sabato 2 giugno 2018

Maria Antonietta Cap. X

Maria Antonietta Cap. X


Maria Antonietta


Già molto prima dell'alba e i male illuminati corridoi del palazzo di Versailles brulicavano di vita. Paggi, lacché, sguatteri di cucina e domestici si lavavano sommariamente e indossavano in fretta e furia le loro tenute da lavoro e le loro livree, stando vicini ai caminetti accesi, il cui calore bastava appena per proteggere dal freddo quei locali pieni di correnti, e mandando giù qualche boccone di pane prima di raggiungere i punti del palazzo ove dovevano attendere i loro compiti quotidiani. Anche i geentiluomini e le nobildonne, nonostante disponessero di propri servitori che li assistevano quando dovevano indossare i vestiti e le toilettes più formali, dato che, per quanto altolocati fossero i suddetti aristocratici personaggi; a corte i loro incarichi erano a lavoratori manuali: aprire una porta, tenere in mano una parrucca o un bastone da passeggio, disporre i fiori in vasi di porcellana. 

Alla corte di Luigi XVI prestavano la loro opera quasi novecento dignitari e servitori. L'Almanach de Versailles li elencava tutti, e il solo elenco occupava centosessantacinque pagine.Ciascuno dei dignitari, delle dame, dei servitori e delle domestiche aveva i suoi particolari obblighi e privilegi, definiti con precisione e gelosamente difesi. Il guidatore della carrozza reale trinata da muli non si sarebbe mai sognato di mettersi a cassetta per guidare dei cavalli, il gentiluomo di corte che portava al sovrano la sua chise percée e la portava via quando Luigi aveva finito di usarla non si sarebbe mai azzardato a presumere di potergli pettinare i capelli, i valletti che ogni mattina sfregavano la pelle del re con spazzole molto dure impregnate di alcool profumato si sarebbero ribellati all'idea di avvolgergli intorno al collo e di annodargli la cravatta. L'onorabilità del servitore dipendeva dalla natura del suo servizio. 



Luigi XVI

Se il re e la regina erano prigionieri dell'etichetta, infatti, le centinaia di persone al loro servizio erano tenute ad essernne padrone. La prima dama d'onore di Antonietta, la contessa di Noailles, con i suoi fastidiosi ammonimenti sulle formalità appropriate e la sua punntigliosa atenzione ai particolari, faceva semplicemente, anche se in modo estremamente ufficiale, il suo lavoro; un buon servizio richiedev esattezza in ogni dettaglio. Funzionari e servitori nuovi alla corte, dovevaano, prima di essere assunti, diventare padroni di centinaia di regole e di prescrizioni da osservare: come annodare il nastro ch eteneva stretto il guardinfante della regina, quale livrea indossare a Choisy (azzurra) e quale a Compiegne (verde), a quali porte si poteva bussare e quali, invece, si dovevano sfiorare con le unghie per annunciare la propria presenza. In alcune stanze alla servitù era permesso di sedersi, in altre, come, per esempio, la camera da letto del re, i domestici dovevano stare in piedi, anche se il sovrano non era presente. A quest'ultimo, soltanto i familiari e le poche persone con le quali egli aveva una grande intimità potevano rivolgere la parola; tutti gli altri dovevano rivolgerdi a lui con cortese e impersonale deferenza, parlando in terza persona. (<<Il re ha fatto buona caccia?>> <<Il re ha ancora il raffreddore?>>) Anche agli oggetti inanimati bisognava rivolgersi in modo differente a seconda del momento. Così, per esempio, il lettto della regina era considerato un mobile, di cui doveva aver cura il primo tappezziere alla camera daa letto, soltanto quando la regina non vi giaceva. 

Una delle cose che un dipendente doveva imparare era il modo di non are intralci ai suoi colleghi. La carica di reggitore dello strascico ella regina - una carica d'importanza secondaria, che tuttavia comportava <<doveri quotidiani e assidui>> - poteva essere detenuta soltanto da un nobile, cioè da un uomo il cui lignaggio fosse abbastanza illustre per non sfigurare accanto a quello del primo gentiluomo - usciere (Il reggitore dello strascico e il promo gentiluomo-usciere dovevano viaggiare sulla stessa carrozza quando la famiglia reale si trasferiva da una residenza all'altra; non si poteva pretendere che il secondo dei due viaggiasse in carrozza con un individuo che gli era socialmente inferiore).  Eppure il reggitore dello strascico poteva adempiere al suo compito in ambito molto limitato perché, appena la regina lasciava il suo appartamento e passava per la Galerie des Glaces, era tenuto a cedere lo strascico a un altro funzionario di servizio un paggio di camera del re domestico di cappella. 

Il conte d'Hézècques entrò in servizio a Versailles all'eta di dodici anni: doveva la nommina a paggio di camera del re alla raccomandazione di un parente che era uno dei gentiluomini di camera. Quando arrivò, erano complessivamente al servizio 58 paggi senza contare quelli che servivano i principi del sangue. Otto dei paggi erano assegnati alla camera del re, ove i loro compiti consistevano nell'assistere al grand lever del sovrano, nel fargli da scorta quando andava a messa, nel rischiarargli il cammino quando tornava dalla caccia dopo il calar del sole e, la sera, nel preparargli le pantofole quando andava a letto. Non erano compiti gravosi; gravosa era però l'iniziazione ad essi, come d'Hézècques dovette constatare con smarrimento. Come novizio si trovò alla mercé degli anciens, paggi che detenevano i loro incarichi da due anni e più e si commportavano in modo estremamente dispotico. Gli anciens punivano spietatamente ogni errore dei novizi, dai quali si pretendeva non solo che eseguissero i loro compiti senza la minima imperfezione, ma perfino che indovinassero i desideri dei loro superiori, altrimenti sarebbero stati bastonati. 

Ogni paggio doveva ricevere dalla sua famiglia una pensione di seicento franchi all'anno; ma questa era solo per le spese minute, perché tutto il resto veniva loro fornito dalla casa reale: cibo abbondante, livree e altri capi di vestiario, cure mediche, istruzione, D'Hézècques si sentiva trattato con <<una magnificenza davvero regale>>. Gli otto paggi di camera avevano due governanti e un precettore, o insegnante, che li controllavano anche nei loro alloggi in Rue de l'Orangerie. Trascorrevano la mattinata (prima del lever del sovrano, che in genere avveniva prima delle undici o ndici e mezzo) imparando a cavalcare; più tardi nel corso della giornata, quando non erano di servizio dal re, prendevano lezione di matematica, tedesco, disegno, danza, scherma e maneggio delle armi da fuoco, e facevano esercizi atletici e acrobatici. 

Erano altresì comuni, anche se raramente all'ultimo sangue, i duelli fra i paggi del re e quelli del principe di Condé o del principe di Conti. I ragazzi che rimanevano feriti venivno chirurghi della città di Versailles o da uno dei <<chirurghi comuni>> della regina che di regola si occuupava dei servitori di basso grado della casa civile della sovrana, ma che si poteva obbligare a prestare la sua opera in casi di emergenza come in occasione dei duelli. Il duello era ufficialmente disapprovato, ma era una parte riconosciuta della vita di un ufficiale dell'esercito, e tutti i paggi reali venivano istruiti per la carriera delle armi. Alla fine del loro periodo di servizio a corte, quando avevano diciassete o diciotto anni, venivano nominati ufficiali della guardia. Così avvenne, per esempio, a d'Hézècques. 

Il sedicenne d'Hézècques, che era un ancien in grado di dettar legge ai paggi novizi, fu assegnato alla grande scuderia relae, ove le regole di lavoro e di vita erano molto meno rigorose, tanto che i paggi erano liberi  di gironzolare nelle vie della città per cinque o sei ore al giorno. I cinquanta ragazzi di servizio nelle scuderie erano alloggiati in un'ala del vasto edificio, in camere tutte intonacate di giallo e tutte arredate con gli stessi mobili, che rano di poco più grandi dei box per i cavalli. Quattro enormi stufe li tenevano al caldo, ed essi usavano in comune una grande stanza per lo studio e pranzavano insieme in una sala appositamente attrezzata. 

I compiti deii paggi di scuderia erano relativamente poco gravosi. Un loro gruppo ben selezionato accompagnava il sovrano nelle sue partite di caccia, indossando sepeciali lvree, ornate con passamani d'oro (il tipo di passamani dipendeva dall'animale che veniva cacciato). Portavano i fucili carichi, consegnandoli al re quando li richiedeva e riprendidendoli quando li aveva usati e bisognava ricaricarli, compito che veniva affidato all'arquebusier. Alla fine della caccia, dopo che era stata distribuita la selvaggina, i paggi banchettavano con la parte loro assegnata; e spesso ricevevano in dono una dozzina di bottiglie di champagne per innaffiare il pranzo. 



Camera da letto della regina. Versailles



Antonietta ripristinò la carica di sovrintendente della casa civile della regina affidandola alla principessa Lamballe, sua amica e confidente, poco dopo l'ascesa al trono.  (Questa ascesa ebbe la conseguenza di confianre nell'ombra Madame de Noailles, che infatti presto si dimise, come indubbiamente Antonietta desderava,) Nella sua qualità di sovrintendente, la principessa di Lamballe godeva di una vasta autorità, di cui tuttavia, dato il suo carattere dolce e benevolo, non abusava. Alle sue dipendenze era la prima dama d'onore; dapprima ricoprì questa dignità la duchessa di Cossé; poi le succedettero la prinncipessa di Chimay e Madame de Mailly, che detenne la carica fino al 1781. Madame Campan, la fedele assistente e biografa di Antonnietta, era una delle sue prime cameriere addette alla camera da letto; aveva la responsabilità della gestione dei fondi privati della regina, che inoltre le aveva affidato in custodia i suoi gioielli. 

