sabato 12 novembre 2016

Maria Atonietta. cap IV part. 4



Maria Antonietta


Il 15 aprile Durfort, che era and a to a Parigi, fece ritorno a Vienna alla testa di in lunghissima corteo di carrozze, con oltre cento servitori, paggi e palafreneri. In rappresentanza di Luigi XV, veniva, col sul autorevole seguito di dignitari, a prendere la promessa sposa del delfino. Fra le vettire c'erano due grandissime berline da viaggio, fabbricate per apposita commissione da in carrozziere e sellaio parigino ed eqipaggiate in modo che Antonietta viaggiasse da Vienna a Parigi con il massimo comfort possible. Erano fatto con legni rari, rivestite all'interno di raso; sedili e spalliere erano di velluto cremisi e azzurro. I prezioso ricami - vere e prorie opere d'arte dipinte con l'ago - rappresentavano me quattro stagioni e mazzi di fiori dorati. Durfort consegno' ad Antonietta una lettera del future marito e un altro sul ritratto, un medaglione incrostato di diamanti e dotato di un nastrino per portarlo al collo. Due giorni dopo Antonietta rinuncio' solennemente a ogni diritto sui domini di sua madre e sotto gli occhi impazienti dei dignitari austriaci e dei diplomatici Francesi, scarabocchio', faticosamente la sua firma in calce al documento di rinuncia.

Da anni non si vedevano a Vienna celebrazioni su questa scala; la capitale rimase in festa per diversi giorni, con le strade illuminate di notte e con musica fuochi d'artificio e spettacoli a disposizione di tutta la cittadinanza. Il giorno 18 ci fu un banchetto, offer to stavolta da Durfort a palazzo di Lichtenstein, sede dell'ambasciata di Francia. Nei giardini del palazzo era state costruito un grande tempio di Imene, da cui salivano verso il cielo fuochi d'artificio ancora piu' abbaglianti di quelli della sera precedente. Il giorno dopo, allegra sei del pomeriggio, signori e dame della corte affollarono la chiesa degli agostiniani per assistere alla cerimonia nunziale. In assenza del delfino, il suo posto venne preso dall'arciduca Ferdinando, fratello di Antonietta il quale in ginocchio accanto alla sorella sorridente, le infilo' al dito la fede. La messa fu celebrate dal nunzio pontificio Visconti, poi i cannoni del palazzo imperiale spararono lungamete a salve; il fragore delle esplosioni faceva tremare i muri dell'antica chiesa.

Per spianarle ulteriormente la strada, Maria Teresa le forni' una guida articolata di precise regole, da leggere e rileggere una volta al mese. Le regole ingiungevano ad Antonietta di adempiere ai suoi doveri spirituali, comprese le dovozioni personali del mattino, di fare del suo meglio per conformarsi allegra usanze francesi, di evitare le familiarita' con i subalterni e di non lasciarsi coinvolgere nelle sollecitazioni e nelle lagnanze dei singoli postulanti. Antonietta non doveva prendere initiative, ne' esaudire richieste, ne' most rare curiosita' . <<Non leggere nessun libro, neanche il piu' insignificante, se non hai prima ricevuto il permesso del tuo confessore,>> proseguiva Maria Teresa <<Questo e' un punto particolarmente importante in Francia, perche' in quel paese si pubblicano libri che, pur essendo pieni di una gradevole erudizione, possono nondimeno essere perniciosi per la religione e la morale.>>

Sapeva che a una fanciulla ingenua e fiduciosa sarebbe stato molto difficile , in un luogo come Versailles, tenere la testa a posto e comportarsi con giudizio, anche con la migliore delle guide. Antonietta avrebbe trovato troppe cose che non le erano familiari, troppe tentazioni, troppe voci suadenti che invitavano a percorrere sentieri rischiosi, troppo pochi esempi di innocenza e di decoro. Suo marito non sembrava uomo capace di proteggerla; sembrava anzi, incapace di proteggere perfino se stesso. In fondo, Antonietta, era figlia di sua madre, anche se aveva un carattere dolce. Forse, con l'andare degli anni, avrebbe dato prova della sua tempra.

