Visualizzazione post con etichetta Madame Du Barry. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Madame Du Barry. Mostra tutti i post

sabato 20 gennaio 2018

Maria Antonietta cap. VIII

Maria Antonietta Cap VIII


Luigi XV




Luigi XV stava rapidamente invecchiando. Le sue condizioni di salute peggioravano e la sua andatura era diventata quella di un vegliardo. La vista gli si stava deteriorando, anche se le sue labbra si curvavano aancora all'insù in una smorfia cadaverica quando vedeva Madame Du Barry. Si ripeteva continuamente e la sua vacuità si stava rapidamente trasformando in demenza senile. <<Per numero d'anni il re non è proprio vecchio>>, scrisse un osservatore nel 1773, <<ma di fatto lo è, e molto, in conseguenza della vita che ha condotto.>> Luigi XV moriva di dissipatezza e i cortigiani, visto che stava morendo, lo abbandonavano a schiere. 

Costantemente in compagnia del sovrano restava Madame Du Barry, incombendogli sopra la spalla quando era seduto, camminandogli accanto nelle sue sempre più lente passeggiate, pretendendo di leggere le sue lettere e generalmente rivendicando la precedenza su ogni altro membro della corte, tranne i componenti della famiglia reale. 

La Du Barry continuava a ricevere costosi regali dal re e dagli ambasciatori stranieri. (Il re Gustavo di Svezia le fece dono di un collare e di un guinzaglio d'oro per la sua cagnetta Dorine, una Blenheim spaniel; i due oggetti erano completamente incrostati di brillanti e rubini.). Eppure era impossibile negare l'evidenza: prima che passasse molto tempo il protettore della contessa se ne sarebbe andato da questo mondo, e allora le sue rendite - di gran lunga più di un milione e mezzo di franchi l'anno - sarebbero cessate.


Madame Du Barry

Un anno prima, nel 1772, Luigi XV aveva tentato di far avere a Madame Du Barry il divorzio, in modo da poterla sposare. In quel momentole fortune dell'amante del re erano all'apice, la generosità del sovrano era infinita e i lussi di cui la contessa poteva godere nel suo boudoir tutto tappezzato di broccato bianco erano senza limiti. Ma il tentativo di ottenere per lei il divorzio non aveva avuto esito e i cortigiani, che per un pò di tempo avevano cominciato a prendere in considerazione la sbalorditiva possibilità che Jeanne Bécu divenisse la regina di Francia, erano poi giunti a rendersi conto che fra poco l'amante del re sarebbe rimasta assolutamente priva di influenza. 

Nel marzo del 1772 la contessa dette una festa per inaugurare il padiglione che il re aveva fatto costruire per lei nei giardini di Versailles. Luigi XV non aveva certo risparmiato spese, l'edificio era sontuoso <<al limite dell'indecenza>>. Per farlo bene ammirare a tutti, Madame Du Barry aveva organizzato una festa spettacolare, con un centinaio di cantanti e ballerini, artifizi scenici dei migliori teatri di Parigi e un finale quanto mai animato in cui un enorme uovo doveva spaccarsi in due mettendo bene in vista un cupido armato di arco e frecce. Tutte le personalità più eminenti della corte erano state invitate, e fra esse non poche dame. Quando però tutto fu pronto, il padiglione era praticamente vuoto.
Era un chiaro segno che la potenza di Madame Du Barry stava declinando, e che invece stava acquistando forza la fazione del delfino. Un altro segno, altrettanto chiaro, era il numero sempre crescente delle canzoni e degli epigrammi che si scrivevano sulla contessa per mettere in ridicolo le sue origini e fare oggetto di satira le sue pretese. Erano finiti i tempi d'oro della <<passeggiatrice>>, implicavano le canzoni, il suo sole era al tramonto e le sue attrattive avevano perso smalto, non incantavano più nessuno.

Via via che Luigi XV peggiorava, e si avvicinava il giorno in cui sarebbero ascesi al trono Luigi e Antonietta, il potere gravitava dalla loro parte. Le trame che miravano ad affidare lo sceettro al conte di Provenza invece che a Luigi si erano acquietate, perché il conte, nonostante le vantate prodezze della prima notte nunziale, non aveva ancora generato un erede e mostrava nei confronti della moglie un'indifferenza che sfiorava il disgusto. Il conte di Provenza era stato anche ammalato, per un'affezione della pelle delle mani e per <<umori nel sangue>>, mentre il delfino diventava ogni giorno più alto, più robusto e più sano. 

Adelaide aveva riposto nel conte di Artois le sue speranze, si era assunta la supervisione della sua istruzione e stava cercando - senza tenere in alcun conto le litigiose obiezioni di Madame Du Barry - di avere una parte preponderante nella scelta della sua cassa civile. Era stato combinato il suo fidanzamento. Il conte d'Artois, doveva sposare Maria Teresa di Savoia, soella di Maria Giuseppina, moglie del conte di Provenza, e sebbene si ritenesse che Maria Teresa fosse ancor meno attraente della paonazza e paffuta sorella, si sperava che la coppia risultasse feconda. 


Maria Antonietta


Antonietta, stava mentalmente maturando, e aveva imparato a vedere le cose in modo distaccato. L'accorta guida di Mercy, le gentili sollecitazioni dell'abate Vermond, i rimproveri dell'imperatrice avevano avuto il loro effetto. Antonietta aveva imparato a trovare la sua strada attraverso il caos degli intrighi e delle tediose regole dell'etichetta, e si stava dotando di una propria identità. <<Quando per la prima volta misi piede in questo paese>>, disse un giorno a Mercy, <<ero troppo giovane e sconsiderata. Credevo a tutto ciò che mi veniva detto, ma ora...>> Non c'er bisogno che finisse la frase. La differenza era chiara. Aveva cominciato a prendere nelle sue mani la propria educazione.

La mattina, al risveglio, diceva le preghiere, poi prendeva lezione di musica o faceva esercizi di danza, quindi si dedicava per circa un'ora a qualla che definiva una <<lettura ragionevole>>. Veniva poi la toilette in pubblico, e successivamente una visita del re, con il quale Antonietta assisteva alla messa. Dopo il pranzo si dedicava per un'ora e mezzo alla <<ragionevole lettura>>, quindi usciva per fare una passeggiata o partecipare a una partita di caccia. Concludevano la giornata le conversazioni col marito e con altri familiari. <<Non so se riuscirò a rispettare esattamente questo programma>>, disse Antonietta, informando della sua decisione l'ambasciatore Mercy, <<ma intendo fare del mio meglio>>.

Antonietta avrebbe dovuto regnare per Luigi, guidare i suoi atti e le sue decisioni e così, in realtà, governare la Francia. L'ambasciatore, nella primavera del 1773, parlava spesso della delfina come di una statista <<che un giorno governerà questo regno>>. Antonietta riferì a Maria Teresa in una certa occasione, <<ha capacità mentali e di carattere così grndi che non può esserci il minimo dubbio che possiamo contare sui loro effetti>>. 

Il delfino lasciava scorrere le giornate indossando vecchi abiti, a meno che i suoi domestici insistessero per fargli addottare un abbigliamento più dignitoso, scrutando i cortigiani con i suoi occhi miopi e facendo del suo meglio per imparare a danzare. Solo nel suo appartamento, con le porte chiuse a chiave per evitare il pericolo di intrusioni, provava con grande impaccio i passi delle complicate danze di corte, <<sudando a giccioloni>>, mentre un solitario violinista strimpellava il motivo. Esausto per lo sforzo, il delfino raggiungeva quindi i fratelli per partecipare al loro gioco privato che consisteva nel tormentare i domestici del nonno; i giovani nipoti di Luigi XV si mettevano infatti a scorrazzare per le stanze e i corridoi <<con grande allegria>>, mettendo in pericolo l'equilbrio dei valletti che entravano e uscivano dall'appartamento reale carichi di vassio e di panieri. Quando questo divertimento finiva, il delfino se ne andava a caccia, oppure raggiungeva un cantiere e, tutto contento, si metteva a lavorare accanto ai muratori. 


Luigi XVI


Luigi scopriva di continuo qualcosa che aveva bisogno di riparazioni, faceva chiamare degli operai perché le facessero e si metteva a lavorare in loro compagnia. <<Lavora egli stesso con gli operai, contribuendo allo spostamento dei materiali, delle travi, delle lastre di pietra, e dedica ore intere a questo faticoso esercizio. A volte torna da queste imprese più stanco dei lavoratori che sono obbligati a compierle per vivere.>> L'avidità e lo zelo con cui il futuro sovrano si impegnava nei più umili lavori manuali erano imbrazzanti. Sempre impacciato e rigido quando si trovava a palazzo, diventava rilassato e in pace con se stesso nel fango e nel sudiciume del luogo di lavoro, perduto nel piacere dell'esercizio fisico e nella soddisfazione della pura e semplice fatica. 

