domenica 18 novembre 2018

Giovanna d'Arco. Il maggio delle fate

Giovanna d'Arco. Il maggio delle fate


Giovanna d''Arco 

Jeanne che tutti nel suo paese chiamavano e avrebbero continuato a chiamare Jeanette, era nata verso il 1412 - si dice convenzionalmente il giorno dell'Epifnia di quell'anno: ma la cronologia è incerta - nel villaggio di Domrémy dipendente dalla castellanìa di Voucouleurs (una decina di chilometri più a nord) nella balìa di Chaumont. Si era nel ducato di Bar, sulla riva sinistra della Mosa: in un territorio grande quanto un fazzoletto circondato da terre borgognone ma fedele al delfino, quel giovane e incerto principe Carlo di Valois. 

Un'area di frontiera la chiameremmo noi. E la parola per quanto non ancora troppo diffusa (si preferiva renderne il concetto ricorrendo all'antico termine <<marca>>, d'origine carolingia), esisteva già. La si era adottata in Francia durante il primo quarto del Trecento, ma era d'origine iberica e richiamava l'idea della line lungo la quale si affrontano due mondi e due civiltà diverse in Spagna, appunto, la cristiana e la musulmana. Il territorio compreso tra la Lorena e i Vosgi odierni era stato a lungo diviso e conteso: in pien IX secolo, esso faceva parte integrante della <<Lotaringia>>, quindi della parte orientale delle due regioni nelle qualisi era scisso il dominio di Carlo magno.  Ma il regno dei <<franchi occidentali>>, che era poi diventato la Francia capetingia, aveva pian piano spostato verso est, ampliandoli, i suoi confini: e nel 1301 un trattato fra l'imperatore romano - germanico Alberto I d'Asburgo e il re di Francia Filippo IV il Bello, aveva fissato il corso della Mosa come linea di confine tra il regno dii Francia e il ducato di Lorena, terra d'Impero. Come sempre si faceva con le aree di frontiera, i sovrani francesi avevano in un primo tempo ridotto al minimo la pressione fiscale e garantito ogni sorta di privilegi alle comunità entrate da poco stabilmente nella loro compagine: ma al tempo stesso ne avevano seminato il territorio di fortezze e di guarnigioni di frontiera. 

Il villaggio di Domrémy era solcato da un ruscello a nord del quale esso dipendeva direttamente dal dominio regio, a sud di signori di Buorlémont-Joinville, vassalli del Barrois, feudo diretto dalla corona tenuto prima dal cardinale di Bar e quindi da suo nipote Renato d'Angiò, genero ed erede di Carlo II duca di Lorena. Quelli di Domrémy, stavano dalla parte del delfino; ma la gente del vicino paese di Maxey, era <<borgognona>> e quelli dall'altra parte della Mosa, fideles del duca di Lorena, approfittavano di tutte le occasioni per sbocconcellare un pò di quelle terre contese. Neufchàteau a una decina di chilomentri da Domrémy, apparteneva al re: il quale però l'aveva concessa in feudo al duca di Lorena, nonostante questi fosse - ma la pratica era corrente - vassallo dell'imperatore. Il fulcro lealista della regione era la fortezza di Vaucouleurs, fedele al delfino e circondata dai suoi nemici. Nonostante la guerra che la devastava, tutta l'area era importante e potenzialmente prospera: là s'incrociavano la via mercantile che collegava Lione a Treviri con quella che univa Basilea alle città rese ricche e famose fin dai tre secoli prima grazie alle <<fiere di Champagne>>. 

Oggi non si hanno dubbi sul fatto che il toponimo della località di Domremy-la-Pucelle nei Vosgi, piacevole tappa sulla strada fra Parigi e Basilea, vada scritto senza l'accento acuto sulla <<e>>: ma la consuetudine ha i suoi diritti. Esso dipende da Dominus Remigius, ed è attestato almeno all'XI secolo; ma è forse più antico, dal momento che la tradizione di dare in Francia ai luoghi nomi di santi qualificati dall'epiteto Dominus avviata verso la fine del VI secolo, venne abbandonata verso il X, allorché prevalse quello di Sanctus. 

Domrémy era quindi un insediamento dedicato a san Remigio, l'evangelizzatore dei franchi che secondo la tradizione avrebbe consacrato Clodoveo re cristiano della sua gente ingendolo in Reims, col crisma contenuto in un'ampolla mracolosamente recaata dalla colomba dello Spirito Santo. In realtà a Reims, nel Natale del 496, Clodoveo era stato non consacrato re, bensì battezzato. Nel capoluogo della Champagne si era cominciato a consacrare i re dal 5 ottobre dell'816, quando vi fu unto e incoronato Ludovico il Pio figlio di Carlomagno. 

Giovanna, una dei cinque figli dei bons laboureurs - contadini, ma piuttosto piccolissimi proprietari - Jacques, il cui cognome si è tardivamente fissato nella forma <<d'Arc>> e Isabelle Romée era una ragazza come tante altre, che si distingueva d'altronde per il suo vivo senso religioso e per l'ingenua ma profonda devozione. Aveva tre fratelli maggiori - Jeacques, Pierre e Jean - e una sorella, Catherine, che sarebbe morta forse di parto nel 1428. La devozione dei genitori e probabilmente il loro imoegno nel pellegrinaggiol sembrano confermati da questi quattro nomi, che rimandano ai principali grandi santuari meta dei pellegrinaggi del tempo: Santiago de Compostela, legato al culto delle reliquie di San Giacomo, Roma, Gerusalemme, il Monte Sinai. 

Forse più nota per i pellegrinaggi fatti da lei stessa o dai membri della sua famiglia era la madre Isabelle detta Romée. Un cognome, questo, o piutosto un soprannome? <<Romei>>, erano in effetti chiamati i pellegrini che volgevano i loro passi verso Roma, alla volta dell'apostolo Pietro e della reliquia che custodiva l'effigie di Cristo, <<la Veronica>>. 
Jeacques non era comunque, s'è detto, proprio un povero contadino, come invece una leggenda romantica ha cercato di far credere. Doveva essere piuttosto agiato ed era circondato da rispetto, nel 1623 era stato decano di Domrémy talvolta aveva rappresentato il suo villaggio presso i signori del luogo. 