Il 21 aprile, Antonietta, salì su una delle grandi berline che erano state studiate e fabbricate per consentirle di viaggiare con la massima comodità possibile. Era stata autorizzata a portare con sé, nella sua nuova vita, pochissime cose familiari, qualche oggetto di sua proprietà personale che le era molto caro, abiti sufficienti finché avesse raggiunto il confine con la Francia, il suo cagnolino. Avrebbe viaggiato con lei l'abate Vemond, ma non la contessa Lerchenfeld, che era morta l'anno prima, né alcuno dei servitori che Antonietta conosceva dall'infanzia. Essa portava con sé, però un bene prezioso: le <<Istruzioni ai miei figli per la vita spirituale e per quella temporale>>, composte da su padre. Il breve scritto paterno esortava Antonietta e i suoi fratelli a essere sinceramente cattolici, a coltivare il riserbo e la discrezione, a comportarsi in modo caritatevole con i poveri e a non essere troppo attaccati al lusso. <<Il mondo in cui dovete passare la vita è transitorio>>, ammoniva Francesco dall'oltretomba. <<Nulla è senza fine tranne l'eternità>>. Dobbiamo godere delle gioie di questa vita con innocenza, perché appena ci portano al male, quale che ne sia il genere, cessano di essere gioie>>.

Vi raccomando di destinare ogni anno due giorni alla preparazione per la morte>>, concludeva Francesco, <<come se aveste la certezza che quei due giorni sono gli ultimi della vostra vita, in tal modo vi abituerete a sapere ciò che dovreste fare in simili circostanze, e quando arriverà il momento estremo non sarete colti di sorpresa ma saprete cosa fare>>. Devozione, religione, virtù: questi erano gli ideali di Francesco. <<Vi raccomando di leggere queste istruzioni due volte all'anno; vengono da un padre che vi ama sopra ogni cosa, e che ha ritenuto necessario lasciarvi questa testimonianza del suo tenero affetto, un affetto che non potrete ricambiare meglio che amandovi tra voi con la stessa tenerezza con cui egli vi ama>>.

La berlina si avviò lentamente, poi prese un'andatura un po' più celere. Molta gente era scesa nelle strade per veder passare la delfina nella sua sfarzosa vettura; i viennesi acclamavano Antonietta, agitando le mani e gridandole il loro augurio. Quelli dotati di una vista acuta notarono che aveva le guance bagnate di lacrime. Si era abbandonata sulla spalliera di velluto, <<coprendosi gli occhi, a volte con il fazzoletto, a volte con le mani; di tanto in tanto si affacciava al finestrino per dare un'ultima occhiata al palazzo dei suoi avi, in cui non avrebbe mai più messo piede>>. Il grande convoglio di carrozze che scortava la sua berlina si allungava sulla strada fangosa per diverse miglia; i battistrada a cavallo erano avvolti in grigi mantelli, che nascondevano alla vista le loro brillanti uniformi azzurre e gialle, perché aveva cominciato a cadere una fredda pioggerellina primaverile. La folla si diradò, poi Vienna scomparve in lontananza.

venerdì 11 novembre 2016

Maria Antonietta. cap. IV part. 3

Non me erano ancora cominciate le mestruazioni, e finche' questo non fosse avvenuto I framcesi non avrwbbero dato Il loro assenso alla celebrazione delle nozzle. Poi, nel febbraio del 1770, due mesi prima della data fissata per la cerimonia, la prima perdita periodica arrivo'. Maria Teresa ne informo' lo speciale rappresentante del re di Francia, Durfort, il quale si affretto' a mandare a Parigi un correre veloce con la lieta notizia. La <<sposina>>, come l'imperatrice chiamava Antonietta, era finalmente una Donna.