La direzione della casa civile di Antonietta comportava un gran numero di attività, dal controllo e dal pagamento di conti e delle fatture alla stesura di lettere di risposta ai sovrani stranieri che davano notizia di nascite, decessi e altri eventi familiari. Bastava questa corrispondena per tenere occupati a tempo pieno due segretari. Un altro compito che richiedeva molto lavoro e molto tempo era la riparazione e manutenzione dei veicoli della regina, comprese le grandi slitte dorate con cui essa amava fare gite ed escursioni d'inverno, quando c'era neve sufficiente. Ogni volta che la corte si trasferiva a Marly, a Choisy o a Fointainebleu, poi, c'erano da redigere e spedire inviti a migliaia per  balli, cene e partite di caccia. 

Sempre maggiore attenzione veniva dedicata alle condizioni di salute dei membri della servitù , e l'assistenza a queste centinaia di persone richiedeva l'impiego di un farmacista e di due chirurghi. Questi andavano ad aggiungersi al medico-farmacista e al chirurgo che avevano la responsabilità delle condizioni di salute della regina e dei suoi dignitari. Gli approvigionamenti di cibo, la cura delle cristallerie e delle argenterie, la custodia e il lavaggio degli abiti di corte e informali - per non parlare delle scarpe, delle borse, dei ventagli, dei guanti, della biancheria intima e dei cappelli - richiedevano l'opera di decine e decine di persone. In base alle disposizioni emanate dall'abate Terray, le tovaglie, i tovsglioli, le camicie e i merletti di lino dovevano essere sostituiti ogni tra anni (portati poi a cinque, e infine a sette da controllori delle finanze che volevano imporre economie sempre più rigorose). 

La suepervisione su tutte queste attvità di lunga durata non escludeva, anzi rendeva ancora più necessario uno strettoo controllo su quelle che si svolgevano di giorno in giorno e di ora in ora, e senza le quali la casa civile della regina non avrebbe potuto funzzionare regolarmente. Al compito di rifare il letto della regina, per esempio, si doveva provvedere mentre essa, con il suo entourage, assisteva alla messa. Appena il corteo regale lasciava l'appartamento di Antonietta per dirigersi verso la cappella, le addette al servizio si precipitavano nella camera da letto della regina con le lenzuola e i cuscini puliti e, dopo aver scostato i grandi cortinaggi doppi che celavano alla vista il letto, toglievano di mezzo la biancheria sporca, metendola in grandi canestri foderati di taffetà verde, che venivano portati poi alle lavanderie. Venivano quindi chiamati quattro domestici in livrea, che rivoltavano i materassi, troppo pesanti per essere solelvati dalle cameriere. Dopo che i domestici si erano ritirati, sul letto venivano messe lenzuola fresche di bucato, e su queste venivano ridistese le coperte. Le cameriere erano tanto abili che riuscivano a fare questo lavoro in cinque minuti; poi si mettevano a spolverare i mobili e a rifare ordine nella camera, data la confusione in cui l'aveva lasciata la regina dopo essersi vestita e  aver fatto la sua toletta quotidiana. 



Galerie des glaces. Versailles



Fortunatamente una delle dame d'onore di Antonietta, la contessa de la Tour du Pin, ci ha lasciato un lungo e particolareggiato resoconto sulla vita trascorsa a Versailles. Alla nascita la contessa si chiamava Henriette Lucy Dillon: era figlia di un militare di carriera irlandese che comandava un reggimento dell'esercito francese e della sua consorte, francese, una donna molto bella di nome Lucie de Rothe, anch'essa dama d'onore di Antonietta. (Antonietta, riicorda fra l'altro la contessa, <<era sempre pronta a lasciarsi affascinare dallo sfolgorìo>> e Lucie era piena dii grazia e sfolgorante; purtroppo, ancora molto giovane, morì di una morte tragica.) Diversi altri parenti di Henriette ricoprivano incarcichi a corte, e a causa di questi legami il matrimonio di Henriette con il conte de a Tour du Pin de Gouverenet fu celebrato nella cappella di Versailles. 

La principessa di Hénin, sua zia, portò Henriette da un maestro di ballo di Parigi, un certo M. Huart, che era abituato a preparare le giovani dame per la presentazione a corte. <<E' impossibile concepire una cosa più ridicola di quelle prove generali di presentazione>>, scrisse la contessa nelle sue memorie. <<M. Huart, un uomo corpulento, con i capelli bene acconciati e bianhi di cipria, indossva una specie di sottogonna a grandi sbuffi e stava in piedi all'estremità di una sala, come a rappresentare la regina.>> Il maestro mostrava a Henriette quando sfilarsi il guanto e innchinarsi per baciare il lembo dell'abito della regina, come avanza re con dignità attraverso la sala, come prosternarsi con grazia nonostantte l'ingombro del guardinfante e dell'abito. 

Arrivò il giorno della presentazione e Henriette era abbigliata col suo speciale abito bianco tempestato di perle e di fregi d'argento, e portava intorno al collo <<sette od otto giri di grossi brillanti>> che Antonietta le aveva dato in prestito per l'occasione. Altri brillanti splendevano sul suo capo. <<Grazie ai buoni ammaestramenti di M. Huart>> ricordò in seguito, <<feci le mie tre riverenze molto bene. Mi sfilai il guanto e me lo rimisi in modo non troppo impacciato. Poi mi feci avanti per ricevere l'abbraccio di accoglienza del re e dei suoi fratelli, dei principi>> e di alri illustri personaggi della corte. Anni dopo, la contessa ricordava quanto imbarazzante ed estenuante era stata per lei la cerimonia. Benché fossero presenti molti dei suoi cari, e benché l'affetto per sua madre predisponesse la regina as accoglierla calorosamente, aveva pur sempre porvato la sensazione di passare, per così dire, sotto le forche caudine, <<osservata con attenzione dall'intera corte e fatta a pezzi da tutte le malelingue.>>




Cappella di Versailles


Ogni domenica prendeva posto con le altre nella sala adiacente alla camera da letto di Antonietta, in attesa del segnale di entrare per la cerimonia dell grande toilette. La sala era sempre piena, ricordò nelle sue memorie; in attesa c'erano almeno quaranta donne, e spesso di più. <<A volte stavamo strette>>, scrisse, <<perché i nostri guardinfanti occupavano molto spazio.>> Quando nella camera da letto entravano la principessa di Lamballe, e subito dopo la prima dama d'onore e la responsabile dei vestiti, le dame capivano che la cerimonia sarebbe presto incominciata. 

<<Appena la regina aveva salutato ciascuna di noi nel suo modo incantevole e gentile, la prota veniva riaperta e tutti venivano ammessi. Noi ci metavamo, in piedi, lungo il lato destro e lungo il lato sinistro della camera in modo da lasciare uno spazio sgombro dinnanzi alla porta e al centro della camera stessa.>> Spesso le dame dovevano allinearsi in due o tre file, comprimendo i guardinfanti l'uno con l'altro e spiegazzando le gonne degli abit, in attesa che il corteo prendesse avvio in direzione della cappella. Un giorno Henriette fu presentata all'ambasciatore di Gran Bretagna e, conoscendo l'usanza inglese gli strinse la mano. 

le udienze della domenica mattina continuavano fino alle 12.40, quando il domestico in livrea avanzava nuuovamente fino alla porta e annunciava: <<Il re!>>. Udito questo annuncio, Antonietta, <<andava inncontro al sovranocon un'incantevole espressione di gioia e di dieferenza. Il re chinava il capo a destra e a sinistra e aveva uno scambio di parole con alcune dame di sua conoscenza, mai però con quelle giovani>>. Data la sua estrema miopia, Luigi XVI, ricordava Henriette, era in grado di riconoscere soltanto coloro che gli stavano molto vicini. 

Il corteo che si formava per raggiungere la cappellaera quanto mai articolato la domenica, e i visitatori stranieri amavano andare a Versailles per assistere, se possibile, al suo passaggio. Apriva la processione il primo gentiluomo della camera da letto del sovrano, seguito dal capitano delle guardie; poi venivano il re e la regina, che procedevano abbastanza lentamente perché fosse loro possibile scambiare qualche parola con ciascuno dei dignitari della corte quando gli passavano davanti. <<Spesso la regina conversava con le dame straniere che le erano state presentate in privato, con artisti e con letterati. Una sua inclinazione del capo o un suo benevolo sorriso venivano accolti con gioia dai destinatari e il loro ricordo era gelosamente custodito a garanzia in vista di un possibile bisogno futuro.>> Dietro il re e la regina avanzavano le dame di corte di posizione più elevata; quelle di posizione meno elevata costituivano la retroguardia. 

Percorrere in tutta la sua lunghezza la Galerie des Glaces senza inciampare nello strascico della dama precedente richiedeva una considerevole abilità. Non bisognava mai sollevare i piedi dal parquet, ma piuttosto dcivolsrci sopra alla maniera dei cigni sull'acqua, senza mai guardare il pavimento ma facendo attenzione a evitare i metri e metri di velluto e taffetà e seta che turbinavano dappertutto e minacciavano continuamente di provocare incidenti. Percorso senza intoppi il lungo corridoio, ciascuna delle dame <<gettava il suo strascico su uno dei guardinfanti e, facendo in modo di essere vista dalla sua cameriera in attesa con uuna grande borsa di velluto rosso, frangiata d'oro, si precipitava in una delle navate laterali della cappella, cercando di trovar posto quanto più vicino possibile alla navata centrale ove erano il re e la regina>>. 

Dopo la messa e dopo il pranzo, Henriette e le altre dame erano finalmente libere di prendere congedo, anche se l'etichetta le obbligava a fare brevi visite ai conti di Provenza e d'Artois, nonché alle zie del sovrano, prima di ritirarsi nei loro appartamenti.  A Henriette piaceva far visita al duca d'Artois, la cui giovinezza e prestanza avevano su di lei un notevole fascino. <<Si facevano grandi sforzi per essere ben viste da lui>> ricordò nelle sue memorie, <<perché riuscirici era una garanzia di notorietà>>. Dopo queste visite d'obbligo le dame potevano starsene per loro conto alcune ore e, nei loro appartamenti, si sbarazzavano dei rigidi abiti formali, pranzavano e ricevevano amici e amiche,.

