venerdì 28 aprile 2017

Maria Antonietta cap. VI

Maria Antonietta Cap VI


Maria Antonietta


Antonietta era in Francia da appena tre mesi, ma già intuiva che la corte si era schierata contro di lei. Era la moglie del delfino soltanto di nnome; la sua governante, la contessa di Noailles, la disapprovava; e il re, pur essendo, innegabilmente affascinato da lei, era troppo indaffarato con la sua favorita Madame Du Barry, per deidicarle molta attenzione.

Nata illegittima, figlia di una povera sarta che si era data alla prostituzione per arrotondare i suoi magri guadagni, Jeanne Bécu aveva seguito l'esempio materno e aveva finito col farsi notare da Luigi XV quando era divenuta l'amante di un certo Jean Du Barry. Graziosa senza essere una grande bellezza, né una donna particoalrmente attraente, la Du Barry era nondimeno dotata, grazie all'espressione apertamente invitante dei suoi occhi azzurri e notevolmente spaziati fra loro, di un grande fascino sensuale. Il re ne era stato letteralmente stregato, al punto che aveva subito pensato di introdurre Jeanne a corte non come una delle tante donne del suo bordello privato, il Parc-aux-Cerfs, ma come amante ufficiale. A tale scopo aveva combinato un matrimonio tra Jeanne e il fratello di Jean Du Barry, Guillaume, che era erede del titolo di conte Du Barry. Nella sua nuova poszione di contessa Du Barry, Jeanne era stata presentata a corte nell'aprile del 1769, e aveva abbagluato perfino i sazi e smaliziati cortigiani di Versailles con i suoi abiti inghirlandati di diamanti disposti come fiori. Il re l'aveva letteralmente ricoperta di gemme abbaglianti, ed essa le portava ovunque, anche sui tacchi delle scarpe.

Non sarebbero bastati tutti i diamanti del mondo a fare di una comune prostituta una raffinata gentildonna. Ma il re subiva completamente il fascino di Jeanne, ed era questo che contava. Altri potevano anche deridere la pronuncia affettatamente lesa di Madame Du Barry, o alzare il sopracciglio quando essa insultava volgarmente le sue cameriere o criticarla perché non si incipriava i capelli e preferiva gli abiti semplici alla grande toilette che era di rigore alla presenza del re; ma Luigi XV si rifiutare di ascoltarre anche una sola parola contro di lei. <<Mi ha donato piaceri di cui ignoravo perfino l'esistenza>>, confidò una volta al maresciallo de Richelieu, un attempato libertino come lui; e Richelieu non ebbe dubi su ciò che intendeva dire il suo sovrano. 


Luigi XV


Il re non aveva indugiato a regalare alla contessa Du Barry, il suo piccolo castello di Louveciennes, uno squisito palazzo in miniatura con stanze dalle pareti di marmo e dai soffitti affrescati, e una grande sala da pranzo bianca e oro ove i lampadari di cristallo, scintillavano alla luce del caminetto. Le decorazioni, di uno sforzo abbagliante, erano straordinariamente costose: arazzi di eccellente fattura, vetri e porcellane di eccezionale qualità, bronzi, mobili rivestiti all'interno di raso merlettato. I visitatori del castello di Louveciennes restavano abbagliati dalla finezza dei materiali, accessibili solo al tesoro reale, con cui era fatto ogni arredo, fino alle maniglie delle porte; e non mancavano di notare il gran numero di domestici, tutti abbigliati con sontuose livree cremisi o quelle chiare, addetti al servizio dell'amante del re. Anche a Versailles la contessa aveva alle sue dipendenze un personale numeroso, fra cui spiccava, per il colore della pelle, un paggio venuto dal Bengala, Zamor, il quale la seguiva dappertutto col suo vestito di velluto rosa, un turbante bianco sulla testa e una minuscola spada a fianco. 


Madame Du Barry


A chi le decantava l'avvenenza di Antonietta, Madame Du Barry rispondeva con disprezzo. <<Non vedo nulla di attraente>>, diceva, <<nei suoi capelli rossi, nelle sue labbra turgide, nella sua carnagione chiara e nei suoi occhi senza ciglia. Se costei, che dite tanto bella, non venisse da casa d'Austria, attrattive del genere non sarebbero oggetto di ammirazione>>. Antonietta rocambiava gli insulti, rincaranndo anzi la dose. Detestava essere obbligata, a sedersi alla stessa tavola della volgare amante nonno acquisito e dover trascorrere del tempo con lei ai tavoli da gioco. <<E' l'essere più stupido e impertinente che si possa immaginare>>, scrisse una volta a sua madre <<ha giocato con noi a carte una sera a Marly; due volte si è seduta accanto a me, ma non mi ha parlato e io non ho tentato di attaccare discorso con lei. Quando è stato necessario, però, le ho parlato>>.

Una sera la contessa di Grammont che faceva parte  dell'entourage di Antonietta, insultò Madame Du Barry, rifiutandosi si cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry rifiutandosi di cederle il posto durante uno spettacolo teatrale. La Du Barry andò a lamentarsi col re e la contessa, fu allontantata dalla corte. Su consiglio di Mercy, Antonietta andò a sua volta dal sovrano e sia pure con cortesia, fece valere le sue prerogative. Il re, disse, in sostanza, non avrebbe dovuto allontanre la contessa de Grammont da Versailles senza prima informare lei, Antonietta, della sua disapprovazione per il modo in cui la nobildonna si era comportata. Luigi XV, imbarazzato per l'incidente e diviso tra la cieca infatuazione per l'amante e l'affetto per la moglie del nipote, attribuì la responsabilità della decisione al duca di Vrillière, ministro della real casa, e finì per autorizzare la contessa a tornare a Versailles. 


Luigi XVI

Attraverso sua cognata la contessa di Grammont era parente del più autorevole ministro del re, il duca di Choiseul, e questo era nemico giurato di Madame Du Barry. Era anche il maggiore artefice del matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, un matrimonio che fino a quel momento non aveva dato frutto, e che molti dicevano non fosse neanche un matrimonio. Il fiasco di Antonietta come moglie, era anche un fiasco di Choiseul, come l'inimicizia del duca nei confronti dell'amore del sovrano era stata fatta propria da Antonietta.

Choiseul aveva promesso l'alleanza della Francia con l'Austria allo scopo di impedire che Maria Teresa facesse causa comune con la Russia. Un'alleanza del genere avrebbe minacciato la stabilità diplomatica del continente europeo; peggio, avrebbe potuto portare alla guerra. Eppure, nonostante gli sforzi di Choiseul, era in corso un riavvicinamento fra l'Austria e la Prussia (il figlio maggiore di Maria Teresa, Giuseppe, che aveva sempre caparbiamente considerato Federico il Grande il suo eroe, aveva cominciato a incontrarsi personalmente con lui per progettare la spartizione della Polonia) e anche i legaami tra Austria e Russia si stavano rafforzando. 

Qui avevamo un ruolo importante considerazioni di politica interna, perché anche in seno alla famiglia reale e c'erano fazioni, rivalità e lagnanze. Oltre all'antoagonismo tra il delfino e i suoi fratelli minori - in particolare il precoce Stanislao Saverio conte di Provenza, che era tanto arrogante, spiritoso e sofisticato quanto Luigi Augusto era schivo, mldestro e incolto - c'era un fortissimo contrasto tra il re Luigi e le sue tre figlie non sposate che vivevano a corte. (La quarta figlia nubile, Luisa, si era recentemente fatta monaca e riisiedeva a Saint-Denis: la sua decisione, dicono alcuni, era dovuta al desiderio di pregare ed emandare i peccati del padre). Tutte e tre le donne erano vicine alla quarantina, ma ai visitatori davano l'impressione di essere molto vecchhie. 