Luigi XV aveva chiesto di vedere qualche ritratto di Antonietta, ma a Vienna non ne era arrivato nessuno di suo nipote. In fine, con l'approssimarsi del giorno fissato per le nozze, l'imperatrice ne chiese uno. Ne arrivarono due, nessuno dei quali riusciva a nascondere la zoticaggine del delfino, grasso e con le guance cascanti. Anche qui me fonti tacciono sulla reazione di Antonietta, salvo notare che essa chiese il permesso di appendere uno dei ritratti a una parete del suo salottino.

L'imperatrice era sgomenta, cerco' quindi di preparare Antonietta al travaglio del matrimonio con quel ragazzo tango goffo, dicendole che una moglie deve sempre rendersi gradita e conportarsi in modo remissivo, che l'amore appassionato e' soltanto una gioia passeggera, ma non e' fondamento ne' solido ne' necessario per un matrimonio, che l'aspetto personale di in uomo e' di gran lunga meno importante di cio' che egli ha nel cuore. Antonietta ascoltava, abbassando lo sguardo sull'anello del delfino, che portava al dito da gennaio, poi tornando a fissare la madre con i suoi occhi innocent I e fiduciosi. Chiaramente non capiva.

Maria Antonietta Cap. IV part. 3

Non me erano ancora cominciate le mestruazioni, e finche' questo non fosse avvenuto I framcesi non avrwbbero dato Il loro assenso alla celebrazione delle nozzle. Poi, nel febbraio del 1770, due mesi prima della data fissata per la cerimonia, la prima perdita periodica arrivo'. Maria Teresa ne informo' lo speciale rappresentante del re di Francia, Durfort, il quale si affretto' a mandare a Parigi un correre veloce con la lieta notizia. La <<sposina>>, come l'imperatrice chiamava Antonietta, era finalmente una Donna.

Luigi XV aveva chiesto di vedere qualche ritratto di Antonietta, ma a Vienna non ne era arrivato nessuno di suo nipote. In fine, con l'approssimarsi del giorno fissato per le nozze, l'imperatrice ne chiese uno. Ne arrivarono due, nessuno dei quali riusciva a nascondere la zoticaggine del delfino, grasso e con le guance cascanti. Anche qui me fonti tacciono sulla reazione di Antonietta, salvo notare che essa chiese il permesso di appendere uno dei ritratti a una parete del suo salottino.

L'imperatrice era sgomenta, cerco' quindi di preparare Antonietta al travaglio del matrimonio con quel ragazzo tango goffo, dicendole che una moglie deve sempre rendersi gradita e conportarsi in modo remissivo, che l'amore appassionato e' soltanto una gioia passeggera, ma non e' fondamento ne' solido ne' necessario per un matrimonio, che l'aspetto personale di in uomo e' di gran lunga meno importante di cio' che egli ha nel cuore. Antonietta ascoltava, abbassando lo sguardo sull'anello del delfino, che portava al dito da gennaio, poi tornando a fissare la madre con i suoi occhi innocent I e fiduciosi. Chiaramente non capiva.

giovedì 3 novembre 2016

Maria Antonietta cap. IV part.2

Antonietta era sbalorditivamente ignorante e poco meno che analfabeta. Odiava leggere e senza dubbio leggeva molto male, scriveva con penosa lentezza e senza dubbio conngrande fatica. Molto probabilmente non sarebbe stata capace di scrivere una semplice lettera senza in considerevole aiuto. Era stata allevata per stare senza far niente, la contessa Brandeiss aveva tollerato che rimanesse incolta; quanto alla contessa Lerchenfeld, che aveva preso il posto della contessa Brandeiss come governante, i suoi sforzi per dare ad Antonietta in minimo d'istruzione non avevano avuto un successo molto maggiore. Mercy trovo' un istitutore francese l' abbé' Mathurin Vermond, un uomo non appariscente ma suadente, che affronto' l'impresa di porre rimedio alle deficienze della giovanissima arciduchessa. Era un compito assai gravoso. La mente della futura delfina era una tabula rasa si cui si sarebbe potuto scrivere di tutto. Vermomd si dedico' per prima cosa a istruire la sua allieva sulla storia e sui costumi francesi, facedole imparare i nomi e me vicende delle maggiori famiglie i cui rappresentanti essa avrebbe consciuto a Versailles, e passando poi a illustrarle la letteratura francese dell'epoca nel modo meno penoso possible. Tutte le nozioni venivano trasmesse oralmente nel corso di colloqui, pur se Vermond assisteva la giovanissima arciduchessa anche quando quests si arrabattava negli esercizi di scrittura.