Durante le partite a carte era di rigore la loro presenza. <<Dovevamo essere lì prima delle sette>>, scrisse la contessa, <<perché la regina faceva il suo ingresso prima che l'orologio finisse di rintoccare le ore. Accanto alla porta da cui arrivava stazionava uno dei parroci di Vrsailles, che consegnava ad Antonietta una borsa con la quale la regina si aggirava tra gli ospiti, sollecitandoli a fare le loro elemosine con le parole : "Per i poveri, di grazia">>. Ogni dama era tenuta a contribuire con una moneta d'argento, ogni gentiluomo con un luigi d'oro. 

Molti anni dopo il periodo del suo servizio a corte, quando le glorie di Versailles erano da tempo trramontate, la contessa de la Tour du Pin e altri memorialisti rievocavano con una sorta di commossa nostalgia lo spendore degli abiti di seta e il luucchichio dei brillanti, la magnificenza dei grandi teatri di palazzo, tutti dorature e cristallerie, illuminati da migliaia di lampadari, gli splendidi saloni da ballo trasformati in foreste grazie a un magistrale impiego delle decorazini di cartapesta e dei fiori artificiali, la galanteria degli uomini e l'elegante portamento delle donne. Le cene, scrisse la contessa, erano la quintessenza di quella squisita cultura di serra. Gli invitati, rigorosamente selezionati in base alla loro educazione, il loro spirito e al loro savoir faire mondano, nonché alla loro capacità di trovarsi a proprio agio in un'eletta compagnia, arrivavano alle nove e mezzo. 

Quelle serate erano il trionfo dei buoni cibi, della conversazione scintillante, della grazia sofisticata, sfumata di flirt e di allettamenti. L'orchestra suonava, il vino scorreva, si rideva di cuore, la vita era molto dolce. La conversazione durava fino a molto tempo dopo la mezzanotte, quando le candele si estinguevano e le dame, sbadigliando al riapro dei ventagli incrostati di gioielli, venivano riaccompaagnate nelle camerette loro assegnate, ove schiacciavano un pisolino di una o due ore prima che sorgesse l'alba. 

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Marie Antoinette - Shopping Scene (Sofia Coppola, 2006)

lunedì 5 marzo 2018

Dracula. Primo regno e nuovo esilio (1448-1456). Un'infanzia transilvana

Dracula 


Vlad III


Sighisoara


Primo regno e nuovo esilio
(1448-1456)

Dracula aveva diciotto o diciannove anni quando s'impossessò del trono dei suoi avi, la stessa età di Murad II e di Maometto II quando slirono sul trono dei sultani ottomani. Vlad vantava un'esperienza più ricca, frutto di soggiorni trascorsi, a partire dalla nascita, in tre <<mondi>> doverso: Sighisoara e il mondo dei sassoni in Transilvania, la Valacchia dove aveva trascorso i suoi anni più belli, quelli del passaggio dall'infanzia all'adolescenza, e infine il mondo ottomano dell'Anatolia e di Adrianopoli, dove aveva vissuto dal 1444.

Un'infanzia transilvana

Di questi tre universi, quello della Transilvania corrisponde alla prima giovinezza. Nato e cresciuto nella città di Sighisoara, Vlad familiarizzò con un paesaggio urbano rimasto intatto. Costruita su un'alta collina, Sighisoara sembra ripiegata su se stessa intorno alle mura che cingono la città alta. Quattordici torri quadrate o poligonali interrompevano la fortificazione. Una seconda cerchia, costruita alla fine del XIV secolo, proteggeva la città bassa. All'epoca di Vlad la popolazione della città raggiiungeva circ duemila abitanti, molto meno di Brasov (circa seimila) e di Sibiu (circa quattromila). Alla fine del XV secolo, Sighisoara contava 638 famiglie, ovvero tremila abitanti circa. Queste famiglie erano formate, da sassoni, (in latino hospites) - seicento famiglie; le altre erano inquilini (venti famiglie), contadini con poca o nessuna terra; nove famiglie povere (pauperes), quattro famiglie di pastori, tre di servitori e una di mugnai. Sighisoara era governata da un giudice locale (Königsrichter) che esercitava il suo ministero sulle sedici comunità libere che formavano lo Sthul (sede della giustizia). Il giudice era affiancato dal sindaco e dal consiglio municipale, composto da dodici senatori (uomini saggi e anziani), cittadini eletti, che regolavano i problemi amministrativi. Nel 1431-1432 il giudice regio era un tale Giacomo (Jacobus) Kraus, presumiblmente un grav forma locale della parola Graf (conte); nel 1456, quest'ultimo incarico spettava a uno scalpellino o a un carpentiere (Valentin Doleator).
Gli abitanti di Sighisoara erano per la maggior parte artigiani e mercantti, la città era situata lunngo una strada commerciale che collegava il paese di Szekely con Sibiu e con la valle del Mures, ricca di vigneti e di terre coltivate. I testi del XVI secolo danno un'idea delle corporazioni di artigiani di Sighisoara: calzolai, bottai, fabbri ferrai e fabbricanti di speroni, tornitori di oggetti in legno, fabbri, pellicciai, cimatori, coltellinai. La città aveva ricevuto il privilegio di poter tenere due fiere annnuali, prima della Quaresima e la domenica dopo la Pentecoste. I suoi mercanti facevano affari soprattutto in Transilvania ma, a partire dal 1433, poterono usufruire di alcuni privilegi commerciali in Moldavia. 
Questi artigiani e questi mercanti abbienti non esitavano a mandare i propri figli a studiare nelle università tedesche di Vienna e di Cracovia. Tra il 1377 e il 1530, non meno di novantacinque giovani di Sighisoara vengono menzionati negli aerchivi delle università (cinquantasette a Vienna e trentotto a Cracovia). Una volta terminati gli studi, i diplomati sarebbero rientrati nel loro paese per occupare il più delle volte incarichi giudiziari, o amministrativi. 
L'eguaglianza e la solidarietà che regnavano tra i cittadini, la prosperità generale e la passione dei Sassoni per la costruzione di edifici impressionavano i viaggiatori stranieri. Oltre ai lavori per le fortificazioni che a Sighisoara erano iniziati alla fine del XVI secolo, si alvorava, alla costruzione (1345-1515), della chiesa del lebborsario nella città bassa nonché di case private. 

Verso la metà del XVI secolo un alto dignitatio ungherese, Antonio Verancsis, descriveva la <<nazione sassone>>: 

Hanno mantenuto fino ai nostri giorni i costumi e la lingua degli antenati. Sono molto attivi, e si applicano molto all'ammiistrazione della città, al commercio e a tutte le arti manuali. Sono più dediti alla casa e desiderosi di aumentare i beni e gli oggetti di ogni altra nazione della privincia e, poiché non bramano gli averi altrui, si accontentano dei propri. E sono così tanto desiderosi di costruire, di coltivare la terra e di piantare vigne che nessun'altra parte della Transilvania è più bella e fertile di quella abitata dai Sassoni. E i re d'Ungheria, vedendo questo, hanno dato loro leggi e diritti urbani e hanno permesso che circondassero le piazzeforti con delle mura. Oltre al censo abituale, viene loro chieesto del denaro ogni qualvolta i re lo desiderino, e i Sassoni pagano volentieri e senza attaccamento al denaro. Combattono a piedi, sono molto forti dietro le mura delle loro città ma non resistono molto nelle battaglie che svolgono in terreno aperto. 

Verso il 1556-1567, l'italiano Giovan Andrea Gromo trovava che Sighisoara era una città <<allegra, sana e mercantile>>, fornita di una scuola situata sulla collina, vicino alla chiesa, con professori esperti in ogni specialità e scienza. Questa scuola, menzionata per la prima volta nel 1522, era mantenuta dalla comunità. 

I Sassoni delle 240 città e villaggi tedeschi della Transilvania si distinguevano dalle altre popolazioni per i loro vestiti:

L'abito degli uomini è identico a quello degli ungheresi, ai Sassoni però piace che i mantelli e le tuniche siano più ampi. Alcuni di essi non esitano a portare tutta l'estate, anche con il gran caldo, i loro vestiti foderati di pelliccia di volpe o di lupo. I sacerdoti indossano una veste color porpora, una cintura color rosso o blu e un mantello di colore scuro chiamato <<reverenda>>. I vestiti delle donne sono stretti, impacciano i movimenti e hanno le pieghe solo sulla schiena. Le donne lasciano scoperte la nuca e il collo, fino alle spalle. Si coprono il petto con grndi placche d'argento dorato e decorate di pietre preziose, ma sono così pesanti che non appena le donne o le ragazze si chinano, anche solo leggermente, scoprono il seno. Non si adornano la testa né con ghirlande né con nastri, ma tengono i capelli sciolti sulle spalle. In compenso portano un diadema di pura seta o d'argento che assomiglia alle placche summenzionate. Le donne sposate indossano un vestito nero, largo e senza pieghe. Le donne sposate indossano un vestito nero, largo e senza pieghe, Adoperano anche lunghi mantelli di pelo di coniglio non foderati. Usano un copricapo di cotone rosso o bianco. Le vedove e le donne anziane coprono la testa con un velo leggero di cotone. 