Delle tre, la corpulenta Vittoria era la più gredevole, benché soffrisse terribilmente per le sue crisi di nervi, conseguenza di terrori infantili: da piccola era stata chiusa a chiave nel tenebroso sotterraneo nell'abbbazia di Fontévrault, ove venivano seppellite le monache, e costretta a far penitenza. Nei pressi del sotterraneo era incarcerato un pazzo, e le sue urla farneticanti unitamente agli immaginati orrori della tomba, avevano lasciato in Vittoria segni incancellabili. Essa era tuttavia <<buona, di carattere dolce e affabile>>, stando a quando riferisce Madame Campan, la vivace cronista della corte di Francia il cui primo incarico era stato quello di lettrice per le figlie del re. Benevola e sorridente, Vittoria amava la buona cucina e la comodità di un morbido divano accanto al caminetto. 

Sofia, una donna brutta in modo ripugnante, la cui altezzosità mascherava una profonda diffidenza, era più dura. Leggeva parecchio, ma sempre da solaa: secondo Madame Campan <<la presenza di una lettrice l'aavrebbe sconcertata moltissimo>>. Tutti gli estranei invariabilmente, sconcertavano Sofia che percorreva sempre in gran fretta gli affollati corridoi del palazzo per evitare un contatto con essi. quando c'era un temporale però, in lei il terrore aveva la meglio sulla timidezza, inducendola a correre per andare a rifugiarsi tra le braccia di chiunque fosse a portata, tanto grande era la paura che le facevano i lampi e i tuoni.


La terza sorella, Adelaide, delle tre era quella dotata di maggiore personalità e aggressività. Fin da bambina aveva dominato i suoi insegnanti, impuntandosi su ogni cosa e insistendo per fare a modo suo con un'ostinazione che, col pssare degli anni, era divenuta sempre maggiore. Adelaide si era apertamente opposta la progetto di un matrimonio del delfino con un'arciduchessa di casa d'Asburgo, e la sua opposizione non era cessata dopo che aveva conosciuto Antonietta.  

Adelaide era una politicante e, in quanto politicante, si rendeva conto che Antonietta avrebbe potuto essere utile. Represse quindi l'antipatia che provava per lei e coltivò la sua amicizia e la sua amicizia e la sua fiducia anche se da qualche punto di vista, mantenne una tacita rivalità in lei. Da quando era morta la regina Maria Leczinka, i convegni serali si erano tenuti nell'appartamento di Adelaide; e quando Antonietta subentrò a lei come ospite protocollare di quei convegni, Adelaide si rifiutò di parteciparvi, continuando tuttavia a intrattenere al gioco nelle sue stanze qualche fedelissimo.

L'amante di Luigi XV era particolarmente antipatica ad Antonietta. Pur essendo capace di una cortesia e di una generosità illimitate, verso i suoi diretti dipendenti e altre persone ordinarie - una cortesia e una generosità di cui aveva dato ripetutamente prova nei primi mesi trascorsi alla corte di Francia - la delfina non vedeva con simpatia le persone di bassa estrazione e di nessuna edicazione che cercavano di spadroneggiare su chi era di origine meno ignobile della loro. Lei, l'arciduchessa Antonietta, era figlia di un'imperatrice; Jeanne Bècu era figlia di una prostituta di Vaucouleurs. Lei, un giorno, sarebbe divenuta la regina di Francia, e quel giorno, se non prima, la contessa Du Barry si sarebbe trovata improvvisamente priva di amici, di influenza e di rendite. 

Antonietta, la mattina si alzava alle nove e mezzo o alle dieci e, dopo essersi vestita, aver detto le preghiere e fatto colazione, andava negli appartamenti, delle zie ove spesso capitava anche il re. Ci restava fino alle undici, l'ora del suo appuntamento quotidiano con il parrucchiere. Sistemata l'acconciatura dei capelli, assolveva agli obblighi del pubblico cerimoniale: alla presenza di diversi spettatori interessati si lavava le mani e si applicava un pò di trucco sulle guance, dopo di che, sempre pubblicamente, le cameriere procedevano alla sua vestizione. A mezzogiorno veniva celebrata la messa, alla quale Antonietta assisteva in compagnia del re, del delfino e delle sue zie. Dopo la messa Antonietta e Luigi Augusto pranzavano - ancora una volta in pubblico m assai rapidamente - e successivamente, si trasferivano nell'appartamento del delfino; se questi era occupato (ed era occupato quasi sempre, di solito per una partita di caccia) Antonietta andava invece nelle proprie stanze ove, se bisognava dire la verità, aveva pochissimo da fare, anche se di tanto in tanto si sforzava di leggere o di lavorare all'uncinetto. 

Alle tre del pomeriggio Antonietta si recava nuovamente negli appartementi delle zie, ove di solito andava anche il re: quindi alle quattro, la delfina ritornava nelle sue stanze, ove andava a trovarla il suo confessore l'abate Vermond. Alle cinque Antonietta, aveva lezione col maestro di musica o con l'insegnante di canto. Alle sei e mezzo - accompagnata, se c'era, dal delfino - andava ancora una volta nelle stanze di Adelaide, Vittoria e Sofia. dalle sette alle nove presiedeva ai tavolini da gioco, a meno che ci fosse bel tempo, nel qual caso usciva per fare una passeggiata a piedi. La cena era alle nove, e quando il re non era presente (spesso cenava con Madame Du Barry e una ristretta cerchia informale di intimi) le zie erano ospiti di Antoonietta e del delfino. Quando il re era presente, Antonietta e Luigi Augusto ccenavano negli appartamenti delle zie, ove un pò prima delle undici le raggiungeva il sovrano. Mentre attendeva quest'ultimo, Antonietta era spesso colta dal sonno e si appisolava su un grande sofà. 

Per un pò di compagnia Antonietta poteva contare solamente sull'impacciato consorte - il quale era particolarmente a disagio in presenza del nonno Luigi XV, che con Antonietta era garbato ma, quando non fissava lo sguardo vacuo il lontananza, stuzzicava e tormentava le zie e il delfino - e su Adelaide, Vittoria e Sofia, che spettegolavano su Madame Du Barry e aizzavano la delfina a insultarla. Facevano anche indiscreti sondaggi per spremere notizie di carattere molto personale. Il delfino, era andato nella sua camera da letto la sera prima? Adelaide aveva fatto una chiacchierata con lui esortandolo ad avere coraggio e a comportarsi da uomo. La predica aveva avuto qualche effetto? Sconcertata e ansiosa Antonietta doveva ammettere che il delfino non era andato nel suo letto, nonostante avesse ripetutamente promesso di farlo. Nemmeno l'intervento di Luigi XV aveva avuto effetto. 

Il conte di Provenza era findanzato, e il matrimonio era già fissato per il mese di maggio del 1771. La futura sposa, Maria Giuseppina di Savoia, avrebbe potuto dare alla Francia un erede al trono, se Antonietta non fosse stata in grado di farlo, E, in ogni caso il conte di Provenza sarebbe stato un sovrano più presentabile di quanto sarebbe mai riuscito a essere il delfino Luigi Augusto. 
Poco prima di Natale del 1770 Antonietta perse il suo alleato politico più potente. Il duca Choiseul fu allontanato dalla corte, esonerato dalle sue responsabilità ministeriali ed esiliato nella sua proprietà. Madame Du Barry e la sua fazione avevano trionfato uno dei membri di questa fazione, il duca d'Auguillon, prese il posto di Choiseul come ministro degli Esteri. Altrettanto significativo era il fatto che la contessa Du Barry si fosse ora trasferita in un nuovo appartamento del palazzo di Versailles, una serie di stanze sontuosamente decorate, collegate mediate una rampa di scale con l'apartamento del sovrano. Quelle stanze erano diventate la sede informale del governo, il ruolo ove il re si incontrava con i suoi ministri e con i suoi ambasciatori, e ove si svolgeva la maggiior parte delle più riservate attività di corte. Abbigliata come una regina, e circondata da tutti i segni dello splendore regale, Madame Du Barry, presiedeva tutte queste riunioni e attività. E il sovrano, a quanto pareva raramente era lontano da lei, anzi la voleva sempre accanto a sé, seduta sul bracciolo della sua poltrona, mentre egli, leggeva lettere o discuteva questioni di stato. Le consentiva perfino di partecipare alle sedute del consiglio della real casa, ove, come sceisse Madame Campan, la Du Barry si comportava come una ragazzina annoiata e distraeva il sovrano con le sue stupide chiacchiere. 