Restava solo da migliorare il sul frances, e Vermond trovo' questo compito assai difficile nel caps linguistico di Vienna. Tutti erano multilingui, ma nessuno parlava qualsiasi idioma in modo corretto, senza risentire dell'influenza degli altri. Alla corte di Maria Teresa prevaleva in cattivo francese; a parlar bene questa lingua erano in pochi. L'abate aveva fatto del sul meglio per eliminate i germanismi dal francese di Antonietta, ma questa parlava ancora molto scorrettamente. Vermond poteva soltanto sperare che i difetti di eloquio me fossero perdonati in omaggio alla sua vitalita' e alla sua grazia.

Nel corso del quattordicesimo anno di eta' essa era cresciuta notevolmente. Stava diventando anche piu' formosa; gli attillati corpetti dei suoi abito parigini mettevano in nostra il solco, sempre piu' marcato, fra i seni. L'anziano cardinale francese di Ronan, mandato a Vienna perche' desse in giudizio di prima mano sullo sviluppo fisico Dell narco duchessa, rimase sbalordito. <<La forma del suo volto e' di in ovals perfetto>>, scrisse, <<le sopracciglia sono folte come possono essere in una persona bionda, e in tantino piu' scuro dei capelli, le ciglia di incantevole lunghezza... Ha una bocca piccola, scarlatta come una giliegia, le labbra soon piene, specialmente quello inferiore, che e' com' e' noto, il tratto distintivo della Casa di Borgogna (cioe' gli Asburgo)>>. Come tutti gli altri osservatori, il cardinals rimase impressionato dalla carnagione di Antonietta, come di porcellana incontaminata, e dal suo colorio naturale. Accantonando, per una volta, le sue rigorose disposizioni sull'uso del trucco da parte delle figlie, l'imperatrice aveva autorizzato Antonietta a darsi in po' di Rossetti sulle guance; ma il trucco non faceva che sovrapporsi al naturals rossore, che era di gran lunga piu' attraente. <<La sua innata dignita' e' temperata dalla dolcezza>>, concludeva l'alto prelato, <<anch'essa naturale, e dalla semplicita' della sua educazione>>.

Maria Antonietta. Cap. IV

A Versailles, il delfino Luigi Augusto fu tutt'altro che entusiasta quando apprese che doveva sposare un'arciduchessa austriaca. Non aveva voglia di sposarsi, anzi non aveva alcun interesse per le donne e l'argomento sesso lo riempiva di paura. Era in adolescente di quindici anni, goffo, zotico, tozzo e sudicio, villanissimo e terrorizzato dalle funzioni pubbloche. L'amante di suo nonno Luigi XV, madame Du Barry, che a sua volta non era troppo ben educata, lo definiva <<un ragazzo grasso e maleducato>> e l'ambasciatore del regno di Napoli affermo' seccamente, una volta, che sembrava <<nato e cresciuto in una foresta>>. Che un simile enfant sauvage fosse l'erede al trono del sul avo Luigi XV era una calamita' che il re e i suoi ministri sarebbero stati ben lieti di scongiurare.