Era difficile immaginare un futuro sovrano in questo personaggio disadattato. <<Il delfino da prova di certe virtù selvatiche>>, scrisse la contessa de la Marche, <<ma è privo di spirito, privo di conoscenze, privo di educazione, privo perfino di gusto>>. Il timore che il delfino nutriva nei confronti delle donne giocava a favore di Antonietta. Essa lo colmava di gentilezze, egli desiderava intensamente compiacerla e ciò lo rendeva malleabile. Stranamente Antonietta, con il suo carattere delicato e alieno alla critica, con il suo calore e la sua comprensione, era, verso il marito, più una madre che una moglie. A volte lo sgridava fino a farlo piangere (anche se le lacrime del delfino, a volte, inducevano a piangere anche lei, per simpatia), e faceva in modo che egli sentisse la pungente acidità della sua lingua. Quando Luigi si azzuffava con i fratelli, la delfina spesso interveniva per porre fine agli scontri. Vittima delle fulminee battute del conte di Provenza e dei tormentosi commenti del conte d'Artoism Luigi stava perennemente sulla difensiva quando era in compagnia dei fratelli; e spesso, passava fisicamente all'attacco, prendendoli a calci o a pugni; a volte si vendicava di loro distruggendo gli oggetti di loro proprietà. 

Antonietta era ormai abbastanza matura per rendersi conto di quanto le insufficienze di suo marito lo avrebbero intralciato nell'assolvimento dei suoi doveri regali. Grazie, in parte agli ammaestrament e ai consigli ricevuti da Mercy, sapeva che su di lei, come regina, erano riposte per il futuro molte speranze e molte attese; e che anzi, quando sarebbe ascesa al trono, si sarebbe trovata ancor più sotto l'assedio degli intriganti e degli ambiziosi, ancor più bersaglio delle fazioni, dei pettegolezzi e dei maneggioni indiscreti. Il suo senso del dovere la spingeva a inchinarsi dinanzi all'inevitabile; ma in lei stava acquistando influenza un altro istinto. 

Antonietta sentiva l'avvicinarsi di un fardello oneroso, anzi schiacciante, e si tirava indietro, forse perché sapeva che non sarebbe mai stata abbastanza forte per affrontare aapertamente quella prospettiva, forse perché era cresciuta all'ombra di una madre incredibilmente oberata dalle attività di governo, anche le più estenutanti, una madre la cui intera vita era stata un inno al dovere; e in parte, forse, per via del lato vacuo e frivolo del suo carattere, che la induceva a chiudere gli occhi dinanzi al dovere e a godersi la via giorno per giorno, senza pensare al futuro. 

Il re invecchiava rapidamente, e prima che morisse era necessario che il suo erede, con la sua consorte, si presentasse al popolo di Parigi nella tradizionale cerimonia della la Joyeuse Entrée. 
La mattina dell'8 giugno 1773 la gran folla che si era riversata nelle strette strade della capitale rendeva difficile il lavoro degli spazzini. La fanghiglia nerastra e solforosa che si era formata sui selciati e nelle cunette, puzzolente di rifiuti e di immondizie in decomposizione, doveva essere rimossa, caricata su carri e trasportata in campagna, ove non avrebbe potuto offendere l'odorato del futuro re e della futura regina. Ma i crocchi di spettatori intralciavano il lavoro, scostando a forza ggli spazzini con i loro carri e le loro pale, portando nuovo fango incrostato alle scarpe e insudiciando anche le grandi arterie e le stradine già ripulite, ove si accalcavano per manifestare il loro entusiasmo all'imminente passaggio del delfino e della delfina, il cui corteo avrebbe cominciato a sfilare partendo dalla Porte de la Conférence. Molti spettatori, anzi, si spinsero oltre questa porta in direzione di Versailles, sperando di incontrarsi con gli eredi al trono e il loro seguito mentre dal palazzo si dirigevano verso la città. 

Non c'erano mercati, ma era autorizzato il passaggio per le strade di greggi di pecore e mandrie di buoi e vacche, non si vendevano partite di grano e altri cereali; perfino i venditori ambulanti erano stati allontanati a forza dall'itinerario che il corteo doveva percorrere. E tuttavia facevano buoni affari le donne che vendevano, a due soldi la tazza, caffè e latte fumante, versandolo dalle loro brocche di stagno. Le suore dell'ospedale dei trovatelli portarono nell'interno la dozzina di neonati abbandonati davanti al portale la notte precedente, e altri ne presero in consegna dalla gendarmeria; non stava bene che si udisse il pianto dei bambini durante le celebrazioni di quel giorno, anche quello flebile dei bambini appena nati. Per lo stesso motivo furono cacciati via o rinchiusi in carcere le migliaia di mendicanti che costituivano uno degli spettacoli più brutti di Parigi: non si poteva tollerare che i reali fossero rattristati dalla vista delle loro membra piagate e deformi. 

Quella che faceva ressa lungo l'itinerario del corteo era una folla rumorosa: i parigini erano notoriamente loquaci e abituati a urlare a pieni polmoni. Ed era anche una folla eterogenea: borghesi benestanti con indosso i loro abiti migliori, panciotti di velluto e camicie con polsini merlettati; mercanti con vestiti di taglio e fattura molto semplici, in genere grandi giacche e brache attillate; qua e là, un gentiluomo con le scarpe a fibbia, calze di seta e parrucca adorna di nastrini, che si trascinava dietro la spada penzolante. C'erano viani e droghieri, conciatori di pelli e dentisti, banchieri e avvocati, molto più numerosi erano tuttavia i lavoratori saltuari, apprendisti lasciati liberi dai maestri artigiani per la giornata, portatori d''acqua e facchini, barcaioli e contadini dei villaggi più vicini alla capitale, che avevano camminato tutta la notte per riuscire a vedere lo spattacolo della Joyeuse Entrée. 

Parigi nascondeva una moltitudine di peccati e delitti; lungo tutto il perimetro meridionale della città si viveva in costante apprensione perché era nella vicina Bicetre che venivano concentrati i detenuti provenienti da molte città del nord della Francia, in attesa della deportazione oltremare. Da Bicetre gli ergastolani venivano trasportati a Brest, Rochefort e Tolone, ove erano i porti d'imbarco e facevano perdere le loro tracce nei vicoli bui e tortuosi della capitale, dai quali partivano poi per nuove imprese criminose, terrorizzando i cittadini onesti. 

Dappertutto c'erano informatori della gendarmeria, che per individuare gli evasi tenevano d'occhio i ponti sulla Senna, si mescolavano con gli avventori delle taverne e con la gente che faceva la fila ai posti di blocco daziari, origliavano per intercettare conversazioni sospette che potevano condurli alle loro prede. Quel giorno gli informatori erano particolarmente vigili perché i borsaioli e i tagliaborse amavano la folla, e le rapine, com'era inevitabile, aumentavano di numero nei giorni di festa. 

Dinanzi alla Porte de la Conférence si fermarono dieci carri, occupati da soldati e da funzionari con i loro seguiti; il maggiore e più vistoso dei carri aveva a bordo l'attempato maresciallo de Brissac, governatore di Parigi, il comandante della gendarmeria, Michodière, e il responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico, Sartine. Si formarono squadre di guardie cittadine a cavallo e a piedi, pronte a far da scorta al delfino e alla delfina. 

Alle undici e mezzo venne avvistata la prima delle carrozze del corteo e fu dato un segnale ai trombettieri, che fecero squillare i loro strumenti. Quasi nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò una salva di saluto seguita da quelle dell'Hotel de Ville e della Bastiglia. Nel sereno cielo primaverile si levòuna nube di spesso fumo nero, che prese a estendersi sulla città via via che le lontane salve si ripetevano. La folla cominciò ad applaudire e molti spettatori si precipitarono in avanti, ma la gendarmeria intervenne e li ricacciò indietro. Infine le quattro carrozze sulle quali erano il delfino e la delfina col loro seguito passarono rumorosamente sotto la porta e si fermarono, il maresciallo de Brissac aavanzò di qualche passo, si genuflesse dinanzi ai futuri sovrani e pronunciò le rituali frasi di saluto e di omaggio, porgendo al delfino le chiavi della città. Un breve discorso venne pronunciato quindi dal comandante della gendarmeria, ma i clamori della folla impedirono anche ai più vicini di udirlo. Gli spettatori aapplaudivano, fischiavano, cantavano canzoni scritte appositamente per la Joyeuse Entrée, che circolavano tra la folla stampate su foglietti di carta. 

Per Antonietta il rumore assordante della folla era eccitante e gratificante al tempo stesso. Praticamente segregata per tre lunghi anni a Versailles come in una tomba, aveva avuto ben poche occasioni per trovarsi faccia a faccia con il popolo francese. Ma adesso questo popolo era lì dinanzi a lei, migliaia e migliaia di persone ricche e povere mescolate insieme, che tumultuavano per vedere più da vicino lei e suo marito e si avvicinavano il più possibile alla loro carrozza, con i volti segnati dal vaiolo, aperti il larghi sorrisi. Affascinata, guardò sorridendo quella gente festante mentre il corteo di carrozze percorreva il lungosenna aprendosi la strada verso Notre Dame, dopo aver sostato sul lungosenna Conti per ascoltare un altro discorso di omaggio del prefetto della Zecca. Nella cattedrale di Notre Damecelebrò la messa l'arcivescovo di Parigi, dopo di che i dignitari tornarono alle loro vetture e percorsero il breve tratto verso il Collège intitolato a Louis le Grand, ove il rettore dell'Università pronunciò un altro discorso. 