Luigi XV convocò Mercy nel salotto della sua amante per fargli conoscere la sua volontà.
<<Fino a questo momento siete stato l'ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Oravi chiedo di farvi mio ambasciatore dell'imperatrice>>, disse il sovrano con untuosa cortesia. <<Ora vi chiedo di farvi mio ambasciatore, almeno per breve tempo. Io amo profondamente Madame la Douphine. La considero incanttevole, ma siccome è piena di vitalità e ha un marito che non è in grado di guidarla, non può evitare le trappole che le vengono tese dagli intrighi di corte>>.
Il re non fece menzione di Adelaide, ma l'implicazione era chiara. Antonietta, insistette, doveva trattare con cortesia ogni persona presentata a corte. Madame Du Barry era tra le persone presentate a corte, perciò Antonietta le era debitrice di un certo riconoscimento, per quanto piccolo. Se le avesse parlato anche solo una volta, questo sarebbe stato sufficiente. Ma deveva parlarle.

Adelaide, un tempo vigorosa sostenitrice di Choiseul, divenne una delle prime a schierarsi contro di lui nel momento stesso in cui egli cadde in disgrazia. Mercy, inoltre notò che con l'inizio del nuovo anno tutte e tre le figlie del re orientarono le vele nella direzione del vento che soffiava più forte, facendo piccoli favori a Madame Du Barry, astenendosi dal fare commenti caustici sul suo conto e, contemporaneamente, sollecitando Antonietta a trattarla con malagrazia e a giudicarla duramente. Si servivano di Antonietta a parere di Mercy, <<come strumento di un odio che non osavano confessare>>.

<<Ti giuro>>, scrisse l'imperatrice, nel luglio del 1770, a che non ho ricevuto un sola delle tue care lettere senaaz che mi venissero le lacrimme agli occhi...Desidero ardentemente di poter vedere, almeno per un istante, la mia cara, carissima famiglia.>> Il tepore della vita familiare a Vienna era passato per sempre: ne aveva preso il posto il gelo dei costanti sospettie degli intrighi. A Versailles non c'erano porti sicuri, non c'erano luogi ove Antonietta potesse rifugiarsi per sentirsi libera da sguardi indiscreti e da sussurri. Il re, Madame Du Barry, Mercy avevano spie in ogni angolo buio, chhe osservavano e ascoltavano; ogni buco di chiave sembrava ricordare la sorveglianza a cui la delfina era sottoposta.

Neanche nel suo appartamento si sentiva al sicuro, e temeva che i suoi nemici disponessero di chiavi universali e le usassero per entrarvi e uscirne a loro piacimento, e anche per aprire la sua scrivania a leggere la sua corrispondenza. Confessò a Vermond di avere immaginato che le chiavi le fossero sotratte di tasca nottetempo; e senza quelle chiavi, in particolare quella datele da Adelaide perché lei potesse andare e venire nell'appartamento della zia quando voleva, sarebbe stata prigioniera del suo entourage. Anzi anche restando in possesso delle chiavi essa non aveva alcuna libertà, vincolata com'era dell'etichetta, dalle usanze quotidiane di corte, e dal labirinto di corridoi del palazzo, corridoi che, mai davvero luminosi e accoglienti, cominciavano ora a sembrarle tetramente bui. 

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giovedì 9 febbraio 2017

Maria Antonietta. Cap. V

Cap. V


Maria Antonietta


Con la lentezza di una tartaruga, il convoglio di carrozze che trasportava la delfina e il suo seguito procedette verso ovest, viaggiando in media fra otto e dieci ore al giorno e sostando, per la notte, presso castelli o monasteri in grado di offrire ospitalità, oppure in città di provincia ove le locande potevano accogliere – a fatica, in verità – le centinaia di persone che componevano la scorta di Antonietta e i loro cavalieri. Alla fine della prima settimana il viaggio era divenuto tedioso; dopo due settimane e mezzo, quando il convoglio arrivò all'abbazia di Schutten, ultima stazione di tappa prima del confine fra l'impero d'Austria e il regno di Francia, tutti, dalle dame d'onore ai segretari, ai lacché e ai cuochi, erano esausti. La delfina, invece, aveva sopportato bene le fatiche del viaggio: le sue guance erano d'un sano colore rosato, come sempre, e le sue condizioni di spirito erano eccellenti.

Il documento per l'affidamento ufficiale di Antonietta al re Luigi XV, secondo il conte di Noailles, era insultante nei confronti del suo sovrano: in essa si nominavano Maria Teresa e suo figlio Giuseppe re dell'Austria vera e propria, prima dell'augusto Luigi XV re di Francia. Un affronto del genere proclamò Noailles, non poteva essere tollerato. Il suo collega austriaco Storhemberg gli fece notare, cortesemente, che citare per primo il nome del re di Francia sarebbe stato offensivo per le loro maestà imperiali. I due diplomatici rimasero a lungo sulle loro posizioni, in un vicolo cieco e non era la prima volta. Infine, per evitare un conflitto il documento fu preparato in due versioni, una per ciascuna delle corti.

Su un terreno neutrale – un isola del Reno – essa entrò in un edificio che era stato costruito appositamente per la cerimonia. Indossando un abito anch'esso confezionato appositamente (ma portando ancora i suoi gioielli e i suoi ornamenti austriaci), raggiunse la salle ed remise e prese posto dinanzi a u tavolo che simboleggiava la linea di confine fra l'impero asburgico e il regno di Francia. Da una parte del tavolo erano schierati, in piedi, i dignitari austriaci del suo seguito, dall'altra il puntiglioso conte di Noailles, con due assistenti. Noailles pronunciò un discorso di benvenuto, poi fu data lettura dell'atto in base al quale Antonietta assumeva la nazionalità francese. 

Negli arazzi della sala erano rappresentate le orrende scene in cui Medea, sconvolta dal furore per il tradimento di Giasone, fa scempio dei due figli che ha avuto da lui e poi si uccide. Una fanciulla più suggestionabile di Antonietta sarebbe forse rabbrividita alla vista di quelle scene, e le avrebbe ritenute male auguranti. E' invece molto probabile che Antonietta, conformemente alla sua indole, fosse più incuriosita che allarmata; e, magari, che le venisse in mente che colui che aveva scelto gli arazzi, chiunque fosse, voleva manifestare un'opinione assai malevola sull'alleanza fra i Borbone e gli Asburrgo.

La delfina era ora affidata alla custodia del conte di Noailles, e alla cognata di questi, una donna molto formalista e dura come la selce, la cui reazione immediata al bacio, forse un po' infantile, con cui Antonietta l'aveva accolta fu di ritrarsi bruscamente, indignata per quello che giudicava un atto sconveniente. L'altezzosa dama era sempre invariabilmente irrigidita in un atteggiamento protocollare, e pretendeva che la sua nuova signora tenesse per sé le effusioni sentimentali. La sua signora precedente, la defunta Maria Leczinska, consorte di Luigi XV, era stata una donna schiva e riservata, e quindi facile da servire. 

