze così diverse da quelle della Spagna quattrocentesca da non consentire un confronto. 

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lunedì 24 luglio 2017

Maria la sanguinaria

Maria la sanguinaria 

Nel febbraio 1511 uno stuolo di servi affollava il recinto del palazzo di Enrico VIII a Westminster, affrettandosi a sistemare il terreno, a trasportare armature e finimenti, a decorare con arazzi e drappi intessuti di filo d'oro le pareti del padiglione in legno eretto per gli spettatori. Era stata indetta una giostra solenne per festeggiare la recente nascita dell'erede di Enrico VIII il principino Enrico, duca di Richmond e di Somerset, grande speranza della dinastia Tudor. 


Caterina d'Aragona


Caterina d'Aragona la figura grassoccia celata da un vestito scuro con le maniche nere e dorate. Alla gola appeso a una cattena, la regina portava il suo emblema, il melograno di Spagna, e alberi di melograno erano stati dipinti sugli arredi del padiglione. Circondata dalle dame in abiti sontuosi dai nobili e dai funzionari della corte; tutti in velluto e con le pesanti catene d'oro che ne indicavano il rango, Caterina fu al centro dell'attenzione, via via che una folla di londinesi si assiepva sulle panche per assistere allo spettacolo. 

Fu visto avanzare lentamente un enorme carro largo quasi quanto il recinto e tanto alto da sovrastare il padiglione una sorta di vasto palcoscenico montato su ruote e fornito di scenario, arredi e attori. Sul fondale, drappi di damasco verde, sete e satin colorati creavano l'immagine di una foresta, con colline ricoperte di erba, rocce, alberi e una variegata quantità di fiori. In primo piano, tra gli alberi, si notavano i guardaboschi con il costume di tessuto di Lincoln e armati di lance di legno, mentre al centro si erge un castello dorato. Dinanzi al cancello dell'edificio, tra felci di seta era seduto un gentiluomo assai ben vestito, che stava intrecciando una ghirlanda di rose per il principino appena nato. L'elaborato scenario appariva trainato da due grossi animali selvatici - un leone di damasco dorato e un'antilope di damasco argentato, con corona e denti d'oro - cavalcati da due belle donne. 

La foresta si fermò, i guardaboschi diedero fiato ai corni e da quattro varchi nelle finte colline ucirono quattro <<Cavalieri della foresta>>, che subito dal palco balzarono a terra con i cavalli, ognuno nascosto dall'armatura con in capo un elmo piumato e in mano una lancia. Per quanto le visiere celassero le facce, i presenti capirono immediatamente dall'altezza che uno dei quattro cavalieri era il re in persona, un bel ragazzo di diciannove anni. Sulle gualdrappe dei cavalli erano ricamati i nomi cavallereschi scelti dai quattro difensori del castello: Cuore leale, Valente coraggio, Impavido valore, Felice pensiero.

Enrico non trionfò sugli avversari solo perché era il re, come ci si aspetterebbe, ma perché li superava veramente tutti in altezza, forza e valore. Secondo i paarametri cinquecenteschi, il sovrano era un uomo molto alto: una sua armatura da combattimento conservata nella Torre di Londra può essere indossata da un uomo di circa 1.85 m e la taglia di una sua armatura da torneo fa pensare che potesse essere stato aancora più alto. Al pari di Riccardo cuor di Leone e del nonno materno Edoardo IV, Enrico torreggiava sui cortigiani e sugli uomini della scorta e quando camminava tra la folla lo si distingueva con facilità. Oltre a essere alto, era di corporatura possente con ampie spalle, braccia e gambe muscolose e senza l'ombra di quella ripugnante pinguedine che lo avrebbe angustiato verso la fine della sua vita.  