Un destino ingrato aveva cacciato a forza nel suo ruolo Luigi Augusto. Appena undicenne, pietosamente schivo e malaticcio, bersaglio delle prepotenze dei fratelli, proprio lui, che dei quattro figli del delfino Luigi era il meno promettente, era divenuto a sua volta delfino quando sul padre e il sul fratello maggiore erano morti. Aveva pianto per il terrore e si era nascosto nel sul rifugio preferito, la foresta di Compie'gne. Qui poteva andare a caccia e addentrarsi fra gli alberi, lontano dagli occhi severi dei ministri di suo nonno. Luigi Augusto era un bambino eccentrico, mediocre nello studio eppure libresc e pedante (compilo' una particolareggiata descrizione della foresta di Compie'gne prima di raggiungere i dodici anni), a disagio con gli altri bambini e con le signore e le dame di corte di Versailles, felice quanto mai in compagnia di lavoratori ordinari e domestici. Le carte geografiche erano la sua passione, ma fin dalla primissima.adolescenza provo' un certo interesse anche per la storia, particolarmente per la guerra civile in Inghilterra, con il suo sensazionale regicidio. Teneva inoltre in diario, in primo luogo per raccontare le sue battute di caccia e annotate le spese.

Nell'estate del 1769 le diplomazie francese e austriaca cominciarono a negoziare il contratto di fidanzamento, con l'intesa che il matrimonio sarebbe stato fissato per l'aprile dell'anno seguente. La dote di Antonietta venne stabilita in duecentomila fiorini d'argento, piu' in eguale ammontare di gioielli. Dato che era in gioco il prestigio di due grandi potenze, I particolari del cerimoniale assunsero un'importanza inedita. Chi doveva firmare il contratto di fidanzamento per primo, i Francesi o gli austriaci? Chi doveva avere la precedenza nel corteo, quando sarebbero cominciati i festeggiamenti? Chi avrebbe accompagnato la sposa da Vienna a Parigi, e quali formalita' si sarebbero dovute osservare quando essa sarebbe stata affidata alla sua nuova famiglia? Quali regali di nozze avrebbe ricevuto? Il cancelliere imperiale Kaunitz e il suo ambasciatore, conte Mercy, negoziarono duramente su questi problemi con il duca di Choiseul e il suo sostituto Durfort, con un andarre e venire di progetto d'accordo fra le capitali austriaca e francese che si protrasse d
per tutta l'estate e tutto l'autunno.

domenica 28 agosto 2016

Maria Antonietta. Capitolo 3

Maria Antonietta. Capitolo 3



Maria Antonietta



Alle giovani arciduchesse si insegnava a seguire l'esempio materno, vestendosi semplicemente quando non dovevano comparire in pubblico. Maria Teresa in famiglia, indossava abiti semplici e cuffie di merletto; quanto al suo abbigliamento formale di corte, era economa e pratica: <<Per tutte le funzioni di corte occorrono abiti elaborati>>, scrisse una volta, <<ma ciò non rende necessario un ampio guaradaroba, poiché si può indossare lo stesso abito per venti giorni di fila>>. Maria Teresa vincolò i figlin a un modello di austerità anche per quanto riguardava il mangiare e il bere. Perfino nei banchetti più sontuosi, in cui le lunghe tavole traboccavano di carni, pasticci e dolci e gli invitati menavano vanto della quantità di vino che potevano tracannare, il ministro di stato sassone conte Pflug, si gloriava di saper bere dieci bottiglie di vino in un solo pasto - l'imperatrice mangiava e beveva parsimoniosamente, mordicchiando fettine di arancia e di limone e sorseggiando limonata da un calice d'oro.


Regalità significa respondabilità, dovere, abnegazione costante: non c'è posto per il lassismo e la debolezza, né per l'autoindulgenza del vizio. In tutto ciò che faceva, Maria Teresa offriva un modello di autodisciplina ferrea, quasi sovrumana.