Una settimana dopo, la sera del 14 maggio, Antonietta si incontrò finalmente con il delfino Luigi sul Pont de Berne, ai margini della foresta di Compiègne. Il luogo era stato scelto con la speranza di mettere il delfino quanto più possibile a suo agio in quelle propaggini del grande bosco di querce e di castagni che era il suo rifugio preferito. Luigi, tuttavia, era estremamente imbarazzato a disagio nella tenuta riccamente ornata e merlettata che era stato costretto a indossare; tanto diversa dagli indumenti grossolani cui era abituato, e innervosito dalla presenza dello sprezzante avo Luigi XV e dal fatto di, trovarsi al centro dell'attenzione. 

La sua sposa era piccolina, bionda e graziosa quanto avevano detto i ministri di suo nonno. Era anche gentile e amabile, e gli rivolse lo sguardo con un espressione così innocente e cordiale che Luigi si calmò un poco, anche se mantenne la sua reticenza.

Antonietta fissò con un certo stupore l'adolescente massiccio e goffo che sarebbe stato suo marito e provò pena per lui. Vide subito quanto era timido e non si lasciò scoraggiare dal suo estremo distacco e dal suo modo rozzo di parlare. Luigi suscitava in lei simpatia, il timore che le si leggeva negli occhi la commuoveva. In realtà, pensò, non era brutto, e sarebbe parso assai più presentabile se avesse tenuto la schiena diritta e non avesse camminato strascicando i piedi.

Antonietta fece una profondissima riverenza dinanzi al re, che piegò le labbra arcuate in un sorriso e la aiutò a rilassarsi. Con i suoi penetranti occhi neri, il naso aquilino e il portamento maestoso, Luigi XV era ancora un gran bell'uomo. Ad Antonietta dovette sembrare un vegliardo; ma altri – inglesi in visita alla corte di Francia – trovarono in lui, nonostante l'età avanzata e le spalle spioventi, <<i resi di una virile prestanza>>.

Luigi aveva regnato per oltre cinquant'anni, ma come un insipido prestanome. Choiseul, che lo conosceva meglio di chiunque altro, confidò nelle sue memorie, pubblicate molti anni dopo la morte del re, di aver udito il sovrano definirsi <<l'incoerenza personificata>>, aggiungendo che non sarebbe rimasto sorpreso se avesse scoperto che era demente. Guastato dalla gola e dalle troppe indulgenze, sul trono dall'età di cinque anni, il nipote del re Sole Luigi XIV non sapeva in realtà chi o cosa ci fosse sotto il suo guscio di regalità; e da tempo non gli importava più di saperlo. Sapeva invece, perché glielo avevano insegnato i suoi precettori che, essendo il re, era completamente diverso dagli uomini ordinari. Era convinto di essere un <<vaso d'elezione>> dell'Onnipotente, investito dalla divina missione di proteggere la religione cattolica. Era inoltre convinto ( e questa convinzione non contribuiva certamente a rafforzare il suo carattere) che, essendo egli una <<diretta emanazione della provvidenza>>, Dio non l'avrebbe punito per i suoi peccati mandandolo all'inferno, anche se quei peccati fossero stati molto gravi. 

<<Il carattere del re>> scrisse Choiseul, <<somigliava a molle cera su cui si sarebbero potuti delineare a volta a volta gli oggetti più dissimili>>. L'estrema malleabilità di Luigi XV sarebbe stata inquietante in un uomo comune; in un sovrano era disastrosa. Esposto al pericolo di diventare una docile preda delle fazioni, il re, fortunatamente, aveva scelto di appoggiarsi a Choiseul, anche se Choiseul, come era più che naturale, era egli stesso a capo di una fazione. Per assolvere anche i compiti che sarebbero spettati al sovrano, Choiseul lavorava stabilmente i una stanzetta del palazzo di Versailles adiacente alla camera da letto di Luigi XV. Qualunque cosa Choiseul proponesse, il re dava il suo assenso, senza quasi scomodarsi a leggere i documenti prima di firmarli. 


Luigi XV


Oltre che incoerente e vacuo, Luigi XV era anche privo di meriti concreti, a meno che la bravura nella caccia al cervo, e nella preparazione del caffè potesse essere considerata un merito. Le persone che andavano a Versailles per assistere ai suoi pasti notavano la destrezza con cui egli, con un colpo di forchetta, decapitava un uovo al guscio e plaudivano all'impresa. Ma certamente il re non era stato un successo né come marito né come padre. Aveva ignorato la sua consorte la regina Maria, quando era in vita; e la regina, per riempire in qualche modo la propria esistenza si era ridotta a cucire trapunte a disegnare e a trascorrere lunghe, tediose serate con le sue dame d'onore, mentre suo marito passava da un'amante all'altra.


Madame Du Barry

Aveva litigato con il defunto delfino Luigi, le cui opinioni sul ruolo della monarchia erano nettamente diverse dalle sue, e guardava con disprezzo le quattro figlie non sposate, anzi le prendeva in giro, le metteva in ridicolo e le trattava come nullità. Disprezzava anche il nipote ed erede, non solo a causa della sua stravaganza, ma anche perché non aveva niente di virile, mentre Luigi XV, se non altro, virile era.


Luigi XVI


Per il tratto di strada, attraverso la foresta, fino al castello di Compiègne, Antonietta prese posto, con il re e il delfino, nella grande carrozza reale. Nel castello si incontrò con altri nuovi parenti, uno stuolo di principi e principesse, duchi e duchesse i cui nomi e titoli nobiliari le sfuggirono probabilmente dalla memoria appena detti, soprattutto perché erano tanti, e tanti furono anche gli altri signori e dame della corte che le furono presentati. Inoltre, mancavano appena due giorni al matrimonio, e molti dettagli dell'ultimo minuto richiedevano attenzione. Dopo il pranzo – e c'è da domandarsi che genere di pranzo fosse, con la graziosa e amabile nuova venuta in mezzo a una dozzina e più di sconosciuti molto inclini a emettere giudizi, mentre il suo timidissimo sposo a stento alzava gli occhi verso di lei, che invece si comportava in modo notevolmente meno formale dei francesi – Antonietta venne accompagnata nella sua camera, ove ricevette il maestro del cerimoniale del re. Il dignitario le mostrò dodici fedi nunziali, che essa provò una dopo l'altra finché ne trovò una che le stava al dito perfettamente; e questa fu riposta in attesa della cerimonia. 

Molto più grane del palazzo di Schönbrunn, quello di Versailles era anche assai più vecchio, e il giorno in cui Antonietta lo vide per la prima volta appariva malandato e maltenuto Le fontane erano in pezzi, le loro vasche sporche e piene di rifiuti, anche il canale era sporco e intasato dal fango. Nei giardini, molte statue erano cadute; servitori e giardinieri negligenti le avevano lasciate in terra.

Nelle strade che portavano al palazzo non erano state installate lanterne, e quando la vettura di Antonietta passò la cancellata non fu accolta né da una banda musicale con pifferi e tamburi né da un reparto d'onore di guardie svizzere o di soldati  di un altro corpo militare. Le persone che, come sempre, andavano e venivano per il grande cortile anteriore guardarono con molta curiosità la carrozza mentre attraversava  lo spiazzo selciato per fermarsi; infine, ai piedi dello scalone che portava all'appartamento della regina. 

I non invitati alla cerimonia nunziale premettero con tanta ostinazione per accedere al lunghissimo corridoio chiamato Sala degli specchi che le guardie incaricate di mantenere l'ordine non riuscirono a impedir loro di entrare. Nel corridoio erano state allestite per l'occasione diverse file di sedie, ma queste, fin dalle prime ore del mattino, erano state occupate da signori e dame di corte nei loro abiti più splendidi, e gli altri spettatori furono costretti a cercarsi ogni spazio possibile, schiacciandosi contro le balaustrate provvisorie e premendo sugli ospiti ufficiali. 