L'organizzazione dei Sassoni della Transilvania all'interno del regno d'Ungheria era anche un modello di democrazia medievale. L'insieme dei dignitari giudiziari e amministrativi di nome Stühle e dei due distretti sassoni (Brasov e Bistrita) portava il nome di Universitas Saxonum. I rappresentanti degli Stühle si riunivano una volta all'anno, il 25 novembre. I loro compiti erano i seguenti: pagamento di una somma fissa al tesoro reale una volta l'anno, il giorno di san Martino; pagamento della decima ecclesiastica; obbligo di fornire un numero fisso di soldati per l'esercito del re; obbligo di concedere il diritto di alloggio al re e al voivoda della Transilvania, più tardi esteso anche ai loro ambasciatori e a quelli dei paesi stranieri. 
I Sassoni tenevano molto ai loro privilegi; ai quali si aggiunse il diritto di fortficare le cittadelle, dopo l'incursione turca del 1395 e anche le chiese del villaggio, il cui effetto sarà l'apparizione di un'architettura originale (Kirchenburgen). 
In quest'ambiente, Vlad Dracula poté aprendere i valori della solidarietà, della forza della comunità e, di uno spirito egualitario e civico, mescolato ad un egoismo campanilistico e a un dispregio per gli altri, in special modo per i Romeni. 

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venerdì 23 febbraio 2018

Maria Antonietta Cap IX

Maria Antonietta Cap IX


Marie Antoinette. Raphaelle Agogué


Louis XVI. Marie Antoinette. Gabriel Dufay. Raphaelle Agougé


Louis XVI. Gabriel Dufay 







Nella camera fiocamente illuminata di Versailles ove Luigi XV giaceva immerso nel torpore, le sue tre figlie erano allarmate. Il re non le riconosceva più e non rivolgeva più loro la parola. I chirurghi e i medici passavano a turno vicino al suo stretto letto, e a turno si chinavano su di lui. I domestici, che avevano ricevuto ordine di tenere la camera quasi al buio perché la luce offendeva gli occhi semispenti del sovrano, stavano in piedi nella fitta penombra, in attesa di istruzioni. Improvvisamente una torcia venne accesa, e in quell'istante dii intens. a illuminazione si vede bene la testa del malato. Il volto era coperto di macchie rosso scuro. Il re non era ammalato di febbre catarrale, ma di vaiolo. 

Non erano vaccinati né il re né alcun altro membro della famiglia reale. (E, del reto, certi personaggi della corte che si erano fatti vaccinare erano morti poco dopo - fra essi anche un figlio della contessa di Noailles - il che deponeva contro la vaccinazione stessa.) Il vaiolo, tuttavia, incuteva terrore, e tutti a corte rabbrividirono quando vennero a sapere che il volto del sovrano si era coperto di macchie. Il re aveva già avuto il vaiolo, nell'ormai remoto 1728, ma ciò non costituiva una protezione contro una ricaduta del morbo, che non poteva non essere fatale, ed egli stesso sembrava rendersi conto  che non si sarebbe più ripreso. Si era ammalato il 27 aprile: il 4 maggio aveva fatto mandar via dalla sua camera Madame Du Barry, in modo da dare almeno l'impressione di un pentimento e di morire in modo edificante. 

La polvere di corteccia d'olmo somministratagli dai medici non aveva alleviato i dolori. Dopo otto giorni di malattia puzzava orribilmente, come se il suo corpo devastato emettesse già un tanfo di morte. Al delfino era stato ordinato di non entrare nella camera del nonno, ma Adelaide, Vittoria e Sofia passavano le giornate al capezzale di Luigi XV, rischiando la vita per dovere filiale. Anche i ministri del re andavano e venivano dalla camera, alternandosi con i medici, i quali sapevano bene che, siccome non erano riusciti a guarire il sovrano dal suo terribile morbo, la loro posizione a corte era in pericolo. Ad Antonietta fu consentito di vedere il re morente la mattina del 7 maggio, e le fu comunicato che Luigi XV aveva fatto chiamare il suo confessore e desiderava ricevere l'eucarestia. 

I cortili del grande palazzo si stavano riempiendo di persone: alcune erano in lacrime, molte mormorvano preghiere, altre erano impazienti di apprendere la notizia della morte dell'odiato e vizioso vecchio monarca che regnava sulla Francia da quando era ragazzo. Per quanto mite fosse divenuto il suo atteggiamento verso i sudditi, per quaanto utili fossero stati i suoi recenti, tardivi tentativi di riforma del sistema di governo, molti lo considervano spietatamente sordo alle eigenze e alle necessità del popolo. 

Il 9 maggio cominciò per lui un delirio intermittente; era troppo indebolito dal morbo per parlare, e nei momenti di relativa lucidità riusciva a esprimersi solo con dei sussurri. Non fu in grado di ponunciare le parole di pentimento suggeritegli dal suo confessore, cosicché monsignor de la Roche-Aymon, grande elemosiniere le lesse per lui. <<Signori>>, disse solennemente l'altissimo prelato ai cortigiani riuniti, <<il re mi ha ncaricato di dirvi che chiede perdono a Dio per averlo offeso e per lo scandalo che ha dato dinanzi al suo popolo.>>

Il vecchio re rimase tra la vita e la morte fino al 10 maggio, gemendo nella fase estrema dell'agonia, col volto rigonfio e ormai nerastro per l'infuriare del male. Infine, verso la metà del pomeriggio, si spense, e il gran ciambellano, duca di Bouillon, uscì dalla sua camera per dare il ferale annuncio.
<<Signori, il re è morto. Evvia il re!>>

Nei cortili, i cavalli battevano gli zoccoli sui lastroni dei pavimenti e i domestici gridavano uno all'altro di prepararsi a partire. Con gran favore di passi, i cortigiani raggiunseroo di corsa l'ppartamento di Luigi Augusto, resero omaggio al nuovo re, sbiancato in volto, e si precipitarono in cortile per salire sulle carrozze. In capo a un'ora il palazzo di Versailles era pressoché deserto. C'erano rimasti soltanto la salma del sovrano e i pochi dignitari ai quali era stato affidato il compito di scortarla fino a Saint-Denis per la sepoltura. 


Louis XVI


Luigi deteneva un'autorità assoluta e suprema, la sua parola era legge, la sua persona era sacra. Non avendo il monimo di preparazione a quella giornata, che era la prima che passava come re di Francia, tremava; eppure non era completamente privo di risorse. A Choisy aveva portato con sé un documento scritto dal padre defunto molti anni prima, un <<Elenco di varie persone raccomandate dal delfino a quello dei suoi figli che succederà al re Luigi XV>>. L'elenco non era lungo, e le raccomandazioni che conteneva non erano prolisse. M. de Nivernois, diceva, aveva <<spirito e grazia>>, M. de Castries era <<buono per lìesercito>>, M. de Muy era <<la virtù personificata>>. Luigi scels M. de Machault (<<un uomo di carattere inflessibile, ha fatto qualche errore di giudiziom ma è una persona di valore>>). Ma Adelaide, per quanto debilitata e contagiata da settimane di veglia al capezzale del padre morente, intervenne con energia: Luigi, disse, doveva mandare a chiamare l'anziano conte di Maurepas (<<ha tenuto fede ai veri principi della politica>>) e nessun altro. 

I cortigiani, ansiosi soprattutto di allinearsi con chi deteneva il vero potere a corte, affluirono in massa da Antonietta e fecero i loro approcci con tutta la lievità delle sanguisughe che si attaccano a un nuotatore. La nuova regina, che indossava gli abiti di lutto ed era priva di trucco sulle labbra e sulle guance - ma non per questo meno incantevole - li ricevette e mostrò, nei confronti dei più giovani, il consueto calore e la consueta vivacità. Le dame più anziane, però, sentirono quanto poteva essere pungente la sua lingua quando si recarono da lei pre presentarle formalmente i loro <<omaggi di lutto>>. Odiando tutte le cerimonie, e decisa, adesso che era regina a semplificarle o a farne a meno, Antonietta sorrise alla vista di quelle <<centenarie>> e <<presuntuose>>, come le chiamava, <<e quanto mai inopportunamente scoppiò a ridere>> dinanzi alle loro facce rugose. 

Fra o gentiluomini e le dame di corte si stavano formando nuove conventicole, si tracciavano nuove linee di schieramento nella costante lotta per i posti e per il prestigio. Era stato dato per scontato che il nuovo re si sarebbe dimostrato, schivo, debole e incapace, e che sarebbe stato dominato da sua moglie. Luigi però si stava dimostrando notevolmente energico. Quando i ministri di suo nonno si rivolgevano a lui chiedendogli direttive, rispondeva in modo deciso e regalmente sobrio. Tra i suoi primi atti fu quello di allontanare dalla corte i medici che non avevano spauto curare il vecchio re. Con l'aiuto di Maurepas, il mentore e la guida ce si era scelto, si mise a studiare politica estera, materie tributarie, finanze soprattutto. Mettendo da parte la passione per le serrature, la caccia e le costruzioni edili, cominciò a passare intere giornate a tavolino, scrivendo lettere, leggendo dispacci e proposte, imparando a comprendere i complicati calcoli dell'abate Terray. Per evitare di accrescere gli oneri fiscali che già gravavano sui suoi sudditi, annunciò che non avrebbe chiesto la riscossione della tassa di quaranta milioni di franchi che per tradizione veniva imposta all'ascesa al trono di un nuovo monarca. 

Luigi si confidava con Maurepas e con Terray, ma non con Antonietta. Quando quest'ultima si avvicinava al suo tavolo da lavoro copriva i documenti e prendeva un'aria irritata. <<Madame>>, diceva, <<devo occupami di certi affari.>> Qualcuno lo sentì affermare pungentemente che <<ciò che ha sempre mandato in rovina questo paese sono state le donne, mogli legittime o amanti che fossero.>>




Marie Antoinette





Fin dalle prime settimane di regno il buon senso disse a Luigi che le spese di una corte gonfiata e stravagante come quella di Versailles aggravavano la crisi fiscale del paese. <<Ripete in continuità le parole economia, economia>>, scriveva Lord Stormont. E nondimeno era impossibile fare economia in una stagione di lutto per la morte di un sovrano. Alle centinaia di domestici del palazzo bisognava fornire nuove livree nere - per il solo personale stabile ne erano necessarie quasi millequattrocento - più le relative spalline azzurre. Si dovevano inoltre ordinare migliaia di braccia di stoffa nera per i letti e gli arredi dei palazzi reali, e altra stoffa viola per le carrozze.