Il clamore, le incessanti grida di <<Vive le dauphin!>> e <<Vive la dauphine!>>, i fiori che coprivanno in grande quantità le strade percorse dal corte, i pittoreschi edifici medievali nella parte più antica della città, perfino gli odori pungenti che aleggiavano nell'aria nelle vicinanze del fiume, tutto concorreva a creare un quadro di delizie. Dopo tre anni Antonietta si incontrava finalmente con coloro che presto sarebbero stati i suoi sudditi e vedeva la famosa capitale della Francia. 

Il delfino e la delfina attrassero la folla più numerosa che Parigi avesse mai visto dal tempo dell'arrivo di un celebre guaritore, la cui forma aveva indotto trentamila persone ad affollare le strade della capitale. In quella occasione la gente aveva gremito la Rue de Ciseaux ed era traboccata nelle strade circostanti; la scena era stata resa ancora più frenetica dalle grucce dei tanti invalidi che erano affluiti in città nella speranza che l'uomo potesse risanarli con le sue preghiere e col tocco delle sue mani, e dai cani che accompagnavano molti ciechi. 

La gente acclamava e chiedeva di vedere Luigi e Antonietta dai tetti e dalle finestre degli ultimi piaani delle case, e anche dai giardini gremiti delle Tuileries, ove il delfino e la delfina erano andati a pranzare. Dopo il pranzo in pubblico, i due giovani sposi uscirono nei giardini, ove le acclamazioni erano assordanti e la folla cominciò ad accalcarsi intorno a loro da tutti i lati, così da non lasciarli più muovere. <<Siamo rimasti per tre quarti d'ora senza riuscire né ad andare avanti né ad indietreggiare>>, scrisse Antonietta. Le guardie, abituate a colpire la gente con la frusta o col piatto della spada, eseguirono l'ordine del delfino di non reagire, lasciando che gli spettatori si stringessero intorno a lui. Questa inaudita mitezza <<creò un'ottima impressione>> e fortunatamente non causò feriti. (Raramente simili scene di folla erano incruente. Tre anni prima, quando tutta Parigi si era precipitata nella Rue Royale enelle vicinanze per assistere allo spettacolo di fuochi d'artificio organizzato per festeggiare il matrimonio del delfino, a un certo puunto molti spettatori, persa la testa, si erano messi a correre all'impazzata e il panico si era impadronito della folla: più di cento persone erano morte soffocate o calpestate). 

Focosi come amanti nelle loro grida appassionate, i parigini continuarono a salutare Antonietta a voce altissima fino a diventare rauchi; sui loro volti lacrime e sorrisi si mescolavano. Erano entusiasti del delfino, che a loro appariva ben piantato e robusto, un vero uomo, e che quel giorno superò se stesso rispodendo con dignità ai discorsi e alle acclamazioni. Ancora più entusiasti erano i parigini della moglie austriaca di Luigi, la cui delicatezza da bambola, l'incanevole colorito e la grazia vibrante li avevano conquistati. 

Dieci mesi dopo, nell'aprile del 1774, la giovane coppia si chiuse nell'appartamento di Antonietta e pregò perché la vita del veccio re fosse risparmiata. Luigi XV era molto malato, era stato sottoposto a due salassi dai cinque chirughi che lo assistevano e purgato tre volte per ordine dei suoi tre farmacisti. Adelaide, Vittoria e Sofia si alternavano al suo capezzale durante la giornata, Madame Du Barry lo vegliava di notte. In privato, uno dei medici che avevano diagnosticato una <<febbre catarrale>> confidò a un gentiluomo che a suo parere il re non sarebbe sopravvissuto. A Parigi, il comandante della gendarmeria cominciò a organizzare il controllo delle strade della città per impedire l'esplosione di viiolenze che, ne era sicuro, ci sarebbe stata quando la notizia della morte del sovrano si sarebbe diffusa per la capitale. 

Il delfino attendeva con angoscia i bollettini medici che venivano dalla camera dell'infermo, ben consapevole del sottile cambiamento che era intervenuto nel modo in cui i gentiluomini di corte e i domestici si rivolgevano a lui. Se il re fosse stato sottoposto a un terzo salasso, sarebbe stato chiamto l'arcivescovo di Parigi perché gli somministrasse l'estrema unzione. Il terzo salasso sarebbe stato una sentenza di morte. Pallido e agitato, con i nervi a pezzi, il delfino si inginocchiò e pregò che, ancora per un pò di tempo, gli fosse risparmiata la spaventosa responsabilità di regnare sulla Francia. 

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://www.facebook.com/StanleyWeber.FP/
https://www.facebook.com/stanleyweberofficial/
https://www.instagram.com/stanweber_fans/
https://www.instagram.com/stanley_weber/
https://www.instagram.com/madame.vrath/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath
https://allmadamevrath.tumblr.com/
http://stanley-weber.tumblr.com/
https://twitter.com/MadVrath
https://twitter.com/stanleyweber
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/


martedì 17 ottobre 2017

Maria Antonietta. Cap. VII

Maria Antonietta Cap VII


Maria Antonietta


Nelle spaziose stanze dell'appartamento di Antonietta a Versailles regnava il disordine. Il vastissimo corpo di guardia in cima alla scalinata di marmo era stipato di armi e di equipaggiamento delle guardie, che ingannavano il tempo giocando d'azzardo e raccontandosi a vicenda le loro storia personali, mentre tutt'intorno mercanti d'ogni genere attendevano l'occasione buona per mostrare alla delfina ciò che avevano da vendere, e corrieri e visitatori della corte andavano e venivano, apparentemente indaffarati. Nell'anticamera, ove i domestici di Antonietta stavano in attesa del loro turno di servizio, e ove era apparecchiata la <<grande tavola>> per il pasto del mezzoogiorno, gli arazzi erano sforacchiati nei punti ove i due cani di Antonietta, due carlini dalla coda ricurva, li avevano graffiati, e il pavimento di legno era infangato dalle orme degli animali <<Madame la dauphine ama moltissimo i cani>>, scrisse una volta Mercy a Maria Teresa, aggiungendo che Antonietta chiedeva che le fosse mandato da Vienna un altro cane un carlino di color fulvo col vaso nero. 

Anche la camera di Antonietta, col suo enorme letto, recava tracce evidenti della presenza dei cani, ma, i guasti prodotti da questi ultimi erano maggiormente visibili nelle altre stanze, ove la delfina li lasciava ruzzare liberamente su sedie e sofà rivestiti di damasco; le gambe di questi mobilierano fittamente segnate dai morsi degli animali. I cani facevano i loro bisogni quando e dove volevano, dato che Antonietta non si preoccupava di impedirglielo e a nessuno dei servitori era stato affidato il compito specifico di badare ai due animali. Ad accrescere il caos c'erano poi due bambini piccoli, di quattro e cinque anni. Uno era figlio del primo valletto della delfina, Thierry, l'altro era figlio della sua prima cameriera. I due bambini erano sempre scalzi, scorazzavano per le stanze inseguendosi a vicenda, giocavano con i cani e facevano un allegro disordine, specialmente quando Antonietta, avrebbe dovuto ascoltare gli ammaestramenti dell'abate Vermond o una lezione di canto, oppure lavorare all'uncinetto per fare un panciotto da donare al re. 


Luigi XV




La camera di Noailles, era rimasta profondamente offesa quando la sua signora, cercando di ridurre all'osso la lunga procedura necessaria anche per le più semplici incombenze di corte, aveva mandato da lei la moglie di Thierry per falre sapere che la desiderava al suo servizio. Furibonda perché si sentiva insultata, la contessa di Noailles si era precipitata da Antonietta per annunciarle che non intendeva prendere ordini da una cameriera, e in particolare da una cameriera che non era stata ancora ufficialmente nominata. 

All'origine dell'incidente c'era una delle figlie del re, Adelaide; era stata lei che aveva suggerito ad Antonietta di aggirare il protocollo mandando direttamente la Thierry dalla conttedssa di Noialles, benché sapesse benissimo quali sarebbero state le conseguenze del suo consiglio. Mercy non aveva potuto fare una paternale ad Antonietta; aveva solamente cercato di mettere in guardia la delfina facendole notare quanto poteva essere pericoloso dare ascolto a certi consigli. 