All'una del pomeriggio il corteo nunziale partì dagli appartamenti di stato e cominciò a snodarsi per i corridoi e per le sale, diretto verso la cappella. Lo apriva il gran maestro del cerimoniale, immediatamente seguito dai due sposi. Luigi Augusto e Antonietta, che procedevano mano nella mano. Antonietta era sorridente e tranquilla; la sua svelta figurina scintillava di diamanti. Un'invitata inglese, la duchessa di Northumberland, rimase stupita dalla sua bassa statura; ebbe l'impressione che Antonietta non avesse più di dodici anni. Criticò anche il suo abito nunziale. <<Il corpetto dell'abito>>, scrisse sul suo diario, <<era troppo piccolo e lasciava completamente visibile la larga fascia della sottoveste merlettata, che aveva un brutto effetto tra due fasce ancora più larghe di diamanti. La sposa era letteralmente carica di gioielli>>. Il delfino che, come al solito, era terribilmente nervoso, indossava un vestito abbagliante, tutto intessuto d'oro e coperto di gemme e decorazioni. 

Dietro la sposa e lo sposo procedevano alcuni paggi, che reggevano il lungo strascico di broccato dell'abito di Antonietta; venivano poi la custode  tutelare del delfino, contessa di Nailles, i principi reali – il corpulento duca d'Orléans, il nevrastenico duca Panthièvre, i principi di Conde e di Conti, i duchi di Chartres e di Borbone e il conte de le Marche – e i due fratelli minori del delfino, i conti di Provenza e d'Artois. Dopo questi avanzava il re, che sembrava assorto; lo seguivano la nipotina decenne, principessa Clotilde, e le figlie non sposate Adelaide, Vittoria e Sofia, zie del delfino. Un gruppo di dame di corte ingioiellate  chiudeva il corteo, che sfilò come in parata, per tutta la lunghezza della Sala degli specchi, settantacinque metri, sotto gli imponenti lampadari, per raggiungere infine la soglia della cappella. 

Nel luogo di culto, tutti gli invitati si alzarono in piedi mentre Luigi e Antonietta procedevano verso l'altare e poi si inginocchiavano sui cuscini disposti sul pavimento per ripetere il giuramento di fedeltà dinanzi all'arcivescovo di Reims. Il delfino divenne rosso come un peperone quando per lui venne il momento di infilare la fede nunziale al dito di Antonietta, e per tutta la durata della messa si agitò continuamente. Quindi gli sposi portarono a termine le formalità, firmando il registro. Adesso Antonietta era, a tutti gli effetti la delfina di Francia.

Pur essendo ancora molto acerba ed estremamente inesperta, essa era, almeno in teoria, la donna più potente della corte; e in una corte in cui gli uomini della famiglia reale erano fiacchi e apatici ciò la rendeva doppiamente potente. Il suo arrivo sconvolgeva lo status quo, che era stato già gravemente alterato l'anno prima, quando il re aveva presentato alla corte Madame Du Barry, la sua nuova amante, una donna formosa, esuberante e sguaiata. La Du Barry dominava il sovrano e, attraverso il sovrano, faceva del suo meglio per dominare anche la corte. Antonietta, tuttavia, era in grado di controllare il delfino, che avrebbe potuto accedere al trono in qualsiasi momento. Il suo era il potere in ascesa, e gli smaliziati cortigiani, incalliti da anni di intrighi, ritenevano che non avrebbe indugiato a formare e consolidare una propria fazione. Sospettavano di lei, e in sua presenza si comportavano con grande cautela, dietro le sue spalle molti, fra loro, facevano tutto il possibile per ostacolarla. 

La Francia del 1770 era però un paese in disordine, con un vuoto al centro del potere. Secondo il conte Mercy, ambasciatore d'Austria a Parigi <<è in tale decadenza che sarebbe impossibile rigenerarla, se non a opera di un successore dell'attuale sovrano che, con le sue doti e i suoi talenti, ponesse riparo all'estremo disordine del regno>>. Il delfino era tuttavia privo delle doti e dei talenti necessari. <<Questo principe, a giudicare dall'espressione del volto e dal modo in cui parla, mostra un'intelligenza estremamente limitata e una grande goffaggine>>.

Nel pomeriggio del giorno delle nozze Antonietta si installò nell'appartamento che le era stato assegnato, un appartamento non grande, ma squisitamente arredato, le cui pareti erano decorate con affreschi e bassorilievi. Oltre alla camera da letto e al bagno, c'erano due salotti, una biblioteca abbastanza vasta, due anticamere e una  cappellina privata. Fu in quell'appartamento che la delfina ricevette i dignitari della sua casa civile. Dinanzi a lei si inginocchiarono e pronunciarono il giuramento di fedeltà la prima dama d'onore, il gentiluomo d'onore, il primo elemosiniere, gli intendenti, il maggiardomo, il primo scudiere e i revisori dei conti. Tutti costoro avevano a loro volta ricevuto, in precedenza, il giuramento di fedeltà di numerosissimi subalterni.

Fra questi, poco meno di duecento – dai cuochi ai camerieri dai mescitori di vino ai piccoli sguatteri – erano addetti alla preparazione di cibi e delle bevande e al servizio a tavola. Un altro centinaio di dignitari minori e di domestici provvedeva a soddisfare. Tutte le necessità personali di Antonietta, dal parrucchiere che era addetto al bagno, ai due farmacisti, ai diciannove valets de chambre. Antonietta aveva inoltre, alle sue dipendenze dodici nobildonne, incaricate di assisterla e di tenerle compagnia, quattordici cameriere che avevano il compito di servirla, due predicatori; cinque cappellani e un altro elemosiniere (tutti questi ecclesiastici rendevano superfluo l'abate Vermond), sei scudieri, nove uscieri, due medici e quattro chirurghi, un maestro di scherma, e due mulattieri.

Il re, il delfino e la sua consorte si esibirono nuovamente in pubblico, stavolta giocando a cavagnole intorno a un tavolino dell'appartamento reale: a seimila invitati era stato concesso il privilegio di assistere alla partita. All'ora appropriata, nel teatro d'opera il cui allestimento era stato portato a termine – un teatro squisitamente adorno, le cui modanature e balconate erano state scolpite, dipinte e dorate da un gran numero di eccellenti artisti – la famiglia reale cenò, mentre la pioggia tambureggiava sul tetto e rombavano i tuoni. Gli invitati, che avevano sperato di vedere, nella tarda serata, grandiosi fuochi d'artificio, provavano un gran disappunto quando la pioggia impose l'annullamento dello spettacolo, e se ne andarono, sentendosi in qualche modo truffati. Rimasero abbastanza a lungo, tuttavia, per assistere all'evento conclusero di quella giornata di festa, la benedizione del letto nunziale da parte dell'arcivescovo di Reims. Il re cosegnò al nipote la sua camicia da notte e la duchessa di Chartres aiutò Antonietta a prepararsi. 

Antonietta si ritirava nel suo appartamento, Luigi si accostava al letto, ci si sdraiava e si metteva a dormire senza toccarla. Pur essendo priva di esperienza, Antonietta non era all'oscuro delle cose del sesso. Sua madre l'aveva informata su ciò che doveva aspettarsi come moglie, ed essa sapeva a quali sofferenze era andata incontro sua sorella Carolina nella sua angosciosa botte di nozze nei primi giorni d'incubo del suo matrimonio. C'era qualcosa che non andava affatto, e presto divenne materia di pettegolezzo generale a corte. I paggi e le cameriere, ogni mattina, scrutavano la biancheria da letto della delfina, in cerca di testimonianze del fatto che questa non era più vergine; non trovandone, cominciarono a passare la notizia a chiunque fosse disposto a pagare per averla; e quelli disposti a pagare erano molti. Fra costoro c'era Mercy il navigatissimo ambasciatore di Maria Teresa, il quale aveva promesso all'imperatrice che l'avrebbe tenuta informata su tutto ciò che avveniva alla corte di Luigi XV. Mercy si affrettò a riferire circa la strana situazione: mandando il messaggio con uno speciale corriere che raggiunse Vienna nel massimo segreto. La corrispondenza riservata fra l'imperatore e Mercy, che cominciò nei giorni immediatamente successivi al matrimonio di Antonietta, fu un prodigio di organizzazione per quei tempi. In un'epoca in cui c'erano spie dappertutto e tutte le lettere spedite attraverso i normali canali venivano regolarmente intercettate e aperte, non si era mai sentito parlare di uno scambio di informatori e di istruzioni in entrambi i sensi sicuramente segreto fra un diplomatico e il suo sovrano, per giunta residenti in città tanto lontane. Luigi XV e i suoi ministri avevano un esercito di informatori, sparsi per tutta l'Europa, il cui solo scopo era proprio quello di mandare all'aria qualsiasi sistema di comunicazioni clandestine. Eppure i giovani corrieri austriaci e ungheresi reclutati per assicurare il recapito dei dettagliati dispacci di Mercy a Maria Teresa e le istruzioni o richieste dell'imperatrice al suo ambasciatore riuscirono, giocando d'astuzia, a eludere per anni quegli informatori, mettendo il conte Mercy in grado di affidare alla carta franche osservazioni  che egli non avrebbe mai osato fare altrimenti.