Enrico VIII


L'abilità nella giostra, un esercizio in cui si allenava regolarmente due giorni alla settimana, richiedeva sia precisione di mira che ferrea resistenza ai ripetuti copli alla testa e al torace. Per vincere un torneo era necessario non solo rompere il maggior numero possibile di lance, ma romperle sugli elmi piuttosto che sulle selle o sulle corazze degli avversari; e comportava un'immediata squalifica colpire il terreno o la barriera più di due volte, colpire il cavallo invece che il cavaliere, perdere due volte l'elmo oppure - impensabile disonore! - colpire un cavaliere che fosse disarmato o di spalle. 



Il re fu applaudito e acclamato ancora una volta mentre cavalcava fuori dal recinto, sempre sotto le spoglie dii Cuore leale. Il tronfo rafforzò di nuovo il legame che univa gli spettatori al giovane eroe con un sentimento più forte della lealtà verso un sovrano e non molto diverso dalla gratitudine verso un salvatore. 

Il giorno successivo i combaattimenti furono preceduti da un corteo di cavalieri culminato nel solenne ingresso di Enrico, non mascherato ma in veste di ssovrano, distinto e protetto dal baldacchino reale. La regina e le dame d'onore già al loro posto, i trombettieri avevano convocato i giostranti ed era arrivato allora un folto stuolo di gentiluomini che in fila indiana aveva percorso su e giù la lizza, saggiando i cavalli e sfoggiando armi ed emblemi. Subito dopo avanzati i pari del regno investi ruggine e oro, alcuni appartenenti agli ordini cavallereschi con abiti dello stesso colore e un gruppo più folto di gentiluomini e di piccoli proprietari a piedi, i primi in abiti di seta, i secondi in vesti di damasco, calze rosse e cappelli gialli. Questi ultiimi circondavano il re e sostenevano il suo baldacchino: questo era di velluto rosso e panno d'oro, ornato da una fitta frangia di fili d'oro e sovrastato da una corona imperiale, tutto coperto di ricami, tra cui spiccava ripetutamente il monogramma di Caterina, la lettera K di Katherine. Enrico indossava un'armatura splendente e cavalcava un impettito destriero, con una bardatura in oro e un corno attaccato alla fronte, come fosse un unicorno. 

Il premio vinto al torneo in onore del principino fu solo il coronamento del maggior trionfo già ottenuto: la nascita dell'atteso erede. Nessun regno era sicuro, nessuna lealtà di popolo garantita finché chi occupava il trono non avesse avuto un figlio maschio destinato a succedergli; ora che l'erede era nato, Enrico poteva finalmente rilassarsi e congratularsi con se stesso almeno per un poco; poteva addirittura permettersi di guardare con fiducia al futuro. A suo tempo il principino sarebbe divenuto re con il nome di Enricco IX, il terzo della casa Tudor e il nono di una dinastia di principi che risaliva a cinque secoli addietro: Enrico I, figlio di Guglielmo il Conquistatore; Enrico III patrono della cultura e costruttore di cattedrali; Enrico IV avventuriero e fondatore del malaugurato ramo Lancaster; Enrico V, l'amato principe Hal, il leggendario vincitore di Angicourt; Enrico VI, il cui lungo regno si era chiuso con la follia e con il caos della Guerra delle due Rose, Enrico VII che aveva posto fine a quella guerra con la vittoria di Bosworth; e infine l'esuberante Enrico VIII, un giovanotto che, a parte quella di esperto giostratore, doveva ancora conquistarsi l'ambita fama di abile soldato, diplomatico e sovrano. 

Dietro il sovrano entrarono in campo i tre cavalieri del giorno prima, ciascuno accompagnato da cinquanta attendenti a piedi e al riparo di un baldacchino color cremisi e porpora, sormontato da una grande K dorata. E infine, per ricordare a tutti il principino assente, il bimbo la cui nascita si festeggiava con le giostre, apparvero dodici <<paggetti d'onore>>, vestiti in fogge diverse e seduti su grandi cavalli da guerra. 