Maria Antonietta era estremamente affezionata alla madre e desiderosa di compiacerla, e ciò, unitamente al suo carattere remissivo, faceva di lei una figlia modello. Non aveva nulla della truculenza del litigioso fragtellon Leopoldo, nulla della cocciutaggine e dell'altezzosità del fratello Giuseppe. Da molti punti di vista era figlia di sua madre: graziosa, ben fatta, femminile, dotata di una sppontateità e di un fascino che conquistavano. Di sua madre le mancavano la forza di volontà, la fermezza di propositi e l'eccezionale intelligenza, doti che possedeva sua sorella Carolina; ma Carolina era una ragazza grande, ossuta e goffa, col volto turato e un'espressione severa, mentre Antonietta era delicata e snella; con lineamenti aggraziati e una carnagione levigata e rosea. Quando raggiiunse i cinque o sei anni d'età apparve chiaro che Antonietta sarebbe stata la bellezza della famiglia, la sua avvenenza, un pò da bambola, superava quella delle sue sorelle più attraenti, la volitiva Amalia, e la sventurata Elisabetta, la cui bellezza fu disastrosamente rovinata dalle cicatrici del vaiolo.


I festeggiamenti per il matrimonio di Giuseppe (che la madre aveva soprannominato Starrkopf, il Testardo) con Isabella di Parma, nipote di re Luigi XV di Francia, si protrassero per giorni e giorni, con un vertiginoso succedersi di balli e banchetti e sfarzose rappresentazioni all'aperto. Il corteo nunziale, estremamente lungo, impiegò molte ore per coprire il suo itinerario nelle strade di Vienna: la magnifica berlina argentata e dorata dell'arciduca era seguita da decine e decine di carrozze di aristocratici, tutte piene di decorature e di ornamenti, e ciascuna con imponenti parglie di cavalli e postiglioni in livrea.


Isabella di Parma

Isabella era un'anima tormentata che, con vergogna, aveva concepito una passione molto più forte per la sorella di suo marito, Cristina, che per lui. Un legame lesbico era impensabile alla corte di Maria Teresa, con il clia di rigida moralità che la contrassegnava, e la sventurata Isabella non tardò a rimaner preda di una malattia mentale. Cominciò a udire  voci, <<La morte mi parla con una voce segreta ma distinta che risveglia nella mia anima una docle soddisfazione>>, diceva a Maria Teresa e ai suoi familiari inorriditi. La morte la ossessionava, e alla fine ebbe ragione di lei. Quattro anni dopo aver sposato Giuseppe essa morì di vaiolo, quache giorno dopo aver partorito un figlio morto.

Giuseppe si risentì ancora di più quando scoprì che doveva scegliere fra le repellente Cunegonda di Sassonia e la bassa, tozza e foruncolosa Giuseppina di Baviera. <<Preferirei non sposare né l'una né l'altra>>, annunciò l'erede al trono di sua madre, <<ma siccome hai tu il coltello dalla parte del manico sceglierò Giuseppina perché, da quello che ho sentito, ha almeno un bel seno>>.


Giuseppina di Sassonia

Dopo un matrimonio funereamente tetro, Giuseppe rifiutò di avere a che fare con la sventurata sposa: umiliandola, con pubbliche manifestazioni di indifferenza. A chiunque gli facesse domande sul suo matrimonio rispondeva di trovare Giuseppina <<insopportabile>>, con denti orribili e un corpo informe e privo di qualsiasi attrazione <<Vogliono che faccia dei figli>>, esplose una volta <<Come è possibile? Se potessi posare l'indice su una parte del suo corpo anche piccola, che non sia coperta da foruncoli, tenterei di fare un figlio>>, Giuseppina, senza figli e, cosa altrettanto triste, senza amici, scompariva nei suoi appartamenti e piangeva.

Sull'altare dell'ambizione dinastica il turno di sacrificarsi toccò a Leopoldo. I festeggiamenti per il suo matrimonio - sposò l'infanta di Spagna - Luisa, furono però guastati dall'improvvisa morte di suo padre, l'imperatore Francesco. Antonietta non assistette alla cerimonia nunziale, ma assai probabilmente la associò alla memoria con la morte del genitore, che piombò la corte in un lutto prolungato e provocò in Maria Teresa un profondo cambiamento.