La ragazza accudiva alle faccende domestiche, sapeva filare e cucire (si sarebbe vantata di saperlo fare molto bene) e nei giorni di festa frequentava la chiesa. La conooscevano come una brava e tranquilla bambina: per quanto qualche testimonianza raccolta nei due processi del 1431 e del 1456 - dai quali ci poviene quasi tutto quel che sappiamo di lei - riferisca di una sua speciale propensione per le cose della fede, d'una sua qualche inclinazione un pò più ingenuamente devota rispetto alle coetanee, a una sua più intensa partecipazione ai sacramenti; conosceva comunque le principali preghiere, insegnatele dalla madre. Può darsi che in qualche modo fosse in contatto con gurppi affini ai <<begardi>>, o almeno così dissero di lei durante il processo di riabilitazione: che fosse una <<beghina>> era il parere registrato nel 1429 dal mercante veneziano Antonio Morosini, che nel suo <<giornale>> raccoglieva le notizie che provenivano da Bruges. 

Quel tempo e quelle terre erano piene comunnque di mistici e di <<devoti>> che vivevano il rapporto con Cristo e con la fede di un modo nuovo, intima, che rifuggiva dalla mediazione delle istituzioni ecclesiastiche e si traduceva in un'infinità di pratiche rituali private spesso numerose e ossessive ma anche - talvolta - in una vita di comunità laiche all'interno delle quali la tensione spirituale si esternava in termini quotidiani. Può darsi che anche i predicatori appartenenti agli Ordini mendicanti francescano e domenicano, che senza dubbio passavano spesso per le strade molto battute tra la Mosa e il Reno, abbiano influito su Giovanna. Ma per quel che si sa, la sua vita devota - probabilmente un pò più intensa di quella dei suoi coetanei - s'inquadrava comunque bene nei consueti usi parrocchiali. Il centro attorno al quale essa ruotava era la messa domenicale, grande momento di compartecipazione e di scambio durante il quale, a partire dal IV Concilio Lateranense del 1215, era invalsa la consuetudine di comunicarsi: ma la pratica della comunione frequente non era incoraggiata dalla Chiesa, che temeva un'eccessiva familiarità con i sacramenti e suggeriva piuttosto l'adorazione dell'ostia consacrata. 

Anche i pellegrinaggi facevano probabilmente parte dell'esperienza della giovane figlia di Jacques e d'Isabelle: non quelli più importanti, verso le grandi mète lontane, bensì - secondo una tendenza che nel XV secolo si andava diffondendo in tutta la Cristianità occidentale - quelli diretti a sedi vicine che erano sovente piccole cappelle o modesti oratori. Così Notre-Dame di Beaumont, non lontano da Domrémy. 
Non siamo insomma dinanzi a una consuetudine ecclesiale e devozionale debole e incolta: le comunità rurali del tempo erano animate da un sentimento religioso concreto, profondo, incentrato su un robusto senso del sacro che si esprimeva nel culto della regalità del Cristo, della Vergine, della realtà e del sacramento. L'immagine del Cristo Re, la memoria del vescovo evangelizzatore san Remigio, lo stesso clima della frontiera fra due monarchie dal forte contenuto sociale - la romano-germanica, e la francese, entrambe devote alla memoria di <<san>> Carlomagno - facevano sì che la gente di Domrémy e dintorni restasse ben ferma nella fedeltà a colui che riteneva il suo re; e gli adulti deò villaggio senza dubbio erano fieri - lo dessero o meno a vedere - dei loro ragazzi, che tornavano spesso a casa laceri e insanguinati per aver affrontato a sassate e a bastonate nella battaliolae (così frequenti nel medioevo) i ragazzi dei villaggi vicini, fedeli al duca di Borgogna e partigiani pertanto di Enrico VI, re di Francia e d'Inghilterra. 

Giovanna era immersa nella cultura tradizionale della sua comunità familiare e insediativa: una cultura fatta di proverbi, di espressioni consuete, di conoscenze tecniche e materiali, di credenze e di leggende. Talvolta, specie durante le feste e in primavera, si univa alle compagne e alle coetanee ai piedi d'un grande albero, forse un faggio, che la tradizione folklorica collegava alle fate e attorno al quale si danzava e si contava; il primo giorno di maggio - il mese dell'inizio del tens clar e dell'amore; il mese caro alle cavalcate e alla poesia cortese, ma sacro anche alla Vergine Maria - si appendevano ghirlande di fiori ai suoi rami. Era un omaggio ad antiche dimenticate divinità (delle quali comunque senza dubbio non si conservava se non una memoria vaga e fiabesca) o alla Madonna? Si trattava comunque della Calenda maja alla quale ai primi del Duecento il provenzale Rambaldo di Vaqueiras aveva dedicato una canzone bellissima; era il Calendimaggio celebrato un pò dappertutto nell'Europa del tempo. 

A Domrémy, presso <<l'albero delle fate>> c'era una fonte celebre per le sue proprietà taumaturiche; gli ammaliati di <<febbre>> venivano a berne l'acqua. E non lontano dall'abitato sorgeva un bosco, evidentemente di querci (detto, appunto, <<Bois Chenu>>: che potrebbe anche significare però <<bosco vecchio>>), che forse manteneva in qualche modo il ricordo della sacralità attribuita alle querci nelle tradizioni celtica e germanica. Nei racconti di fate, l'albero, la fontana e il bosco sono abitualmente collegati fra loro: e sono protagonisti d'una vicenda i cui tratti abbastanza semplici si ripetono, con qualche variante, in molte tradizini sparse nel continente eurasiatico. La fata appare sotto l'albero e presso la fontana, talvolta travestita da vecchia; di solito dona a un brav'uomo povero e meritevole un'inattesa fortuna, oppure predice un avvenire felice a un'onesta e brava ragazza. 


San Michele Arcangelo


Era un'adolescente più o meno tredicenne - un'età tuttavia in cui, nel Quattrocento, non si era più troppo bambine - la Giovanna che, nell'estate del 1425, cominciò a udire (proprio, sembra, nel <<Bois Chenu>>) delle <<voci>>, da lei prontamente attribuite all'arcangelo Michele e alle sante Margherita d'Antiochia e Caterina d'Alessandria. 
Che proprio a metà 1425 fosse l'arcangelo Michele a rivelarsi e a parlare della liberazione della Francia degli inglesi, non è cosa priva di signifcato. L'arcangelo guerriero era ormai il vero e proprio protettore della Francia, da quando il suo collega san Giorgio aveva scelto con tanta decisione la parte inglese (o gli inglesi avevano scelto lui: il che era in fondo lo stesso). Dal 1418, nella Francia settentrionale sottomessa tutta o quasi al re di Francia e d'Inghilterra, l'isoletta fortificata di Saint-Michel-au-Péril-de-la-Mer, tra Normandia e Bretagna; resisteva indomita mantenednosi fedele al delfino. 