I primi rapporti di Mercy alla sua sovrana furono deprimenti. Il delfino, egli scriveva, era <<ripiombato n ella sgradevole condizione d'animo alla quale è un incline per natura. Fin da quando si sono incontrati per la prima volta, egli non ha dato alcun segno di predilezione per la delfina, o di desiderio di compiacerla, né in pubblico né in privato>>. Maria Teresa sapeva leggere tra le righe. Il suo impacciato e stravagante genero, del quale la gente diceva che <<era molto simile nella figura a un eunuco>>, era forse un eunuco anche di fatto.

La situazione preoccupava ormai tutti e in modo grave: l'imperatore d'Austria, il suo ambasciatore a Parigi, il re di Francia e i suoi ministri. A Versailles furono consultati i medici di corte. Niente di preoccupante, dissero. Il delfino non aveva ancora raggiunto i sedici anni. Non era ancora maturo. 

In realtà lo sventurato Luigi era affetto da fimosi, una deformazione del prepuzio che rendeva dolorosa la retrazione e perciò impediva l'erezione. Il delfino non era impotente: la verità era che tentare di fare all'amore gli costava una sofferenza atroce. Anche una blanda eccitazione sessuale gli causava un forte dolore e suscitava in lui la paura di un dolore più intenso. Ma ciò che più lo faceva soffrire era l'idea di sottoporre le sue tenere carni ai crudeli bisturi dei medici di corte. Luigi poteva avere o non avere gli smodati appetiti sessuali di un'adolescente – anche se qualcuno potrebbe dedurre che li aveva, che li sublimasse rimpinzandosi di cibo, con tanta frequenza e tanta voracità che spesso stava male di stomaco, ma è chiaro che per evitare sofferenze egli aveva deciso di negarsi ogni gratificazione erotica.

Luigi, comunque, continuò a star lontano da  Antonietta e a ignorarla nelle occasioni in cui l'etichetta di corte li costringeva a stare insieme. Insieme, tuttavia, restavano soli molto raramente. Erano sempre circondati da servitori signori e dame di corte, dignitari e dai sempre presenti osservatori <<casuali>> che affollavano i corridoi del palazzo, avidi di assistere allo spettacolo offerto dai reali, avidi di scrutare il minimo indizio di variazione nell'atteggiamento del delfino verso la consorte. Il matrimonio non consumato fra Luigi e Antonietta era oggetto di conversazione universale.

I pettegolezzi, le occhiate insistenti e curiose. I commenti sussurrati, i sorrisetti maligni – mettevano certamente in imbarazzo i due giovanissimi sposi. Antonietta manteneva esteriormente un atteggiamento disgustoso e sicuro di sé, ma nei momenti in cui dimenticava di controllarsi appariva scura in volto e pensierosa: <<Sotto la sua sicurezza intravedo momenti di tristezza>>, scrisse a Kaunitz l'abate Vermond, aggiungendo: <<Il mio cuore è lacerato da tutto questo>>.

Il calore e la bontà d'animo in cui Antonietta aveva accolto il suo goffo marito avevano fatto breccia nella ritrosia di Luigi, il quale cominciava finalmente a parlarle, a cercarla, perfino a confidare in lei. Quando essa passava per l'appartamento del delfino, egli le faceva capire a cenni che desiderava  parlarle, poi la accompagnava nell'appartamento di lei, dove era libero dalla tutela dei suoi importuni gentiluomini di corte e del suo istitutore, il duca de la Vauguyon, il quale si faceva un dovere di ascoltare tutto ciò che il delfino diceva.

Una domenica Luigi affrontò egli stesso l''argomento di cui tutti gli altri parlavano fin dalla prima notte di nozze. Secondo quanto riferì Mercy scrivendo a Maria Teresa una settimana dopo, il delfino disse ad Antonietta che si rendeva conto dell'aspetto sensuale del matrimonio, ma che opera deciso di rimandare la completa intimità a un momento più appropriato, presumibilmente al giorno del suo sedicesimo compleanno, che sarebbe stato il 23 agosto. Quel giorno la corte darebbe stata a Compiègne, e lì, assicurò Luigi ad Antonietta, egli sarebbe vissuto con lei <<in tutta l'intimità richiesta dalla loro unione>>.

Il 23 agosto arrivò e passo, e Antonietta, era ancora vergine. Se Luigi aveva sperato di superare l'impedimento causato dalla fimosi aveva perso coraggio. Ancora una volta i seminatori di pettegolezzi si misero all'opera e il delfino mortificato, ricominciò a rifugiarsi nella foresta per le sue partite di caccia, da cui rientrava molte ore dopo, con la testa che girava, barcollando, tanto esausto che faticava a reggersi in piedi.

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sabato 12 novembre 2016

Maria Atonietta. cap IV part. 4



Maria Antonietta


Il 15 aprile Durfort, che era and a to a Parigi, fece ritorno a Vienna alla testa di in lunghissima corteo di carrozze, con oltre cento servitori, paggi e palafreneri. In rappresentanza di Luigi XV, veniva, col sul autorevole seguito di dignitari, a prendere la promessa sposa del delfino. Fra le vettire c'erano due grandissime berline da viaggio, fabbricate per apposita commissione da in carrozziere e sellaio parigino ed eqipaggiate in modo che Antonietta viaggiasse da Vienna a Parigi con il massimo comfort possible. Erano fatto con legni rari, rivestite all'interno di raso; sedili e spalliere erano di velluto cremisi e azzurro. I prezioso ricami - vere e prorie opere d'arte dipinte con l'ago - rappresentavano me quattro stagioni e mazzi di fiori dorati. Durfort consegno' ad Antonietta una lettera del future marito e un altro sul ritratto, un medaglione incrostato di diamanti e dotato di un nastrino per portarlo al collo. Due giorni dopo Antonietta rinuncio' solennemente a ogni diritto sui domini di sua madre e sotto gli occhi impazienti dei dignitari austriaci e dei diplomatici Francesi, scarabocchio', faticosamente la sua firma in calce al documento di rinuncia.

Da anni non si vedevano a Vienna celebrazioni su questa scala; la capitale rimase in festa per diversi giorni, con le strade illuminate di notte e con musica fuochi d'artificio e spettacoli a disposizione di tutta la cittadinanza. Il giorno 18 ci fu un banchetto, offer to stavolta da Durfort a palazzo di Lichtenstein, sede dell'ambasciata di Francia. Nei giardini del palazzo era state costruito un grande tempio di Imene, da cui salivano verso il cielo fuochi d'artificio ancora piu' abbaglianti di quelli della sera precedente. Il giorno dopo, allegra sei del pomeriggio, signori e dame della corte affollarono la chiesa degli agostiniani per assistere alla cerimonia nunziale. In assenza del delfino, il suo posto venne preso dall'arciduca Ferdinando, fratello di Antonietta il quale in ginocchio accanto alla sorella sorridente, le infilo' al dito la fede. La messa fu celebrate dal nunzio pontificio Visconti, poi i cannoni del palazzo imperiale spararono lungamete a salve; il fragore delle esplosioni faceva tremare i muri dell'antica chiesa.