La delfina a quanto pareva non sapeva tenersi pulita e in ordine. Dalle partite di caccia che seguiva in carrozza, tornava sempre tutta bagnata e inzaccherata, trascurava l'acconciatura dei capelli; e dedicava al proprio abbigliamento un'attenzione così scarsa che una nobildonna austriaca in visita a Versailles ne rimase sconcertata e fece a Maria Teresa un rapporto molto severo <<Mi ha detto>>, scrisse l'imperatrice ad Antonietta, deplorando il comportamento della figlia <<che hai poca cura di te stessa, anche quando si tratta di lavarti i denti; questo come la tua persona in genere, è un punto chiave ed essa ti ha trovata peggiorata... Ha aggiunto che eri malvestita e che si è azzardata a dirlo alle tue dame>>.

Data la sua allegra non curanza per le riigorose consuetudini della corte Antonietta non poteva non scontrarsi con la puntigliosa e scrupolosa dame d'honneur che le era stata assegnata. A proposito della contessa di Noailles, Madame Campan scrisse una volta. <<Non aveva attrattive esteriori. Il suo portamento era rigido, la sua espressione severa; conosceva l'etichetta da cima a fondo>>. Madame Campan aveva avuto occasione di conoscere la sopra ricordata severità un giorno che si trovava nell'appartamento di Antonietta mentre veniva ricevuto un visitatore solo recentemente presentato a corte. <<Era tutto regolare, o perlomeno così credevo>> ricordava la Campan. <<Improvvisamente mi accorsi che gli occhi della contessa erano fissi sui miei. Fece un piccolo cenno col capo. Le sue sopracciglia si alzarno, si abbassarono e tornarono ad alzarsi. Poi si mise a fare piccoli gesti con le mani. Questa muta esibizione non mi lasciò dubbi: qualcosa non andava comme il faut>>.


Maria Teresa d'Asburgo

Frattanto la dame d'honneur si era messa a gesticolare in modo più visibile. Allora Antonietta aveva notato ciò che non andava e aveva rivolto un sorriso a Madame Campan, che si era affrettata ad avvicinarsi. A quanto pareva, la Campan aveva dimenticato di allentare le alette pendenti del suo copricapo. <<Allentate le alette>>, le aveva mormorato Antonietta, <<altrimenti la contessa ne morirà>>, Madame caampan aveva allentato le alette e la contessa si era un pò ripresa dallo shock. 

La delfina era <<perennemente tormentata>> dalla sua dame d'honneur, che la seguiva passo a passo e la correggeva mille volte al giorno dicendole come doveva accogliere una persona in un certo modo  e un'altra in un certo altro modo, criticando il suo modo di parlare, lanciandole occhiate di disapprovazione e scuotendo la testa con aria afflitta. 

Anche quando pranzava in compagnia del delfino in una sala piena di cortigiani e di spettatori, scoppiava in sonore risate, sconcertando i presenti. Mercy la vedeva spesso <<sussurrare all'orecchio di qualche giovane dama>> e poi <<ridere con lei>>. <<A volte scherza sulle persone che le sembrano ridicole>>, scrisse una volta l'ambasciatore, aggiungendo: <<Sa usare lo spirito e il sarcasmo in modo da rendere assai mordaci le sue osservazioni>>. Non faceva differenza che Antonietta <<fosse di carattere per natura allegro e scevro di cattive intenzioni>>; i commenti erano non per questo meno pungenti. E quando la delfina faceva osservazioni <<satiriche e astiose>> su Madame Du Barry, il re si irritava, anche se non lo diceva mai direttamente alla nipote, ma glielo faceva sapere, tramite intermediari. 


Luigi XVI

Il paese era di fronte a una crisi fiscale. Il tesoro era sull'orlo della bancarotta, bisognava imporre e riscuotere nuove tasse. L'intero sistema tributario anzi, aveva urgente necessità di una riforma. Eppure la riforma era impossibile finché l'autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali di fatto, un potere di veto sugli editti del re. Nella confusione politica di dicembre 1770 il duca di Choiseul aveva perso le sue cariche perché appoggiava i parlamenti locali, mentre il carattere generale, l'abate Terray, era contrario ad essi.

I parlamenti locali, erano istituzioni arcaiche in cui la nobiltà proclamava la propria volontà di non dipendere dall'autorità regia. Non tutte le province francesi avevano un parlamento. I parlamenti erano tredici, e di essi il più numeroso e il pià importante era quello di Parigi. Ciascuno dei tredici sosteneva però di essere la suprema corte d'appello per la sua provincia con il potere di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente importanti; ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di opporre resistenza all'imposizione della legge regia. Nel settore tributario i parlamenti erano distintamente intransugenti: ogni volta che i ministri del sovrano cercavano di sopprimere le esenzioni fiscali di cui godevano gli aristocratici i parlamenti cessavano di funzionare. Le procedure legali si arrestavano e il re, anche se prendeva provvedimenti punitivi non era in grado di far entrare in vigore i propri editti. 

Da una parte i parlamenti erano organi votati alla difesa dei propri interessi, gelosi custodi delle prerogative dei loro membri aristocratici. D'altro canto, nel clima sempre più evidente di pensiero politico liberale che caratterizzava il XVIII secolom l'opposizione dei nobili al re poteva assumere il carattere - e l'assumeva - di un'opposizione al dispotismo, opposizione radicata in una tradizione di libertà che, insistevano i suoi sostenitori, risaliva ai tempi di Carlo Magno e oltre. In tal modo la lotta fra i parlamenti e la corona veniva spesso presentata come una lotta del popolo francese contro il suo tirannico sovrano, in cui i nobili erano campioni del popolo. 

La monarchia e l'aristocrazia, attraverso i parlamenti, erano semplicemente impegnate in una lotta per il potere, in cui i nobili miravano ad assicurarsi una quota sempre maggiore dell'autorità che un tempo era prerogativa esclusiva del sovrano. I parlamenti erano in verità un bastione, ma un bastione del privilegio degli aristocratici: in altre parole un bastione che, nella congiuntura politica ed economico - sociale dell'inizio degli anni Sessanta del XVIII secolo, rappresentava un ostacolo a riforme finanziarie di cui c'era un gran bisogno. 

L'abate Terray e il cancelliere Maupeou - un giurista, quest'ultimo, abile e provo di scrupoli - persuasero il re che se si voleva il successo delle suddette riforme finanaziarie era necessario sopprimere i parlamenti locali. D'un colpo il vecchio sistema giuridico venne spazzato via e furono costituiti nuovi tribunali fiscali. Terray affrontò per primo il problema del debito del tesoro e dispose prestiti forzosi. 

La nomina del duca d'Auguillon al posto del duca di Choiseul fu un ulteriore insulto ai sostenitori dei parlamenti, perché egli si era trovato in contrasto con i parlamenti della Bretagna e di Parigi e il conflitto politico che ne era risultato era divenuto, in un certo modo, un simbolo della determinazione della monarchia di soffocare l'indipendenza dei nobili. Il conflitto si ripercosse perfino nell'ambito della famiglia reale: i principi di Condé e di Conti e il duca d'Orléans, cessarono di frequentare la corte per protesta contro la soppressione del Parlamento di Parigi. (Il er Luigi definì il principe di Conti <<mio cugino, il giurista litigioso>>). 

Il conte di Provenza, sposatosi nel maggio del 1771, si era malignamente vantato, con il delfino di essere stato <<quattro volte felice>> nella notte di nozze. La sua consorte Maria Giuseppina di Savoia, aveva anch'essa goduto <<meravigliosamente>>, a detta del duca; e i cortigiani si erano messi ad osservare con attenzione la sposa per scorgere un qualche segno che fosse incinta. La nuova contessa di Provenza non poteva attrarre l'attenzione per nessun altro motivo: era tozza e scura di carnagione, con cespugliose sopracciglia nere e un ciuffo tutt'altro che femminile di peli neri sul labbro superiore, che i cortigiani meno riguardosi chiamavano mustacchio. La sua ruvida epidermide non era certamente oggetto d'ammirazione, e Maria Giuseppina trascurava molto spesso di fare il bagno. Luigi XV, disgustato dalle abitudini personali della nuova nipote, scrisse ai suoi genitori pregandoli di dire alla propria figlia di lavarsi il collo.


Maria Giuseppina di Savoia 

<<Il comportamento di Maria Giuseppina è freddo e imbarazzato>> pensava Mercy. <<Parla poco e con impaccio>>. Può darsi che fosse sconcertata dalla grandiosità di Versailles e dai suoi temibili abitanti; quando riuscì a farsela amica, Antonietta la trovò <<molto dolce, molto gradevole e molto allegra in privato, anche se non appare tale in pubblico>>. <<Ha per me molta simpatia>>, scrisse Antonietta alla madre, <<e molta fiducia. Non è affatto dalla parte di Madame Du Barry>>. 

La principessa di Lamballe, una giovane vedova piuttosto melanconica che era la nuora del duca di Penthiévre. Per breve tempo la principessa, era stata sposata con il dissoluto principe di Lamballe, che si era spento molto giovane, vittima dei suoi eccessi; aveva sei anni più di Antonietta, ma una personalità meno marcata, la sua gentilezza d'animo e il suo buon carattere facevano da contrappunto alla vivacità della delfina. La principessa era una figurina delicata, i suoi lineamenti fisici erano irregolari ma non sgradevoli. Il suo tratto più negativo erano le mani, a giudizio di un memorialista di corte; quello più positivo era costituito dal candore e dall'estraneità agli intrighi. Nell'inverno 1770-1771 la principessa di Lamballe e Antonietta divennero amiche. L'<<aria infantile>> della giovane vedova la rendeva cara alla delfina, che amava i bambini, e il fatto che anch'essa, piemontese, fosse straniera costituiva un ulteriore legame con la principessa austriaca. 