Mont-Saint-Michel, luogo arcano di leggende folkloristiche legate forse alle tradizioni celtiche precristiane e visitato da un'apparizione dell'arcangelo che ai primi dell'VIII secolo si era rivelato a sant'Auberto vescovo di Avranches, era divenuto caro alla corona di Francia fin da quando, nel 1204, re Filippo II Augusto se n'era impadronito strappandolo agli inglesi. Luigi IX il Santo vi era giunto pellegrino  nel 1256, Filippo IV nel 1307, l'infelice Carlo VI nel 1393. Erano stati i sovrani di Francia a finanziare la splendida costruzione gotica che ancor oggi incorona lo scoglio: il santuario detto a buona ragione <<la Merveille>>, costituito da re piani sovrapposti simbolo dei tre ordini nei quali si scandiva la società cristiana, quelli che pregavano, quelli che combattevano e quelli che con il loro lavoro assicuravano la vita e la prosperità di tutti. I tre <<stati>> simbolizzati - si dicceva in Francia - dai tre ptali del regale fiordaliso, Il povero Carlo VI nutriva per l'arcangelo una vera devozione: aveva dato il suo nome alla figlia che gli era nata nel 1395 e anche a una delle porte di Parigi. Il culto di Michele era poi divenuto quasi esclusivo nel <<re di Bourges>>, quando i parigini l'avevano abbandonato e si poteva pensare quindi che anche il loro patrono, sa Dionigi, gli avesse voltato le spalle. 

Mont-Saint-Michel, dunque, resisteva. Ed era il simbolo d'una Francia che non s'arrendeva, che non si piegava alla logica del trattato di Troyes e al ritorno al di qua della Manica del potere dei re che governavano dall'altra parte del mare. Nel maggio del 1425 gli inglesi, spazientiti, avevano scatenato contro l'ostinata piazzaforte un'offensiva combianta per terra e per mare. Del resto, Mont-Saint-Michel non era propriamente un'sola: una sottile lingua di terraferma la collegava al continente, ma per molti giorni all'anno essa era sommmersa dall'alta marea. Sfruttando queste speciali caratteristiche del terreno, i difensori avevano tenuto duro nonostante l'assedio fosse ccndotto da uno dei più abili e temibili capi miltiari del tempo, William de la Pole conte di Suffolk. 

La notizia della resistenza della piazzaforte consacrata all'arcangelo si sparse rapidamente in tutta la Francia. Era ricordato che la valle della Mosa era all'incrocio fra itinerario di viaggio e di commercio intensamente frequentati: la strada tra Lione e Treviri, quindi fra corso del Rodano e corso del Reno, v'incrociava - come si è detto - qualla che da Basilea (e quindi dalla pianura padana) conduceva all'area delle <<fiere di Champagne>>, almeno dal XII secolo uno dei centri nevralgici del commercio europeo.  Di merrcanti in grado di recare in Barrois e in Lorena notizie della Bretagna e della Normandia ce n'erano parecchi. A meno che la storia della valorosa difesa dei francesi sotto l'egida dell'arcangelo non fosse stata recata a Domrémy da qualche devoto pellegrino. Nei dintorni del villaggio c'era difatti il santuario di Saint-Michel, una delle tappe dell'itinerario del pellegrinaggio michelita che da Mont-Saint-Michel attraverso la Val di Susa dominata dalla Sagra di San Michele giungeva fino all'altro haut lieu della devozione all'arcangelo, Monte Sant'Angelo, sul promontorio del Gargano in Puglia. 

Giovanna conosceva bene il santuario michelita sito non lungi dalla sua dimora; e non si esagera in ipotesi supponendo che le gesta dei difensori di Mont-Saint-Michel fossero giunte anche alle sue orecchie. Inoltre, i tredici anni sono quelli della pubertà: quelli in cuui le bambine - al contatto con la paura e la sorpresa delle prime perdite sanguigne - sentono, anche se ancora non capiscono, di star diventando ormai donne. E' un momento magico e delicato, bellissimo e terribile: oggi sappiamo che le tempeste ormonali in quelle poche settimane scatenate nei giovanissimi corpi possono produrre turbe quasi sempre solo passeggere, ma non sempre di entità lieve. Non è mancato chi ha posto quei turbamenti in rapporto con le <<voci>>. Fu appunto a tredici anni, secondo la tradizione consacrata dai Vangeli apocrifi, che Maria ricevette la venuta dell'arcangelo Gabriele. Molti sono i contatti fra Maria e Giovanna. Anche nella vita della ragazza del Barrois c'è un arcangelo: ma non quello dell'Annunzio. Giovanna incontra il principe celeste della Guerra, della Morte e della Giustizia. 


Santa Caterina d'Alessandria


Santa Margherita d'Antiochia 



Ma c'erano altri aspetti inquietanti, nelle <<voci>>. La primaa volta che le sentì fu nell'estate del 1425, nel giardino di casa: era mezzogiorno, un momento arcano e terribile della giornata, l'ora dei <<demoni meridiani>>. Giovanna era a digiuno, una condizione che senza dubbio favorrisce li stati emotivi, se non alterati, della coscienza. La voce, che era buona perché veniva da destra, dalla parte della chiesa vicina, ed era accompagnata da una forte e chiara luminosità, era appunto quella - Giovanna se ne sarebbe sempre detta sicura - dell'arcangelo Michele. Le parlarono più tardi Margherita d'Antiochia e Caterina d'Alessandria. Lasciamo ad altri le facili ipotesi che tali <<allucinazioni>> dipendessero da una disposizione psico-fisica o dalle tempeste ormonali collegate con la pubertà. L'attribuziione delle <<voci>> non a in sé niente d'eccezionale: di Michele s'è già detto: Margherita e Caterina erano due tra le sante più venerate in quell'epoca, e non solo nella Francia orientale. 

Le <<vooci>> che parlavano a Giovanna insistevano sulla necessità di adempiere la volontà di Dio, che imponeva la liberazione del suolo di Francia dall'invasore. La ragazza - che talora giungeva anche a vedere gli arcani interlocutori - ascoltava con timore e con commozione: conosceva già la guerra con le sue crudeltà aveva avuto esperienza nel suo stesso paese delle violenze e delle razzie perpetrate dalle bande di mercenari a caccia di bottino. Nel luglio del 1425 alcuni avventurieri borgognoni avevano razziato il bestiame della regione. Nel 1428 gli anglo-borgognoni si erano impadroniti di tutte le piazze della Mosa fedeli al delfino e nel luglio avevano assediato a Vaoucouleurs mentre la gente di Dommrémy era stata costretta a rifugiarsi poco lontano, a Neufchateau, i terra lorenese. Pare che soltanto lì la ragazzina fosse in qualche modo constretta a un più impegntivo lavoro, non più domestico ma pastorale: forse si trattò di badare a un modesto gregge. 