Ordinare nuovi capi di vestiario era, in realtà, uno dei pochi divertimenti consentiti durante gli interminabili mesi di lutto. A corte non si tenevano balli, e non era permesso ai cortigiani andare a teatro. Antonietta ammazzavva il tempo prendendo una lezione d'arpa al giorno, la mattina, e dando un concerto informale nel pomeriggio, andando a passeggio e facendo una cavalcata nelle belle giornate e, con molta riluttanza, posando per i pittori che, lamentava, <<la infastidivano a morte>> chiedendole di farle il ritratto adesso che era regina. Due volte la settimana riceveva una visita - ma questa con molto piacere - della sua sarta e modista Rose Bertin, proprietaria del negozio alla moda di Rue St. Honoré chiamato <<Le Grand Mogol>>. Madame Bartin non era una nuova venuta a corte: già la duchessa di Chartres era stata sua cliente. Ma avere come cliente la reginaera certamente più redditizio; e comunque Antonietta, con l'aiuto dell'abile sarta, divenne la donna leader della moda. 

Nell'estate e nell'autunno del 1774 le gentildonne della corte caddero in preda a una sorta di follia in materia di copricapi. Per cominciare esplose la moda dei cappelli a l'Iphigéniem che volevano evocare la recente rappresentazione a Parigi dell'Ifigenia in Aulide fi Gluck, un'opera di cui Antonietta era una fervida ammiratrice (Gluck era stato il suo maestro di clavicordo a Vienna). I cappelli all'Ifigenia che erano dei cerchietti di fiori neri con corte velette e un fregio simile a una falce di luna, erano di dimensioni relativamente modeste, ma i poufs à la circostance, che fecero la loro comparsa un mese dopo, erano molto più complicati. Tra i motivi ornamentali che li arricchivano e li rendevano altissimi erano un cipresso, un buon numero di tageti neri, un covone di grano e una cornucopia contenente ogni sorta di frutti, nonché diverse piume bianche. Il significato allegorico del pouf à la circostance era che la Francia, pur piangendo Luigi XV, dava il benvenuto all'abbondanza di cui certamente avrebbe goduto sotto il nuovo re. Venne subito dopo un tipo di acconciatura, e contemporaneamente di un copricapo, che si ispirava alla medicina: il pouf à l'inoculation. Un mese dopo la sua ascesa al trono, Luigi XVI si era rassegnato a farsi vaccinare contro il vaiolo, e il nuovo pouf commemorava questo avvenimento con un sole nascente, un olivo con un serpente attorcigliato intorno al tronco e, accanto, un bastone infiorato. 

Copricapi che prendevano nome dal sultano di Turchia, dal Tesoro reale e dalle suore carmelitane avevano dato notorietà a Rose Bertin, e le dame di corte si erano abituate a stare pazientemente in posa mentre i loro capelli venivano avvolti in rotoli di carta, arricciati con ferri caldissimi, inumiditi con succo di ortica, pettinati e ripettinati e infine incipriati con una mistura nutriente a base di radici di rosa, legno d'aloe, corallo rosso, ambra, fagioli e muschio. Per diversi anni le chiome femminili erano progressivamente aumentate d'altezza mediante l'aggiunta, ai capelli naturali, di capelli finti. Questa tendenza si accentuò ancora dopo l'ascesa al trono di Antonietta. Ora le acconciature di moda richiedevano la collocazione sulla cima del capo di grandi cuscinetti di crine di cavallo, da ricoprire con capelli veri e finti pettinati in modo da formare una sorta di piramide; per tenere il tutto in equilibrio bisognava fissare le complicate acconciature con lunghi spilloni. 

Le suddette creazioni, la cui <<messa in opera>> richiedeva ore e ore di lavoro, dovevano naturalmente essere preservate per il maggior tempo possibile, il che significava che il cuoio capelluto, soggetto a pruriti e sudore sotto quel pesante carico, doveva essere protetto con pomate. Ma le pomate, essendo composte di materie organichem diventavano rancide in pochi giorni, e al fetore che emanavano si aggiungeva il tormento degli spilloni. Coloro che criticavano le acconciature a piramide facevano notare che esse procuravano un eccessivo afflusso di sangue al capo, che a sua volta causava mal di testa, affaticamento alla vista ed erisipela. I capelli cadevano, i denti dolevano, e fra i riccioli prosperavano pulci e pidocchi; le gentildonne portavano con sé lunghe e sottili bacchette con una manina d'avorio a una delle estremità, che servivano loro per grattarsi il cuoio capelluto. 

Quello che importava era essere alla moda, anche se un'acconciatura alta sessanta o ottanta centimetri impediva di sedersi in una carrozza (le dame si inginocchiavno sul pavimento) o di entrare in un salone da ballo (una delle più fantasiose acconciature a piramide di Antonietta dovette essere smantellata e poi rifatta perché la regina potesse partecipare a una soirée). 

Le fantasiose acconciature che abbiamo descritto erano, per Antonietta, una piacevole distrazione, una distrazione di cui aveva fin troppo bisogno perché, adesso che era la regina di Francia, era venuta a trovarsi imprigionata in una ferrea rete di regole e obblighi protocollari. 

La mattina, al primo segno che si era svegliata, entrava nella sua camera una cameriera incsricata del guardaroba, con una cesta di indumenti intimi, fazzoletti e asciugamani. Un'altra cameriera metteva la regina dinanzi al primo compito della giornata, la scelta degli abiti: uno formale di corte, uno informale da pomeriggio e uno per la sera e lo spettacolo o gli altri divertimenti della sera. La scelta veniva fatta su un quaderno illustrato che conteneva i disegni di tutte le toilettes diisponibili. Antonietta segnava gli abiti che desiderava appuntando sui disegni uno spillo, e la cameriera andava a prenderli. Nella camera da letto della regina veniva quindi spinta avanti, sulle sue rotelle, una vasca per il bagno del mattino, e a seguito della vasca entrava il personale addetto al bagno con tutte le cose necessarie, compresa una lunga tunica di flanella, foderata di lino e abbotonata fino al collo, che la pudica Antonietta indossava per immergersi nell'acqua calda. Quando usciva dalla vsca, una domestica teneva sollevato dinanzi a lei un lenzuolo per nasconderla alla vista delle altre domestiche; poi Antonietta si avvolgeva in un leggero accappatoio di taffetà bianco, infilava un paio di pantofoline con disegni in rilievo, e guarnite di merletto, e tornava a letto fino a quando arrivava il momento della sua frugale colazione con cioccolata calda o caffé. 

Antonietta ci faceva stare anche qualche minuto in compagnia di suo marito, ma la maggior parte della mattinata la trascorreva con altri familiari, con amici e amiche e con coloro che godevano dell'ambito privilegio delle petites entrées (il primo medico, il primo chirurgo, il medico di servizio, la lettrice, il segretario, i quattro primi valets de chambre e il primo medico e il primo chirurgo del re). 

A mezzogiorno venica portato al centro di una camera dell'appartamentoo di Antonietta l'enorme e decoratissimo tavolo da toeletta, e intorno ad esso venivano disposte sedie pieghevoli e divani. Gli spettatori autorizzati entravano e a ciascuno Antonietta rivolgeva un cenno di riconoscimento e di saluto appropriato al suo grado, dalla lieve inclinazione del capo all'indirizzo di un capitano della guardia al gesto molto più pronunciato (la regina si appoggiava al tavolo da toeletta come per alzarsi in piedi) prescritto nei confronti dei principi. Erano presenti anche le dame d'onore e le cameriere addette all'abbigliamento della regina. (Le cameriere addette alla camera da letto, i cui compiti non includevano la vestizione della sovrana, aspettavano in una camera adiacente la fine della vestizione medesima, dopo di che entravano anch'esse nella camera da letto per accompagnare Antonietta alla messa).Terminata la sistemazione dell'acconciatura, cominciava la vestizione vera e propria, una dama d'onore infilava ad Antonietta la camicia e versava acqua in una bacinella in modo che la regina potesse lavarsi le man, quindi una cameriera aiutava la sovrana a infilare l'ampio abito a guardinfante, le aggiustava il fazzoletto da collo e le fermava la collana. Il lungo strascico d corte veniva applicato per ultimo. 

Petizioni venivano presentate alla regina perché le accogliesse; ufficiali in partenza prendevano formalmente congedo; dame, ambasciatori, personalità straniere che venivano ufficialmente presentate ad Antonietta. Un usciere, nell'anticamera dinanzi alla pprta d'ingresso, stava di guardia a quest'ultima per impedire l'accesso a chi non fosse autorizzato e per annunciare i nomi dei visitatori importanti. (Conformemente alle regole dell'etichetta, in realtà li comunicava una dama d'onore, laa quale li comunicava alla regina.) Infine, quando era stata fatta l'ultima presentazione e alla toeletta regale era astato applicato l'ultimo ornamento, la regina tornava nella sua camera da letto, il primo usciere, il primo scudiere, i rappresentanti del clero che quel giorno avevano il compito di assisterla durante la messa e le principesse della famiglia reale (con tutte le loro dame, cameriere e altre persone addette). L'intero gruppo raggiungeva quindi la cappella per la cerimonia religiosa. 