Mentre il pubblico guardava verso il lato opposto della lizza per vedere l'ingresso della squadra avversaria, capeggiata da Charles Brandon, duca di Suffolck, il migliore aamico del re, il vocìo della folla tacque di colpo. Invece del corteo di gentiluomini in assetto da giostra e annunciato da squilli di fanfara, si vide infatti avanzare in silenzio una figura solitaria che si diresse verso il padiglione in cui sedeva Caterina, un uomo non abbigliato da cavaliere, ma avvolto nel saio scuro indossato dai monaci o dai reclusi. Fermato il cavallo dinnani alla regina, l'uomo le chiese il permesso di giostrare in sua presenza, aggiungendo che se glielo avesse accordato avrebbe iniziato subito, altrimenti sarebbe andato via senza dire altro. 

Il monaco altri non era che il vigoroso Brandon e gli spettatori l'osservarono ammiraati indossare la corazza e l'elmo e impugnare la lancia. Bardato e addobbato il cavallo, Brandon si avviò verso il posto assegnatogli: al suo seguito si mosse un piccolo carro che trasportava una torretta, da cui Henry Guilford, il principaale difensore della giornata, vestito di marrone e argento. Anch'egli e i suoi attendenti in livrea chiesero a Caterina il permesso di giostrare, così come fecero il marchese di Dorset e Thomas Boleyn, conte di Wiltshire, apparsi nelle vesti di pellegrini di ritorno dal santuario spagnolo di San Giacomo di Compostela, i bastoni e le conchiglie d'oro, simbolo del santuario, quali loro unici ornamenti. 

Non appena i difensori furono al loro posto, la giostra cominciò e, alla fine, il re e i suoi tre compagni avevano di nuovo sconfitto gli avversari. Perché ruppe il maggior numero di lance, o forse perché compì la rara impresa di buttare a terra, cavaliere e cavallo, come si sa che egli fece durante un'altra giostra nel 1515, Enrico ottiene il primo premio in virtù del <<valoroso comportamento>>.

Enrico non era ancora sceso in campo, nella poliica europea, anche se il suocero Ferdinando d'Aragona, lo stava spronando a scagliare la fora del denaro e delle armi inglesi contro il predominio della Francia. Anche in Italia il papa, il bellicoso Giulio II, era in cerca dell'appoggio di Enrico nella guerra che combaatteva contro i francesi. 

Con l'imperatore Massimiliano d'Asburgo, personaggio di scarso acume e impoverito, ridicolizzato in Europa cmoe <<l'uomo da quattro soldi>>, Enrico aveva avuto poco a che fare, mentre l'anziano re francese Luigi XII non vedeva nell'inesperto e giovane monarca inglese, una grave minaccia ai propru ambuziosi disegni. All'inizio del 1511 il canpo di battaglia delle potenze europee era l'Italia, dove un'intera generazione di eserciti francesi e spagnoli si era contesa e spoglie delle Signorie rinascimentali. La Francia aveva trionfato, per il momento ma l'altro grande signore della penisola, il pontefice, era determinato a ricacciarla fuori dai suoi confini. 

La nascita dell'erede offriva ora a Enrico un ulteriore mezzo di scambio: i suoi rappresentanti avrebbero cominciato subito a negoziare il fidanzamento del principino. Il credito diplomatico attendibile in virtù di un'alleanza matrimoniale con la Francia il Portogallo o gli Asburgo d'Austria era una prospettiva allettantte e per nulla illusoria. Il neonato sarebbe di certo divenuto un fanciullo promettente e bello, erede di un solido trono; tali qualità, aggiunte ai ricchi forzieri di Enrico, avrebbero assicurato uno splendiido matrimonio. I legati inglesi stavano già diffondendo molte notizie sull'elaborato e fastoso battesimo del piccolo, nonché sull'organizzazione della sua corte personale e del suo Consiglio di Stato.