Le lughe e autoritarie lettere dell'imperatrice, scritte con la concisione e l'immediatezza che per Maria Teresa erano una seconda natura, ma che avevano il potere di intimidire la giovsne figlia, la quale era di carattere assai sensibile, arrivavano ogni mese. Erano piene di critiche e di direttive, una sorta di controparte scritta dei rimbrotti verbali della contessa di Noailles. Il modo in cui scriveva Antonietta era difettoso, lamentava l'imperatrice. La sua <<aria giovanile>> era scomparsa: appariva chiaro dai ritratti. Doveva deidicare una maggiore attenzione agli austriaci che capitavano a corte. Non doveva andare a cavallo. Avrebbe dovuto leggere di più. Non avrebbe dovuto mantenere rapporti così intimi con Adelaide, Vittoria e Sofia. Doveva parlare con Madame Du Barry, per quanto sgradevole potesse essere la cosa. Doveva sorvegliarsi con attenzione e proteggersi dagli attacchi. Soprattutto, dovev adoperarsi per essere simpatica agli altri. 

Nelle missive dell'imperatrice c'erano ingiunzioni sul cibo, sull'esercizio fisico, sull'abbigliamento, sul comportamento, e sulla vita coniugale di Antonietta. Maria Teresa aveva opinioni molto nette sul modo di costringere un marito a farsi coraggio (sempre nella presunzione che fosse la timidezza, e non un inguaribile impotenza, il problema del delfino). <<Sii prodiga di carezze>> scriveva Maria Teresa ad Antonietta. Le lettere erano piene di rimproveri, e anche di espressioni disperate (<<Ti vedo procedere a grandi passi e con calma non curante verso la rovina>>, scrisse l'imperatrice nell'ottobre del 1771), ma col trascorrere dei mesi divennero più tenere e perfino lamentose. Maria Teresa stava invecchiando e si sentiva addosso il peso degli anni. Le facoltà di Maria Teresa declinavano ed essa non si sentiva più a suo agio nel mondo che vedeva intorno a sé: <<L'irreligione, il decadere della morale, il gergo che tutti usano e che non capisco, tutte queste cose bastano per sopraffarmi,>> lamentava. Si sentiva sola e aveva nostalgia dei suoi figli, la maggior parte dei quali viveva lontano da lei, e di suo marito, la cui perdita non cessava mai di piangere. 

Una fonte costante di esapserazione, per Maria Teresa, era Giuseppe, la infastidiva con le sue pretese e, proprio nel momento in cui essa più sentiva il peso degli anni, la tediava con richieste di ogni genere e con la continua minaccia di rinunciare al titolo di co-reggente. Se però Giuseppe, data la sua presenza a Vienna, era una preoccupazione quotidiana, una preoccupazione non meno grave era per l'imperatrice la figlia Amelia. Il matrimonio con Don Ferdinando di Parma, un uomo senza spina dorsale, si era trasformato in un incubo. Amelia comandava a bacchetta la corte, o tentava di farlo. Maria Teresa disapprovava nettamente la sua condotta, e per poco questo suo atteggiamento non aveva causato una rottura in famiglia. 


Madame Du Barry

Antonietta era costantemente in apprensione, constantemente in guardia per paura di offendere la temibile genitrice. <<Amo l'imperatrice, ma ho paura di lei>>, disse all'ambasciatore austriaco, <<anche da lontano, anche quando le scrivo non mi sento mai a mio agio con lei.>> Era ancor peggio quando doveva dare alla madre cattive notizie. Con le lacrime agli occhi, Antonietta che aveva paura di riferire a sua madre <<le cose che vanno male>>. <<Il mio cuore è sempre con la mia famiglia in Austria>> disse in un'altra occasione a Mercy, <<e, se litigassi con i miei familiari, sento che i miei doveri qui sarebbero troppo onerosi per poterli sopportare.>>

Antonietta, aveva ppaura delle lettere che arrivavano da Vienna, ma aveva ancor più paura della prospettiva che un giorno quelle lettere non arrivassero più. Poco prima della fine di febbraio del 1772 giunse notizia che l'imperatrice era stata gravemente ammalata e che i medici l'avevano sottoposta a due salassi. Antonietta scoppiò in lacrime e si chiuse nellla stanza meno accessibile del suo appartamento, annullando un'udienza già fissata. Andò a prendere il rosario che Maria Teresa le aveva donato, e si inginocchiò per pregare, afflitta in quel momento di angoscia quanto poteva essere effervescente in gaiezza nei momenti più sereni. Il delfino pregò al suo fianco affettuoso e leale con la moglie nonostante l'antipatia che provava per l'Austria e gli austriaci e l'indifferenza nei confronti della suocera, che non aveva mai conosciuto. 

Per far piacere alla consorte, il delfino ordinò che si desse un ballo alla settimana nell'appartamento di Antonietta; e sempre la accompagnava ai riicevimenti offerti dai vari gentiluomini della corte. Tutti notarono in lui un cambiamento: nel suo modo impacciato, cercava di essere socievole, benché preferisse sempre le sue cacce solitarie e compisse quello sforzo, evidentemente, soltanto per fare cosa grata alla moglie. Antonietta sosteneva di essere felice con lui e affermava che <<le voci maligne sussurrate dalla gente sulla sua impotenza sono niente altro che sciocchezze>>. La maggior parte delle notti dormiva nel suo letto, e la trattava <<nel modo più cordiale>>. Ma non erano ancora marito e moglie, e Antonietta, vedendo le altre donne della corte incinte, e poi con i loro bambini in braccio, a volte si disperava. Invidiava quelle donne anche quando la loro gravidanza aveva una conclusione tragica. Nell'ottobre del 1771 la dichessa di Chartres parotorì un bambino morto. <<Anche se è terribile>>, scrisse Antonietta in una lettera inviata alla madre, <<vorrei essere stata io al suo posto, ma su questo non c'è ancora speranza>>. 

Antonietta era ancora molto giovane, non troppo per restare incinta ma forse troppo per essere costantemente feconda. Era ncora in sviluppo, e nei primi anni che tracorse alla corte di Francia la sua altezza aumentò considerevolmente. Stava diventando anche più formosa, specialmente dopo che, su suggerimento della madre, aveva cominciato a bere latte fresco ogni mattina. L'imperatrice aveva sempre creduto nelle virtù salutifere del latte appena munto, portato direttamente dalla stalla. 

Imparava gradualmente a provar piacere nella lettura di libri istruttivi, e, per ore e ore, si faceva leggere dall'abate Vermond (che non era stato licenziato, dopo tutto) brani di opere, sulla storia di Francia e di memorie di uomini di corte dei regni precedenti. Se ne stava pazientemente seduta, col lavoro all'uncinetto in grembo, ascoltando l'abate o discutendo con lui il commento biblico che le era stato dato dal suo confessore per aiutarla a leggere la storia d'Europa di Hume, coosa che essa aveva fatto per suo conto. 

Due anni dopo il suo arrivo in Francia Antonietta era una ragazza diversa. Aveva conservato il suo fascino di adolescente, ma ad esso aveva aggiunto buon senso, acume e perspicacia. Pur provando antipatia, e perfino timore, per la politica, se ne intendeva, almeno fino a un certo punto, e afferrava con alacrità le spiegazioni che le venivano date in proposito. Stava imparando a farsi strada, destreggiandosi fra gli scogli della politica di corte, restando in equilibrio tra le fazioni del re con Madame Du Barry da un lato, e di coloro che avrebbero vooluto servirsi di lei come paravento dall'altro. Finì per compiacere il desiderio del re rompendo il lungo silenzio nei confronti della sua amante, e tuttavia lo fece in modo da slvaguardare la propria dignità. 

A Capodanno del 1772, nel pieno delle complicate cerimonie che erano di rigore nel primo giorno dell'anno, Antonietta decise infatti di pronunciare quelle poche parole che sarebbero bastate per soddisfare il sovrano. Nei brevi scambi di coonnvenvevoli con le dame, che, a turnom si inchinavano dinanzi a lei, non trascurò questa volta Madame Du Barry. <<C'è molta gennte, oggi a Versailles>>, le disse mentre la contessa si prosternava ai suoi piedi. 