Le <<voci>> andavano facendosi più insistenti e perentorie: pretendevano che la povera fanciulla si facesse profeta di Dio al pari di quelli del Vecchio Testamento: le ordinavano di recarsi <<in Francia>> - vale a dire nelle terre controllate dal delfino - e le ripetevano che essa aveva ricevuto dal Signore la missione di liberare la città d'Orléans dall'assedio nel quale gli inglesi la stringevano fin dall'ottobre del 1428. Orléans, chiave del medio corso della Loira, sorgeva a nord del grande fiume, sulla sua riva destra: era pertanto una sentinella avanzata del <<re di Bourges>> un territorio denominato dal re di Francia e d'Inghilterra. Essa stava a guardia del ponte di pietra che univa le due sponde. 
La gente di Domrémy dovette cominciare presto ad accorgersi della ragazzina che forse non parlava, ma delle <<voci>> della quale chiacchieravano fin troppo parenti, amici e vicini. 

La Francia e l'Europa  del tempo erano assediate dalle <<profetesse>>: alcune - come Caterina da Siena e Brigida di Svezia - grandi sante, oltre al limite dell'eresia. Le sante si collegano sovente ai movimenti mendicanti: già, fra Due e Trecento, Margherita da Cortona , Angela da Foligno, Chiara da Montefalco e Dauphine de Sabron apparivano in un modo o nell'altro connesse con lo spiritismo francescano e con Ubertino da Casale; Catarina da Siena era ina <<mantellata>>, una terziaria domenicaana. 
Non era affatto raro che queste donne che pregavano e che profetavano pretendessero di trattare con i pontefici e con i potenti della terra. Una giovane di Parma, Orsolina Venerii, non aveva esitato, durante il periodo del cosiddetto <<grande scisma d'Occidente>>, a rivolgersi al papa residente in Avignone, Clemente VII domandandogli di rinunziare al suo ufficio in favore del suo collega e concorrente romano in modo da consentire il ritorno della Chiesa all'unità. Nel territorio di Albi - la regione della Linguadoca ai primi del Duecento famosa per la folta presenza degli eretici - la vedova Constance de Rebastens, che si definiva <<sposa del Cristo>>, narrava il contenuto delle rivelazioni da lui ricevute al suo confessore, che le trascriveva diligentemente  in occitano e in latino. La sua vocazione le era apparsa chiara a partire dal 1384, quando aveva cominciato una serie di colloqui con na voce rivelatasi quella del Signore. La missione di Constance si presentava come dotata d'una precisa valenza politica e patriottica: essa era decismente schierata a favore del papa romano contro quello avignonese e, quanto alle faccende occitane, si opponeva a Giovanni II duca d'Armagnac che sosteneva gli inglesi parteggiando invece per Gaston Phoebus conte di Foix e partigiano di Carlo VI, cui attribuiva il compito di por fine allo scisma e guidava una nuova crociata. Constance incappò nel tribunale dell'Inquisizione: le si parlò di pubblicare le sue rivelazioni e la s'imprigionò. Pochi anni più tardi, nel 1396, Jeanne-Marie de Maillé - vedova di un signore della regione della Loira chhe viveva come reclusa presso un convento francescano di Tours - prese a profetare il futuro avvento d'un papa che avrebbe vestito il rude saio del poverello d'Assisi e non mancò di chiedere e ottenere udiena a re Carlo VI né di giungere un paoi d'anni dopo fino a Parigi, dove rimproverò la regina Isabella di Baviera per la vita disordinata per il lusso sfrenato, mentre il popolo soffriva la fame. Alla regina Isabella si rivolse anche, con un messaggio per il papa d'Avignone che veniva invitato una volta di più ai disinteressi, la <<reclusa>> Marie Robine detta anche <<Maria la Guascona>>, essa stessa oggetto di rivelazioni raccolte in un libro. Marie era giunta nel 1389 ad Avignone da uno sperduto villaggio della regione dell'Auch, ai piedi dei Pirenei; dopo una miracolosa guarigione ottenuta grazie a un pellegrinaggio, visse d'elemosine presso la cinta del cimitero di Saint-Michel dell'antica capitale pontificia. <<La Guascona>> sosteneva di ricevere le visioni, il contenuto delle quali era riservato al papa e al re Carlo VI; ma, nel 1398, scrisse anche Isabella di Baviera e fu da questa ricevuta. Marie era latrice di perentori messaggi divisi: il re doveva cambiare vita, lavorare alla composizione dello scisma papale, moralizzare la sua corte: altrimenti i sudditi si sarebbero ribellati, fiumi di sangue sarebbro stati versati, Parigi sarebbe stata distrutta. 

Queste <<profetesse>> ebbero sorti differenti Jeanne-Marie de Maillé fu infatti canonizzata, ma un'altra visionaria, Catherine Sauve, sarebbe stata bruciata a Neufchateau nel 1417; da parte loro altre ispirate, come Catherine de la Rochelle e santa Colette de Corbie, avrebbero più tardi incontrato entrambe la ragazza di Domrémy. 

Di Giovanna e delle sue visioni fu dinque costretto a occuparsi alla fine dello stesso capitano della piazza di Vaucouleurs, Robert de Baudricourt, che da pocco aveva a malapena respinto una parte offensiva borgognona e non aveva troppa voglia d'affrontare altri grattacapi. La ragazzina aveva già cercato di farsi ricevere una prima volta da lui nel maggio del 1428, quando si era recata a Vaoucouleurs col pretesto di venir a soggiornare qualche giorno presso uno zio che colà abitava. In quell'occasione, che fornì forse l'avvio alle chiacchiere del paese su Giovanna (che forse circolavano però già da tempo), il capitano si rifiutò di riceverla e di dar peso alle vociferazioni e alle polemiche: consigliò al familiare che accompagnava quella strana ragazzina dall'abito  scarlatto di riportarla indietro senza tante storie, curando con quattro schiaffi la malattia che la faceva parlar troppo di Dio e di liberazione... Ma in seguito, nel gennaio del 1429, Robert accettò di star a sentire la figlia di Jacques d'Arc, un uomo che egli conosceva e stimava. 