Per spianarle ulteriormente la strada, Maria Teresa le forni' una guida articolata di precise regole, da leggere e rileggere una volta al mese. Le regole ingiungevano ad Antonietta di adempiere ai suoi doveri spirituali, comprese le dovozioni personali del mattino, di fare del suo meglio per conformarsi allegra usanze francesi, di evitare le familiarita' con i subalterni e di non lasciarsi coinvolgere nelle sollecitazioni e nelle lagnanze dei singoli postulanti. Antonietta non doveva prendere initiative, ne' esaudire richieste, ne' most rare curiosita' . <<Non leggere nessun libro, neanche il piu' insignificante, se non hai prima ricevuto il permesso del tuo confessore,>> proseguiva Maria Teresa <<Questo e' un punto particolarmente importante in Francia, perche' in quel paese si pubblicano libri che, pur essendo pieni di una gradevole erudizione, possono nondimeno essere perniciosi per la religione e la morale.>>

Sapeva che a una fanciulla ingenua e fiduciosa sarebbe stato molto difficile , in un luogo come Versailles, tenere la testa a posto e comportarsi con giudizio, anche con la migliore delle guide. Antonietta avrebbe trovato troppe cose che non le erano familiari, troppe tentazioni, troppe voci suadenti che invitavano a percorrere sentieri rischiosi, troppo pochi esempi di innocenza e di decoro. Suo marito non sembrava uomo capace di proteggerla; sembrava anzi, incapace di proteggere perfino se stesso. In fondo, Antonietta, era figlia di sua madre, anche se aveva un carattere dolce. Forse, con l'andare degli anni, avrebbe dato prova della sua tempra.

Il 21 aprile, Antonietta, salì su una delle grandi berline che erano state studiate e fabbricate per consentirle di viaggiare con la massima comodità possibile. Era stata autorizzata a portare con sé, nella sua nuova vita, pochissime cose familiari, qualche oggetto di sua proprietà personale che le era molto caro, abiti sufficienti finché avesse raggiunto il confine con la Francia, il suo cagnolino. Avrebbe viaggiato con lei l'abate Vemond, ma non la contessa Lerchenfeld, che era morta l'anno prima, né alcuno dei servitori che Antonietta conosceva dall'infanzia. Essa portava con sé, però un bene prezioso: le <<Istruzioni ai miei figli per la vita spirituale e per quella temporale>>, composte da su padre. Il breve scritto paterno esortava Antonietta e i suoi fratelli a essere sinceramente cattolici, a coltivare il riserbo e la discrezione, a comportarsi in modo caritatevole con i poveri e a non essere troppo attaccati al lusso. <<Il mondo in cui dovete passare la vita è transitorio>>, ammoniva Francesco dall'oltretomba. <<Nulla è senza fine tranne l'eternità>>. Dobbiamo godere delle gioie di questa vita con innocenza, perché appena ci portano al male, quale che ne sia il genere, cessano di essere gioie>>.

Vi raccomando di destinare ogni anno due giorni alla preparazione per la morte>>, concludeva Francesco, <<come se aveste la certezza che quei due giorni sono gli ultimi della vostra vita, in tal modo vi abituerete a sapere ciò che dovreste fare in simili circostanze, e quando arriverà il momento estremo non sarete colti di sorpresa ma saprete cosa fare>>. Devozione, religione, virtù: questi erano gli ideali di Francesco. <<Vi raccomando di leggere queste istruzioni due volte all'anno; vengono da un padre che vi ama sopra ogni cosa, e che ha ritenuto necessario lasciarvi questa testimonianza del suo tenero affetto, un affetto che non potrete ricambiare meglio che amandovi tra voi con la stessa tenerezza con cui egli vi ama>>.

La berlina si avviò lentamente, poi prese un'andatura un po' più celere. Molta gente era scesa nelle strade per veder passare la delfina nella sua sfarzosa vettura; i viennesi acclamavano Antonietta, agitando le mani e gridandole il loro augurio. Quelli dotati di una vista acuta notarono che aveva le guance bagnate di lacrime. Si era abbandonata sulla spalliera di velluto, <<coprendosi gli occhi, a volte con il fazzoletto, a volte con le mani; di tanto in tanto si affacciava al finestrino per dare un'ultima occhiata al palazzo dei suoi avi, in cui non avrebbe mai più messo piede>>. Il grande convoglio di carrozze che scortava la sua berlina si allungava sulla strada fangosa per diverse miglia; i battistrada a cavallo erano avvolti in grigi mantelli, che nascondevano alla vista le loro brillanti uniformi azzurre e gialle, perché aveva cominciato a cadere una fredda pioggerellina primaverile. La folla si diradò, poi Vienna scomparve in lontananza.

venerdì 11 novembre 2016

Maria Antonietta. cap. IV part. 3

Non me erano ancora cominciate le mestruazioni, e finche' questo non fosse avvenuto I framcesi non avrwbbero dato Il loro assenso alla celebrazione delle nozzle. Poi, nel febbraio del 1770, due mesi prima della data fissata per la cerimonia, la prima perdita periodica arrivo'. Maria Teresa ne informo' lo speciale rappresentante del re di Francia, Durfort, il quale si affretto' a mandare a Parigi un correre veloce con la lieta notizia. La <<sposina>>, come l'imperatrice chiamava Antonietta, era finalmente una Donna.

Luigi XV aveva chiesto di vedere qualche ritratto di Antonietta, ma a Vienna non ne era arrivato nessuno di suo nipote. In fine, con l'approssimarsi del giorno fissato per le nozze, l'imperatrice ne chiese uno. Ne arrivarono due, nessuno dei quali riusciva a nascondere la zoticaggine del delfino, grasso e con le guance cascanti. Anche qui me fonti tacciono sulla reazione di Antonietta, salvo notare che essa chiese il permesso di appendere uno dei ritratti a una parete del suo salottino.

L'imperatrice era sgomenta, cerco' quindi di preparare Antonietta al travaglio del matrimonio con quel ragazzo tango goffo, dicendole che una moglie deve sempre rendersi gradita e conportarsi in modo remissivo, che l'amore appassionato e' soltanto una gioia passeggera, ma non e' fondamento ne' solido ne' necessario per un matrimonio, che l'aspetto personale di in uomo e' di gran lunga meno importante di cio' che egli ha nel cuore. Antonietta ascoltava, abbassando lo sguardo sull'anello del delfino, che portava al dito da gennaio, poi tornando a fissare la madre con i suoi occhi innocent I e fiduciosi. Chiaramente non capiva.

Maria Antonietta Cap. IV part. 3

Non me erano ancora cominciate le mestruazioni, e finche' questo non fosse avvenuto I framcesi non avrwbbero dato Il loro assenso alla celebrazione delle nozzle. Poi, nel febbraio del 1770, due mesi prima della data fissata per la cerimonia, la prima perdita periodica arrivo'. Maria Teresa ne informo' lo speciale rappresentante del re di Francia, Durfort, il quale si affretto' a mandare a Parigi un correre veloce con la lieta notizia. La <<sposina>>, come l'imperatrice chiamava Antonietta, era finalmente una Donna.

Luigi XV aveva chiesto di vedere qualche ritratto di Antonietta, ma a Vienna non ne era arrivato nessuno di suo nipote. In fine, con l'approssimarsi del giorno fissato per le nozze, l'imperatrice ne chiese uno. Ne arrivarono due, nessuno dei quali riusciva a nascondere la zoticaggine del delfino, grasso e con le guance cascanti. Anche qui me fonti tacciono sulla reazione di Antonietta, salvo notare che essa chiese il permesso di appendere uno dei ritratti a una parete del suo salottino.