Nella delfina, la differenza rispetto all'adolescente intimidita e incolta, di due anni prima, era evidente soprattutto nel modo in cui trascorreva il tempo. Di tanto in tanto andava ancora a trovare le zie, ma ora la si trovava più frequentemente indaffarata a leggere per migliorare la sua cultura, a ricevere le mogli degli ambasciatori stranieri, a suonare la musica per arpa inviatale da sua madre, imparando lentamente prima la parte per la mano destra, poi quella per la sinistra. Adesso, inoltre, nel suo appartamento si vedevano raramente i figli delle sue cameriere, anche se vi stazionavano ancora i cani. Epppure in molti pomeriggi si potevano trovare i cani immersi nel sonno sui sofà, o intenti a zampettare contro le porte, inquieti nella loro solitudine. La loro padrona era fuori impegnata in una partita di caccia; indossando la tenuta da caccia di velluto azzurro e un grande cappello piumato, cavalcava uno degli splendidi destrieri che il nonno aveva acquistato per fargliene dono. I somarelli <<dolci e gentili>> che aveva cavalcato nei primi mesi trascorsi in Francia non la soddisfacevano più. Erano troppo lenti e la frustravano, specialmente quando essa doveva procedere in compagnia di tutte le dame del suo seguito, un lunghissimo corteo di sessanta o ottanta signore in groppa ad altrettanti quadrupedi. Sugli splendidi cavalli da caccia del Suffolk di cui disponeva ora, Antonietta poteva invece galoppare a suo piacimento libera da sua madre, libera dalla contessa di Noailles, libera, per il momento dalle preoccupazioni della sua situazione e dallo sgradevole pensiero del futuro.  

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://twitter.com/MadVrath
https://www.linkedin.com/in/madame-vrath-402a3a3b/
https://plus.google.com/u/0/+MadameVrath

giovedì 9 febbraio 2017

Maria Antonietta. Cap. V

Cap. V


Maria Antonietta


Con la lentezza di una tartaruga, il convoglio di carrozze che trasportava la delfina e il suo seguito procedette verso ovest, viaggiando in media fra otto e dieci ore al giorno e sostando, per la notte, presso castelli o monasteri in grado di offrire ospitalità, oppure in città di provincia ove le locande potevano accogliere – a fatica, in verità – le centinaia di persone che componevano la scorta di Antonietta e i loro cavalieri. Alla fine della prima settimana il viaggio era divenuto tedioso; dopo due settimane e mezzo, quando il convoglio arrivò all'abbazia di Schutten, ultima stazione di tappa prima del confine fra l'impero d'Austria e il regno di Francia, tutti, dalle dame d'onore ai segretari, ai lacché e ai cuochi, erano esausti. La delfina, invece, aveva sopportato bene le fatiche del viaggio: le sue guance erano d'un sano colore rosato, come sempre, e le sue condizioni di spirito erano eccellenti.

Il documento per l'affidamento ufficiale di Antonietta al re Luigi XV, secondo il conte di Noailles, era insultante nei confronti del suo sovrano: in essa si nominavano Maria Teresa e suo figlio Giuseppe re dell'Austria vera e propria, prima dell'augusto Luigi XV re di Francia. Un affronto del genere proclamò Noailles, non poteva essere tollerato. Il suo collega austriaco Storhemberg gli fece notare, cortesemente, che citare per primo il nome del re di Francia sarebbe stato offensivo per le loro maestà imperiali. I due diplomatici rimasero a lungo sulle loro posizioni, in un vicolo cieco e non era la prima volta. Infine, per evitare un conflitto il documento fu preparato in due versioni, una per ciascuna delle corti.

Su un terreno neutrale – un isola del Reno – essa entrò in un edificio che era stato costruito appositamente per la cerimonia. Indossando un abito anch'esso confezionato appositamente (ma portando ancora i suoi gioielli e i suoi ornamenti austriaci), raggiunse la salle ed remise e prese posto dinanzi a u tavolo che simboleggiava la linea di confine fra l'impero asburgico e il regno di Francia. Da una parte del tavolo erano schierati, in piedi, i dignitari austriaci del suo seguito, dall'altra il puntiglioso conte di Noailles, con due assistenti. Noailles pronunciò un discorso di benvenuto, poi fu data lettura dell'atto in base al quale Antonietta assumeva la nazionalità francese. 

Negli arazzi della sala erano rappresentate le orrende scene in cui Medea, sconvolta dal furore per il tradimento di Giasone, fa scempio dei due figli che ha avuto da lui e poi si uccide. Una fanciulla più suggestionabile di Antonietta sarebbe forse rabbrividita alla vista di quelle scene, e le avrebbe ritenute male auguranti. E' invece molto probabile che Antonietta, conformemente alla sua indole, fosse più incuriosita che allarmata; e, magari, che le venisse in mente che colui che aveva scelto gli arazzi, chiunque fosse, voleva manifestare un'opinione assai malevola sull'alleanza fra i Borbone e gli Asburrgo.

La delfina era ora affidata alla custodia del conte di Noailles, e alla cognata di questi, una donna molto formalista e dura come la selce, la cui reazione immediata al bacio, forse un po' infantile, con cui Antonietta l'aveva accolta fu di ritrarsi bruscamente, indignata per quello che giudicava un atto sconveniente. L'altezzosa dama era sempre invariabilmente irrigidita in un atteggiamento protocollare, e pretendeva che la sua nuova signora tenesse per sé le effusioni sentimentali. La sua signora precedente, la defunta Maria Leczinska, consorte di Luigi XV, era stata una donna schiva e riservata, e quindi facile da servire. 

Una settimana dopo, la sera del 14 maggio, Antonietta si incontrò finalmente con il delfino Luigi sul Pont de Berne, ai margini della foresta di Compiègne. Il luogo era stato scelto con la speranza di mettere il delfino quanto più possibile a suo agio in quelle propaggini del grande bosco di querce e di castagni che era il suo rifugio preferito. Luigi, tuttavia, era estremamente imbarazzato a disagio nella tenuta riccamente ornata e merlettata che era stato costretto a indossare; tanto diversa dagli indumenti grossolani cui era abituato, e innervosito dalla presenza dello sprezzante avo Luigi XV e dal fatto di, trovarsi al centro dell'attenzione. 

La sua sposa era piccolina, bionda e graziosa quanto avevano detto i ministri di suo nonno. Era anche gentile e amabile, e gli rivolse lo sguardo con un espressione così innocente e cordiale che Luigi si calmò un poco, anche se mantenne la sua reticenza.

Antonietta fissò con un certo stupore l'adolescente massiccio e goffo che sarebbe stato suo marito e provò pena per lui. Vide subito quanto era timido e non si lasciò scoraggiare dal suo estremo distacco e dal suo modo rozzo di parlare. Luigi suscitava in lei simpatia, il timore che le si leggeva negli occhi la commuoveva. In realtà, pensò, non era brutto, e sarebbe parso assai più presentabile se avesse tenuto la schiena diritta e non avesse camminato strascicando i piedi.

Antonietta fece una profondissima riverenza dinanzi al re, che piegò le labbra arcuate in un sorriso e la aiutò a rilassarsi. Con i suoi penetranti occhi neri, il naso aquilino e il portamento maestoso, Luigi XV era ancora un gran bell'uomo. Ad Antonietta dovette sembrare un vegliardo; ma altri – inglesi in visita alla corte di Francia – trovarono in lui, nonostante l'età avanzata e le spalle spioventi, <<i resi di una virile prestanza>>.

Luigi aveva regnato per oltre cinquant'anni, ma come un insipido prestanome. Choiseul, che lo conosceva meglio di chiunque altro, confidò nelle sue memorie, pubblicate molti anni dopo la morte del re, di aver udito il sovrano definirsi <<l'incoerenza personificata>>, aggiungendo che non sarebbe rimasto sorpreso se avesse scoperto che era demente. Guastato dalla gola e dalle troppe indulgenze, sul trono dall'età di cinque anni, il nipote del re Sole Luigi XIV non sapeva in realtà chi o cosa ci fosse sotto il suo guscio di regalità; e da tempo non gli importava più di saperlo. Sapeva invece, perché glielo avevano insegnato i suoi precettori che, essendo il re, era completamente diverso dagli uomini ordinari. Era convinto di essere un <<vaso d'elezione>> dell'Onnipotente, investito dalla divina missione di proteggere la religione cattolica. Era inoltre convinto ( e questa convinzione non contribuiva certamente a rafforzare il suo carattere) che, essendo egli una <<diretta emanazione della provvidenza>>, Dio non l'avrebbe punito per i suoi peccati mandandolo all'inferno, anche se quei peccati fossero stati molto gravi. 

<<Il carattere del re>> scrisse Choiseul, <<somigliava a molle cera su cui si sarebbero potuti delineare a volta a volta gli oggetti più dissimili>>. L'estrema malleabilità di Luigi XV sarebbe stata inquietante in un uomo comune; in un sovrano era disastrosa. Esposto al pericolo di diventare una docile preda delle fazioni, il re, fortunatamente, aveva scelto di appoggiarsi a Choiseul, anche se Choiseul, come era più che naturale, era egli stesso a capo di una fazione. Per assolvere anche i compiti che sarebbero spettati al sovrano, Choiseul lavorava stabilmente i una stanzetta del palazzo di Versailles adiacente alla camera da letto di Luigi XV. Qualunque cosa Choiseul proponesse, il re dava il suo assenso, senza quasi scomodarsi a leggere i documenti prima di firmarli. 