Caterina d'Aragona era giunta in Inghilterra dieci anni prima, quando Enrico era appena un fanciullo, per sposarne il fratello maggiore, Arturo. L'unione dell'erede Tudor con la figlia minore di Ferdinando e Isabella di Spagna, aveva aumentato il prestigio inglese all'estero, ma solo temporaneamente. Caterina non era rimasta incinta - in seguito, ella avrebbe giurato sulla mancata consumazione, del primo matrimonio - e si era ritrovata vedova a sedici anni dopo la morte del principe di Galles, ammalatosi di tubercolosi. Trattenuta nell'isola quasi, come in ostaggio finché il padre non ebbe pagato l'ultima rata della sua dote, un impegno che Ferdinando era apparso poco incline a rispettare, Caterina aveva trascorso gli otto anni successivi nell'incertezza del presente e del futuro. A parte il titolo di principessa vedova, non avevaa ottenuto altro in tutto il periodo vissuto in Inghiltterra: non aveva denaro, non aveva amici al di fuori del piccolo seguito di servitori spagnoli e rappresentava un'ovvia seccatura per il suocero Enrico VII quanto per il padre Ferdinando. 

Angustiata dall'isolamento Caterina si era rivolta a Dio. All'età di vent'anni aveva decciso di rinunciare al mondo e di sottomettersi alle dure regole di una vita ascetica. A corte qualcuno si era tanto preoccupato dei danni che avrebbero potuto arrecarle gli incessanti digiuni e preghiere da osare scrivere al papa in proposito. Giulio II aveva risposto ordinando alla principessa un regime meno drastico, ovvertendola esplicitamente che le eccessive penitenze minacciavano di compromettere la sua capacità di concepire e partorire dei figli. 

Divenuto re alla morte del padre, nel 1509, dopo aver chiesto e ottenuto la dispensa papale necessaria a legittimare agli occhi della Chiesa la sua unione con la vedova del fratello, Enrico aveva subito sposato la cognata, allettato dagli stessi vantaggi diplomatici che avevano suggerito il matrimonio di Arturo. Con enorme solliievo dello sposo, le dame addette alla camera da letto della regina avevano annunciato che ella era incinta a poca distanza dal matrimonio, celebrato in giugno ma alla fine del gennaio successivo si era avuto un parto prematuro, una bambina nata morta. Nessuno, eccetto il re, due dame spagnole, il medico e il cancelliere di Caterina era stato informato della disgrazia; anzi, Enrico aveva finito che la gravidanza proseguisse, ordinando sontuosi arredi per la nursery e le stanze in cui la regina si sarebbe ritirata a marzo. Caterina che avrebbe voluto nascondere la verità all'infinto aveva affrontato la consueta cerimonia pubblica del ritiro nell'appartamento in cui avrebbe avuto luogo il parto, pur sapendo di non poter protrarre molto oltre l'inganno. Nel trasparente tentativo di salvare la faccia, tramite il suo confessore, si fece circolare la notizia che la regina era rimasta incinta di due gemelli uno solo dei quali era prematuramente nato morto e che ella si era ora ritirata in attesa della nascita del secondo. Ma intanto, tramite informatori, all'ambasciaatore spagnolo era giunta notizia che la regina aveva cominciato ad avere di nuovo le mestruazioni almeno per il momento, e da febbraio alla fine di maggio, tra la confusione generale, si erano susseguite l'una dopo l'altra voci di rigonfiamenti e sgonfiamenti addominali, di scomparsa e ricomparsa di mestrui. Enrico era dispiaciuto e infastidito i consigliei privati furiosi, tutti comunque, ebbero il buon gusto di biasimare per <<l'errore>> non Caterina, bensì le sue dame.

Ad aumentare le ansie della regina si era agggiunta anche la prima documentata infedeltà di Enrico. La donna, sorella del duca scoperto la tresca e raccontato sia al fratello che al cognato tutto ciò che sapeva. Ne era seguita una scenata tra Buckingham e il sovrano con il risultato che il duca mortalmente offeso, aveva abbandonato il palazzo e l'adultera era stata rinchiusa in un convento, segregata da tutti. Enrico aveva quindi sfogato la propria rabbia sulla sorella pettegola, bandendola per sempre dalla corte, fatto che aveva irritato ulteriormente Caterina, molto aamica della donna, e provocato un aspro litigio nella coppia reale. 