<<Nel momento in cui comparve sua maestà>>, ricordava Sir Samuel, <<i tamburi rullarono facendo tremare il tempio, come se il loro scopo fosse quello di annunciare l'avicinarsi di un conquistatore. Per tutto il tempo della celebrazione della messa i coristi cantarono, in parte arie per solisti, in parte arie per coro. Sui posti anteriori della galleria sedevano le dame di corte, sfavillanti di cosmetici e sontuosamente abbigliate, quasi volessero godesi un vistoso spettacolo e anzi parteciparvi come protagoniste. Il re rideva e occhieggiava le dame; tutti gli occhi erano fissati si personaggi della corte, tutte le  orecchie ascoltavano con attenzione le note dei cantanti, mentre il sacerdote, che nel frattempo continuava a celebrare la messa, non veniva ascoltato da nessuno dei presenti.>>

Dopo la messa veniva un'altra cerimonia rituale, quella del pasto di mezzogiorno, che era particolarmente sontuoso la domenica. Luigi e Antonietta pranzavano insieme, assistiti dalle dame d'onore di Antonietta, alcune delle quali stavano sedute su dei sofà, altre in piedi attorno alla tavola. Questa era apparecchiaa con tovaglia e tovagliolidi damasco, stoviglie d'argento e posate dorate. Dietro la sedia del sovrano stavano il capitano delle guardie e il primo gentiluomo di camera; dietro la regina erano il primo maitre d'hotel, il suo primo usciere e il suo primo scudiere. Quando il maitre d'hotel entrava nella sala da prenzo, tenendo in mano il suo bastone lungo più di due metri, sormontato da una cooroncina di fiordalisi, venivano portati i vassoi e il pasto aveva inizio. Alla regina veniva presentato il menù e i servitori ponevano dinanzi alle loro maestà i piatti di carne, di selvaggina e di pasticcio. Era un pranzo molto cerimonioso ma non necessariamente tetro. 

Finito di pranzare, il re e la regina se ne andavano ciascuno per proprio conto. Antonietta, sempre circondata dal suo entourage, ttornava nel suo appartamento, ove veniva aiutata a sbarazzatsi dell'abito formale di corte, con tanto di guardinfante e di strascico, e indossava un più semplice abito da pomeriggio. La prima parte del pomeriggio trascorreva in conversazioni con i parenti, musica d'arpa, udienze ai visitatori, passeggiate a piedi e in carrozza. Il gioco delle carte, la cena e un ritorno alla cerchia dei familiari occupavano la serata, ma dopo le undici, ogni sera, dopo che Luigi era andato a dormire, Antonietta raggiungeva le sue giovani amiche nell'appartamento della principessa di Lamballe o in quello della principessa di Guéménéè; e queste riunioni notturne non mancavano di provocare pettegolezzi e critiche. Ma nella relativa privacy e nell'atmosfera informale delle stanze delle sue confidenti Antonietta poteva finalmente lasciarsi andare, dimenticarsi della costante vigilanza richiesta dai rituali della giornata, distendersi e ridere a suo piacimento. In quegli appartamenti, e nel suo ritiro del Petit Trianon, il piccolo padiglione nei giardini di Versailles che le era stato donato da Luigi, poteva essere se stessa. 



Le Petit Trianon 



Il Petit Trianon, nella sua struttura delicatamente neoclassica, semplice e perfettamente proporzionata, sembrava scolpito in una pietra color miele. Era composto da appena sette stanze, ma erano tutte squisitamente adorne  e arredate, e Antonietta aveva reso l'ambiente ancora più caldamente elegante con tendine e copritenda di seta e di velluto a fiori e con piccoli tavolini e scrivanie e armadi dalle gambe sottili e affusolate; molti di questi mobiletti erano vere e proprie opere d'arte in legno pregiato, con intarsi ornamentali in porcellana. C'erano fiori dappertutto: fiori freschi provenienti dai giardini, fiori intessuti in morbide sfumature pastello nei copriletto e nei tendaggi, gigli e rose negli stucchi decoratvi delle pareti e sulle mensole marmoree dei caminetti. Sebbene non l'avesse mai visto, Maria Teresa chiamava il Petit Trianon <<la più adorabile delle case>>, e Antonietta sarebbe davvero giunta ad adorarlo, fino al punto da esserne ossessionata. 

Conformemente alla voga allora imperante per tutto ciò che era inglese - cappelli, stivali, abiti femminili, corse di cavalli - ordinò che i giardini adiacenti al piccolo edificio fossero trasformati in modo da somigliare, appunto, a giardini all'inglese, e prima che passasse molto tempo il tratto di terreno che era intorno al Petit Trianon cambiò completamente aspetto. Fu scavato un laghetto, furono create alcune minuscole colline, e i giardinieri riuscirono a ricavare, in una di queste, perfino una grotta. Alla fine dei lavori, boschetti d'alberi, molti dei quali di specie esotiche e fatti arrivare da tutto il mondo, erano sparsi fra i teneri prati rasati, e fra un boschetto e l'altro scorreva un fiumicello. Su un'isoletta fragrante di lillà e di laburni sorgeva un <<tempio dell'amore>>, nel cui interno era una statua di Cupido. I giardini erano una perfetta utopia in miniatura, un luogo magico di grande bellezza e serenità, ove cantavano gli usignoli e non arrivavano le voci stridule dei cortigiani. 

Per Antonietta quell'enclave privata, in un certo senso immaginaria, il suo piccolo palazzo, rappresentava l'esistenza più semplice che aveva conosciuto da bambina, e che rimpiangeva tanto. Sua madre aveva creato un'analoga oasi di privacy a Schönbrunn, e si era premurata di isolare la propria famiglia dai rigidi formalismi di corte. Adesso Antonietta aveva un luogo ove poteva rifugiarsi, ove poteva essere se stessa, libera dai dipendenti e dagli uomini di guardia che la seguivano a ogni passo nel grande palazzo di Versailles. Le piaceva fare un picnic nei giardini del Trianon mangiando fragole, quelle fragole di tutte le varietà conosciute che i provetti giardinieri del re Luigi avevano coltivato su sua richiesta, standosene seduta su una semplice panchina e <<comportandosi nel modo più informale che si possa immaginare>>. Le piaceva enormemente poter ammirare i fiori, ascoltare il canto degli usignoli, gustare il profmo dei laburni e sentire, attraverso le sottili pantofole, la rugiada dei prati. Dopo tutto, c'erano tanti domestici per badare alla piccola casa e ai suoi raffinati giardini, tanti altri divertimenti cui dedicarsi quando quelli del Petit Trianon le venivano a noia, tante altre paia di pantofole per sostituire quelle rovinate dalle sue passeggiate pomeridiane. Luigi credendo che la passione manifestata da Antonietta per la vita semplice significasse che la sua consorte desiderava imparare gli umili mestieri della gente di campagna, le fabbricò, nel suo laboratorio, un filatoio a mano e, tutto orgoglioso, gliene fece dono. Antonietta ne fu lietissima e lo ringraziò affettuosamente; ma appena egli volse le spalle, regalò, a sua volta, il filatoio. 

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sabato 20 gennaio 2018

Maria Antonietta cap. VIII

Maria Antonietta Cap VIII


Luigi XV




Luigi XV stava rapidamente invecchiando. Le sue condizioni di salute peggioravano e la sua andatura era diventata quella di un vegliardo. La vista gli si stava deteriorando, anche se le sue labbra si curvavano aancora all'insù in una smorfia cadaverica quando vedeva Madame Du Barry. Si ripeteva continuamente e la sua vacuità si stava rapidamente trasformando in demenza senile. <<Per numero d'anni il re non è proprio vecchio>>, scrisse un osservatore nel 1773, <<ma di fatto lo è, e molto, in conseguenza della vita che ha condotto.>> Luigi XV moriva di dissipatezza e i cortigiani, visto che stava morendo, lo abbandonavano a schiere. 

Costantemente in compagnia del sovrano restava Madame Du Barry, incombendogli sopra la spalla quando era seduto, camminandogli accanto nelle sue sempre più lente passeggiate, pretendendo di leggere le sue lettere e generalmente rivendicando la precedenza su ogni altro membro della corte, tranne i componenti della famiglia reale. 

La Du Barry continuava a ricevere costosi regali dal re e dagli ambasciatori stranieri. (Il re Gustavo di Svezia le fece dono di un collare e di un guinzaglio d'oro per la sua cagnetta Dorine, una Blenheim spaniel; i due oggetti erano completamente incrostati di brillanti e rubini.). Eppure era impossibile negare l'evidenza: prima che passasse molto tempo il protettore della contessa se ne sarebbe andato da questo mondo, e allora le sue rendite - di gran lunga più di un milione e mezzo di franchi l'anno - sarebbero cessate.


Madame Du Barry

Un anno prima, nel 1772, Luigi XV aveva tentato di far avere a Madame Du Barry il divorzio, in modo da poterla sposare. In quel momentole fortune dell'amante del re erano all'apice, la generosità del sovrano era infinita e i lussi di cui la contessa poteva godere nel suo boudoir tutto tappezzato di broccato bianco erano senza limiti. Ma il tentativo di ottenere per lei il divorzio non aveva avuto esito e i cortigiani, che per un pò di tempo avevano cominciato a prendere in considerazione la sbalorditiva possibilità che Jeanne Bécu divenisse la regina di Francia, erano poi giunti a rendersi conto che fra poco l'amante del re sarebbe rimasta assolutamente priva di influenza. 

Nel marzo del 1772 la contessa dette una festa per inaugurare il padiglione che il re aveva fatto costruire per lei nei giardini di Versailles. Luigi XV non aveva certo risparmiato spese, l'edificio era sontuoso <<al limite dell'indecenza>>. Per farlo bene ammirare a tutti, Madame Du Barry aveva organizzato una festa spettacolare, con un centinaio di cantanti e ballerini, artifizi scenici dei migliori teatri di Parigi e un finale quanto mai animato in cui un enorme uovo doveva spaccarsi in due mettendo bene in vista un cupido armato di arco e frecce. Tutte le personalità più eminenti della corte erano state invitate, e fra esse non poche dame. Quando però tutto fu pronto, il padiglione era praticamente vuoto.
Era un chiaro segno che la potenza di Madame Du Barry stava declinando, e che invece stava acquistando forza la fazione del delfino. Un altro segno, altrettanto chiaro, era il numero sempre crescente delle canzoni e degli epigrammi che si scrivevano sulla contessa per mettere in ridicolo le sue origini e fare oggetto di satira le sue pretese. Erano finiti i tempi d'oro della <<passeggiatrice>>, implicavano le canzoni, il suo sole era al tramonto e le sue attrattive avevano perso smalto, non incantavano più nessuno.