Luigi XV


Oltre che incoerente e vacuo, Luigi XV era anche privo di meriti concreti, a meno che la bravura nella caccia al cervo, e nella preparazione del caffè potesse essere considerata un merito. Le persone che andavano a Versailles per assistere ai suoi pasti notavano la destrezza con cui egli, con un colpo di forchetta, decapitava un uovo al guscio e plaudivano all'impresa. Ma certamente il re non era stato un successo né come marito né come padre. Aveva ignorato la sua consorte la regina Maria, quando era in vita; e la regina, per riempire in qualche modo la propria esistenza si era ridotta a cucire trapunte a disegnare e a trascorrere lunghe, tediose serate con le sue dame d'onore, mentre suo marito passava da un'amante all'altra.


Madame Du Barry

Aveva litigato con il defunto delfino Luigi, le cui opinioni sul ruolo della monarchia erano nettamente diverse dalle sue, e guardava con disprezzo le quattro figlie non sposate, anzi le prendeva in giro, le metteva in ridicolo e le trattava come nullità. Disprezzava anche il nipote ed erede, non solo a causa della sua stravaganza, ma anche perché non aveva niente di virile, mentre Luigi XV, se non altro, virile era.


Luigi XVI


Per il tratto di strada, attraverso la foresta, fino al castello di Compiègne, Antonietta prese posto, con il re e il delfino, nella grande carrozza reale. Nel castello si incontrò con altri nuovi parenti, uno stuolo di principi e principesse, duchi e duchesse i cui nomi e titoli nobiliari le sfuggirono probabilmente dalla memoria appena detti, soprattutto perché erano tanti, e tanti furono anche gli altri signori e dame della corte che le furono presentati. Inoltre, mancavano appena due giorni al matrimonio, e molti dettagli dell'ultimo minuto richiedevano attenzione. Dopo il pranzo – e c'è da domandarsi che genere di pranzo fosse, con la graziosa e amabile nuova venuta in mezzo a una dozzina e più di sconosciuti molto inclini a emettere giudizi, mentre il suo timidissimo sposo a stento alzava gli occhi verso di lei, che invece si comportava in modo notevolmente meno formale dei francesi – Antonietta venne accompagnata nella sua camera, ove ricevette il maestro del cerimoniale del re. Il dignitario le mostrò dodici fedi nunziali, che essa provò una dopo l'altra finché ne trovò una che le stava al dito perfettamente; e questa fu riposta in attesa della cerimonia. 

Molto più grane del palazzo di Schönbrunn, quello di Versailles era anche assai più vecchio, e il giorno in cui Antonietta lo vide per la prima volta appariva malandato e maltenuto Le fontane erano in pezzi, le loro vasche sporche e piene di rifiuti, anche il canale era sporco e intasato dal fango. Nei giardini, molte statue erano cadute; servitori e giardinieri negligenti le avevano lasciate in terra.

Nelle strade che portavano al palazzo non erano state installate lanterne, e quando la vettura di Antonietta passò la cancellata non fu accolta né da una banda musicale con pifferi e tamburi né da un reparto d'onore di guardie svizzere o di soldati  di un altro corpo militare. Le persone che, come sempre, andavano e venivano per il grande cortile anteriore guardarono con molta curiosità la carrozza mentre attraversava  lo spiazzo selciato per fermarsi; infine, ai piedi dello scalone che portava all'appartamento della regina. 

I non invitati alla cerimonia nunziale premettero con tanta ostinazione per accedere al lunghissimo corridoio chiamato Sala degli specchi che le guardie incaricate di mantenere l'ordine non riuscirono a impedir loro di entrare. Nel corridoio erano state allestite per l'occasione diverse file di sedie, ma queste, fin dalle prime ore del mattino, erano state occupate da signori e dame di corte nei loro abiti più splendidi, e gli altri spettatori furono costretti a cercarsi ogni spazio possibile, schiacciandosi contro le balaustrate provvisorie e premendo sugli ospiti ufficiali. 

All'una del pomeriggio il corteo nunziale partì dagli appartamenti di stato e cominciò a snodarsi per i corridoi e per le sale, diretto verso la cappella. Lo apriva il gran maestro del cerimoniale, immediatamente seguito dai due sposi. Luigi Augusto e Antonietta, che procedevano mano nella mano. Antonietta era sorridente e tranquilla; la sua svelta figurina scintillava di diamanti. Un'invitata inglese, la duchessa di Northumberland, rimase stupita dalla sua bassa statura; ebbe l'impressione che Antonietta non avesse più di dodici anni. Criticò anche il suo abito nunziale. <<Il corpetto dell'abito>>, scrisse sul suo diario, <<era troppo piccolo e lasciava completamente visibile la larga fascia della sottoveste merlettata, che aveva un brutto effetto tra due fasce ancora più larghe di diamanti. La sposa era letteralmente carica di gioielli>>. Il delfino che, come al solito, era terribilmente nervoso, indossava un vestito abbagliante, tutto intessuto d'oro e coperto di gemme e decorazioni. 

Dietro la sposa e lo sposo procedevano alcuni paggi, che reggevano il lungo strascico di broccato dell'abito di Antonietta; venivano poi la custode  tutelare del delfino, contessa di Nailles, i principi reali – il corpulento duca d'Orléans, il nevrastenico duca Panthièvre, i principi di Conde e di Conti, i duchi di Chartres e di Borbone e il conte de le Marche – e i due fratelli minori del delfino, i conti di Provenza e d'Artois. Dopo questi avanzava il re, che sembrava assorto; lo seguivano la nipotina decenne, principessa Clotilde, e le figlie non sposate Adelaide, Vittoria e Sofia, zie del delfino. Un gruppo di dame di corte ingioiellate  chiudeva il corteo, che sfilò come in parata, per tutta la lunghezza della Sala degli specchi, settantacinque metri, sotto gli imponenti lampadari, per raggiungere infine la soglia della cappella. 

Nel luogo di culto, tutti gli invitati si alzarono in piedi mentre Luigi e Antonietta procedevano verso l'altare e poi si inginocchiavano sui cuscini disposti sul pavimento per ripetere il giuramento di fedeltà dinanzi all'arcivescovo di Reims. Il delfino divenne rosso come un peperone quando per lui venne il momento di infilare la fede nunziale al dito di Antonietta, e per tutta la durata della messa si agitò continuamente. Quindi gli sposi portarono a termine le formalità, firmando il registro. Adesso Antonietta era, a tutti gli effetti la delfina di Francia.

Pur essendo ancora molto acerba ed estremamente inesperta, essa era, almeno in teoria, la donna più potente della corte; e in una corte in cui gli uomini della famiglia reale erano fiacchi e apatici ciò la rendeva doppiamente potente. Il suo arrivo sconvolgeva lo status quo, che era stato già gravemente alterato l'anno prima, quando il re aveva presentato alla corte Madame Du Barry, la sua nuova amante, una donna formosa, esuberante e sguaiata. La Du Barry dominava il sovrano e, attraverso il sovrano, faceva del suo meglio per dominare anche la corte. Antonietta, tuttavia, era in grado di controllare il delfino, che avrebbe potuto accedere al trono in qualsiasi momento. Il suo era il potere in ascesa, e gli smaliziati cortigiani, incalliti da anni di intrighi, ritenevano che non avrebbe indugiato a formare e consolidare una propria fazione. Sospettavano di lei, e in sua presenza si comportavano con grande cautela, dietro le sue spalle molti, fra loro, facevano tutto il possibile per ostacolarla. 

La Francia del 1770 era però un paese in disordine, con un vuoto al centro del potere. Secondo il conte Mercy, ambasciatore d'Austria a Parigi <<è in tale decadenza che sarebbe impossibile rigenerarla, se non a opera di un successore dell'attuale sovrano che, con le sue doti e i suoi talenti, ponesse riparo all'estremo disordine del regno>>. Il delfino era tuttavia privo delle doti e dei talenti necessari. <<Questo principe, a giudicare dall'espressione del volto e dal modo in cui parla, mostra un'intelligenza estremamente limitata e una grande goffaggine>>.

Nel pomeriggio del giorno delle nozze Antonietta si installò nell'appartamento che le era stato assegnato, un appartamento non grande, ma squisitamente arredato, le cui pareti erano decorate con affreschi e bassorilievi. Oltre alla camera da letto e al bagno, c'erano due salotti, una biblioteca abbastanza vasta, due anticamere e una  cappellina privata. Fu in quell'appartamento che la delfina ricevette i dignitari della sua casa civile. Dinanzi a lei si inginocchiarono e pronunciarono il giuramento di fedeltà la prima dama d'onore, il gentiluomo d'onore, il primo elemosiniere, gli intendenti, il maggiardomo, il primo scudiere e i revisori dei conti. Tutti costoro avevano a loro volta ricevuto, in precedenza, il giuramento di fedeltà di numerosissimi subalterni.