L'imperatrice era sgomenta, cerco' quindi di preparare Antonietta al travaglio del matrimonio con quel ragazzo tango goffo, dicendole che una moglie deve sempre rendersi gradita e conportarsi in modo remissivo, che l'amore appassionato e' soltanto una gioia passeggera, ma non e' fondamento ne' solido ne' necessario per un matrimonio, che l'aspetto personale di in uomo e' di gran lunga meno importante di cio' che egli ha nel cuore. Antonietta ascoltava, abbassando lo sguardo sull'anello del delfino, che portava al dito da gennaio, poi tornando a fissare la madre con i suoi occhi innocent I e fiduciosi. Chiaramente non capiva.

giovedì 3 novembre 2016

Maria Antonietta cap. IV part.2

Antonietta era sbalorditivamente ignorante e poco meno che analfabeta. Odiava leggere e senza dubbio leggeva molto male, scriveva con penosa lentezza e senza dubbio conngrande fatica. Molto probabilmente non sarebbe stata capace di scrivere una semplice lettera senza in considerevole aiuto. Era stata allevata per stare senza far niente, la contessa Brandeiss aveva tollerato che rimanesse incolta; quanto alla contessa Lerchenfeld, che aveva preso il posto della contessa Brandeiss come governante, i suoi sforzi per dare ad Antonietta in minimo d'istruzione non avevano avuto un successo molto maggiore. Mercy trovo' un istitutore francese l' abbé' Mathurin Vermond, un uomo non appariscente ma suadente, che affronto' l'impresa di porre rimedio alle deficienze della giovanissima arciduchessa. Era un compito assai gravoso. La mente della futura delfina era una tabula rasa si cui si sarebbe potuto scrivere di tutto. Vermomd si dedico' per prima cosa a istruire la sua allieva sulla storia e sui costumi francesi, facedole imparare i nomi e me vicende delle maggiori famiglie i cui rappresentanti essa avrebbe consciuto a Versailles, e passando poi a illustrarle la letteratura francese dell'epoca nel modo meno penoso possible. Tutte le nozioni venivano trasmesse oralmente nel corso di colloqui, pur se Vermond assisteva la giovanissima arciduchessa anche quando quests si arrabattava negli esercizi di scrittura.

Restava solo da migliorare il sul frances, e Vermond trovo' questo compito assai difficile nel caps linguistico di Vienna. Tutti erano multilingui, ma nessuno parlava qualsiasi idioma in modo corretto, senza risentire dell'influenza degli altri. Alla corte di Maria Teresa prevaleva in cattivo francese; a parlar bene questa lingua erano in pochi. L'abate aveva fatto del sul meglio per eliminate i germanismi dal francese di Antonietta, ma questa parlava ancora molto scorrettamente. Vermond poteva soltanto sperare che i difetti di eloquio me fossero perdonati in omaggio alla sua vitalita' e alla sua grazia.

Nel corso del quattordicesimo anno di eta' essa era cresciuta notevolmente. Stava diventando anche piu' formosa; gli attillati corpetti dei suoi abito parigini mettevano in nostra il solco, sempre piu' marcato, fra i seni. L'anziano cardinale francese di Ronan, mandato a Vienna perche' desse in giudizio di prima mano sullo sviluppo fisico Dell narco duchessa, rimase sbalordito. <<La forma del suo volto e' di in ovals perfetto>>, scrisse, <<le sopracciglia sono folte come possono essere in una persona bionda, e in tantino piu' scuro dei capelli, le ciglia di incantevole lunghezza... Ha una bocca piccola, scarlatta come una giliegia, le labbra soon piene, specialmente quello inferiore, che e' com' e' noto, il tratto distintivo della Casa di Borgogna (cioe' gli Asburgo)>>. Come tutti gli altri osservatori, il cardinals rimase impressionato dalla carnagione di Antonietta, come di porcellana incontaminata, e dal suo colorio naturale. Accantonando, per una volta, le sue rigorose disposizioni sull'uso del trucco da parte delle figlie, l'imperatrice aveva autorizzato Antonietta a darsi in po' di Rossetti sulle guance; ma il trucco non faceva che sovrapporsi al naturals rossore, che era di gran lunga piu' attraente. <<La sua innata dignita' e' temperata dalla dolcezza>>, concludeva l'alto prelato, <<anch'essa naturale, e dalla semplicita' della sua educazione>>.

Maria Antonietta. Cap. IV

A Versailles, il delfino Luigi Augusto fu tutt'altro che entusiasta quando apprese che doveva sposare un'arciduchessa austriaca. Non aveva voglia di sposarsi, anzi non aveva alcun interesse per le donne e l'argomento sesso lo riempiva di paura. Era in adolescente di quindici anni, goffo, zotico, tozzo e sudicio, villanissimo e terrorizzato dalle funzioni pubbloche. L'amante di suo nonno Luigi XV, madame Du Barry, che a sua volta non era troppo ben educata, lo definiva <<un ragazzo grasso e maleducato>> e l'ambasciatore del regno di Napoli affermo' seccamente, una volta, che sembrava <<nato e cresciuto in una foresta>>. Che un simile enfant sauvage fosse l'erede al trono del sul avo Luigi XV era una calamita' che il re e i suoi ministri sarebbero stati ben lieti di scongiurare.

Un destino ingrato aveva cacciato a forza nel suo ruolo Luigi Augusto. Appena undicenne, pietosamente schivo e malaticcio, bersaglio delle prepotenze dei fratelli, proprio lui, che dei quattro figli del delfino Luigi era il meno promettente, era divenuto a sua volta delfino quando sul padre e il sul fratello maggiore erano morti. Aveva pianto per il terrore e si era nascosto nel sul rifugio preferito, la foresta di Compie'gne. Qui poteva andare a caccia e addentrarsi fra gli alberi, lontano dagli occhi severi dei ministri di suo nonno. Luigi Augusto era un bambino eccentrico, mediocre nello studio eppure libresc e pedante (compilo' una particolareggiata descrizione della foresta di Compie'gne prima di raggiungere i dodici anni), a disagio con gli altri bambini e con le signore e le dame di corte di Versailles, felice quanto mai in compagnia di lavoratori ordinari e domestici. Le carte geografiche erano la sua passione, ma fin dalla primissima.adolescenza provo' un certo interesse anche per la storia, particolarmente per la guerra civile in Inghilterra, con il suo sensazionale regicidio. Teneva inoltre in diario, in primo luogo per raccontare le sue battute di caccia e annotate le spese.

Nell'estate del 1769 le diplomazie francese e austriaca cominciarono a negoziare il contratto di fidanzamento, con l'intesa che il matrimonio sarebbe stato fissato per l'aprile dell'anno seguente. La dote di Antonietta venne stabilita in duecentomila fiorini d'argento, piu' in eguale ammontare di gioielli. Dato che era in gioco il prestigio di due grandi potenze, I particolari del cerimoniale assunsero un'importanza inedita. Chi doveva firmare il contratto di fidanzamento per primo, i Francesi o gli austriaci? Chi doveva avere la precedenza nel corteo, quando sarebbero cominciati i festeggiamenti? Chi avrebbe accompagnato la sposa da Vienna a Parigi, e quali formalita' si sarebbero dovute osservare quando essa sarebbe stata affidata alla sua nuova famiglia? Quali regali di nozze avrebbe ricevuto? Il cancelliere imperiale Kaunitz e il suo ambasciatore, conte Mercy, negoziarono duramente su questi problemi con il duca di Choiseul e il suo sostituto Durfort, con un andarre e venire di progetto d'accordo fra le capitali austriaca e francese che si protrasse d
per tutta l'estate e tutto l'autunno.