Maria Carolina


Energica e positiva per natura , benché afflitta da periodiche depressioni, l'imperatrice pareva aver perso completamente il suo coraggio; sedeva da sola negli appartamenti parati a lutto, con i capelli tagliati corti, abbandonandosi a pensieri sempre più morbossi, parlava perfino di entrare in convento. Per la figlia di nove anni, anch'essa addolorata per la morte del padre, la trasformazione dovette essere sconvolgente, specie quando Maria teresa ordinò che la bara a lei destinata fosse posta accanto a quella del marito nella cripta della chiesa dei Cappuccini. L'imperatrice trascorreva buona parte di ogni pomeriggio nella cripta, seduta vicino al sepolcro del marito, pregando e piangendo.

L'unico tempo che contava, per lei, era quello che trascorreva con suo marito. <<L'Imperatore Francesco I, mio marito>>, scrisse nel suo libro di preghiere, <<morì la sera del 18 agosto alle nove e mezzo, visse 680 mesi, 2.958 settimane, 20778 giorni, ossia 496992 ore. Il nostro felice matrimonio durò ventinove anni, sei mesi e sei giorni 1450 settimane, 10781 giorni ossia 258744 ore>>. Questi calcoli del rempo divennero una litania del suo lutto, parte integrante dei diversi riti d'afflizione che formavano le sue giornate.

Dopo le nozze di Leopoldo, restavano dieci figli, ma la maggiore Anna, non avrebbe mai potuto trovar marito per la debolezza fisica e le frequenti malattie, e anche Elisabetta aveva ben poca speranza di arrivare al matrimonio, dato che aveva il volto butterato dal vaiolo. A entrambe le giovani furono conferite cariche religiose titolari: ad Anna come baedssa di Praga e a Elisabetta come badessa di un convento di Innsbruck: esse però continuarono a vivere alla corte materna.

Quando Cristina andò sposa al duca di Teschen, Alberto, l'imperatrice lo nominò governatore d'Ungheria, facendo in modo che Cristina rimanesse abbastanza vicina a lei, a Pressburg. Ed ebbe la consolazione di sapere che Cristina e Alberto si amavano molto. Il loro fu un matrimonio felice, in netto contrasto con il triste legame fra Giuseppe e Giuseppina. Quest'ultima, poco dopo, si ammalò di vaiolo e morì. Causando indirettamente un altro decesso nella famiglia imperiale quando nl'arciduchessa Giuseppina, sua cognata, contrasse il morbo nel corso di una visita al suo sepolcro nella cripta di famiglia.

Un'impressione ancora più favorevole suscitò a un ballo che si svolse nell'ottobre 1769. C'erano quarantamila invitati, tutti ansiosi di vedere la figlia minore dell'imperatrice, la fanciulla vincente, non ancora quttordicenne, che era stata scelta come sposa del delfino di Francia. Facevano a gara per trovarsi in prima fila quando Maria Teresa passava per le sale stipate, con Antonietta al fianco. L'imperatrice camminava lentamente e con una certa difficoltà, impacciata dalla crescente ocesità, respirando evidentemente a fatica. Un attacco di vaiolo, due anni prima, le aveva indebolito il cuore e compromesso l'equilibrio nervoso; la sovrana appariva invecchiata e spossata.

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mercoledì 24 agosto 2016

Maria Tersesa d'Austria. L'impero barocco. Parte 2


Maria Teresa d'Austria

Nella sala delle cerimonie della biblioteca di corte che egli stesso volle far costruire, l'imperatore Carlo VI è raffigurato in posa statuaria. durante le processioni del Corpus Domini, nel corso delle quali la pietas austriaca era esternaya con sfarzo barocco, la maestà terrena incedeva bensì dietro quella divina, ma sotto lo stesso baldacchino. Carlo VI si presentava nella tenuta di gala a suo tempo in voga nella corte di Spagna: non vestito di nero, ma di rosso e oro, con in capo un cappello dorato di piume ondeggianti. L'imperatore Carlo VI, che aveva cominciato la Guerra di successione spagnola ancora come re di Spagna, perdette il titolo ma conservò, con l'etichetta di corte spagnola, l'intera sua tipica cerimoniosità. Suo modello fu Filippo II, che aveva sentito i dovere di dimostrare la propria maestà sottolineandone i tratti dell'inaccostabilità e dell'inflessibilità.