Fra questi, poco meno di duecento – dai cuochi ai camerieri dai mescitori di vino ai piccoli sguatteri – erano addetti alla preparazione di cibi e delle bevande e al servizio a tavola. Un altro centinaio di dignitari minori e di domestici provvedeva a soddisfare. Tutte le necessità personali di Antonietta, dal parrucchiere che era addetto al bagno, ai due farmacisti, ai diciannove valets de chambre. Antonietta aveva inoltre, alle sue dipendenze dodici nobildonne, incaricate di assisterla e di tenerle compagnia, quattordici cameriere che avevano il compito di servirla, due predicatori; cinque cappellani e un altro elemosiniere (tutti questi ecclesiastici rendevano superfluo l'abate Vermond), sei scudieri, nove uscieri, due medici e quattro chirurghi, un maestro di scherma, e due mulattieri.

Il re, il delfino e la sua consorte si esibirono nuovamente in pubblico, stavolta giocando a cavagnole intorno a un tavolino dell'appartamento reale: a seimila invitati era stato concesso il privilegio di assistere alla partita. All'ora appropriata, nel teatro d'opera il cui allestimento era stato portato a termine – un teatro squisitamente adorno, le cui modanature e balconate erano state scolpite, dipinte e dorate da un gran numero di eccellenti artisti – la famiglia reale cenò, mentre la pioggia tambureggiava sul tetto e rombavano i tuoni. Gli invitati, che avevano sperato di vedere, nella tarda serata, grandiosi fuochi d'artificio, provavano un gran disappunto quando la pioggia impose l'annullamento dello spettacolo, e se ne andarono, sentendosi in qualche modo truffati. Rimasero abbastanza a lungo, tuttavia, per assistere all'evento conclusero di quella giornata di festa, la benedizione del letto nunziale da parte dell'arcivescovo di Reims. Il re cosegnò al nipote la sua camicia da notte e la duchessa di Chartres aiutò Antonietta a prepararsi. 

Antonietta si ritirava nel suo appartamento, Luigi si accostava al letto, ci si sdraiava e si metteva a dormire senza toccarla. Pur essendo priva di esperienza, Antonietta non era all'oscuro delle cose del sesso. Sua madre l'aveva informata su ciò che doveva aspettarsi come moglie, ed essa sapeva a quali sofferenze era andata incontro sua sorella Carolina nella sua angosciosa botte di nozze nei primi giorni d'incubo del suo matrimonio. C'era qualcosa che non andava affatto, e presto divenne materia di pettegolezzo generale a corte. I paggi e le cameriere, ogni mattina, scrutavano la biancheria da letto della delfina, in cerca di testimonianze del fatto che questa non era più vergine; non trovandone, cominciarono a passare la notizia a chiunque fosse disposto a pagare per averla; e quelli disposti a pagare erano molti. Fra costoro c'era Mercy il navigatissimo ambasciatore di Maria Teresa, il quale aveva promesso all'imperatrice che l'avrebbe tenuta informata su tutto ciò che avveniva alla corte di Luigi XV. Mercy si affrettò a riferire circa la strana situazione: mandando il messaggio con uno speciale corriere che raggiunse Vienna nel massimo segreto. La corrispondenza riservata fra l'imperatore e Mercy, che cominciò nei giorni immediatamente successivi al matrimonio di Antonietta, fu un prodigio di organizzazione per quei tempi. In un'epoca in cui c'erano spie dappertutto e tutte le lettere spedite attraverso i normali canali venivano regolarmente intercettate e aperte, non si era mai sentito parlare di uno scambio di informatori e di istruzioni in entrambi i sensi sicuramente segreto fra un diplomatico e il suo sovrano, per giunta residenti in città tanto lontane. Luigi XV e i suoi ministri avevano un esercito di informatori, sparsi per tutta l'Europa, il cui solo scopo era proprio quello di mandare all'aria qualsiasi sistema di comunicazioni clandestine. Eppure i giovani corrieri austriaci e ungheresi reclutati per assicurare il recapito dei dettagliati dispacci di Mercy a Maria Teresa e le istruzioni o richieste dell'imperatrice al suo ambasciatore riuscirono, giocando d'astuzia, a eludere per anni quegli informatori, mettendo il conte Mercy in grado di affidare alla carta franche osservazioni  che egli non avrebbe mai osato fare altrimenti.

I primi rapporti di Mercy alla sua sovrana furono deprimenti. Il delfino, egli scriveva, era <<ripiombato n ella sgradevole condizione d'animo alla quale è un incline per natura. Fin da quando si sono incontrati per la prima volta, egli non ha dato alcun segno di predilezione per la delfina, o di desiderio di compiacerla, né in pubblico né in privato>>. Maria Teresa sapeva leggere tra le righe. Il suo impacciato e stravagante genero, del quale la gente diceva che <<era molto simile nella figura a un eunuco>>, era forse un eunuco anche di fatto.

La situazione preoccupava ormai tutti e in modo grave: l'imperatore d'Austria, il suo ambasciatore a Parigi, il re di Francia e i suoi ministri. A Versailles furono consultati i medici di corte. Niente di preoccupante, dissero. Il delfino non aveva ancora raggiunto i sedici anni. Non era ancora maturo. 

In realtà lo sventurato Luigi era affetto da fimosi, una deformazione del prepuzio che rendeva dolorosa la retrazione e perciò impediva l'erezione. Il delfino non era impotente: la verità era che tentare di fare all'amore gli costava una sofferenza atroce. Anche una blanda eccitazione sessuale gli causava un forte dolore e suscitava in lui la paura di un dolore più intenso. Ma ciò che più lo faceva soffrire era l'idea di sottoporre le sue tenere carni ai crudeli bisturi dei medici di corte. Luigi poteva avere o non avere gli smodati appetiti sessuali di un'adolescente – anche se qualcuno potrebbe dedurre che li aveva, che li sublimasse rimpinzandosi di cibo, con tanta frequenza e tanta voracità che spesso stava male di stomaco, ma è chiaro che per evitare sofferenze egli aveva deciso di negarsi ogni gratificazione erotica.

Luigi, comunque, continuò a star lontano da  Antonietta e a ignorarla nelle occasioni in cui l'etichetta di corte li costringeva a stare insieme. Insieme, tuttavia, restavano soli molto raramente. Erano sempre circondati da servitori signori e dame di corte, dignitari e dai sempre presenti osservatori <<casuali>> che affollavano i corridoi del palazzo, avidi di assistere allo spettacolo offerto dai reali, avidi di scrutare il minimo indizio di variazione nell'atteggiamento del delfino verso la consorte. Il matrimonio non consumato fra Luigi e Antonietta era oggetto di conversazione universale.

I pettegolezzi, le occhiate insistenti e curiose. I commenti sussurrati, i sorrisetti maligni – mettevano certamente in imbarazzo i due giovanissimi sposi. Antonietta manteneva esteriormente un atteggiamento disgustoso e sicuro di sé, ma nei momenti in cui dimenticava di controllarsi appariva scura in volto e pensierosa: <<Sotto la sua sicurezza intravedo momenti di tristezza>>, scrisse a Kaunitz l'abate Vermond, aggiungendo: <<Il mio cuore è lacerato da tutto questo>>.

Il calore e la bontà d'animo in cui Antonietta aveva accolto il suo goffo marito avevano fatto breccia nella ritrosia di Luigi, il quale cominciava finalmente a parlarle, a cercarla, perfino a confidare in lei. Quando essa passava per l'appartamento del delfino, egli le faceva capire a cenni che desiderava  parlarle, poi la accompagnava nell'appartamento di lei, dove era libero dalla tutela dei suoi importuni gentiluomini di corte e del suo istitutore, il duca de la Vauguyon, il quale si faceva un dovere di ascoltare tutto ciò che il delfino diceva.

Una domenica Luigi affrontò egli stesso l''argomento di cui tutti gli altri parlavano fin dalla prima notte di nozze. Secondo quanto riferì Mercy scrivendo a Maria Teresa una settimana dopo, il delfino disse ad Antonietta che si rendeva conto dell'aspetto sensuale del matrimonio, ma che opera deciso di rimandare la completa intimità a un momento più appropriato, presumibilmente al giorno del suo sedicesimo compleanno, che sarebbe stato il 23 agosto. Quel giorno la corte darebbe stata a Compiègne, e lì, assicurò Luigi ad Antonietta, egli sarebbe vissuto con lei <<in tutta l'intimità richiesta dalla loro unione>>.

Il 23 agosto arrivò e passo, e Antonietta, era ancora vergine. Se Luigi aveva sperato di superare l'impedimento causato dalla fimosi aveva perso coraggio. Ancora una volta i seminatori di pettegolezzi si misero all'opera e il delfino mortificato, ricominciò a rifugiarsi nella foresta per le sue partite di caccia, da cui rientrava molte ore dopo, con la testa che girava, barcollando, tanto esausto che faticava a reggersi in piedi.

https://www.facebook.com/MadameVrath/
https://it.pinterest.com/madamevrath/