Pur tra tanti dispiaceri domestici, quel che Caterina aveva temuto di più era stata la disapprovazione del padre, sicché soltanto verso la fine di maggio aveva trovato la forza d'informarlo della bimba nata morta. Non gli aveva scritto prima, aveva spiegato, perché la nascita di un feto morto <<qui è ritenuta di malaugurio>>, pregandolo di non essere in collera con lei e di vedere la sua sventura <<come una manifestazione della voolontà di Dio>>; e si era premurata di aggiungere la buona notizia di ritenersi nuovamente incinta. 

La gravidanza era giunta a termine senza inconvenientie il parto era stato normale. I dubbi circa la capacità di procreazione della regina erano stati fugati. Il giorno di Capodanno, quaando per tradizione a corte si scambiavano doni preziosi, Caterina aveva offerto a Enrico il dono più prezioso di tutti: un figlio maschio. 

Era stato preparato un lauto banchetto e tutti gli ambasciatori stranieri, insieme ai nobili, cenarono con i sovrani. Dopo che i tavoli furono portati via, i commensali si radunarono di nuovo nella grande sala per assistere a uno spettacolo. Banchi e gradinate di legno ospittavano numerose persone provenienti dall'esterno del palazzo. I cantori della cappella di Enrico, le cui voci vari testimoni definivano angeliche, si esibirono in un interludio e in parecchie nuove melodie composte per l'occasione. Terminati i canti Enrico chiamò a sé O'Donnell, un Lord irlandese; fece poi segno ai menestrelli di cominciare a suonare e si aprirono le danze. 

Nella danza, come nella giostra, di solito Enrico era il migliore di tutti, specie nei rapidi balzi, nelle giravolte e nei passi doppi del salterello. Al cuulmine della festa il re trovò modo di sgattaiolare via inosservato; solo Caterina e pochi altri si accorsero della sua scomparsa. Era uno dei suoi scherzi preferiti quello di abbandonare gli ospiti senza farsi notare, per poi tornare in incognito a capo di un gruppo di giocolieri o dei musici, o quale protagonista di uno spettacolo. 

Verso la fine della sua prima gravidanza Enrico e alcuni cortigiani avevano fatto irruzione nella stanza da letto dellaa regina di mattina presto, travestiti come la banda di Robin Hood e con i volti nascosti da cappucci di ruvido panno. La regina ne era rimasta scossa e imbarazzata: a nessuno era consentito di entrare nelle sue stanze private senza farsi preannunciare. Le dame che la stavano vestendo e pettinando si erano spaventate, i banditi infatti erano armati di lunghe spade, archi e frecce, ma si erano tranquillizzate quando Caterina, ritrovando l'abituale compostezza, aveva assecondato lo scherzo e aveva permesso che, su loro invito, le sue dame danzassero con gli intrusi. 

Pochi minuti dopo laa scompaarsa di Enrico dalla sala da ballo, la musica cessò e i trombettieri annunciarono l'arrivo di un altro palco su ruote, che avanzò con lentezza nella sala, la parte anteriore visibile, la parte posteriore celata da un largo sipario. Un gentiluomo riccamente vestito mosse qualche passo avanti nel finto giardino per spiegare il tema dello spettacolo. Egli si trovava, raccontò, in un giardino delle delizie e sotto un pergolato d'oro erano in attesa uomini e donne che, con il consenso della regina, desideravano intrattenere lei e le sue dame. Caterina rispose che era ansiosa, come tutti i presenti, di vedere all'opera gli attori. 