Il rude cappitano di Vaoucouleurs, anche se non si lasciò convincere, rimase per lo meno turbato dall'incontro e dal colloquio con l'ostinata ragazza che non faceva mai più mistero del compito assegnatole dal cielo: forse decise di sbarazzarsi d'una responsabilità che poteva diventar gravosa, forse pensò che non spettasse comunque a lui una decisione definitiva. Si affrettò a spedire a Nancy, ai suoi due signori feudali, quell'adolescente che parlava un pò troppo di <<voci>> e di visioni. 

Il principe angioino si trovò indietro dinanzi alla pospettiva d'occuparsi di quella faccenda di <<voci>> e di profezie: ma il capitano di Vaoucouleurs, frattanto, aveva forse avvertito il delfino e su sua autorizzazione deciso d'inviargli la giovane, che il parroco di Vaoucouleurs aveva provveduto di esorcizzare e che alcuni nobili dei dintorni d'aiutare e d'accompagnare. 
Dopo averle assegnato una piccola scorta, Robert lasciò che la ragazza indossasse abiti maschili più adatti al viaggio e partisse su un cavallo donatole dai suoi compaesani. Sapeva già cavalcare, quella sedicenne figlia di piccolissimi proprietari? Comunque imparò presto. Gli abiti maschili e l'addio ai congiunti e al fidanzato che la famiglia le aveva scelto furono il segno della rinunzia a una vita familiare e sessuale ordinaria, a un destino sereno di moglie e di madre. Seguiva un modello? Nella storia di santa Marrgherita c'è qualcosa di simile: la storia d'una donna che indossa abiti da uomo per poter vivere insieme con gente dell'altro sesso. 

Jacques d'Arc aveva sognato una volta che Giovanna abbandonava la casa paterna per seguire una torma di soldati. Era tutt'altro che strano, in quegli anni di violenza e di miseria, un tale destino: erano molte le piccole sciagurate che si davano a seguire una compagnia d'armati, spinte dal bisogno o perdute dietro a un miraggio d'amore e di gloria divenute ormai schiave della loro abiezione. Un sogno come quello di Jacques poteva aver un significato solo, e molto chiaro: ed egli soleva ripetere che, piuttostodi accettare una cosa del genere, avrebbe annagato la figlia con le sue stesse mani o avrebbe obbligsto uno dei fratelli a farlo in vece sua. In un certo senso, ora, le sue paure prendevano corpo: eppure l'incubo si avverva in modo ambiguo, che faceva  pensare in qualche modo lasciava ben sperare. Giovanna se ne andava di casa, sì, e in abiti da maschio, e accompagnata da gente d'arme: tutto sembrava onorevole, eppure una certa anbiguità aleggiava sugli eventi, sui colloqui col castellano di Vaucouleurs, sul viaggio di quella ragazzina che non avrebbe neppur dovuto saper stare in sella. Chi l'avrebbe difesa dagli imprevisti d'un viaggio invernale tra una scorta della quale non si sapeva quanto si potesse fidare e i rischi delle intemperie, delle belve della foresta, di fuorilegge, dei soldati, in un tempo di guerra civile endemica nel quale era così difficile distinguere tra un bandito e un uomo d'arme? E chi avrebbe tutelato lei e la sua famiglia dalle malelingue dei compaesani? Jacques non era un uomo qualunque, a Domrémy, aveva rivestito cariche di rappresentanza nella comunità, era un personaggio in vista. 

La piccola comitiva doveva percorrere quasi seicento chilometri, più della metà dei quali in territorio borgognone, per giungere al castello di Chinon, sulla sinistra della Loira, poche miglia a sud-est della confluenza  del grande fiume con la Vienne: là in quel monento, risiedeva Carlo di Valois. Il <<uo dolce delfino>>, lo chiamava Giovanna. 

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sabato 2 giugno 2018

Maria Antonietta Cap. X

Maria Antonietta Cap. X


Maria Antonietta


Già molto prima dell'alba e i male illuminati corridoi del palazzo di Versailles brulicavano di vita. Paggi, lacché, sguatteri di cucina e domestici si lavavano sommariamente e indossavano in fretta e furia le loro tenute da lavoro e le loro livree, stando vicini ai caminetti accesi, il cui calore bastava appena per proteggere dal freddo quei locali pieni di correnti, e mandando giù qualche boccone di pane prima di raggiungere i punti del palazzo ove dovevano attendere i loro compiti quotidiani. Anche i geentiluomini e le nobildonne, nonostante disponessero di propri servitori che li assistevano quando dovevano indossare i vestiti e le toilettes più formali, dato che, per quanto altolocati fossero i suddetti aristocratici personaggi; a corte i loro incarichi erano a lavoratori manuali: aprire una porta, tenere in mano una parrucca o un bastone da passeggio, disporre i fiori in vasi di porcellana. 

Alla corte di Luigi XVI prestavano la loro opera quasi novecento dignitari e servitori. L'Almanach de Versailles li elencava tutti, e il solo elenco occupava centosessantacinque pagine.Ciascuno dei dignitari, delle dame, dei servitori e delle domestiche aveva i suoi particolari obblighi e privilegi, definiti con precisione e gelosamente difesi. Il guidatore della carrozza reale trinata da muli non si sarebbe mai sognato di mettersi a cassetta per guidare dei cavalli, il gentiluomo di corte che portava al sovrano la sua chise percée e la portava via quando Luigi aveva finito di usarla non si sarebbe mai azzardato a presumere di potergli pettinare i capelli, i valletti che ogni mattina sfregavano la pelle del re con spazzole molto dure impregnate di alcool profumato si sarebbero ribellati all'idea di avvolgergli intorno al collo e di annodargli la cravatta. L'onorabilità del servitore dipendeva dalla natura del suo servizio. 