Via via che Luigi XV peggiorava, e si avvicinava il giorno in cui sarebbero ascesi al trono Luigi e Antonietta, il potere gravitava dalla loro parte. Le trame che miravano ad affidare lo sceettro al conte di Provenza invece che a Luigi si erano acquietate, perché il conte, nonostante le vantate prodezze della prima notte nunziale, non aveva ancora generato un erede e mostrava nei confronti della moglie un'indifferenza che sfiorava il disgusto. Il conte di Provenza era stato anche ammalato, per un'affezione della pelle delle mani e per <<umori nel sangue>>, mentre il delfino diventava ogni giorno più alto, più robusto e più sano. 

Adelaide aveva riposto nel conte di Artois le sue speranze, si era assunta la supervisione della sua istruzione e stava cercando - senza tenere in alcun conto le litigiose obiezioni di Madame Du Barry - di avere una parte preponderante nella scelta della sua cassa civile. Era stato combinato il suo fidanzamento. Il conte d'Artois, doveva sposare Maria Teresa di Savoia, soella di Maria Giuseppina, moglie del conte di Provenza, e sebbene si ritenesse che Maria Teresa fosse ancor meno attraente della paonazza e paffuta sorella, si sperava che la coppia risultasse feconda. 


Maria Antonietta


Antonietta, stava mentalmente maturando, e aveva imparato a vedere le cose in modo distaccato. L'accorta guida di Mercy, le gentili sollecitazioni dell'abate Vermond, i rimproveri dell'imperatrice avevano avuto il loro effetto. Antonietta aveva imparato a trovare la sua strada attraverso il caos degli intrighi e delle tediose regole dell'etichetta, e si stava dotando di una propria identità. <<Quando per la prima volta misi piede in questo paese>>, disse un giorno a Mercy, <<ero troppo giovane e sconsiderata. Credevo a tutto ciò che mi veniva detto, ma ora...>> Non c'er bisogno che finisse la frase. La differenza era chiara. Aveva cominciato a prendere nelle sue mani la propria educazione.

La mattina, al risveglio, diceva le preghiere, poi prendeva lezione di musica o faceva esercizi di danza, quindi si dedicava per circa un'ora a qualla che definiva una <<lettura ragionevole>>. Veniva poi la toilette in pubblico, e successivamente una visita del re, con il quale Antonietta assisteva alla messa. Dopo il pranzo si dedicava per un'ora e mezzo alla <<ragionevole lettura>>, quindi usciva per fare una passeggiata o partecipare a una partita di caccia. Concludevano la giornata le conversazioni col marito e con altri familiari. <<Non so se riuscirò a rispettare esattamente questo programma>>, disse Antonietta, informando della sua decisione l'ambasciatore Mercy, <<ma intendo fare del mio meglio>>.

Antonietta avrebbe dovuto regnare per Luigi, guidare i suoi atti e le sue decisioni e così, in realtà, governare la Francia. L'ambasciatore, nella primavera del 1773, parlava spesso della delfina come di una statista <<che un giorno governerà questo regno>>. Antonietta riferì a Maria Teresa in una certa occasione, <<ha capacità mentali e di carattere così grndi che non può esserci il minimo dubbio che possiamo contare sui loro effetti>>. 

Il delfino lasciava scorrere le giornate indossando vecchi abiti, a meno che i suoi domestici insistessero per fargli addottare un abbigliamento più dignitoso, scrutando i cortigiani con i suoi occhi miopi e facendo del suo meglio per imparare a danzare. Solo nel suo appartamento, con le porte chiuse a chiave per evitare il pericolo di intrusioni, provava con grande impaccio i passi delle complicate danze di corte, <<sudando a giccioloni>>, mentre un solitario violinista strimpellava il motivo. Esausto per lo sforzo, il delfino raggiungeva quindi i fratelli per partecipare al loro gioco privato che consisteva nel tormentare i domestici del nonno; i giovani nipoti di Luigi XV si mettevano infatti a scorrazzare per le stanze e i corridoi <<con grande allegria>>, mettendo in pericolo l'equilbrio dei valletti che entravano e uscivano dall'appartamento reale carichi di vassio e di panieri. Quando questo divertimento finiva, il delfino se ne andava a caccia, oppure raggiungeva un cantiere e, tutto contento, si metteva a lavorare accanto ai muratori. 


Luigi XVI


Luigi scopriva di continuo qualcosa che aveva bisogno di riparazioni, faceva chiamare degli operai perché le facessero e si metteva a lavorare in loro compagnia. <<Lavora egli stesso con gli operai, contribuendo allo spostamento dei materiali, delle travi, delle lastre di pietra, e dedica ore intere a questo faticoso esercizio. A volte torna da queste imprese più stanco dei lavoratori che sono obbligati a compierle per vivere.>> L'avidità e lo zelo con cui il futuro sovrano si impegnava nei più umili lavori manuali erano imbrazzanti. Sempre impacciato e rigido quando si trovava a palazzo, diventava rilassato e in pace con se stesso nel fango e nel sudiciume del luogo di lavoro, perduto nel piacere dell'esercizio fisico e nella soddisfazione della pura e semplice fatica. 

Era difficile immaginare un futuro sovrano in questo personaggio disadattato. <<Il delfino da prova di certe virtù selvatiche>>, scrisse la contessa de la Marche, <<ma è privo di spirito, privo di conoscenze, privo di educazione, privo perfino di gusto>>. Il timore che il delfino nutriva nei confronti delle donne giocava a favore di Antonietta. Essa lo colmava di gentilezze, egli desiderava intensamente compiacerla e ciò lo rendeva malleabile. Stranamente Antonietta, con il suo carattere delicato e alieno alla critica, con il suo calore e la sua comprensione, era, verso il marito, più una madre che una moglie. A volte lo sgridava fino a farlo piangere (anche se le lacrime del delfino, a volte, inducevano a piangere anche lei, per simpatia), e faceva in modo che egli sentisse la pungente acidità della sua lingua. Quando Luigi si azzuffava con i fratelli, la delfina spesso interveniva per porre fine agli scontri. Vittima delle fulminee battute del conte di Provenza e dei tormentosi commenti del conte d'Artoism Luigi stava perennemente sulla difensiva quando era in compagnia dei fratelli; e spesso, passava fisicamente all'attacco, prendendoli a calci o a pugni; a volte si vendicava di loro distruggendo gli oggetti di loro proprietà. 

Antonietta era ormai abbastanza matura per rendersi conto di quanto le insufficienze di suo marito lo avrebbero intralciato nell'assolvimento dei suoi doveri regali. Grazie, in parte agli ammaestrament e ai consigli ricevuti da Mercy, sapeva che su di lei, come regina, erano riposte per il futuro molte speranze e molte attese; e che anzi, quando sarebbe ascesa al trono, si sarebbe trovata ancor più sotto l'assedio degli intriganti e degli ambiziosi, ancor più bersaglio delle fazioni, dei pettegolezzi e dei maneggioni indiscreti. Il suo senso del dovere la spingeva a inchinarsi dinanzi all'inevitabile; ma in lei stava acquistando influenza un altro istinto. 

Antonietta sentiva l'avvicinarsi di un fardello oneroso, anzi schiacciante, e si tirava indietro, forse perché sapeva che non sarebbe mai stata abbastanza forte per affrontare aapertamente quella prospettiva, forse perché era cresciuta all'ombra di una madre incredibilmente oberata dalle attività di governo, anche le più estenutanti, una madre la cui intera vita era stata un inno al dovere; e in parte, forse, per via del lato vacuo e frivolo del suo carattere, che la induceva a chiudere gli occhi dinanzi al dovere e a godersi la via giorno per giorno, senza pensare al futuro. 

Il re invecchiava rapidamente, e prima che morisse era necessario che il suo erede, con la sua consorte, si presentasse al popolo di Parigi nella tradizionale cerimonia della la Joyeuse Entrée. 
La mattina dell'8 giugno 1773 la gran folla che si era riversata nelle strette strade della capitale rendeva difficile il lavoro degli spazzini. La fanghiglia nerastra e solforosa che si era formata sui selciati e nelle cunette, puzzolente di rifiuti e di immondizie in decomposizione, doveva essere rimossa, caricata su carri e trasportata in campagna, ove non avrebbe potuto offendere l'odorato del futuro re e della futura regina. Ma i crocchi di spettatori intralciavano il lavoro, scostando a forza ggli spazzini con i loro carri e le loro pale, portando nuovo fango incrostato alle scarpe e insudiciando anche le grandi arterie e le stradine già ripulite, ove si accalcavano per manifestare il loro entusiasmo all'imminente passaggio del delfino e della delfina, il cui corteo avrebbe cominciato a sfilare partendo dalla Porte de la Conférence. Molti spettatori, anzi, si spinsero oltre questa porta in direzione di Versailles, sperando di incontrarsi con gli eredi al trono e il loro seguito mentre dal palazzo si dirigevano verso la città. 