Nel giardino delle delizie cespugli di biancospino, rose selvatiche e viti fiorite svettavano su un folto tappeto di fiori. Tutta la scena, fatta di damasco seta e satin verde, era chiusa da pilastri coperti da tessuto dorato. Sotto l'aureo pergolato stavano sei donne con vesti verdi e d'argento arricchite da una rete di due lettere d'oro intrecciate, K e H (Henry). Gli abiti e le acconciature delle donne, così come i fastosi corsetti dei loro sei compagni, rilucevano di lustrini, mentre sui cappelli, le calse e le cappe di satin porpora degli uomini erano ricamati in oro sia i loro monogrammi sia i loro nomi: Cuore leale (il re), Impavido valore, Buona speranza, Valente coraggio, Santa fede, Amor leale. 

Alcuni menestrelli in adeguati costumi iniziarono a suonare e le sei coppie volteggiarno in intricati passi che avevano provato per settimane. Tuttavia mentre la danza era ancora in corso, all'improvviso decine di persone, staccandosi dalla folla seduta sulle gradinate di legno, corsero verso il palco per portarsi via gli ornamenti d'oro e d'argento (Alla fine della giostra, il giorno precedente, il palco con la foresta era stato trasferito nella grande sala, dove le stesse guardie del re e i gentiluomini di corte l'avevano fatto a pezzim afferrando ogni pezzo possibile di quei bei tessuti e ognuno di quegli alberi e cespugli modellati con tanta cura. Due degli uomini messi a custodia del carro si erano ritrovati con la testa rotta e gli altri erano stati allontanati di forza. A parte il nudo legno, aveva scritto il Maestro delle feste, non era rimasta una sola cosa che il re potesse ancora usare). Il Lord cerimoniere e o funzionari responsabili della sala si lanciarono verso gli scalmanati chiamando a gran voce le guardie, ma nel timore che scoppiasse una rissa se avessero tentato di usare la violenza, le guardie rimasero ferme mentre il giardino delle delizie veniva completamente divelto dalle assi.  

Enrico, invitò le nobildonne e gli ambasciatori a prendere dal suo costume le lettere d'oro e conservarle come suo ricordo. Nel sentire ciò scrisse un cronista, subito <<la gente comune corse verso il re e strappò le calze e il farsetto a lui e a tutti i suoi compagni>>. Uno dei ballerini, Thomas Knevet, tentò di sffuggire ai saccheggiatori saltando su un'impalcatura, ma quelli gli tennero dietro e anche lui <<perese il costume>>. Solo quando la folla cominciò a spogliare le attrici, Enrico chiamò le guardie reali. 

Ormai al sicuro in camera sua, al piano superiore, Enrico ordinò una cena di mezzanotte per tutti i sopravvissuti al tumulto. Più divertito che adirato per l'accaduto, il sovrano <<trasformò l'imprevisto sccheggio, in un allegro gioco>> e ssuggerì agli amici di considerare i preziosi oggetti persi come un'elargizione volontaria, distribuita agli spettatori in segno d'onore. 

I londinesi e i cortigiani avrebbero ricordato a lungo la solenne giiostra del febbraio 1511 e il re campione del torneo, eccelso ballerino, ottimo aattore e alla fine vittima inerme della folla che pure lo adorava. Ma l'oggetto dei festeggiamenti, il principino appena nato l'avrebbero tutti dimenticato ben presto. Nonostante le cure delle balie e le calde culle del palazzo Richmond, il piccolo cresceva malaticcio e morì otto giorni dopo la fine del torneo. 
Caterina, chhe era stata lontana dal figlio per settimane era inconsolabile. L'adorato bambino era morto, e con lui l'avverato sogno di maternità. Enrico atterrito e sconvolto dal dolore, piangeva, imprecava, sbraitava con i servi. I grandiosi progetti per il futuro suo e dell'erede erano svaniti di colpo. Per qualche tempo consolò la moglie, poi scappò via per smaltire le sue frustrazioni nei tornei. 

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