Luigi XVI

Se il re e la regina erano prigionieri dell'etichetta, infatti, le centinaia di persone al loro servizio erano tenute ad essernne padrone. La prima dama d'onore di Antonietta, la contessa di Noailles, con i suoi fastidiosi ammonimenti sulle formalità appropriate e la sua punntigliosa atenzione ai particolari, faceva semplicemente, anche se in modo estremamente ufficiale, il suo lavoro; un buon servizio richiedev esattezza in ogni dettaglio. Funzionari e servitori nuovi alla corte, dovevaano, prima di essere assunti, diventare padroni di centinaia di regole e di prescrizioni da osservare: come annodare il nastro ch eteneva stretto il guardinfante della regina, quale livrea indossare a Choisy (azzurra) e quale a Compiegne (verde), a quali porte si poteva bussare e quali, invece, si dovevano sfiorare con le unghie per annunciare la propria presenza. In alcune stanze alla servitù era permesso di sedersi, in altre, come, per esempio, la camera da letto del re, i domestici dovevano stare in piedi, anche se il sovrano non era presente. A quest'ultimo, soltanto i familiari e le poche persone con le quali egli aveva una grande intimità potevano rivolgere la parola; tutti gli altri dovevano rivolgerdi a lui con cortese e impersonale deferenza, parlando in terza persona. (<<Il re ha fatto buona caccia?>> <<Il re ha ancora il raffreddore?>>) Anche agli oggetti inanimati bisognava rivolgersi in modo differente a seconda del momento. Così, per esempio, il lettto della regina era considerato un mobile, di cui doveva aver cura il primo tappezziere alla camera daa letto, soltanto quando la regina non vi giaceva. 

Una delle cose che un dipendente doveva imparare era il modo di non are intralci ai suoi colleghi. La carica di reggitore dello strascico ella regina - una carica d'importanza secondaria, che tuttavia comportava <<doveri quotidiani e assidui>> - poteva essere detenuta soltanto da un nobile, cioè da un uomo il cui lignaggio fosse abbastanza illustre per non sfigurare accanto a quello del primo gentiluomo - usciere (Il reggitore dello strascico e il promo gentiluomo-usciere dovevano viaggiare sulla stessa carrozza quando la famiglia reale si trasferiva da una residenza all'altra; non si poteva pretendere che il secondo dei due viaggiasse in carrozza con un individuo che gli era socialmente inferiore).  Eppure il reggitore dello strascico poteva adempiere al suo compito in ambito molto limitato perché, appena la regina lasciava il suo appartamento e passava per la Galerie des Glaces, era tenuto a cedere lo strascico a un altro funzionario di servizio un paggio di camera del re domestico di cappella. 

Il conte d'Hézècques entrò in servizio a Versailles all'eta di dodici anni: doveva la nommina a paggio di camera del re alla raccomandazione di un parente che era uno dei gentiluomini di camera. Quando arrivò, erano complessivamente al servizio 58 paggi senza contare quelli che servivano i principi del sangue. Otto dei paggi erano assegnati alla camera del re, ove i loro compiti consistevano nell'assistere al grand lever del sovrano, nel fargli da scorta quando andava a messa, nel rischiarargli il cammino quando tornava dalla caccia dopo il calar del sole e, la sera, nel preparargli le pantofole quando andava a letto. Non erano compiti gravosi; gravosa era però l'iniziazione ad essi, come d'Hézècques dovette constatare con smarrimento. Come novizio si trovò alla mercé degli anciens, paggi che detenevano i loro incarichi da due anni e più e si commportavano in modo estremamente dispotico. Gli anciens punivano spietatamente ogni errore dei novizi, dai quali si pretendeva non solo che eseguissero i loro compiti senza la minima imperfezione, ma perfino che indovinassero i desideri dei loro superiori, altrimenti sarebbero stati bastonati. 

Ogni paggio doveva ricevere dalla sua famiglia una pensione di seicento franchi all'anno; ma questa era solo per le spese minute, perché tutto il resto veniva loro fornito dalla casa reale: cibo abbondante, livree e altri capi di vestiario, cure mediche, istruzione, D'Hézècques si sentiva trattato con <<una magnificenza davvero regale>>. Gli otto paggi di camera avevano due governanti e un precettore, o insegnante, che li controllavano anche nei loro alloggi in Rue de l'Orangerie. Trascorrevano la mattinata (prima del lever del sovrano, che in genere avveniva prima delle undici o ndici e mezzo) imparando a cavalcare; più tardi nel corso della giornata, quando non erano di servizio dal re, prendevano lezione di matematica, tedesco, disegno, danza, scherma e maneggio delle armi da fuoco, e facevano esercizi atletici e acrobatici. 

Erano altresì comuni, anche se raramente all'ultimo sangue, i duelli fra i paggi del re e quelli del principe di Condé o del principe di Conti. I ragazzi che rimanevano feriti venivno chirurghi della città di Versailles o da uno dei <<chirurghi comuni>> della regina che di regola si occuupava dei servitori di basso grado della casa civile della sovrana, ma che si poteva obbligare a prestare la sua opera in casi di emergenza come in occasione dei duelli. Il duello era ufficialmente disapprovato, ma era una parte riconosciuta della vita di un ufficiale dell'esercito, e tutti i paggi reali venivano istruiti per la carriera delle armi. Alla fine del loro periodo di servizio a corte, quando avevano diciassete o diciotto anni, venivano nominati ufficiali della guardia. Così avvenne, per esempio, a d'Hézècques. 

Il sedicenne d'Hézècques, che era un ancien in grado di dettar legge ai paggi novizi, fu assegnato alla grande scuderia relae, ove le regole di lavoro e di vita erano molto meno rigorose, tanto che i paggi erano liberi  di gironzolare nelle vie della città per cinque o sei ore al giorno. I cinquanta ragazzi di servizio nelle scuderie erano alloggiati in un'ala del vasto edificio, in camere tutte intonacate di giallo e tutte arredate con gli stessi mobili, che rano di poco più grandi dei box per i cavalli. Quattro enormi stufe li tenevano al caldo, ed essi usavano in comune una grande stanza per lo studio e pranzavano insieme in una sala appositamente attrezzata. 

I compiti deii paggi di scuderia erano relativamente poco gravosi. Un loro gruppo ben selezionato accompagnava il sovrano nelle sue partite di caccia, indossando sepeciali lvree, ornate con passamani d'oro (il tipo di passamani dipendeva dall'animale che veniva cacciato). Portavano i fucili carichi, consegnandoli al re quando li richiedeva e riprendidendoli quando li aveva usati e bisognava ricaricarli, compito che veniva affidato all'arquebusier. Alla fine della caccia, dopo che era stata distribuita la selvaggina, i paggi banchettavano con la parte loro assegnata; e spesso ricevevano in dono una dozzina di bottiglie di champagne per innaffiare il pranzo. 