Non c'erano mercati, ma era autorizzato il passaggio per le strade di greggi di pecore e mandrie di buoi e vacche, non si vendevano partite di grano e altri cereali; perfino i venditori ambulanti erano stati allontanati a forza dall'itinerario che il corteo doveva percorrere. E tuttavia facevano buoni affari le donne che vendevano, a due soldi la tazza, caffè e latte fumante, versandolo dalle loro brocche di stagno. Le suore dell'ospedale dei trovatelli portarono nell'interno la dozzina di neonati abbandonati davanti al portale la notte precedente, e altri ne presero in consegna dalla gendarmeria; non stava bene che si udisse il pianto dei bambini durante le celebrazioni di quel giorno, anche quello flebile dei bambini appena nati. Per lo stesso motivo furono cacciati via o rinchiusi in carcere le migliaia di mendicanti che costituivano uno degli spettacoli più brutti di Parigi: non si poteva tollerare che i reali fossero rattristati dalla vista delle loro membra piagate e deformi. 

Quella che faceva ressa lungo l'itinerario del corteo era una folla rumorosa: i parigini erano notoriamente loquaci e abituati a urlare a pieni polmoni. Ed era anche una folla eterogenea: borghesi benestanti con indosso i loro abiti migliori, panciotti di velluto e camicie con polsini merlettati; mercanti con vestiti di taglio e fattura molto semplici, in genere grandi giacche e brache attillate; qua e là, un gentiluomo con le scarpe a fibbia, calze di seta e parrucca adorna di nastrini, che si trascinava dietro la spada penzolante. C'erano viani e droghieri, conciatori di pelli e dentisti, banchieri e avvocati, molto più numerosi erano tuttavia i lavoratori saltuari, apprendisti lasciati liberi dai maestri artigiani per la giornata, portatori d''acqua e facchini, barcaioli e contadini dei villaggi più vicini alla capitale, che avevano camminato tutta la notte per riuscire a vedere lo spattacolo della Joyeuse Entrée. 

Parigi nascondeva una moltitudine di peccati e delitti; lungo tutto il perimetro meridionale della città si viveva in costante apprensione perché era nella vicina Bicetre che venivano concentrati i detenuti provenienti da molte città del nord della Francia, in attesa della deportazione oltremare. Da Bicetre gli ergastolani venivano trasportati a Brest, Rochefort e Tolone, ove erano i porti d'imbarco e facevano perdere le loro tracce nei vicoli bui e tortuosi della capitale, dai quali partivano poi per nuove imprese criminose, terrorizzando i cittadini onesti. 

Dappertutto c'erano informatori della gendarmeria, che per individuare gli evasi tenevano d'occhio i ponti sulla Senna, si mescolavano con gli avventori delle taverne e con la gente che faceva la fila ai posti di blocco daziari, origliavano per intercettare conversazioni sospette che potevano condurli alle loro prede. Quel giorno gli informatori erano particolarmente vigili perché i borsaioli e i tagliaborse amavano la folla, e le rapine, com'era inevitabile, aumentavano di numero nei giorni di festa. 

Dinanzi alla Porte de la Conférence si fermarono dieci carri, occupati da soldati e da funzionari con i loro seguiti; il maggiore e più vistoso dei carri aveva a bordo l'attempato maresciallo de Brissac, governatore di Parigi, il comandante della gendarmeria, Michodière, e il responsabile del mantenimento dell'ordine pubblico, Sartine. Si formarono squadre di guardie cittadine a cavallo e a piedi, pronte a far da scorta al delfino e alla delfina. 

Alle undici e mezzo venne avvistata la prima delle carrozze del corteo e fu dato un segnale ai trombettieri, che fecero squillare i loro strumenti. Quasi nello stesso istante il cannone degli Invalidi sparò una salva di saluto seguita da quelle dell'Hotel de Ville e della Bastiglia. Nel sereno cielo primaverile si levòuna nube di spesso fumo nero, che prese a estendersi sulla città via via che le lontane salve si ripetevano. La folla cominciò ad applaudire e molti spettatori si precipitarono in avanti, ma la gendarmeria intervenne e li ricacciò indietro. Infine le quattro carrozze sulle quali erano il delfino e la delfina col loro seguito passarono rumorosamente sotto la porta e si fermarono, il maresciallo de Brissac aavanzò di qualche passo, si genuflesse dinanzi ai futuri sovrani e pronunciò le rituali frasi di saluto e di omaggio, porgendo al delfino le chiavi della città. Un breve discorso venne pronunciato quindi dal comandante della gendarmeria, ma i clamori della folla impedirono anche ai più vicini di udirlo. Gli spettatori aapplaudivano, fischiavano, cantavano canzoni scritte appositamente per la Joyeuse Entrée, che circolavano tra la folla stampate su foglietti di carta. 

Per Antonietta il rumore assordante della folla era eccitante e gratificante al tempo stesso. Praticamente segregata per tre lunghi anni a Versailles come in una tomba, aveva avuto ben poche occasioni per trovarsi faccia a faccia con il popolo francese. Ma adesso questo popolo era lì dinanzi a lei, migliaia e migliaia di persone ricche e povere mescolate insieme, che tumultuavano per vedere più da vicino lei e suo marito e si avvicinavano il più possibile alla loro carrozza, con i volti segnati dal vaiolo, aperti il larghi sorrisi. Affascinata, guardò sorridendo quella gente festante mentre il corteo di carrozze percorreva il lungosenna aprendosi la strada verso Notre Dame, dopo aver sostato sul lungosenna Conti per ascoltare un altro discorso di omaggio del prefetto della Zecca. Nella cattedrale di Notre Damecelebrò la messa l'arcivescovo di Parigi, dopo di che i dignitari tornarono alle loro vetture e percorsero il breve tratto verso il Collège intitolato a Louis le Grand, ove il rettore dell'Università pronunciò un altro discorso. 

Il clamore, le incessanti grida di <<Vive le dauphin!>> e <<Vive la dauphine!>>, i fiori che coprivanno in grande quantità le strade percorse dal corte, i pittoreschi edifici medievali nella parte più antica della città, perfino gli odori pungenti che aleggiavano nell'aria nelle vicinanze del fiume, tutto concorreva a creare un quadro di delizie. Dopo tre anni Antonietta si incontrava finalmente con coloro che presto sarebbero stati i suoi sudditi e vedeva la famosa capitale della Francia. 

Il delfino e la delfina attrassero la folla più numerosa che Parigi avesse mai visto dal tempo dell'arrivo di un celebre guaritore, la cui forma aveva indotto trentamila persone ad affollare le strade della capitale. In quella occasione la gente aveva gremito la Rue de Ciseaux ed era traboccata nelle strade circostanti; la scena era stata resa ancora più frenetica dalle grucce dei tanti invalidi che erano affluiti in città nella speranza che l'uomo potesse risanarli con le sue preghiere e col tocco delle sue mani, e dai cani che accompagnavano molti ciechi. 

La gente acclamava e chiedeva di vedere Luigi e Antonietta dai tetti e dalle finestre degli ultimi piaani delle case, e anche dai giardini gremiti delle Tuileries, ove il delfino e la delfina erano andati a pranzare. Dopo il pranzo in pubblico, i due giovani sposi uscirono nei giardini, ove le acclamazioni erano assordanti e la folla cominciò ad accalcarsi intorno a loro da tutti i lati, così da non lasciarli più muovere. <<Siamo rimasti per tre quarti d'ora senza riuscire né ad andare avanti né ad indietreggiare>>, scrisse Antonietta. Le guardie, abituate a colpire la gente con la frusta o col piatto della spada, eseguirono l'ordine del delfino di non reagire, lasciando che gli spettatori si stringessero intorno a lui. Questa inaudita mitezza <<creò un'ottima impressione>> e fortunatamente non causò feriti. (Raramente simili scene di folla erano incruente. Tre anni prima, quando tutta Parigi si era precipitata nella Rue Royale enelle vicinanze per assistere allo spettacolo di fuochi d'artificio organizzato per festeggiare il matrimonio del delfino, a un certo puunto molti spettatori, persa la testa, si erano messi a correre all'impazzata e il panico si era impadronito della folla: più di cento persone erano morte soffocate o calpestate). 

Focosi come amanti nelle loro grida appassionate, i parigini continuarono a salutare Antonietta a voce altissima fino a diventare rauchi; sui loro volti lacrime e sorrisi si mescolavano. Erano entusiasti del delfino, che a loro appariva ben piantato e robusto, un vero uomo, e che quel giorno superò se stesso rispodendo con dignità ai discorsi e alle acclamazioni. Ancora più entusiasti erano i parigini della moglie austriaca di Luigi, la cui delicatezza da bambola, l'incanevole colorito e la grazia vibrante li avevano conquistati. 

Dieci mesi dopo, nell'aprile del 1774, la giovane coppia si chiuse nell'appartamento di Antonietta e pregò perché la vita del veccio re fosse risparmiata. Luigi XV era molto malato, era stato sottoposto a due salassi dai cinque chirughi che lo assistevano e purgato tre volte per ordine dei suoi tre farmacisti. Adelaide, Vittoria e Sofia si alternavano al suo capezzale durante la giornata, Madame Du Barry lo vegliava di notte. In privato, uno dei medici che avevano diagnosticato una <<febbre catarrale>> confidò a un gentiluomo che a suo parere il re non sarebbe sopravvissuto. A Parigi, il comandante della gendarmeria cominciò a organizzare il controllo delle strade della città per impedire l'esplosione di viiolenze che, ne era sicuro, ci sarebbe stata quando la notizia della morte del sovrano si sarebbe diffusa per la capitale. 

Il delfino attendeva con angoscia i bollettini medici che venivano dalla camera dell'infermo, ben consapevole del sottile cambiamento che era intervenuto nel modo in cui i gentiluomini di corte e i domestici si rivolgevano a lui. Se il re fosse stato sottoposto a un terzo salasso, sarebbe stato chiamto l'arcivescovo di Parigi perché gli somministrasse l'estrema unzione. Il terzo salasso sarebbe stato una sentenza di morte. Pallido e agitato, con i nervi a pezzi, il delfino si inginocchiò e pregò che, ancora per un pò di tempo, gli fosse risparmiata la spaventosa responsabilità di regnare sulla Francia. 

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