Carlo VI anche nel momento della morte s'imputò perché gli fosse reso il dovuto rispetto: quando gli impartirono l'estrema unzione fece notare, seccato, che erano state acese due candele soltanto, anziché le quattro che gli spettavano. Lo spagnolesco costume di corte rivestiva un uomo cui quell'abito non stava soltanto bene, ma corrispondeva anche, per vari aspetti, al suo carattere. Il nero, colore dominante dell'abbigliamento di corte spagnolo, si adeguava perfettamente al suo umore serio, a volte cupo. La formale compostezza di quel colore, che induceva al comportamento controllato e nauseato, assecondava la sua natura riflessiva, talvolta perfino pigra e lenta. Così ebbe modo di conoscerlo Maria Teresa: il padre premuroso della cerchia familiare, che si chinava per accarezzare la sua Teresina. Il destino risparmiò a Maria Teresa, far i tratti tipici degli Asburgo, sia la malinconia, sia il labbro inferiore sporgente. Il fascino muliebre, ammirato nella figlia, era invece già stato apprezzato nella madre.

<<La regina è bella e questo mi rende felice>> aveva registrato l'imperatore Carlo VI - allora ancora re Carlo III di Spagna - nel suo diario, quando il 28 luglio 1708 aveva accolto la sposa diciassettenne. Il nonno di lei, duca Anton Braunschweig - Wolfenbuttel, era un piccolo signore feudale dalle grandi ambizioni. Pur di vedere la nipote nelle vesti di regina di Spagna, si era dato da fare ricorrendo a tutti i mezzi, nobili e non. Per poter sposare un Asburgo, la giovane aristocratica protestante del casato dei Welfen, aveva dovuto farsi cattolica. La politica dinastica condizionò anche le combinazioni matrimoniali degli Asburgo. Nel caso dei secondogeniti, tuttavia, i criteri della scelta non erano così rigorosi come per i principi ereditari delle terre del casato d'Austria o del trono imperiale romano - tedesco. Per il re del Portogallo. La principessa portoghese era morta prima delle nozze, e allora si era mirato a perseguire un altro e più immediato scopo. Da un'unione fra un Asburgo e una Wolfen, che si sarebbe potuta interpretare anche come un atto di conciliazione fra cattolici e protestanti, Vienna aveva sperato di poter conseguire effetti positivi per la posizione del Kaiser (l'imperatore) nel Reich (l'impero).

Il matrimonio fra Carlo ed Elisabetta fu felice. La loro armonia non fu molto turbata nemmeno dalla maggior disgrazia che potesse colpire una coppia di sovrani, cioè la mancanza di un erede maschio. Dopo il piccolo Leopoldo Giovanni, nato e morto nel 1716, vennero al mondo soltanto femmine: nel 1717 Maria Teresa, nel 1718 Maria Anna e nel 1724 Maria Amalia (che morì poi nel 1730). Fu un marito e un padre di famiglia migliore di quanto si fosse solitamente abituati in quell'epoca e in quegli ambienti. Ci teneva alla pace domestica: <<Pomeriggio passato in compagnia di moglie e figlie; cordialmente, allegramente>> annotò il 28 febbraio 1724. Quando era assieme alle sue donne, non aveva bisogno di assumere gli atteggiamenti e i comportamenti che gli imponeva la sua cronaca pubblica. Maria Teresa crebbe così in una famiglia che aveva, il dovere di rappresentare il casato d'Austria, ma fra le cui quattro mura si viveva spensieratamente, a volte perfino chiaramente, come in una qualsiasi casa borghese di Vienna.

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