Camera da letto della regina. Versailles



Antonietta ripristinò la carica di sovrintendente della casa civile della regina affidandola alla principessa Lamballe, sua amica e confidente, poco dopo l'ascesa al trono.  (Questa ascesa ebbe la conseguenza di confianre nell'ombra Madame de Noailles, che infatti presto si dimise, come indubbiamente Antonietta desderava,) Nella sua qualità di sovrintendente, la principessa di Lamballe godeva di una vasta autorità, di cui tuttavia, dato il suo carattere dolce e benevolo, non abusava. Alle sue dipendenze era la prima dama d'onore; dapprima ricoprì questa dignità la duchessa di Cossé; poi le succedettero la prinncipessa di Chimay e Madame de Mailly, che detenne la carica fino al 1781. Madame Campan, la fedele assistente e biografa di Antonnietta, era una delle sue prime cameriere addette alla camera da letto; aveva la responsabilità della gestione dei fondi privati della regina, che inoltre le aveva affidato in custodia i suoi gioielli. 

La direzione della casa civile di Antonietta comportava un gran numero di attività, dal controllo e dal pagamento di conti e delle fatture alla stesura di lettere di risposta ai sovrani stranieri che davano notizia di nascite, decessi e altri eventi familiari. Bastava questa corrispondena per tenere occupati a tempo pieno due segretari. Un altro compito che richiedeva molto lavoro e molto tempo era la riparazione e manutenzione dei veicoli della regina, comprese le grandi slitte dorate con cui essa amava fare gite ed escursioni d'inverno, quando c'era neve sufficiente. Ogni volta che la corte si trasferiva a Marly, a Choisy o a Fointainebleu, poi, c'erano da redigere e spedire inviti a migliaia per  balli, cene e partite di caccia. 

Sempre maggiore attenzione veniva dedicata alle condizioni di salute dei membri della servitù , e l'assistenza a queste centinaia di persone richiedeva l'impiego di un farmacista e di due chirurghi. Questi andavano ad aggiungersi al medico-farmacista e al chirurgo che avevano la responsabilità delle condizioni di salute della regina e dei suoi dignitari. Gli approvigionamenti di cibo, la cura delle cristallerie e delle argenterie, la custodia e il lavaggio degli abiti di corte e informali - per non parlare delle scarpe, delle borse, dei ventagli, dei guanti, della biancheria intima e dei cappelli - richiedevano l'opera di decine e decine di persone. In base alle disposizioni emanate dall'abate Terray, le tovaglie, i tovsglioli, le camicie e i merletti di lino dovevano essere sostituiti ogni tra anni (portati poi a cinque, e infine a sette da controllori delle finanze che volevano imporre economie sempre più rigorose). 

La suepervisione su tutte queste attvità di lunga durata non escludeva, anzi rendeva ancora più necessario uno strettoo controllo su quelle che si svolgevano di giorno in giorno e di ora in ora, e senza le quali la casa civile della regina non avrebbe potuto funzzionare regolarmente. Al compito di rifare il letto della regina, per esempio, si doveva provvedere mentre essa, con il suo entourage, assisteva alla messa. Appena il corteo regale lasciava l'appartamento di Antonietta per dirigersi verso la cappella, le addette al servizio si precipitavano nella camera da letto della regina con le lenzuola e i cuscini puliti e, dopo aver scostato i grandi cortinaggi doppi che celavano alla vista il letto, toglievano di mezzo la biancheria sporca, metendola in grandi canestri foderati di taffetà verde, che venivano portati poi alle lavanderie. Venivano quindi chiamati quattro domestici in livrea, che rivoltavano i materassi, troppo pesanti per essere solelvati dalle cameriere. Dopo che i domestici si erano ritirati, sul letto venivano messe lenzuola fresche di bucato, e su queste venivano ridistese le coperte. Le cameriere erano tanto abili che riuscivano a fare questo lavoro in cinque minuti; poi si mettevano a spolverare i mobili e a rifare ordine nella camera, data la confusione in cui l'aveva lasciata la regina dopo essersi vestita e  aver fatto la sua toletta quotidiana. 



Galerie des glaces. Versailles



Fortunatamente una delle dame d'onore di Antonietta, la contessa de la Tour du Pin, ci ha lasciato un lungo e particolareggiato resoconto sulla vita trascorsa a Versailles. Alla nascita la contessa si chiamava Henriette Lucy Dillon: era figlia di un militare di carriera irlandese che comandava un reggimento dell'esercito francese e della sua consorte, francese, una donna molto bella di nome Lucie de Rothe, anch'essa dama d'onore di Antonietta. (Antonietta, riicorda fra l'altro la contessa, <<era sempre pronta a lasciarsi affascinare dallo sfolgorìo>> e Lucie era piena dii grazia e sfolgorante; purtroppo, ancora molto giovane, morì di una morte tragica.) Diversi altri parenti di Henriette ricoprivano incarcichi a corte, e a causa di questi legami il matrimonio di Henriette con il conte de a Tour du Pin de Gouverenet fu celebrato nella cappella di Versailles. 

La principessa di Hénin, sua zia, portò Henriette da un maestro di ballo di Parigi, un certo M. Huart, che era abituato a preparare le giovani dame per la presentazione a corte. <<E' impossibile concepire una cosa più ridicola di quelle prove generali di presentazione>>, scrisse la contessa nelle sue memorie. <<M. Huart, un uomo corpulento, con i capelli bene acconciati e bianhi di cipria, indossva una specie di sottogonna a grandi sbuffi e stava in piedi all'estremità di una sala, come a rappresentare la regina.>> Il maestro mostrava a Henriette quando sfilarsi il guanto e innchinarsi per baciare il lembo dell'abito della regina, come avanza re con dignità attraverso la sala, come prosternarsi con grazia nonostantte l'ingombro del guardinfante e dell'abito. 

Arrivò il giorno della presentazione e Henriette era abbigliata col suo speciale abito bianco tempestato di perle e di fregi d'argento, e portava intorno al collo <<sette od otto giri di grossi brillanti>> che Antonietta le aveva dato in prestito per l'occasione. Altri brillanti splendevano sul suo capo. <<Grazie ai buoni ammaestramenti di M. Huart>> ricordò in seguito, <<feci le mie tre riverenze molto bene. Mi sfilai il guanto e me lo rimisi in modo non troppo impacciato. Poi mi feci avanti per ricevere l'abbraccio di accoglienza del re e dei suoi fratelli, dei principi>> e di alri illustri personaggi della corte. Anni dopo, la contessa ricordava quanto imbarazzante ed estenuante era stata per lei la cerimonia. Benché fossero presenti molti dei suoi cari, e benché l'affetto per sua madre predisponesse la regina as accoglierla calorosamente, aveva pur sempre porvato la sensazione di passare, per così dire, sotto le forche caudine, <<osservata con attenzione dall'intera corte e fatta a pezzi da tutte le malelingue.>>




Cappella di Versailles


Ogni domenica prendeva posto con le altre nella sala adiacente alla camera da letto di Antonietta, in attesa del segnale di entrare per la cerimonia dell grande toilette. La sala era sempre piena, ricordò nelle sue memorie; in attesa c'erano almeno quaranta donne, e spesso di più. <<A volte stavamo strette>>, scrisse, <<perché i nostri guardinfanti occupavano molto spazio.>> Quando nella camera da letto entravano la principessa di Lamballe, e subito dopo la prima dama d'onore e la responsabile dei vestiti, le dame capivano che la cerimonia sarebbe presto incominciata. 

<<Appena la regina aveva salutato ciascuna di noi nel suo modo incantevole e gentile, la prota veniva riaperta e tutti venivano ammessi. Noi ci metavamo, in piedi, lungo il lato destro e lungo il lato sinistro della camera in modo da lasciare uno spazio sgombro dinnanzi alla porta e al centro della camera stessa.>> Spesso le dame dovevano allinearsi in due o tre file, comprimendo i guardinfanti l'uno con l'altro e spiegazzando le gonne degli abit, in attesa che il corteo prendesse avvio in direzione della cappella. Un giorno Henriette fu presentata all'ambasciatore di Gran Bretagna e, conoscendo l'usanza inglese gli strinse la mano. 

le udienze della domenica mattina continuavano fino alle 12.40, quando il domestico in livrea avanzava nuuovamente fino alla porta e annunciava: <<Il re!>>. Udito questo annuncio, Antonietta, <<andava inncontro al sovranocon un'incantevole espressione di gioia e di dieferenza. Il re chinava il capo a destra e a sinistra e aveva uno scambio di parole con alcune dame di sua conoscenza, mai però con quelle giovani>>. Data la sua estrema miopia, Luigi XVI, ricordava Henriette, era in grado di riconoscere soltanto coloro che gli stavano molto vicini. 

Il corteo che si formava per raggiungere la cappellaera quanto mai articolato la domenica, e i visitatori stranieri amavano andare a Versailles per assistere, se possibile, al suo passaggio. Apriva la processione il primo gentiluomo della camera da letto del sovrano, seguito dal capitano delle guardie; poi venivano il re e la regina, che procedevano abbastanza lentamente perché fosse loro possibile scambiare qualche parola con ciascuno dei dignitari della corte quando gli passavano davanti. <<Spesso la regina conversava con le dame straniere che le erano state presentate in privato, con artisti e con letterati. Una sua inclinazione del capo o un suo benevolo sorriso venivano accolti con gioia dai destinatari e il loro ricordo era gelosamente custodito a garanzia in vista di un possibile bisogno futuro.>> Dietro il re e la regina avanzavano le dame di corte di posizione più elevata; quelle di posizione meno elevata costituivano la retroguardia. 

Percorrere in tutta la sua lunghezza la Galerie des Glaces senza inciampare nello strascico della dama precedente richiedeva una considerevole abilità. Non bisognava mai sollevare i piedi dal parquet, ma piuttosto dcivolsrci sopra alla maniera dei cigni sull'acqua, senza mai guardare il pavimento ma facendo attenzione a evitare i metri e metri di velluto e taffetà e seta che turbinavano dappertutto e minacciavano continuamente di provocare incidenti. Percorso senza intoppi il lungo corridoio, ciascuna delle dame <<gettava il suo strascico su uno dei guardinfanti e, facendo in modo di essere vista dalla sua cameriera in attesa con uuna grande borsa di velluto rosso, frangiata d'oro, si precipitava in una delle navate laterali della cappella, cercando di trovar posto quanto più vicino possibile alla navata centrale ove erano il re e la regina>>. 

Dopo la messa e dopo il pranzo, Henriette e le altre dame erano finalmente libere di prendere congedo, anche se l'etichetta le obbligava a fare brevi visite ai conti di Provenza e d'Artois, nonché alle zie del sovrano, prima di ritirarsi nei loro appartamenti.  A Henriette piaceva far visita al duca d'Artois, la cui giovinezza e prestanza avevano su di lei un notevole fascino. <<Si facevano grandi sforzi per essere ben viste da lui>> ricordò nelle sue memorie, <<perché riuscirici era una garanzia di notorietà>>. Dopo queste visite d'obbligo le dame potevano starsene per loro conto alcune ore e, nei loro appartamenti, si sbarazzavano dei rigidi abiti formali, pranzavano e ricevevano amici e amiche,.

Durante le partite a carte era di rigore la loro presenza. <<Dovevamo essere lì prima delle sette>>, scrisse la contessa, <<perché la regina faceva il suo ingresso prima che l'orologio finisse di rintoccare le ore. Accanto alla porta da cui arrivava stazionava uno dei parroci di Vrsailles, che consegnava ad Antonietta una borsa con la quale la regina si aggirava tra gli ospiti, sollecitandoli a fare le loro elemosine con le parole : "Per i poveri, di grazia">>. Ogni dama era tenuta a contribuire con una moneta d'argento, ogni gentiluomo con un luigi d'oro. 

Molti anni dopo il periodo del suo servizio a corte, quando le glorie di Versailles erano da tempo trramontate, la contessa de la Tour du Pin e altri memorialisti rievocavano con una sorta di commossa nostalgia lo spendore degli abiti di seta e il luucchichio dei brillanti, la magnificenza dei grandi teatri di palazzo, tutti dorature e cristallerie, illuminati da migliaia di lampadari, gli splendidi saloni da ballo trasformati in foreste grazie a un magistrale impiego delle decorazini di cartapesta e dei fiori artificiali, la galanteria degli uomini e l'elegante portamento delle donne. Le cene, scrisse la contessa, erano la quintessenza di quella squisita cultura di serra. Gli invitati, rigorosamente selezionati in base alla loro educazione, il loro spirito e al loro savoir faire mondano, nonché alla loro capacità di trovarsi a proprio agio in un'eletta compagnia, arrivavano alle nove e mezzo. 

Quelle serate erano il trionfo dei buoni cibi, della conversazione scintillante, della grazia sofisticata, sfumata di flirt e di allettamenti. L'orchestra suonava, il vino scorreva, si rideva di cuore, la vita era molto dolce. La conversazione durava fino a molto tempo dopo la mezzanotte, quando le candele si estinguevano e le dame, sbadigliando al riapro dei ventagli incrostati di gioielli, venivano riaccompaagnate nelle camerette loro assegnate, ove schiacciavano un pisolino di una o due ore prima che sorgesse l'alba. 

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Marie Antoinette - Shopping Scene (Sofia Coppola, 2006)